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Archivio per la categoria ‘Lavoro’

9 Marzo 2012 – In piazza con la FIOM

Pubblicato da PRC Muggiò su domenica 4 marzo 2012

Col governo Monti cresce solo l’ingiustizia

La Fiom-Cgil ha proclamato per venerdì 9 marzo lo sciopero delle lavoratrici e dei lavoratori metalmeccanici con una manifestazione a Roma che si concluderà in piazza San Giovanni.
La democrazia ed il lavoro sono i nodi centrali del nostro tempo in Italia e in Europa.
Perché oggi il lavoro manca, è sempre più precario, è sempre meno pagato, al punto che pur lavorando si è poveri. Perché oggi nei luoghi di lavoro, a partire dalla Fiat, si rischia l’autoritarismo con la messa in discussione del Contratto nazionale, dei diritti individuali e collettivi.
Perché la democrazia è negata. Alle donne e agli uomini che lavorano è impedito di votare liberamente gli accordi che li riguardano e di potersi scegliere chi li rappresenta, fino alla messa al bando di un’intera organizzazione sindacale e all’esplicita discriminazione verso gli iscritti della Fiom-Cgil. È in questo contesto che Governo e Confindustria vogliono far passare l’idea, sbagliata e inaccettabile, che per uscire dalla crisi bisogna cancellare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, dopo aver manomesso il sistema pensionistico pubblico.

All’opposto devono essere universali, quindi estesi a tutti, la cassa integrazione quale alternativa ai licenziamenti collettivi e la tutela del reddito come diritto di cittadinanza. In una «Repubblica democratica fondata sul lavoro» quale l’Italia deve costituzionalmente essere, la libertà operaia è la libertà di tutti; la sicurezza del disoccupato e il superamento della precarietà è la sicurezza di tutti; un’economia ambientalmente sostenibile e un piano straordinario di investimenti pubblici e privati sono le condizioni per difendere i beni comuni e costruire nuovi posti di lavoro.
Lo sciopero generale e la manifestazione nazionale del 9 marzo diventano un appuntamento essenziale non solo per i metalmeccanici ma per tutti coloro che credono nella democrazia, nella giustizia sociale, nella libertà, nell’informazione libera e in un lavoro stabile con diritti. E in questo senso sono fondamentali il diritto allo studio, l’accesso alla cultura, la valorizzazione del patrimonio artistico e delle competenze. Nel nome della nostra Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista invitiamo ogni cittadino non solo ad aderire alla manifestazione, ma a farsi promotore e protagonista di questa giornata di mobilitazione partecipando attivamente.

 

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Precarietà, se Monti parla come un Berlusconi sobrio

Pubblicato da PRC Muggiò su venerdì 3 febbraio 2012

di Giorgio Cremaschi

Se l’avesse detto Berlusconi! Se il vecchio Presidente del Consiglio o magari Brunetta avessero vantato la bellezza della precarietà, si sarebbe scatenato lo scandalo, giustamente. Invece Monti ha parlato, non a caso in una rete berlusconiana, con la stessa arroganza, con la stessa ottusità sociale di un salotto di Cortina, e per questo viene considerato uno statista coraggioso.

Naturalmente una responsabilità non piccola di questo ce l’ha il sistema informativo, quel giornale e quel telegiornale unici che da quando è andato al governo il professore della Bocconi ci forniscono solo la versione ufficiale del palazzo.

Ma resta il fatto che le frasi di Monti sono comunque rivelatrici del degrado sociale e culturale del paese. Nessun capo di governo di paese occidentale potrebbe parlare così in un momento di crisi drammatica e di disoccupazione di massa come questo. Se lo fa quello italiano è perché pensa di poterselo permettere.

Certo queste frasi dimostrano che Monti e il suo governo sono in larga parte persone sopravvalutate, com’è sopravvalutata la Bocconi e com’è sopravvalutato un certo mondo culturale e intellettuale che non è mai stato in grado di spiegare davvero nulla del nostro paese e della sua crisi. Ma resta il fatto che frasi di questo genere sono un segno politico chiaro. Se dopo averle dette Monti è ancora lì al suo posto a salvare l’Italia, vuol dire che il degrado dell’epoca di Berlusconi sta ancora continuando.

Monti è un Berlusconi sobrio e casto, ma è anche il continuatore radicale ed estremo dell’ideologia e della cultura politica del padrone di Mediaset. La crisi vera dell’Italia sta tutta qui: nel fatto che il Presidente del Consiglio possa fare affermazioni di destra liberista estrema, a cui peraltro paiono corrispondere le reali intenzioni del governo, e che tutto questo sia presentato e gestito in un regime di unità nazionale.

Questo è l’aspetto devastante per la nostra democrazia, di cui ha gravissime responsabilità anche il Presidente della Repubblica. Che un capo di governo, espressione degli interessi delle banche e della grande finanza, parli con arroganza del lavoro, e che di fronte a tutto questo ci siano balbettii in quella che era una volta la sinistra e nel movimento sindacale, questo ci fa dire che il regime Monti è un regime più dannoso per la nostra democrazia di quello berlusconiano.

Contro Berlusconi qualche difesa in questi vent’anni si era costruita. Contro Monti la democrazia, i diritti sociali, il pensiero critico, sembrano andare tranquillamente al macello. Per questo dobbiamo solo augurarci che Monti fallisca, e magari fare qualcosa perché ciò succeda. Solo la sconfitta politica e sociale di questo governo può davvero chiudere l’era berlusconiana.

(2 febbraio 2012)

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Airaudo: “Così la Fiat ci ha cacciato fuori da Mirafiori”

Pubblicato da PRC Muggiò su giovedì 26 gennaio 2012

Resistere! Resistere! Resistere!

Resistere! Resistere! Resistere!

di Giorgio Airaudo*, da il Fatto quotidiano, 26 gennaio 2012

Mirafiori ce ne siamo andati, una mattina di gennaio. Poche ore per sbaraccare 110 anni di storia: i ritratti di Enrico Berlinguer e le foto di Bruno Trentin, sgombrate in camion insieme con le bandiere. A Mirafiori come nel resto d’Italia, nel silenzio generale, la Fiom è stata cacciata da tutte le fabbriche Fiat. Siccome non abbiamo firmato il contratto imposto da Sergio Marchionne, ci tolgono l’agibilità democratica.

Questo rito si compie con un accanimento che se non fosse drammatico risulterebbe farsesco. A San Mauro, alla CNH, dove si producono le macchine di movimento terra, il nostro delegato, Marco, mi ha raccontato che nelle notti tra il 25 e il 31 dicembre, l’azienda ha approfittato del Natale per cambiare le serrature della saletta sindacale. Alla Marelli di Caivano invece, è accaduta una cosa buffa. Il nostro compagno, sei anni prima, era stato sottoposto a un rito burocratico: gli era stato fatto firmare un documento di consegna per le chiavi. Così, quando la Fiat gliele ha chieste indietro lui ha preteso una richiesta scritta e una ricevuta firmata : mentre aspettava ha traslocato.

La cacciata è stata simultanea, ma non ha ottenuto il primo effetto desiderato: spegnere un sindacato, con la stessa facilità con cui si schiaccia un moscerino. La risposta dei nostri compagni in queste ore è commovente. Mi ha chiamato Mauro, dalla Iveco di Mantova: davanti allo stabilimento la Fiom è in una roulotte della Protezione civile, intervenuta su richiesta del sindaco. Anche a Pregnana Milanese, dove si producono motori speciali, siamo ospiti della Protezione civile, in una tenda per terremotati (per fortuna riscaldata!). Non è curioso? L’emergenza della rappresentanza è considerata più drammatica da chi si occupa di calamità naturali, che dai leader del centrosinistra. A Brescia i nostri compagni sono molto organizzati. Davanti all’ingresso della Iveco hanno montato una casetta prefabbricata attrezzata come ufficio. Anche a Torino ci siamo dovuti ingegnare: il camper della Fiom le 16 porte aperte da cui (quando riescono a lavorare) entrano gli operai. A Modena, dove si costruiscono marchi del lusso, è arrivato un altro camper. A Pomigliano, con un bellissimo gesto di solidarietà, i pensionati dello Spi ci hanno regalato un camion-ufficio. In queste ore siamo appoggiati con i nostri delegati nei patronati e negli uffici vertenze, per non far venire meno i servizi fiscali che da sempre offriamo agli operai. Mi è difficile capire perché in questo Paese opinionisti, grandi giornali, conduttori dei programmi di informazione non si accorgano che questa diaspora non è solo un atto di violenza fisica, ma una sospensione dei diritti per molti lavoratori imposta interpretando in modo improprio l’articolo 19.

In tutte queste fabbriche, nella maggior parte delle quali siamo il primo sindacato, il nostro tesseramento è stato cancellato, non riconosciuto dalla Fiat, ai fini della trattenuta in busta paga. Che significa? Un bel paradosso: a gennaio l’azienda pagherà regolarmente (e giustamente) a Cisl e Uil, e anche ai Cobas le trattenute dei suoi iscritti, ma si rifiuta di consegnare a noi quelle dei nostri. Come mai? Perché la Fiat si rifiuta di fare da sostituto di imposta per il sindacato. E questo malgrado noi, con uno sforzo straordinario, abbiamo rifatto il tesseramento da zero in tutti gli stabilimenti. Di più: l’azienda rifiuta di ricevere raccomandate con le deleghe per coloro a cui girare l’incasso delle trattenute, e siamo stati costretti a inviarle attraverso ufficiali giudiziari. Abbiamo eletto in tutti gli stabilimenti le nostre rappresentanze sindacali: ma la Fiat non le riconosce. Così ricorre al ridicolo escamotage di farci scrivere per ogni fabbrica da uno studio di avvocati, dicendoci che non ne abbiamo diritto.

Fiat anti-sindacato

Fiat anti-sindacato

In virtù di questo accordo non ci è permesso di affiggere in fabbrica nemmeno un volantino. Dopo l’applicazione del “contratto Marchionne”, infatti, sono state sbullonate delle bacheche di ferro battuto affisse alla Liberazione, nel 1946. Nemmeno Vittorio Valletta si era spinto così oltre. Certo, non ci siamo fatti intimidire: abbiamo iniziato a fare attività durante la pausa mensa e durante le pause alle macchinette del caffè, persino negli spogliatoi, dove il divieto di propaganda e informazione non può essere applicato, perché la legge 300 consente proselitismo sindacale, in tutti gli spazi in cui non si interrompe la produzione. Ecco perché i lavoratori hanno ripreso a fare i giornali parlati con i megafoni, durante l’orario del pasto, davanti agli occhi increduli dei capireparto. Visto che il diritto di sciopero non può essere – per fortuna – cancellato, sono state dichiarate le prime serrate, convocate con cartelloni attaccati con lo scotch ai cancelli esterni delle fabbriche.

Questo non succede in qualche reparto di confino, ma in 80 stabilimenti italiani, per 86 mila lavoratori usciti, con un colpo di penna di Sergio Marchionne, dal contratto nazionale e dai diritti elementari che quel contratto garantiva. In queste condizioni abbiamo raccolto 20 mila firme per un referendum sul contratto. L’azienda non ha ancora risposto a questa richiesta di un rito democratico, che lei stessa ha brandito come una clava a Mirafiori e a Pomigliano (quando ancora pensava di vincere a mani basse) e ora nega (perché evidentemente teme di perdere). Vorremmo chiedere a Bersani, a Vendola, a Di Pietro e anche a Casini, di chiedere che sia sanato un deficit di democrazia. A Mirafiori gli impianti – stando a quello che aveva promesso la Fiat – avrebbero già dovuto produrre il monovolume LO, che invece sarà fatto in Serbia, con buona pace dello spot tutto spaghetti e tricolore che reclamizza la Nuova Panda.

È la prima grande diaspora sindacale dopo il fascismo: dal 1891 a oggi, solo un regime era riuscito a cancellare la presenza della Cgil nelle fabbriche. Colpisce che le reazioni siano timide o nulle, con l’importante eccezione dell’interpellanza presentata da Sergio Cofferati e Andrea Cozzolino al Parlamento europeo, seguita da una dei deputati Pd e Idv a Montecitorio. Cosa pensa il ministro Fornero? Ci piacerebbe che il Fatto tenesse alta l’attenzione, che chiedesse ai leader del centrosinistra, se una nuova stagione di buongoverno non debba essere preparata prima di tutto, da una lotta per i più elementari diritti democratici.

*responsabile auto della Fiom

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Incontro-dibattito e spettacolo sulla sicurezza sul lavoro. Promuovono CGIL CISL UIL e RSU del Comune di Muggiò

Pubblicato da PRC Muggiò su domenica 6 novembre 2011

Il prossimo 14 novembre, presso il Palazzo Isimbardi del Comune di Muggiò, a partire dalle ore 12.30, avrà luogo una importante iniziativa promossa dalla RSU, dai sindacati confederali CGIL, CISL e UIL, nonché delle categorie della funzione pubblica sul tema “sicurezza e infortuni sul lavoro”.

Promuovono CGIL CISL UIL e RSU del Comune di Muggiò

Incontro-dibattito e spettacolo sulla sicurezza sul lavoro.

La necessità di dar vita a tale iniziativa trova origine da più spunti; intanto vi è il tema osservato da un punto di vista femminile che ci riconduce allo stesso 8 marzo, giornata internazionale della donna e anniversario di un gravissimo incidente sul lavoro, che vide perdere la vita di decine di donne; il tema femminile poi è sempre ricorrente se si pensa alle donne in quanto madri e in quanto mogli delle vittime.

Le continue vicende di infortuni e incidenti sul lavoro – e non da ultimo l’incidente avvenuto a Barletta – hanno fortemente fatto crescere la sensibilità per questo tema e l’esigenza di farlo emergere anche in un luogo di lavoro ove gli incidenti sembrano quantomeno improbabili.

Nei fatti più recenti che riguardano il Comune di Muggiò è stato possibile comunque vivere e far vivere ai lavoratori il grosso problema della sicurezza sul lavoro.

Presso il Comune infatti prestavano e prestano ad oggi servizio alcuni lavoratori, cassaintegrati e/o disoccupati remunerati coi vaucher. Agli stessi venivano assegnati lavori per cui erano necessarie protezioni.

Questa situazione ha visto protagonista la RSU che dopo alcune traversie è riuscita a far dotare i lavoratori degli strumenti antiinfortunistici idonei alle prestazioni lavorative svolte.

La giornata del 14 prevede oltre agli interventi dei sindacati confederali CGIL CISL e Uil, uno spettacolo teatrale a cura di Teatro Officina dal titolo : “che cosa è morto con i ragazzi della Thyssen” spettacolo sui morti di lavoro tratto da poesie di Ferruccio Brugnano (poeta operaio), da testimonianze di operai della thyssenkrupp, e da “petrolkiller” di Gianfranco Bettin, con Daniela Airoldi Bianchi e Massimo De Vita.

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I lavoratori del Comune di Muggiò sono INDIGNATI… e noi con loro

Pubblicato da PRC Muggiò su mercoledì 31 agosto 2011

Indignati! Manifestazione sotto il Municipio dei dipendenti comunali
La terza manovra del Governo, nell’arco di due mesi, ha rappresentato per i lavoratori pubblici uno schiaffo in pieno volto.“, così inizia il comunicato che la Funzione Pubblica CGIL del Comune di Muggiò ha inviato a Sindaco, Assessori e Consiglieri Comunali.

Vengono tratteggiate le vessazioni cui sono soggetti i lavoratori del pubblico impiego e si convoca un presidio per giovedì primo settembre dalle ore 08:00 alle ore 12:00 in Piazza Matteotti 1.

Noi siamo pienamente solidali con la loro protesta ed invitiamo tutti a partecipare, non solo al presidio del primo settembre sotto la sede Municipale, ma anche allo sciopero generale indetto dalla CGIL per la giornata del 6 settembre contro una manovra iniqua ed inefficace che addossa tutti gli oneri sulle spalle di pensionati e lavoratori, che non alloca nessuna risorsa per il rilancio dell’economia, che non persegue le banche, i grandi evasori fiscali e chi si è arricchito indecentemente con le speculazioni finanziarie a danno del mondo del lavoro.

E’ possibile mettere in campo un’altra politica economica, a partire dalle proposte della CGIL e da una patrimoniale sulle grandi (e spesso oscure) proprietà… ma bisogna mandare a casa questo Governo accecato dall’odio di classe verso il mondo del lavoro e dalla cupidigia di mantere intatti i privilegi di una ristretta “CASTA” di pseudo-liberisti, pseudo-imprenditori e corporazioni professionali.

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La rivoluzione in Europa: non pagare il debito – Giorgio Cremaschi

Pubblicato da PRC Muggiò su mercoledì 22 giugno 2011

Perché i lavoratori, i cittadini, il popolo greco dovrebbero impiccarsi alla corda degli strozzini di tutta Europa? Perché
la Grecia dovrebbe rinunciare a stato sociale, diritti, regole, sicurezza; vendere all’incanto i propri beni comuni, a
partire proprio dall’acqua, per far quadrare i conti delle grandi banche europee e americane? Questa è la domanda
di fondo che si pone oggi in quel paese e, a breve, in tutta Europa. Si dice che i debiti devono essere sempre pagati,
e così quello pubblico della Grecia. Tuttavia quando due anni e mezzo fa le principali banche occidentali rischiavano
il fallimento, i governi stanziarono da 3.000 a 5.000 miliardi di euro, secondo le diverse stime, per salvare le banche
private ed i loro profitti. Oggi si nega alla Grecia da un trentesimo a un cinquantesimo di quella cifra, se non vende
tutto, comprese le sue belle isole come sostengono alcuni quotidiani economici tedeschi. I banchieri e i grandi
manager occidentali hanno visto, grazie al colossale intervento pubblico, aumentare del 36% in un anno i propri già
lauti guadagni, mentre il reddito medio dei lavoratori greci è calato del 25%. Questa è la realtà su cui sproloquiano
gli innamorati dell’Europa delle banche e del rigore. Quei falsi profeti che con l’euro sono riusciti nella magica
operazione di svalutare tutte le retribuzioni dei lavoratori europei e di rivalutare tutti i profitti dei loro padroni. Sì,
certo, nelle buone intenzioni l’euro doveva servire ad unificare l’Europa. Nella pratica concreta dei patti di stabilità, di
Maastricht, delle politiche liberiste dei governi – di tutti i governi di destra e di sinistra – ha però in realtà distrutto
l’unità sociale e persino quella democratica del Continente. Oggi i governi eletti dai cittadini non decidono nulla
sull’economia. Sono i tiranni di Francoforte e di Bruxelles che decretano quello che si deve o non si deve fare.
Questo è a tal punto vero che il Belgio sta sperimentando l’assenza di un governo democratico da quasi due anni.
Ormai quel paese è direttamente amministrato dai commessi, dai funzionari, dai manager dei poteri europei.
Abbiamo già scritto che questa Europa fa schifo. Essa è in grado di fare la guerra in Libia, e su questo ha solo torto
il Presidente della Repubblica a voler andare avanti, ma non di varare una politica sociale comune, né per i migranti
né per i suoi più antichi cittadini. La più importante conquista civile e democratica dopo la sconfitta del fascismo, il
patrimonio che l’Europa oggi potrebbe consegnare all’umanità – lo stato sociale, i diritti di cittadinanza, la
partecipazione democratica – viene sacrificato sull’altare delle banche e della finanza. Questa Europa va rovesciata.
Non in nome delle piccole patrie razziste e xenofobe, delle ridicole padanie capaci solo di rivendicare targhette per i
ministeri e spietatezza con i poveri, soprattutto se vengono da fuori. L’Italia ha cominciato a liberarsi di Berlusconi e
di Bossi, ed è forse più avanti nel capire che non è il populismo razzista l’alternativa al potere liberista europeo, anzi,
è semplicemente la faccia più sporca di quella stessa medaglia. L’Italia ha cominciato a liberarsi, ma questa
liberazione sarà vera quando verrà rovesciato il potere degli usurai che in tutta Europa stanno imponendo il
massacro sociale, con il ricatto del mercato selvaggio e della globalizzazione. Occorre una rivoluzione democratica
e sociale dei popoli europei che rovesci l’Europa delle banche, della finanza, dei ricchi. Bisogna non pagare questo
debito e far invece cadere, finalmente, i costi della crisi su chi l’ha provocata. Il piccolo popolo islandese ha già
votato in un referendum il mandato ai propri governi di non pagare il debito per salvare la speculazione mondiale.
Questo chiedono gli indignados spagnoli, così come i cittadini greci davanti al loro parlamento totalmente esautorato
di ogni reale potere. Dalla Grecia, che ha inventato la parola democrazia, deve partire la riscossa democratica di tutti
i popoli d’Europa.

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GIORGIO CREMASCHI- Marcegaglia e Marchionne lasciati soli? Ma “ci facci il piacere”!

Pubblicato da PRC Muggiò su venerdì 15 aprile 2011

La presidente della Confindustria e l’amministratore delegato della Fiat si sono in questi giorni lamentati di essere stati lasciati soli dal governo. Quale incredibile sfacciataggine.Non c’è un solo provvedimento in questi mesi da parte del governo che non sia andato incontro ai desideri più profondi del sistema delle imprese. Dal collegato lavoro, ai contratti separati, alla politica fiscale, tutto ha favorito e ha risposto le scelte della Confindustria e della Fiat. E’ vero che in Italia non c’è alcuna politica industriale e che i due ministri che si sono succeduti al Ministero dello Sviluppo economico, Scajola e Romani, hanno brillato per la loro assoluta assenza. Ma né la Fiat né la Confindustria hanno mai proposto politiche industriali degne di questo nome, anzi hanno fatto fronte a ogni tentativo di coordinare le scelte delle imprese. Bisogna purtroppo dare ragione a Tremonti, quando sostiene che sul caso Parmalat è inutile parlare di dirigismo del governo, che non c’è, quando nessuna grande impresa privata italiana si è fatta viva, prima dei francesi.

Marcegaglia - gli industriali sono stati lasciati soli

Marcegaglia - gli industriali sono stati lasciati soli

D’altra parte il salotto buono delle imprese italiane, il loro autentico parlamento, il consiglio di amministrazione delle “Generali”, ha sfiduciato Geronzi, il banchiere più vicino oggi a Berlusconi, non certo per costruire un progetto di sviluppo per il paese, ma per sostituire, nella stessa politica, un gruppo di potere all’altro.
Gli unici ad essere stati soli sono stati gli operai di Mirafiori e Pomigliano, che si sono visti scagliati contro una campagna mediatica e ideologica senza precedenti. E’ vero che questa campagna ha avuto un effetto contrario sull’immagine della Fiat. Come lo hanno per Berlusconi gli eccessi di Emilio Fede e dei suoi fan. Ma questo è solo un effetto non voluto di un disegno che comunque è stato e viene perseguito. Lo dimostra il fatto che sul futuro della Fiat, sui fantomatici 20 miliardi di investimento, sui programmi produttivi colossali privi di qualsiasi aggancio con la realtà, non c’è alcun confronto critico nelle istituzioni e nella grande comunicazione.
Sono rimasti soli i lavoratori e i precari di fronte a una stagnazione economica e a una crescita delle ingiustizie sociali che fa pagare a loro tutti i costi della crisi. Che la ripresa sia una sostanziale invenzione, che milioni di disoccupati o sottooccupati incombano sulla stagnazione economica e nella crisi è un dato della realtà che Berlusconi, Marchionne e Marcegaglia hanno fatto il possibile per nascondere finora.
Il fatto che ora il sistema cominci a scricchiolare e l’oggettivo indebolimento di Berlusconi spinga i padroni a trovare una carta di ricambio, non cancella di un millimetro le loro responsabilità. Per questo fa grande tristezza vedere gran parte dell’opposizione politica, in particolare il terzo polo e il Partito Democratico, entusiasmarsi per le battute della presidente della Confindustria e dell’amministratore delegato della Fiat. Costoro, sul piano sociale ed economico almeno, criticano da destra il governo: vorrebbero una politica ancora più brutale verso il mondo del lavoro. E quindi non possono essere gli interlocutori di una reale alternativa a Berlusconi.
L’Italia riprenderà a crescere socialmente e civilmente, e anche economicamente, quando si saprà rispondere a Marcegaglia e Marchionne che lamentano di esser lasciati soli, come avrebbe fatto Totò: “ma ci facci il piacere!”.
Giorgio Cremaschi
(13 aprile 2011)

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A sostegno della lotta dei lavoratori Yamaha

Pubblicato da PRC Muggiò su sabato 9 aprile 2011

Presidio Yamaha di Gerno – Lesmo

SABATO 9 aprile 2011 ore 16.30

Paolo Ferrero, Segretario Nazionale PRC

Heinz Bierbaum, Vicepresidente Linke tedesca.

incontrano i lavoratori e le lavoratrici in cassa integrazione della YAMAHA MOTOR ITALIA in presidio permanente a Gerno di Lesmo dal 13 Dicembre 2010

In Brianza sono centinaia le aziende e le realtà produttive, migliaia i lavoratori e le lavoratrici coinvolte in processi di ristrutturazione, licenziamenti e cassa integrazioni.

Tra queste realtà 66 lavoratori e lavoratrici della YAMAHA Motor Italia sono in presidio permanente, giorno e notte, di fronte alla propria azienda dal 13 Dicembre 2010.

Questo a Gerno di Lesmo a pochissime centinaia di metri dalla villa del presidente, a pochissime centinaia di metri dalla villa dei festini e dei bunga-bunga.

Due immagini della Brianza.

È dell’ottobre 2009 la decisione di Yamaha Motor Italia di attivare la procedura di licenziamento senza nessuna forma di confronto preventivo.

Chiudendo il reparto produzione, licenziando 66 lavoratori. Tutto questo, nonostante i trionfi mondiali e i positivi risultati economici.

In barba alla tanto sbandierata “responsabilità sociale di impresa” o alla mission di “Creare un clima aziendale favorevole all’iniziativa personale” così ben descritta nel Book Vision, il comportamento concreto della Direzione Aziendale è stato quello di buttare i lavoratori sulla strada.

Il presidio permanente a Gerno di Lesmo

Il presidio permanente a Gerno di Lesmo


Dopo avere costretto la multinazionale giapponese a richiedere la cassa integrazione straordinaria grazie ad una durissima occupazione del tetto dell’azienda nell’inverno del 2009, e’ stato sottoscritto un accordo (7 gennaio 2010) che prevedeva 24 mesi di cassa integrazione guadagni e una buona uscita di 8.000 Euro alla scadenza della cassa integrazione con successiva entrata in mobilità.

Nel medesimo accordo Yamaha si impegnava nel non più produrre o modificare moto in Italia.

Ma i lavoratori e le lavoratrici Yamaha studiano i termini dell’accordo ed analizzano il Bilancio Yamaha Motor Italia e scoprono che la Yamaha ha stanziato, in accantonamento nel bilancio consuntivo 2009, una cifra importante (circa 7.140.000 euro) per “prudenziale quantificazione degli oneri dei rischi legali connessi all’accordo con le rappresentanze dei lavoratori, nonché gli oneri di ripristino del sito”.

Una cifra questa che i lavoratori Yamaha considerano ridicola offensiva ed esageratamente sproporzionata rispetto a quanto messo effettivamente a disposizione per soddisfare l’accordo del 7 gennaio 2010.

Oltre a tutto questo sono emerse ulteriori incredibili considerazioni.

Mentre la Yamaha licenziava e sosteneva di essere nel pieno di una forte crisi: azzerava la propria situazione debitoria verso le banche per più di 12,5 milioni di Euro, distribuiva dividendi ai soci nell’anno 2009 per un valore di più di 2 milioni di Euro, presentava conti correnti bancari attivi per oltre 1,3 milioni di Euro con un flusso di cassa totale nel corso del 2009 di poco superiore agli 8 milioni di Euro.

Inoltre i lavoratori scoprono che, nello stesso periodo, Yamaha, tramite la consociata francese, sta facendo modificare delle moto presso un terzista a pochi chilometri, ad Arcore.

Per queste motivazioni e con la certezza che le basi dell’accordo non si fondavano su dati reali, dal 13 Dicembre 2010, i lavoratori sono coinvolti in un durissimo presidio permanente allestito a ridosso della Yamaha stessa (che li sorveglia in modo pressante utilizzando guardiani esterni).
I lavoratori e le lavoratrici Yamaha stanno aspettando e sollecitano l’azienda a delle precise risposte informazioni e chiarimenti.

Risposte informazioni e chiarimenti che non arrivano, in un triste, drammatico ed arrogante gioco del silenzio e del rifiuto. Il licenziamento di questi lavoratori non e’ riconducibile ad una crisi aziendale e la lettura del bilancio lo dimostra.

I profitti non devono essere esclusivamente delle aziende che devono mantenere e rispettare una dignitosa etica sociale base di ogni società civile. Le aziende non devono scaricare gli oneri delle proprie riorganizzazioni, degli errori del proprio management solo a carico dei lavoratori. Yamaha sta ingannando non solo i lavoratori e le lavoratrici , ma anche il sindacato e, soprattutto le istituzioni, a partire dal Ministero del Lavoro, la Regione Lombardia, fino all’Amministrazione Provinciale di Monza e Brianza.

Chiediamo, unendoci alle giuste e doverose richieste dei lavoratori, che venga costruito, al più presto, un tavolo istituzionale tra Yamaha Motor Italia, le organizzazioni sindacali e la rappresentanza sindacale unitaria al fine di arrivare ad una corretta soluzione economica e sindacale.

Su questi punti e con queste considerazioni, il Partito della Rifondazione Comunista e la Federazione della Sinistra ribadiscono e mantengono il proprio impegno. Questo il significato degli incontri programmati con Matteo Gaddi Responsabile lavoro-nord, e con il nostro Segretario Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista Paolo Ferrero e Heinz Bierbaum Vicepresidente Linke Tedesca.

COSA, CHI e PERCHE’ stiamo aspettando? Come mai tutto questo tempo per offrire una giusta soluzione alla richiesta di giustizia, dignità e diritto dei lavoratori e delle lavoratrici della YAMAHA Gerno di Lesmo in presidio permanente dal 13 Dicembre 2010? Dobbiamo forse aspettarci proteste ancora più grandi ed estreme?

Esprimiamo la totale solidarietà e vicinanza – non solo politica – ai lavoratori ed alle lavoratrici in lotta.
Siamo e saremo a loro vicini, in tutti i momenti della loro lotta.
Dalla loro parte.
Come sempre!

Francesco Beretta (Portavoce Federazione della Sinistra Monza e Brianza)
Gerno di Lesmo (Presidio permanente Yamaha), 5 Aprile 2011

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YAMAHA – L’Italia che resiste!

Pubblicato da PRC Muggiò su martedì 15 marzo 2011

Venerdi 18 marzo 2011
dalle ore 18.30
Presidio YAMAHA Gerno-Lesmo 

COSTINE E SALAMELLE,
DOLCI E PREMI.

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Marchionne cantato da TONY TROJA

Pubblicato da PRC Muggiò su martedì 1 febbraio 2011

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Solidarietà ai lavoratori Fiat. Adesione allo sciopero generale Fiom del 28!

Pubblicato da PRC Muggiò su venerdì 28 gennaio 2011

La situazione che è stata creata dalla firma degli accordi Fiat di Mirafiori e di Pomigliano è gravissima. La sottoscrizione di nuove regole fortemente penalizzanti per i lavoratori è solo l’ultima fase di un violento attacco ai diritti di tutti i cittadini che è in atto, nel nostro paese, da ormai molto tempo.

Con gli accordi Fiat viene messo in discussione tutto a partire dal diritto di sciopero e dall’applicazione della democrazia nei luoghi di lavoro. I lavoratori non avranno più la possibilità di eleggere i propri rappresentanti sindacali perché questi verranno nominati “dall’alto” e solo da chi ha firmato l’accordo.

I ritmi di lavoro saranno sempre più alti per chi lavora alla catena di montaggio, verranno diminuite le pause. Ci sarà un consistente aumento del carico di lavoro dal momento che sono stabilite un monte ore consistente (fino a 200 ore) di straordinari che i lavoratori saranno obbligati a fare a discrezione dell’azienda. Viene instaurato un sistema “ergonomico” che non permetterà al lavoratore di muoversi e che aumenterà l’alienazione di chi opera in catena di montaggio. Il diritto al dissenso viene cancellato attraverso sanzioni che possono colpire il singolo lavoratore. Sanzioni che potranno arrivare anche al licenziamento per chi eserciterà il diritto di sciopero.
Il primo giorno di malattia potrà non essere retribuito in base a statistiche, imposte dalla direzione aziendale, che stabiliscono la percentuale di assenteismo ammissibile.

Con l’applicazione di questi accordi i lavoratori non saranno più persone ma verranno trasformati in automi, ingranaggi del ciclo produttivo. In pratica i diritti costituzionali verranno bloccati fuori dai cancelli della fabbrica.

Molti dirigenti del maggiore partito di “opposizione parlamentare”, il PD, si sono schierati apertamente con i padroni della Fiat e hanno criticato duramente la posizione della FIOM perché ha deciso di non firmare gli accordi.

Il tentativo è chiaro, si vuole far pagare tutta la crisi ai lavoratori, si vuole far tornare i rapporti di lavoro a situazioni in vigore oltre 50 anni or sono, si vuole isolare la FIOM e chiunque non sia d’accordo con la restaurazione in atto.

Noi comunisti diamo tutta la nostra solidarietà alla FIOM e sosteniamo la decisione di proclamare uno sciopero generale di 8 ore per il prossimo 28 gennaio.

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YAMAHA – L’Italia che resiste

Pubblicato da PRC Muggiò su giovedì 27 gennaio 2011

Sabato 29 GENNAIO 2011

dalle ore 18.30

Salamelle e costine solidali

Presso il presidio YAMAHA di Gerno-Lesmo

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Mondo migrante: storie di lavoro, lotte e nuovi bisogni.

Pubblicato da PRC Muggiò su sabato 15 gennaio 2011

Mercoledì 19 Gennaio 2011 alle ore 21. Sala Grandi Riunioni.

Piazza Cesare Battisti. 1. Carate Brianza.

Federazione della Sinistra Carate-Alta Brianza.

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OGGI ALLA FIAT. DOMANI IN TUTTI I LUOGHI DI LAVORO.

Pubblicato da PRC Muggiò su sabato 15 gennaio 2011

NE DISCUTIAMO CON:

Matteo Casiraghi FIOM Monza e Brianza

Franco Calandri USB Monza e Brianza

LUNEDI 17 Gennaio 2011 re 21.00

sede PRC Monza e Brianza via Borgazzi / angolo Via Orsini

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Solidarieta’ alla Yamaha in presidio permanente

Pubblicato da PRC Muggiò su mercoledì 22 dicembre 2010

Giovedi 23 DICEMBRE 2010

dalle ore 18.30

Salamelle costine vino e solidarieta’

Presso il presidio YAMAHA di Gerno-Lesmo

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METALMECCANICI-Contratto separato. Oltre al danno la beffa

Pubblicato da PRC Muggiò su sabato 23 ottobre 2010

Estratto dell’articolo di Rocco Di Michele
Il contratto è separato ma lo paga chi non c’era

nel Manifesto del 22.10.2010

30 milioni di euro a CISL e UIL per il contratto separato sottoscritto da chi, messo assieme, ha meno iscritti della sola Fiom; a chi non si è voluto sottoporre al voto confermativo dei lavoratori. Si può aggiungere che è un contratto «illegittimo» perché è ancora in vigore quello del 2008 (come indirettamente riconosce la stessa Federmeccanica, che lo ha disdettato, a partire però dalla sua scadenza legale: il 31 dicembre 2011). Per un contratto che porta pochissimi soldi: il primo gennaio di quest’anno, per dire, è stata inserita in busta paga una prima tranche di ben 14 (quattordici!) euro al terzo livello. Per un contratto a cui – in settembre – sono state già concesse le «deroghe» peggiorative chieste dalla Fiat. Un contratto che cancella di fatto – se non ancora di nome – il livello nazionale del contratto.

Ma come funziona il meccanismo? Semplice: col «silenzio-assenso». L’azienda ti dà un modulo, se tu non lo rimandi indietro, te li scala dallo stipendio di dicembre. Un piccolo calcolo dà la misura del gettito complessivo di questa «tassa»: i metalmeccanici, secondo Federmeccanica sono circa un milione e 600mila; togliendo le imprese artigiane, saranno intorno ai 1,4 milioni. Il 70% non è iscritto a nessun sindacato, quindi i 30 euro vanno moltiplicati per all’incirca un milione di persone: 30 milioni, dunque, da spartire pro rata tra Cisl e Uil (con qualche briciola al Fismic e all’Ugl).

Fantascenza? No è tutto vero! Leggi l’articolo completo

E' venuta a mancare ai metalmeccanici italiani la tutela del Contratto Nazionale

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Difesa dell’ Art.18

Pubblicato da PRC Muggiò su lunedì 22 marzo 2010

Cambiano la Costituzione,
LICENZIAMOLI
per giusta causa.
DIFENDI
L’ARTICOLO 18

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Legge che aggira l’Art. 18 è anticostituzionale; pronto il referendum

Pubblicato da PRC Muggiò su sabato 6 marzo 2010

«Pronto il referendum, questa legge è anticostituzionale»

Parla il giuslavorista Piergiovanni Alleva

Questa volta non si tratta di un attacco frontale come fu nel 2002 il tentativo di abolire d’impatto l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Allora si trattò di un’offensiva ad alto valore ideologico, un tentativo di sfondamento che puntava a creare una testa di ponte per poi travolgere il resto dell’architrave giuridico rimasto a tutelare i diritti dei lavoratori. Il disegno di legge 1167-B, ormai in dirittura d’arrivo nell’aula del Senato, rappresenta una vera e propria manovra d’aggiramento. «La via d’attacco – spiega il professor Piergiovanni Alleva – non è più rivolta al diritto sostanziale (cioè l’abolizione tout court della norma), ma interviene sul diritto processuale. I nuclei principali di questo provvedimento legislativo hanno tutti la medesima filosofia: fare in modo che il lavoratore non possa più arrivare in concreto a chiedere giustizia davanti al tribunale del lavoro».

Si riferisce alla possibilità prevista dalla nuova legge che le controversie tra il datore di lavoro e il suo dipendente potranno essere risolte non più solo davanti al giudice ma anche davanti ad una autorità arbitrale?
Questa “invenzione” non nasce oggi ma è figlia delle “certificazioni” previste nella legge Biagi

Certificazioni?
La possibilità d’inserire nei contratti di lavoro, di qualsiasi tipo, cosiddetti “certificati”, ovvero validati davanti a un’autorità (di vario tipo), una clausola arbitrale in deroga ai contratti collettivi. In questo modo si è costruito un modello contrattuale fondato su una base assolutamente ricattatoria. Quando una persona ha bisogno di lavorare firma grosso modo qualsiasi cosa, quindi firma anche un contratto “certificato” nel quale una qualunque commissione dice che effettivamente si tratta di un contratto a progetto, di un regolare contratto a termine, eccetera. Anche se poi la verità è un’altra.

E qual è il nesso tra le certificazioni e l’arbitrato previsto dalla nuova legge?
La certificazione non ha avuto molta fortuna in questi sette anni perché, in realtà, non c’era nessuna sicurezza che reggesse davanti a un tribunale. L’articolo 24 della Costituzione vieta che ci siano atti negoziali privati, provvedimenti amministrativi, inoppugnabili, mentre l’articolo 111 impedisce la possibilità che vi siano contratti che sfuggano alla possibilità di un controllo giurisdizionale. Davanti al tribunale del lavoro si sarebbe potuto dimostrare, per esempio, che questi contratti “certificati” come contratti a progetto nascondevano in realtà forme di lavoro subordinate e così via. Allora ecco la grande invenzione di questa legge. Siccome queste “simulazioni blindate” non reggono davanti al giudice, il governo ha pensato di eliminare anche il giudice mettendo al suo posto un cosiddetto arbitro. In questo modo queste simulazioni non potranno più essere smentite. Come se non bastasse la clausola arbitrale presente nel contratto certificato non riguarderà soltanto la natura del contratti (tempo determinato, indeterminato eccetera), ma anche le modalità di licenziamento. In caso di controversia sulla fine del rapporto di lavoro ci si ritrova di nuovo davanti ad un arbitro, il quale può decidere non secondo le leggi e gli accordi stabiliti in sede di contrattazione collettiva ma secondo “equità”, cioè secondo una propria valutazione soggettiva. Oggi se il giudice constata la ragione del lavoratore deve reintegrarlo per legge sul posto di lavoro, l’arbitro invece potrà limitarsi ad una piccola somma di risarcimento.

Mi par di capire che questa legge rimette in discussione i cosiddetti diritti indisponibili del lavoratore, tutelato proprio in quanto parte debole nel rapporto contrattuale, introducendo una finzione giuridica, ovvero la parità astratta tra datore di lavoro e chi offre la propria forza lavoro.
Siamo di fronte ad una ipocrisia colossale, intanto perché le commissioni di certificazione avrebbero dovuto assistere il lavoratore, cosa che non è mai avvenuta; poi perché la clausola arbitrale posta all’avvio del rapporto contrattuale, cioè al momento dell’assunzione, comporta un problema di costituzionalità perché non si avrà mai una rinunzia alla giustizia ordinaria da parte del lavoratore (evidentemente più vantaggiosa) che sia effettivamente una rinunzia libera.

Come si può rispondere a questo smantellamento dei diritti cardinali dei lavoratori?
La strada migliore è attaccare la questione alla base. Poiché la clausola arbitrale si innesta su una particolare tipologia di contratti, cioè sul “contratto certificato”, bisogna abolire la certificazione. Quindi una delle vie da seguire è quella del referendum. Tra i quesiti referendari che Rifondazione vuole presentare ce n’è uno che mira proprio all’abrogazione della norma della vecchia legge Biagi che stipulava la possibilità della certificazione. Esiste poi una seconda via complementare alla prima: sollevare eccezione d’incostituzionalità la prima volta che una clausola arbitrale certificata verrà contestata da un lavoratore che chiederà di andare in giudizio.

Questa legge fa altri danni?
Introduce uno scadenzario molto breve per le impugnazione dei contratti a termine, a progetto, per i licenziamenti, i trasferimenti, la dissimulazione dei rapporti precari fasulli. 60 giorni per la citazione con raccomandata e 180 per il giudizio. Fino ad oggi c’erano 5 anni di tempo. Ora il lavoratore viene strangolato. Molti hanno paura a fare ricorso subito perché sperano in un rinnovo contrattuale. Non solo, ma se prima venivano rimborsate tutte le mensilità intercorse nel periodo del giudizio, oggi si andrà da un minimo di 2 e mezzo e un massimo di 12. Assistiamo a una forfettizzazione al ribasso del danno. Si tratta di norme perfide fatte da gente che conosce il mestiere. A fare queste cose sono i transfughi craxiani andati in Forza italia. Se c’è qualcuno che pensa ancora che non esiste più la distinzione tra destra e sinistra si legga questa legge.

Paolo Persichetti

Tratto da Liberazione del 04/03/2010

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Yamaha, accordo raggiunto. Per un 2010 di pace, lavoro e progresso

Pubblicato da PRC Muggiò su giovedì 24 dicembre 2009

Hanno segnato un punto a loro favore gli operai della Yamaha di Lesmo in lotta; l’azienda si è impegnata definitivamente a chiedere la cassa integrazione straordinaria.

Un Natale più sereno per loro… ed un auspicio per un 2010 di pace, lavoro e progresso per tutto il mondo del lavoro.

Modena City Ramblers – canto di natale

Signora dei vicoli scuri non mollare la lotta
Verranno momenti migliori il tempo è una ruota che gira
Vedremo le rive del mare in un giorno assolato d’estate
Scoleremo cinquanta bottiglie al riparo di un cielo lontano
Ti ricordi c’incontrammo in un giorno di neve e di freddo
E stasera ce ne andremo a ballare per strade e a brindare un saluto
E un cordiale fanculo ad un altro Natale

Per un 2010 di pace, lavoro e progresso

Per un 2010 di pace, lavoro e progresso

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Lesmo – 23 Dicembre 2009. Durissima la lotta dei lavoratori Yamaha

Pubblicato da PRC Muggiò su martedì 22 dicembre 2009

Solidarietà alla durissima lotta dei lavoratori Yamaha

Solidarietà alla durissima lotta dei lavoratori Yamaha

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