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2 MAGGIO – FERRERO A MONZA!
Pubblicato da PRC Muggiò su domenica 29 aprile 2012
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Airaudo: “Così la Fiat ci ha cacciato fuori da Mirafiori”
Pubblicato da PRC Muggiò su giovedì 26 gennaio 2012
di Giorgio Airaudo*, da il Fatto quotidiano, 26 gennaio 2012
Mirafiori ce ne siamo andati, una mattina di gennaio. Poche ore per sbaraccare 110 anni di storia: i ritratti di Enrico Berlinguer e le foto di Bruno Trentin, sgombrate in camion insieme con le bandiere. A Mirafiori come nel resto d’Italia, nel silenzio generale, la Fiom è stata cacciata da tutte le fabbriche Fiat. Siccome non abbiamo firmato il contratto imposto da Sergio Marchionne, ci tolgono l’agibilità democratica.
Questo rito si compie con un accanimento che se non fosse drammatico risulterebbe farsesco. A San Mauro, alla CNH, dove si producono le macchine di movimento terra, il nostro delegato, Marco, mi ha raccontato che nelle notti tra il 25 e il 31 dicembre, l’azienda ha approfittato del Natale per cambiare le serrature della saletta sindacale. Alla Marelli di Caivano invece, è accaduta una cosa buffa. Il nostro compagno, sei anni prima, era stato sottoposto a un rito burocratico: gli era stato fatto firmare un documento di consegna per le chiavi. Così, quando la Fiat gliele ha chieste indietro lui ha preteso una richiesta scritta e una ricevuta firmata : mentre aspettava ha traslocato.
La cacciata è stata simultanea, ma non ha ottenuto il primo effetto desiderato: spegnere un sindacato, con la stessa facilità con cui si schiaccia un moscerino. La risposta dei nostri compagni in queste ore è commovente. Mi ha chiamato Mauro, dalla Iveco di Mantova: davanti allo stabilimento la Fiom è in una roulotte della Protezione civile, intervenuta su richiesta del sindaco. Anche a Pregnana Milanese, dove si producono motori speciali, siamo ospiti della Protezione civile, in una tenda per terremotati (per fortuna riscaldata!). Non è curioso? L’emergenza della rappresentanza è considerata più drammatica da chi si occupa di calamità naturali, che dai leader del centrosinistra. A Brescia i nostri compagni sono molto organizzati. Davanti all’ingresso della Iveco hanno montato una casetta prefabbricata attrezzata come ufficio. Anche a Torino ci siamo dovuti ingegnare: il camper della Fiom le 16 porte aperte da cui (quando riescono a lavorare) entrano gli operai. A Modena, dove si costruiscono marchi del lusso, è arrivato un altro camper. A Pomigliano, con un bellissimo gesto di solidarietà, i pensionati dello Spi ci hanno regalato un camion-ufficio. In queste ore siamo appoggiati con i nostri delegati nei patronati e negli uffici vertenze, per non far venire meno i servizi fiscali che da sempre offriamo agli operai. Mi è difficile capire perché in questo Paese opinionisti, grandi giornali, conduttori dei programmi di informazione non si accorgano che questa diaspora non è solo un atto di violenza fisica, ma una sospensione dei diritti per molti lavoratori imposta interpretando in modo improprio l’articolo 19.
In tutte queste fabbriche, nella maggior parte delle quali siamo il primo sindacato, il nostro tesseramento è stato cancellato, non riconosciuto dalla Fiat, ai fini della trattenuta in busta paga. Che significa? Un bel paradosso: a gennaio l’azienda pagherà regolarmente (e giustamente) a Cisl e Uil, e anche ai Cobas le trattenute dei suoi iscritti, ma si rifiuta di consegnare a noi quelle dei nostri. Come mai? Perché la Fiat si rifiuta di fare da sostituto di imposta per il sindacato. E questo malgrado noi, con uno sforzo straordinario, abbiamo rifatto il tesseramento da zero in tutti gli stabilimenti. Di più: l’azienda rifiuta di ricevere raccomandate con le deleghe per coloro a cui girare l’incasso delle trattenute, e siamo stati costretti a inviarle attraverso ufficiali giudiziari. Abbiamo eletto in tutti gli stabilimenti le nostre rappresentanze sindacali: ma la Fiat non le riconosce. Così ricorre al ridicolo escamotage di farci scrivere per ogni fabbrica da uno studio di avvocati, dicendoci che non ne abbiamo diritto.
In virtù di questo accordo non ci è permesso di affiggere in fabbrica nemmeno un volantino. Dopo l’applicazione del “contratto Marchionne”, infatti, sono state sbullonate delle bacheche di ferro battuto affisse alla Liberazione, nel 1946. Nemmeno Vittorio Valletta si era spinto così oltre. Certo, non ci siamo fatti intimidire: abbiamo iniziato a fare attività durante la pausa mensa e durante le pause alle macchinette del caffè, persino negli spogliatoi, dove il divieto di propaganda e informazione non può essere applicato, perché la legge 300 consente proselitismo sindacale, in tutti gli spazi in cui non si interrompe la produzione. Ecco perché i lavoratori hanno ripreso a fare i giornali parlati con i megafoni, durante l’orario del pasto, davanti agli occhi increduli dei capireparto. Visto che il diritto di sciopero non può essere – per fortuna – cancellato, sono state dichiarate le prime serrate, convocate con cartelloni attaccati con lo scotch ai cancelli esterni delle fabbriche.
Questo non succede in qualche reparto di confino, ma in 80 stabilimenti italiani, per 86 mila lavoratori usciti, con un colpo di penna di Sergio Marchionne, dal contratto nazionale e dai diritti elementari che quel contratto garantiva. In queste condizioni abbiamo raccolto 20 mila firme per un referendum sul contratto. L’azienda non ha ancora risposto a questa richiesta di un rito democratico, che lei stessa ha brandito come una clava a Mirafiori e a Pomigliano (quando ancora pensava di vincere a mani basse) e ora nega (perché evidentemente teme di perdere). Vorremmo chiedere a Bersani, a Vendola, a Di Pietro e anche a Casini, di chiedere che sia sanato un deficit di democrazia. A Mirafiori gli impianti – stando a quello che aveva promesso la Fiat – avrebbero già dovuto produrre il monovolume LO, che invece sarà fatto in Serbia, con buona pace dello spot tutto spaghetti e tricolore che reclamizza la Nuova Panda.
È la prima grande diaspora sindacale dopo il fascismo: dal 1891 a oggi, solo un regime era riuscito a cancellare la presenza della Cgil nelle fabbriche. Colpisce che le reazioni siano timide o nulle, con l’importante eccezione dell’interpellanza presentata da Sergio Cofferati e Andrea Cozzolino al Parlamento europeo, seguita da una dei deputati Pd e Idv a Montecitorio. Cosa pensa il ministro Fornero? Ci piacerebbe che il Fatto tenesse alta l’attenzione, che chiedesse ai leader del centrosinistra, se una nuova stagione di buongoverno non debba essere preparata prima di tutto, da una lotta per i più elementari diritti democratici.
*responsabile auto della Fiom
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GIORGIO CREMASCHI- Marcegaglia e Marchionne lasciati soli? Ma “ci facci il piacere”!
Pubblicato da PRC Muggiò su venerdì 15 aprile 2011
La presidente della Confindustria e l’amministratore delegato della Fiat si sono in questi giorni lamentati di essere stati lasciati soli dal governo. Quale incredibile sfacciataggine.Non c’è un solo provvedimento in questi mesi da parte del governo che non sia andato incontro ai desideri più profondi del sistema delle imprese. Dal collegato lavoro, ai contratti separati, alla politica fiscale, tutto ha favorito e ha risposto le scelte della Confindustria e della Fiat. E’ vero che in Italia non c’è alcuna politica industriale e che i due ministri che si sono succeduti al Ministero dello Sviluppo economico, Scajola e Romani, hanno brillato per la loro assoluta assenza. Ma né la Fiat né la Confindustria hanno mai proposto politiche industriali degne di questo nome, anzi hanno fatto fronte a ogni tentativo di coordinare le scelte delle imprese. Bisogna purtroppo dare ragione a Tremonti, quando sostiene che sul caso Parmalat è inutile parlare di dirigismo del governo, che non c’è, quando nessuna grande impresa privata italiana si è fatta viva, prima dei francesi.
D’altra parte il salotto buono delle imprese italiane, il loro autentico parlamento, il consiglio di amministrazione delle “Generali”, ha sfiduciato Geronzi, il banchiere più vicino oggi a Berlusconi, non certo per costruire un progetto di sviluppo per il paese, ma per sostituire, nella stessa politica, un gruppo di potere all’altro.
Gli unici ad essere stati soli sono stati gli operai di Mirafiori e Pomigliano, che si sono visti scagliati contro una campagna mediatica e ideologica senza precedenti. E’ vero che questa campagna ha avuto un effetto contrario sull’immagine della Fiat. Come lo hanno per Berlusconi gli eccessi di Emilio Fede e dei suoi fan. Ma questo è solo un effetto non voluto di un disegno che comunque è stato e viene perseguito. Lo dimostra il fatto che sul futuro della Fiat, sui fantomatici 20 miliardi di investimento, sui programmi produttivi colossali privi di qualsiasi aggancio con la realtà, non c’è alcun confronto critico nelle istituzioni e nella grande comunicazione.
Sono rimasti soli i lavoratori e i precari di fronte a una stagnazione economica e a una crescita delle ingiustizie sociali che fa pagare a loro tutti i costi della crisi. Che la ripresa sia una sostanziale invenzione, che milioni di disoccupati o sottooccupati incombano sulla stagnazione economica e nella crisi è un dato della realtà che Berlusconi, Marchionne e Marcegaglia hanno fatto il possibile per nascondere finora.
Il fatto che ora il sistema cominci a scricchiolare e l’oggettivo indebolimento di Berlusconi spinga i padroni a trovare una carta di ricambio, non cancella di un millimetro le loro responsabilità. Per questo fa grande tristezza vedere gran parte dell’opposizione politica, in particolare il terzo polo e il Partito Democratico, entusiasmarsi per le battute della presidente della Confindustria e dell’amministratore delegato della Fiat. Costoro, sul piano sociale ed economico almeno, criticano da destra il governo: vorrebbero una politica ancora più brutale verso il mondo del lavoro. E quindi non possono essere gli interlocutori di una reale alternativa a Berlusconi.
L’Italia riprenderà a crescere socialmente e civilmente, e anche economicamente, quando si saprà rispondere a Marcegaglia e Marchionne che lamentano di esser lasciati soli, come avrebbe fatto Totò: “ma ci facci il piacere!”.
Giorgio Cremaschi
(13 aprile 2011)
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A sostegno della lotta dei lavoratori Yamaha
Pubblicato da PRC Muggiò su sabato 9 aprile 2011
Presidio Yamaha di Gerno – Lesmo
SABATO 9 aprile 2011 ore 16.30
Paolo Ferrero, Segretario Nazionale PRC
Heinz Bierbaum, Vicepresidente Linke tedesca.
incontrano i lavoratori e le lavoratrici in cassa integrazione della YAMAHA MOTOR ITALIA in presidio permanente a Gerno di Lesmo dal 13 Dicembre 2010
In Brianza sono centinaia le aziende e le realtà produttive, migliaia i lavoratori e le lavoratrici coinvolte in processi di ristrutturazione, licenziamenti e cassa integrazioni.
Tra queste realtà 66 lavoratori e lavoratrici della YAMAHA Motor Italia sono in presidio permanente, giorno e notte, di fronte alla propria azienda dal 13 Dicembre 2010.
Questo a Gerno di Lesmo a pochissime centinaia di metri dalla villa del presidente, a pochissime centinaia di metri dalla villa dei festini e dei bunga-bunga.
Due immagini della Brianza.
È dell’ottobre 2009 la decisione di Yamaha Motor Italia di attivare la procedura di licenziamento senza nessuna forma di confronto preventivo.
Chiudendo il reparto produzione, licenziando 66 lavoratori. Tutto questo, nonostante i trionfi mondiali e i positivi risultati economici.
In barba alla tanto sbandierata “responsabilità sociale di impresa” o alla mission di “Creare un clima aziendale favorevole all’iniziativa personale” così ben descritta nel Book Vision, il comportamento concreto della Direzione Aziendale è stato quello di buttare i lavoratori sulla strada.
Dopo avere costretto la multinazionale giapponese a richiedere la cassa integrazione straordinaria grazie ad una durissima occupazione del tetto dell’azienda nell’inverno del 2009, e’ stato sottoscritto un accordo (7 gennaio 2010) che prevedeva 24 mesi di cassa integrazione guadagni e una buona uscita di 8.000 Euro alla scadenza della cassa integrazione con successiva entrata in mobilità.
Nel medesimo accordo Yamaha si impegnava nel non più produrre o modificare moto in Italia.
Ma i lavoratori e le lavoratrici Yamaha studiano i termini dell’accordo ed analizzano il Bilancio Yamaha Motor Italia e scoprono che la Yamaha ha stanziato, in accantonamento nel bilancio consuntivo 2009, una cifra importante (circa 7.140.000 euro) per “prudenziale quantificazione degli oneri dei rischi legali connessi all’accordo con le rappresentanze dei lavoratori, nonché gli oneri di ripristino del sito”.
Una cifra questa che i lavoratori Yamaha considerano ridicola offensiva ed esageratamente sproporzionata rispetto a quanto messo effettivamente a disposizione per soddisfare l’accordo del 7 gennaio 2010.
Oltre a tutto questo sono emerse ulteriori incredibili considerazioni.
Mentre la Yamaha licenziava e sosteneva di essere nel pieno di una forte crisi: azzerava la propria situazione debitoria verso le banche per più di 12,5 milioni di Euro, distribuiva dividendi ai soci nell’anno 2009 per un valore di più di 2 milioni di Euro, presentava conti correnti bancari attivi per oltre 1,3 milioni di Euro con un flusso di cassa totale nel corso del 2009 di poco superiore agli 8 milioni di Euro.
Inoltre i lavoratori scoprono che, nello stesso periodo, Yamaha, tramite la consociata francese, sta facendo modificare delle moto presso un terzista a pochi chilometri, ad Arcore.
Per queste motivazioni e con la certezza che le basi dell’accordo non si fondavano su dati reali, dal 13 Dicembre 2010, i lavoratori sono coinvolti in un durissimo presidio permanente allestito a ridosso della Yamaha stessa (che li sorveglia in modo pressante utilizzando guardiani esterni).
I lavoratori e le lavoratrici Yamaha stanno aspettando e sollecitano l’azienda a delle precise risposte informazioni e chiarimenti.
Risposte informazioni e chiarimenti che non arrivano, in un triste, drammatico ed arrogante gioco del silenzio e del rifiuto. Il licenziamento di questi lavoratori non e’ riconducibile ad una crisi aziendale e la lettura del bilancio lo dimostra.
I profitti non devono essere esclusivamente delle aziende che devono mantenere e rispettare una dignitosa etica sociale base di ogni società civile. Le aziende non devono scaricare gli oneri delle proprie riorganizzazioni, degli errori del proprio management solo a carico dei lavoratori. Yamaha sta ingannando non solo i lavoratori e le lavoratrici , ma anche il sindacato e, soprattutto le istituzioni, a partire dal Ministero del Lavoro, la Regione Lombardia, fino all’Amministrazione Provinciale di Monza e Brianza.
Chiediamo, unendoci alle giuste e doverose richieste dei lavoratori, che venga costruito, al più presto, un tavolo istituzionale tra Yamaha Motor Italia, le organizzazioni sindacali e la rappresentanza sindacale unitaria al fine di arrivare ad una corretta soluzione economica e sindacale.
Su questi punti e con queste considerazioni, il Partito della Rifondazione Comunista e la Federazione della Sinistra ribadiscono e mantengono il proprio impegno. Questo il significato degli incontri programmati con Matteo Gaddi Responsabile lavoro-nord, e con il nostro Segretario Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista Paolo Ferrero e Heinz Bierbaum Vicepresidente Linke Tedesca.
COSA, CHI e PERCHE’ stiamo aspettando? Come mai tutto questo tempo per offrire una giusta soluzione alla richiesta di giustizia, dignità e diritto dei lavoratori e delle lavoratrici della YAMAHA Gerno di Lesmo in presidio permanente dal 13 Dicembre 2010? Dobbiamo forse aspettarci proteste ancora più grandi ed estreme?
Esprimiamo la totale solidarietà e vicinanza – non solo politica – ai lavoratori ed alle lavoratrici in lotta.
Siamo e saremo a loro vicini, in tutti i momenti della loro lotta.
Dalla loro parte.
Come sempre!
Francesco Beretta (Portavoce Federazione della Sinistra Monza e Brianza)
Gerno di Lesmo (Presidio permanente Yamaha), 5 Aprile 2011
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YAMAHA – L’Italia che resiste
Pubblicato da PRC Muggiò su giovedì 27 gennaio 2011
Sabato 29 GENNAIO 2011
dalle ore 18.30
Salamelle e costine solidali
Presso il presidio YAMAHA di Gerno-Lesmo
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IL LAVORO. Prima di tutto.
Pubblicato da PRC Muggiò su lunedì 22 novembre 2010
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