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NON NE POSSO PIU’ DI GUERRE UMANITARIE

Posted by PRC Muggiò su venerdì 8 aprile 2011

 

Lasciamo perdere la sindrome antica del tradimento, o , se si preferisce, del cambio casacca dell’ultim’ora, evento ricorrente della storia italiana: dalla Grande guerra per giungere fino alla Libia di questi giorni. Lasciamo stare la solita macchietta tragicomica del nostro presidente del Consiglio, che aveva trovato in Gheddafi un amicone, che, a quanto pare, gli ha insegnato il bunga-bunga. Lasciamo infine da parte la figura meschina di un governo balbettante¸ che non sa che pesci pigliare, e un’opposizione che, nella sua larga maggioranza, si è scoperta, e dichiarata, interventista. Che rimane, allora, da dire sulla penosa vicenda che ha visto l’Italia, benedetta dal suo capo di Stato, infilarsi in un nuovo conflitto militare, anzi, diventare parte integrante di una coalizione militare che pretenderebbe di difendere i diritti umani delle popolazioni tripolitane e cirenaiche dalla violenza del loro leader tirannico? Colpisce la coazione a ripetere di forze politiche, di leader, e, ahimè, di intellettuali. In Francia – il cui governo ha voluto promuovere l’impresa “umanitaria”, mosso in realtà da ben altri fini – è il solito Bernard Henri-Lévy, l’uomo di tutte le guerre a guidare il fronte interventista. Quello che deprime è l’assoluta incapacità di apprendere le lezioni della storia. L’irresistibile tendenza a rifare sempre gli stessi errori, cambiando soltanto le parole con cui quegli errori, da un secolo all’altro, da un decennio all’altro, si compiono; ma forse colpisce ancora di più la mancanza di immaginazione, quando si tratta di giustificare le “nuove guerre” (che, peraltro, proprio in tali giustificazioni, richiamano altri conflitti, che ci riportano indietro nel tempo, anche molto indietro).

Rimettiamo in ordine i frammenti del mosaico: le rivolte spontanee scoppiate in Nordafrica e Medio Oriente, salutate con favore, o addirittura con gioia, dalla quasi totalità dell’opinione pubblica internazionale, sono state una importante novità sulla scena mondiale. Regimi corrotti e tirannici sono caduti, in un generale discredito, aprendo scenari inediti nei rispettivi Paesi. Una vera e propria onda rivoluzionaria, che, apparentemente, ha alla fine raggiunto anche la Libia dove Muhammar Gheddafi reggeva le redini del potere da oltre quattro decenni. Personaggio difficile, complesso, che ha svolto nel corso del tempo il ruolo di baluardo antimperialistico, alternando spacconate e gesti intelligenti, ma realizzando nel proprio Paese una forma di giustizia sociale, in un regime dittatoriale, di cui però i governi e gli intellettuali occidentali non si sono dati troppa pena, anzi, direi quasi nulla. Salvo ora scoprirne, d’improvviso, le indicibili nefandezze e decidere che quel tiranno (su cui repentinamente si sono riversati fiumi di epiteti) era da eliminare o comunque cacciare, approfittando (o fomentando, magari) del clima di rivolta contro i poteri costituiti cha attraversa la zona.

Si sono così gettati al seguito dell’iniziativa semplicemente neocolonialista di Francesi e Britannici, guidati dai conservatori d’assalto Sarkozy e Cameron, i quali sembrano a loro volta non aver appreso alcuna lezione della storia: qui il richiamo è a oltre mezzo secolo fa, al fallito attacco a Suez, in cui i vecchi colonialisti francobritannici furono riportati all’ordine dai nuovi colonialisti russo americani. Francesi, britannici, e, in modo più contorto, gli statunitensi del democratico Obama, sembrano essere null’altro che la longa manus dei rispettivi gruppi d’affari, legati essenzialmente al controllo delle risorse petrolifere, specie dopo che forse con gesto imprudente Gheddafi ha promesso (o minacciato) di sottrarre agli euro-occidentali per aprire in direzione dell’Asia, segnatamente di Cina, India e Russia.

Certo, anche in Libia, come altrove, la rivolta è stata spontanea, a quel che se ne sa (ma io personalmente ho notizie di seconda mano, e solo un viaggio e un soggiorno sul posto potrebbero darmi informazioni sufficienti); ma poi sono emersi, dietro i giovani esponenti delle forze sconfitte da Gheddafi, apparati di potere non domo, pronto a ritornare sulla scena: e la rivolta è diventata guerra civile, con sospette tendenze secessionistiche (della Cirenaica dalla Tripolitania), viste addirittura con favore dichiarato da alcune potenze esterne. Certo, Gheddafi non ha fatto per il suo popolo alcuno sforzo per concedergli diritti elementari di libertà, mentre il suo regime autocratico si crogiolava in uno spaventoso culto della personalità. E il colonnello ha commesso errori gravi sul piano tattico e strategico con le potenze occidentali, concedendo molto nei fatti, ma sbraitando, a parole, contro gli imperialisti; o contro i sionisti, ma sostanzialmente lasciando al loro destino di sconfitti i Palestinesi, per esempio.

Dunque, il quadro è quanto meno complicato, e bisognoso di conoscenze dirette, di larga informazione, di analisi complesse, di cui non sono capace, certo: ma almeno esito nel giudizio, se non che la giustificazione dell’attacco militare occidentale, con un sostegno tiepido e nei fatti subito ritirato, della Lega Araba (che simpatie per il colonnello libico non ha mai nutrito), è apparsa risibile: difendere i civili? Bombardando? Ma possibile che Jugoslavia, Afghanistan e altre due guerre irachene, fatte tutte per difendere i poveri civili massacrati dai loro tiranni, e concluse (ma non terminate) con bagni di sangue di quegli stessi civili…; possibile che ancora convinca qualcuno l’ideologia della guerra umanitaria, democratica, o – per usare l’infelicissimo aggettivo di Norberto Bobbio, sulla guerra “per il Kosovo” del ’99 – “etica”? Nessuna guerra lo è, e tutte le giustificazioni in chiave umanitaria sono mendaci: “Chi dice umanità”, ricordava Carl Schmitt, “cerca di ingannarti”.

E allora, possibile che non dico l’intellettualità democratica (che va fino a Rossana Rossanda, a quanto si è dato capire favorevole all’azione militare anti-Gheddafi, con tanto di autocritica per il passato: ma ancora? Non finiremo mai di fare autocritica? Che cosa abbiamo azzeccato nella storia, noi di sinistra? Le abbiamo sbagliate proprio tutte? E i contesti storici in cui quelle scelte, ammesso fossero tutte errate, avvenivano sono irrilevanti, per la Rossanda?), ma tutta l’intellettualità degna di questo nome, quella il cui compito dovrebbe essere la decostruzione della menzogna, possibile che l’intellettualità sia caduta così facilmente nella trappola della ennesima guerra umanitaria?

Qui non c’entra l’assolutezza di una posizione pacifista (vedi quanto sostiene Paolo Flores); qui c’entra semplicemente lo sforzo per comprendere gli eventi, la necessità di non arrendersi al senso comune, imposto dai media espressione di gruppi di potere, in Italia e fuori. Qui si tratta, soltanto, di volontà di sapere, per capire, giudicare, e agire. Agli intellettuali spetta essenzialmente questo compito. Decodificare i messaggi, smontare la macchina della menzogna, e, in particolare, smascherare le clamorose bugie su cui si costruiscono le nuove, vecchissime guerre. Non ci sono bastati vent’anni di guerre democratiche, umanitarie, altruistiche? A me, francamente, sì. Non posso neppure più sentire o leggere aggettivi siffatti in relazione a operazioni di guerra (chiamate operazioni di pace, naturalmente). Non ci sto a seguire i traccianti nel cielo degli schermi per godermi lo spettacolo di una ennesima “guerra giusta”. Una guerra che ammazza civili, che distrugge città, che inquina i cieli, la terra, i mari, per “proteggere”, per “difendere”, per “salvare”.

No. Quello che abbiamo visto dal 1989 in avanti è solo l’infinita riproposizione di una vecchia menzogna, variamente riciclata, e chiamata con parole rivestite di miele. Dietro quel miele c’è tutto il veleno di nuove ingiustizie, nuove sopraffazioni, nuovi eccidi. Possibile che non impariamo mai la lezione? Insomma, temo, ancora una volta dovremo dar ragione a Gramsci quando scrive che la storia è certo maestra, ma gli uomini sono cattivi allievi.

Angelo d’Orsi

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