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Caro Nichi, ecco perché lascio Sel

Posted by PRC Muggiò su martedì 25 dicembre 2012

di Alfonso Gianni –

Caro Nichi,

con la presente voglio renderti nota la mia decisione di terminare qui la mia militanza in Sinistra Ecologia Libertà.

Immagino che la cosa non ti stupisca. Ho sempre espresso nel corso dei miei interventi all’Assemblea nazionale e negli scritti nel nostro sito – fintanto che qualcuno ha assunto la decisione di non farli più comparire – le ragioni ampiamente articolate e motivate del mio crescente dissenso rispetto alla linea che la nostra organizzazione veniva assumendo, per la verità più nella realtà dei comportamenti che dei documenti ufficiali.

Sai bene che fin dal congresso di Firenze non ho mai creduto che si potesse mantenere in vita un’organizzazione, che pure incorporava in sé il principio del superamento di sé stessa, senza darle un profilo politico-programmatico e una vita autonomi. Visto che a te piace l’espressione forbita, espressi questa osservazione dicendo con linguaggio ironico, ma sincero, che non si può essere transeunti se almeno non si è essenti.

Così non è stato. Progressivamente si è sempre più indebolita la dimensione autonoma della nostra esistenza, finendo per trovarci nel cono d’ombra dell’iniziativa del Pd.

Tutto è ruotato attorno alla questione delle primarie. Queste avrebbero dovuto riaprire la partita in alternativa alla costruzione del partito. Tuttavia quando esse sono giunte il nostro ruolo non è certo stato protagonista e l’esito è stato contenuto. Un risultato che era nell’ordine delle cose e che non considero di per sé sconfortante, ma che indubbiamente era ed è anni luce molto lontano dalle attese create da un gruppo dirigente che da tempo aveva perduto il senso della realtà.

Coerentemente con questa impostazione ogni struttura è stata lasciata nella più totale indeterminazione, dai forum all’evanescente comitato scientifico.

Le tue ultime dichiarazioni rilasciate alla stampa hanno del resto chiarito che tu affidi alle primarie stesse il ruolo di fase costituente per la costruzione del “partito dei progressisti, il partito del futuro”. Esse non sono quindi un mezzo per democratizzare una contesa elettorale strozzata da una legge elettorale ingiusta (che peraltro noi non siamo riusciti a modificare, anche perché scegliemmo il referendum sbagliato), ma il viatico per la costruzione di una cosiddetta grande sinistra imperniata sul ruolo preponderante del Partito democratico.

Un desiderio legittimo, ma che non condivido e che a mio parere contraddice apertamente la scelta congressuale fatta a Firenze. Per questa ragione ho anche avanzato la richiesta di un congresso straordinario, cui si è risposto con il silenzio o peggio con la derisione.

In questo quadro sono venute avanti scelte di collocazione internazionale che spingono Sel verso il Pse. Alla mia richiesta di un chiarimento politico su un simile percorso, cosa certamente di non lieve importanza data la centralità dell’Europa nel nostro agire, non si è mai data risposta, né si è pensato fosse opportuno aprire un dibattito nelle sedi preposte.

Siamo giunti così alla firma di una carta di intenti che costringe Sel al rispetto di trattati internazionali che, proprio in nome del nostro convinto europeismo, avevamo respinto nei nostri documenti ufficiali e alle decisioni prese a maggioranza nei gruppi parlamentari che si costituiranno su tutte le questioni controverse. Sapendo in anticipo che tale maggioranza sarà saldamente in mano al Pd è già chiaro quale sarà il nostro futuro. Questo è il motivo che mi ha convinto a non partecipare alle primarie, che comportavano la firma di un appello che includeva l’accettazione di quella carta di intenti, e che mi porterà a non votare per la coalizione dei progressisti e dei democratici nelle prossime elezioni politiche.

Già alla fine di agosto del 2010, in un articolo su il Manifesto, avvertivo che il confronto programmatico con il Pd, se si voleva salvare il centrosinistra, andava cominciato da subito, chiamando a questo impegno l’intera sinistra alternativa, a cominciare da quella diffusa sul territorio ed espressione diretta dei movimenti sociali. Una simile scelta avrebbe rafforzato non solo la posizione di Sel nei confronti del Pd, ma la sua autorevolezza come forza guida nel campo della sinistra radicale.

Non lo si è voluto fare, se non in forma parziale, ristretta e quasi clandestina verso la fine del governo Berlusconi. Ma quando Monti venne nominato da Napolitano abbiamo faticato ad assumere una decisa posizione di opposizione. Ma soprattutto il nostro gruppo dirigente non ha colto la novità sostanziale che quel governo rappresentava: quello di dare corpo a una nuova governance delle classi dominanti, fortemente integrata con le elites vincenti in Europa, sostituendo alla destra berlusconiana una più presentabile dignitosa destra tecnocratica. Un governo costituente, quindi, tutt’altro che una parentesi, che avrebbe proiettato la sua ombra ben oltre la durata della legislatura, come sta puntualmente accadendo.

Un simile passaggio imponeva, al di là delle scadenze elettorali, di dare vita a un vero lavoro di costruzione di una sinistra moderna, inclusiva, ma autonoma da quella che si era ormai fatta centro, collegata con le migliori esperienze europee che si muovono in questa direzione e capace di elaborare un programma e una proposta per fare uscire il paese dalla crisi senza un massacro sociale. Una crisi che per quanto riguarda l’Europa ha caratteri di durata, gravità e impatto sociale ancora peggiori di quella degli anni Trenta. Una crisi che non si può affrontare con le mani legate dal fiscal compact e dal pareggio di bilancio in Costituzione, così fortemente voluti e difesi dal Pd. Credo che purtroppo Sel abbia mancato completamente questo obiettivo, con l’aggravante di non offrire neppure spazi reali per una effettiva discussione politica al proprio interno su questi temi cruciali, concentrando ogni energia sulle vicende elettorali. Per questo cercherò di perseguire l’obiettivo della costruzione di una forza politica autonoma della sinistra in altro modo e per altre strade.

Naturalmente quando si lascia una comunità politica, cui peraltro si è partecipato fin dal primo momento, non si prova solo rimpianto per una straordinaria occasione perduta, ma un senso profondo di sconfitta personale, di corresponsabilità in questo insuccesso.

E’ con questo stato d’animo, caro Nichi, che ti invio il mio saluto ed i miei auguri.

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