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Per cercare di capire

Posted by PRC Muggiò su lunedì 1 aprile 2013

È il momento delle riflessioni e delle autocritiche, non rivolte a qualche miserabile conta interna (lasciamo che i morti seppelliscano i loro morti) e neppure a rinnovare i gruppi dirigenti (questo era il compito del Congresso di Napoli, e non averlo fatto allora resta una colpa imperdonabile) ma soprattutto e prioritarimente rivolte a capire. Dobbiamo capire come mai non solo sia crollata elettoralmente la casa dei comunisti ma sia smottato il terreno stesso su cui pensavamo di costruirla.
La metafora del terreno ci aiuta forse a capire un nostro errore fondamentale: noi abbiamo ritenuto (per un vecchio vizio mentale della sinistra) che la “base” elettorale del nostro paese, la cosiddetta “società civile”, fosse migliore dei vertici, della cosiddetta “società politica”, cioè che i cittadini fossero per loro natura se non comunisti almeno onesti e interessati al bene comune, e dunque che se essi votavano a destra lo facevano … per errore. Ebbene: non è affatto così. Ogni popolo alla fine ha i partiti che si merita e i Governi che si merita. E se, ad esempio, qualcuno da venti anni vota Berlusconi questo qualcuno vota coscientemente per ciò che Berlusconi rappresenta, cioè per la sua politica economica, sbattendosene altamente dei suoi rapporti con la mafia e della sua evasione fiscale o del suo conflitto di interessi e ancora di più fregandosene della prostituzione minorile (e analogo discorso, mutatis mutandis, potrebbe farsi per gli interessi che portano al voto a Monti o al Pd-Sel).
Anche la gravità della crisi capitalistica non è detto affatto che provochi spontaneamente un voto antiliberista o anticapitalista. Storicamente è anzi avvenuto il contrario, che la crisi capitalistica abbia spinto le masse a destra. Riflettiamoci. C’è una idea implicita dentro di noi secondo cui un operaio licenziato o uno studente senza diritto allo studio o un pensionato affamato o una donna espulsa dal lavoro e umiliata in casa o un giovane precario etc. o insomma qualsiasi soggetto X sfruttato e oppresso dovrebbe almeno votare a sinistra; ebbene questa idea è solo una imperdonabile scorciatoia logica e analitica che salta alcuni passaggi reali, i quali in politica sono quelli davvero decisivi.
Perché un soggetto X colpito dalla crisi possa esprimersi a sinistra con il voto è necessario che si determinino in lui o in lei alcuni passaggi mentali, culturali e infine politici, che non sono affatto semplici né spontanei: costui/costei deve anzitutto percepire il proprio dolore o disagio come un insopportabile dato sociale, e non solo personale; deve poi capire che questo è la conseguenza di precise scelte politico-economiche delle classi dominanti e non dipende affatto dalla natura; deve dunque riuscire a mettere in rapporto la sua situazione di dolore e disagio con il capitalismo; inoltre deve poter credere che si esca da tale situazione solo con la lotta collettiva, e non tramite servilismo, raccomandazioni, corruzione, etc.; infine deve essere convinto che il voto, e il voto ai comunisti, faccia parte integrante di una tale necessaria lotta. Nessuno di questi “passaggi” – se ci riflettiamo – è facile, meno che mai automatico. Anzi perché essi possano determinarsi è necessario anche nuotare contro la corrente forte della storia nazionale, contro quella “corruttela” italiana che viene da molto lontano (dal Risorgimento e dalla Controriforma almeno) e che fa degli italiani un popolo per molti aspetti privo di coscienza (un tema su cui Gramsci avrebbe tante cose da insegnarci, se solo volessimo leggerlo).
Perché tali “passaggi” possano avvenire è necessario un lavoro politico di lungo periodo, duraturo e diffuso: è necessario (sarebbe stato necessario) un Partito comunista di massa. In mancanza di un tale lavoro capace di costruire nelle masse i “passaggi” reali di cui abbiamo detto, il disagio sociale può esprimersi elettoralmente solo nell’impotenza dell’astensione o nel “vaffanculo” di Grillo. Fra le cose che dobbiamo capire c’è dunque il fatto che per i comunisti non esistono scorciatoie, meno che mai elettorali.
Dobbiamo anche renderci conto che tutti gli ultimi decenni del berlusconismo (non solo di Berlusconi) hanno operato potentemente affinché i “passaggi” di cui parliamo diventassero impossibili. Penso anzitutto all’organizzazione del lavoro tutta fondata sulla precarietà e dunque sull’isolamento individualistico; penso alla distruzione sistematica dei diritti del/sul lavoro, e alla rottura del nesso fra lotta collettiva e autodifesa o vittorie parziali (sono decenni che la lotta non paga), una situazione materiale che non poteva non tradursi nella distruzione della coscienza di classe (ho negli occhi la tragica e simbolica immagine degli operai FIAT che applaudono il duo Marchionne-Monti, con la FIOM lasciata fuori la porta); penso alla capacità delle classi dominanti di devastare il senso comune delle masse deviando la loro collera verso obiettivi tanto falsi quanto immediati ed efficaci (dagli alti stipendi dei parlamentari fino agli immigrati romeni o cinesi). E penso soprattutto alla legislazione elettorale maggioritaria, la madre di tutte le nostre sconfitte, che ha fatto interiorizzare anche a sinistra l’idea fascistica secondo cui si vota per far vincere un capo (fosse anche il capo meno peggiore fra i nostri nemici) e non invece per vedere rappresentati nelle istituzioni i propri valori e i propri interessi collettivi.
Il nesso democrazia-lavoro emerge dunque chiaro: come non è possibile condurre le politiche economiche à la Monti con la democrazia, così non è possibile la rivincita del lavoro senza rimettere al centro una grande questione democratica, che ruota sul legame che c’è fra la soppressione dell’at.18 e la soppressione della proporzionale (cioè, né più né meno, la soppressione del diritto di rappresentanza per il conflitto di classe: di questo in effetti si tratta). Nessuno lo dice, ma forse c’è qualcosa di intrinsecamente fascista in un sistema elettorale in cui col 29,5% dei voti PD-SEL-Tabacci si prendono il 55% dei seggi (roba da matti!), in cui 15 partiti (alcuni dei quali con lo zero virgola) sono rappresentati mentre 2.097.822 di voti espressi (pari ad oltre il 6%) non hanno diritto neppure a un parlamentare. Non c’è bisogno di essere profeti per prevedere che la prossima tappa su questa strada sarà un ulteriore stretta reazionaria, con l’istaurazione del modello gollista (peraltro già proposto dal PD) che sarà preparata e accompagnata da un terroristico coro mediatico sulla “ingovernabilità”, lo spread etc.
Attrezzarci per impedire la definitiva chiusura del cerchio di ferro del modello autoritario è un compito dell’oggi, non del domani.

Raul Mordenti
27/03/2013

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