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Cgil, perse 700 mila tessere: sindacato abbandonato da giovani e precari.

Posted by PRC Muggiò su domenica 30 agosto 2015

Un rapporto interno della confederazione conferma il crollo degli iscritti rispetto alla fine del 2014. Soffre in tutte le categorie e aumenta il peso dei pensionati
di MATTEO PUCCIARELLI
19 agosto 2015

Susanna Camusso MILANO. Sono sei pagine di tabelle fitte, suddivise per categorie e territori, a cura della Cgil nazionale, “area organizzazione”. Ma in prima pagina, in fondo, c’è il numero che ha fatto venire un brivido lungo la schiena ai dirigenti che hanno ricevuto il documento: rispetto alla fine del 2014, ad oggi, il sindacato “rosso” ha 723.969 iscritti di meno.

E va bene che la Confederazione di Corso Italia poteva comunque contare su 5,6 milioni di tessere – quindi si tratta di una perdita del 13 per cento – ma quel numero, per rendere l’idea, è quasi quanto gli abitanti della provincia di Genova. Che ieri c’erano e oggi non più. Un’emorragia che preoccupa e non poco i piani alti della Cgil, nonostante ci sia davanti tutto l’autunno per recuperare e nonostante il raffronto con lo stesso periodo del 2014 parli di un -110.917 iscritti. Che però sono il doppio (220.891) se si confronta giugno 2013 con giugno 2015.

Il primo grande male che affligge non solo la Cgil, ma il sindacato in generale, è lo strapotere delle categorie dei pensionati. I numeri della Confederazione lo confermano: al 1° luglio gli iscritti attivi, cioè i lavoratori, sono 2.185.099. A fronte di 2.644.835 di tesserati allo Spi. Ovvio che nel complicatissimo gioco di equilibri interni finisca per prevalere una visione ancorata più al passato, e questo per semplici ragioni anagrafiche. Ma il bacino finora sicuro dei pensionati si sta assottigliando pure quello: nel giugno 2013 i tesserati over erano 2.728.376, e qui – dicono dalla Cgil – c’entrerebbe molto la riforma Fornero che ha rimandato la pensione a centinaia di migliaia di persone. Va anche aggiunto che tra il dichiarato di Cgil, Cisl e Uil e il dato reale dell’Inps sui pensionati nel 2015 c’è una differenza di quasi un milione di iscritti. In meno.

Altro capitolo, le varie categorie prese singolarmente. Il Nidil, che in teoria dovrebbe rappresentare tutti gli atipici, quindi il fronte più ampio di possibile espansione, per ora ha il 48,8 per cento in meno di iscritti. Il commercio, la Filcams: -24 per cento. Gli edili, la Fillea: -21,4 per cento. Il ramo dell’agricoltura, la Flai: -20,6 per cento. Le tute blu della Fiom: -12,5 per cento, con le battaglie a viso aperto di questi ultimi anni che, controindicazione, hanno portato i 12mila iscritti del gruppo Fiat a poco più di 2mila.

E poi, i disoccupati: sugli oltre 5 milioni di iscritti, nel 2014 solo 15.362 erano i senza lavoro (e sono 8mila oggi). Insomma, ne esce fuori un quadro a tinte fosche: incapacità di entrare in contatto con i più giovani, gli stessi piagati dalla miriade di contratti precari; irrilevanza nel mondo di chi il lavoro per ora se lo sogna. Sono anni difficili per il sindacato, sotto ogni punto di vista. L’indice gradimento dell’istituzione in sé è ai minimi storici e l’attacco più forte in questi ultimi mesi è arrivato da dove uno meno se l’aspetta, cioè la nuova dirigenza del Pd. È anche per questo motivo che dopo ben sette anni la Cgil ha deciso di indire per il 17 e 18 settembre prossimi una “Conferenza di organizzazione” a Roma. Una sorta di check-up del sindacato, quattro temi fondamentali da prendere in esame: “contrattazione inclusiva”, ” democrazia e partecipazione”, “territorio e strutture”, “profilo identitario e formazione sindacale”.

Nino Baseotto è il membro della segreteria che ha in mano le chiavi della macchina organizzativa. Spiega che “sono numeri parziali, è troppo presto per commentare, il quadro sarà più chiaro ad ottobre. Facciamo questi conteggi più per motivi tecnici che altro”. Ma non si nasconde nemmeno dietro a un dito: “Stiamo vivendo dei profondissimi mutamenti nella società e non possiamo rimanere quelli di sempre. Le persone tutelate dal contratto nazionale sono sempre di meno e diventa vitale rivolgerci a tutti gli altri “.

I luoghi di lavoro – ragiona – non sono più le aziende di una volta, la frammentazione e l’atomizzazione non aiutano a fare rete. La crisi poi ha ridotto del 20 per cento la capacità produttiva. “La sfida vera – continua Baseotto – è cambiare paradigma: da 20 anni si parla di flessibilità e deregolamentazione per creare lavoro. È vero il contrario. Servono investimenti pubblici, semmai”. Per rinnovarsi, la Cgil ha sul piatto l’accorpamento di alcune categorie e il maggior coinvolgimento dei delegati nella vita stessa dell’organizzazione. Tradotto, più lavoratori e meno apparato.

Bisogna capire, ancora, quando entrerà in vigore l’accordo sulla rappresentanza firmato da Cgil, Cisl e Uil e Confindustria. L’Inps entro giugno doveva inviare ai sindacati il numero esatto delle trattenute in busta paga, metodo infallibile per pesare le varie sigle in sede di contrattazione. Il problema è che le aziende non hanno comunicato il dato all’Inps, non essendo obbligate a farlo. Solo poco più di 5mila imprese hanno risposto alla sollecitazione.

“Di sfondo c’è anche un problema economico legato al tesseramento – sottolinea un altro dirigente
della Cgil – e basti pensare che metà dei servizi, dal patronato Inca al servizio fiscale, non pareggiano i conti e sono in perdita. Lo stesso per le categorie del sud”. Meno tessere uguale meno fondi. Uguale meno sindacato. E chissà, alla fine uguale meno diritti.

(20 agosto 2015) MATTEO PUCCIARELLI – Caro sindacato
«Ne ho prese tante di botte eh, ma non sai quante gliene ho dette!». Ecco, alla fine la storia è tutta qui. Il mondo lì fuori cambia velocemente, tu non sai più parlarci da troppo tempo, eppure resti rinchiuso nel fortino a difendere ciò che resta di un glorioso passato, utilizzando una lingua sconosciuta ai più.
Ieri su Repubblica questo servizio ha scatenato la reazione della Cgil; reazione non inaspettata, per certi versi comprensibile, eppure così miope e corporativa, lontana anni luce dai mille interrogativi e i mille dubbi che dovrebbe porsi una grande organizzazione che ha a cuore il proprio futuro (ma soprattutto quello dei lavoratori). Riducendo tutto il dibattito su cosa è fare sindacato oggi, su come si struttura un sindacato oggi, su come un sindacato riesce a parlare ai giovani di oggi, a una diatriba sui numeri, sulla interpretazione di una tabella che in realtà parlava chiarissimo – peraltro offendendo la professionalità dei giornalisti del più importante quotidiano italiano, nonché l’intelligenza dei lettori.
Il sindacato perde migliaia di tessere l’anno, ed è vero. Fosse solo un problema di iscritti sarebbe tutto più semplice. Il punto è che la Cgil, la Cisl, la Uil, sono considerate da buona parte della popolazione strumenti vetusti e anacronistici. Un po’ come i partiti, del resto. Un po’ come la democrazia rappresentativa e i corpi intermedi. Un po’ come lo stesso mondo dell’informazione. Una crisi di sistema che può solo peggiorare se la risposta è la chiusura a ogni tentativo di riflessione, l’arroccamento, il grido al complotto, il burocratese che preferisce trastullarsi nel proprio piccolo mondo antico che di questo passo sparirà del tutto.
Del sindacato, dei partiti, dell’informazione, c’è bisogno, ce n’è bisogno soprattutto oggi, con le disuguaglianze in aumento e la mancanza di una cultura critica nella società. Con lo strapotere di un modello economico (politico e culturale) che riduce il lavoro a merce monetizzabile e ne chiede, anzi ne pretende, una svalutazione continua. Ma se la riflessione su ciò che si è e su ciò che si deve essere è rivolta sempre e solo agli altri e mai a se stessi, è un gioco destinato a fallire. Se la trasparenza vale solo per gli altri. Se la messa in discussione delle rendite di posizione vale solo per gli altri.
Il mondo del lavoro negli ultimi 20 anni è migliorato o è peggiorato? L’occupazione è aumentata o è calata? I diritti sono aumentati o sono diminuiti? E di questo innegabile declino i gruppi dirigenti della Cgil cosa ne pensano? Se ne sentono in qualche modo responsabili oppure sono immuni da ogni contestazione?
Perché, ad esempio, i giovani rifuggono dal sindacato? La precarietà, la vita lavorativa sotto ricatto: tutto vero. Ma la domanda resta: perché non chiedono aiuto al sindacato? E anzi, lo ritengono potenzialmente un avversario, un difensore dei diritti di qualcuno e non di tutti? Gli approcci alla questione sono due: “i giovani sono stupidi e non capiscono”; oppure, “non riesco a farmi capire dai giovani e non riesco più a comunicare ciò che vorrei ai giovani”.
Di questo passo, fra trenta anni, la Cgil esisterà ancora? Se sì, come personalmente mi auguro, sarà un soggetto vivo oppure il solito comodo recinto rinchiuso nelle proprie liturgie, troppo spesso confinato sui tavoli di trattativa di questo o quel ministero a beneficio dei fotografi?
Chi vuole bene alla Cgil – e non perché si chiami Cgil, ma per quel che rappresenta o dovrebbe rappresentare, cioè l’unione dei lavoratori – sa che le vere domande per l’oggi e per il domani sono queste. Chi vuole bene alla Cgil e non ha carriere personali e giochi di componenti interni da difendere, sa che non mettere in discussione dalla radice il ruolo e la natura del sindacato è il modo più semplice per suicidarsi. Una morte lenta, ma sicura.
Sarebbe bello avere delle risposte a tutte queste domande. Da cronista posso limitarmi ad osservare e a raccontare la realtà, una realtà soggettiva sicuramente, ma animata (nel mio caso) da grande passione e sicura buonafede.
Matteo Pucciarelli

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Una Risposta to “Cgil, perse 700 mila tessere: sindacato abbandonato da giovani e precari.”

  1. L’abbandono in massa dei sindacati e l’apatia dei giovani per la politica sono un pessimo segnale, che non può essere interpretato soltanto come una protesta o un dissenso nei confronti di una cattiva gestione. Si tratta, piuttosto, della spoliticizzazione di un’epoca, che piano piano sta mettendo nel ripostiglio tutte quelle piattaforme massificate volte a difendere i diritti fin qui acquisiti. Bisogna invertire la tendenza, prima che sia troppo tardi: è questo il compito che dovremmo porci noi comunisti.

    Guglielmo
    http://www.ilruggitodellapecora.wordpress.com

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