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Muggiò per il NO! L’introduzione alla serata di informazione

Posted by PRC Muggiò su lunedì 21 novembre 2016

BASTA UN SI, PER ROVINARCI!

MUGGIO’: LE RAGIONI POLITICHE DEL NO

Venerdì 18 novembre 2016 a Muggiò si è tenuto un dibattito dal titolo: “Le ragioni politiche del NO”, serata organizzata dal PRC di Muggiò in occasione della campagna referendaria costituzionale.

Lo scopo dell’evento è stato il superamento dei tecnicismi per spiegare le ragioni del NO alla riforma costituzionale proposta dal Governo Renzi. Superare i tecnicismi per parlare piuttosto delle conseguenze sociali e politiche qualora passasse la riforma.

I relatori della serata: Giorgio Cremaschi – già Segretario FIOM di Brescia, poi Presidente del Comitato Centrale FIOM dal 2010 al 2012, aderente al comitato No Debito e alla Rete Anticapitalista Ross@, dal 2015 fuoriuscito dalla CGIL per aderire al Forum Diritti Lavoro – e Giovanna Capelli – ex Senatrice e preside, attivista per i diritti all’istruzione e nei movimenti femministi, Segretaria provinciale di Rifondazione Comunista. A introdurre e moderare l’incontro Claudio Rendina, Segretario di Circolo.

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INTRODUZIONE

In quale contesto si colloca questa campagna referendaria?

In un contesto teso e cupo, nel pieno dell’attacco alla democrazia e alle sue istituzioni.

Un attacco che vuole concretizzarsi nella privazione dalla carta costituente della parte programmatica, di quel progetto sociale e redistributivo che ha fatto storcere il naso a magnati neoliberisti come i dirigenti JP Morgan o di Confindustria.

La Costituzione certamente non deve essere considerata un blocco monolitico non modificabile: di fatto dal 1948 ad oggi ci sono state ben 16 leggi costituzionali. L’ultima – del 2012 – ha introdotto il pareggio di bilancio.

Va però rilevato che le ultime riforme, non solo costituzionali ma anche sociali e politiche, dal 2011 ad oggi sono tutte il frutto di governi “eccezionali”, o meglio non eletti: Monti, Letta, Renzi.

Quale legittimità possono avere? Nessuna.

Lo svuotamento del progetto sociale della nostra Costituzione ci consegnerà una democrazia senza carta costituzionale.

Esistono al mondo almeno due paesi avanzati senza una Costituzione scritta, sostituita da norme non codificate o da leggi ordinarie: il Regno Unito e Israele.

Il paragone col Regno Unito non si limita all’assenza di una Costituzione forte, ma fa riferimento anche al suo sistema elettorale e politico, un sistema che pare essere stato copiato per la riforma Renzi-Boschi.

Nel Regno della Regina Elisabetta vige il cosiddetto “sistema maggioritario” puro o classico, caratterizzato da alcuni elementi ben codificati:

  • governi monopartitici (attuabili anche in Italia con la legge elettorale Italicum);

  • predominio dell’esecutivo (possibile con i nuovi poteri concessi dalla Riforma, come il voto a data certa);

  • bipartitismo (già avviato col centrodestra grazie al patto del Nazareno);

  • nessuna organizzazione dei gruppi di interesse (in questo senso si legge l’attacco quotidiano del Governo ai soggetti intermedi come sindacati e partiti minori);

  • governo centralizzato (la Riforma diminuisce le autonomie locali con clausole come quella di supremazia sulle Regioni);

  • Parlamento unicamerale (di fatto il nuovo Senato non avrà poteri);

  • flessibilità costituzionale (modificabile con maggioranze relative e con leggi ordinarie inserite nella costituzione stessa).

In pratica questo sistema maggioritario diviene l’obiettivo politico del Governo che punta al futuro dominio dell’esecutivo sulla vita politica ed istituzionale del Paese.

Quale alternativa al modello inglese?

Un sistema chiamato “consensuale” che si dimostra più consono alle società, come può essere quella italiana, divise, disomogenee o multietniche, un sistema che previene, in contesti frammentati, la dittatura di una maggioranza sulle minoranze diffuse.

Un sistema che prevede inoltre la condivisione – e non la concentrazione – del potere.

Condivisione che si concretizza in un bicameralismo forte.

L’Italia è classificata con un bicameralismo medio-forte, gli stati che soddisfano i criteri di un bicameralismo forte non sono certamente paese sottosviluppati o con sclerotizzazione della funzione legislativa. Stiamo parlando degli Stati Uniti, della Germania e della Svizzera.

Andando ad analizzare le proposte del fronte del Sì ci si scontra con la realtà delle analisi politologiche, che ne dimostrano l’infondatezza.

Innanzitutto quando viene declamata in nome della modernità la presunta maggiore efficienza di un governo forte e monopartitico, stiamo parlando di teorie politiche nate nella fine dell’800, altro che adeguamento alla contemporaneità!

Le decisioni veloci non sono necessariamente le più sagge o le più durature. Lo dice il buonsenso.

La velocità non è un valore assoluto, se mai lo è stato. La legge Fornero è stata approvata in 17 giorni!

Nel 2015 sono state approvate almeno 208 leggi, non poche per la palude attuale che dipinge Matteo Renzi.

Occorre chiedersi a questo punto cosa è più necessario: aumentare il numero di leggi o forse l’opposto, riducendole, semplificandole?

C’è bisogno di leggi che siano stabili e durature: stabilità delle leggi, non dei governi!

È dimostrato dalla scienza politica e dai manuali accademici che le decisioni consensuali – prese in un sistema descritto prima come l’opposto di quello maggioritario inglese – durano più a lungo.

Durano perché frutto di un compromesso che consente la convivenza pacifica delle parti che sono a pieno diritto soggetti sociali riconosciuti.

La Riforma governativa al contrario vuole elevare il silenzio a rango istituzionale, escludendo le opposizioni, ignorando i bisogni sociali e gli strati sociali inascoltati.

Una democrazia consensuale – diametralmente opposta alla Riforma – porta a risultati migliori in settori quali l’efficacia del governo, la qualità della regolazione statale, il controllo sulla corruzione, la crescita economica, il controllo della disoccupazione, le libertà personali, il controllo sulla violenza. In più favorisce l’uguaglianza politica, la partecipazione elettorale, la soddisfazione per la democrazia.

Il fronte del Sì – dal PD a Verdini, Alfano e Casini, da Briatore a Confindustria, da Merkel a Marchionne – gioca la sua campagna sui ricatti.

Alcuni di essi sono notevoli esercizi di fantasia.

Aumento del PIL dello 0,6% l’anno, secondo stime OCSE e con l’endorsement del FMI: solo una risata può commentare adeguatamente il primo ricatto.

Il secondo ricatto vuole convincerci che un governo più potente traghetterà il paese verso la stabilità: premesso che la misura del potere di un governo è la sua durata e non la sua stabilità, stando a questa analisi saremmo in un periodo di profonde debolezze e crisi di governo. Peccato che la storia ci venga in aiuto: i governi più duraturi sono tutti governi degli ultimi 20 anni (Berlusoni detiene il primato nella storia repubblicana), quelli più brevi – e quindi più deboli – dobbiamo cercarli alla fine degli anni ‘70 (Andreotti con due governi, uno durato 9 giorni, l’altro 11).

Il terzo ricatto è l’urgenza degli adeguamenti alla modernità e alla internazionalizzazione della società: spiace ricordare che la nostra Costituzione contiene elementi di modernità e di spinte internazionaliste notevoli e avanzate. Basti ricordare l’Art. 10 che assume nella legislazione nazionale in automatico quelle norme consuetudinarie internazionali – riconosciute da tutti i paesi – quali la condanna ai crimini di tortura, genocidio ecc. Compito dei governi è applicarle, ma a quanto pare non se ne curano (si vedano le sanzioni all’Italia per la mancanza della legge sulla tortura).

L’ultimo ricatto, il più decisivo, è sul ruolo delle Regioni che, a parere del Sì, saranno favorite.

Anche in questo caso le bugie hanno le gambe corte. Le ultime riforme approvate sono state il banco di prova per questa riforma costituzionale: sostanzialmente si è creato una sorta di “premierato” in molteplici ambiti sociali.

Nella scuola, con la figura del preside-manager. Con lo Sblocca Italia, che ha centralizzato le istanze locali, ignorando i territori nelle controversie sulle grandi opere. Nel mondo del lavoro, col Jobs Act che ha consegnato lo scettro del potere alla parte imprenditoriale e padronale.

Gherardo Colombo, il magistrato noto per Mani Pulite, ha commentato questo passaggio, chiarendo che le autonomie locali da questa riforma ne usciranno ridotte (per di più senza toccare le Regioni a statuto speciale); il messaggio conclusivo della riforma è quindi che gli italiani non sono in grado di gestirsi da soli, hanno bisogno del Premier tuttofare.

Concludendo sembra utile citare una provocazione di Giorgio Cremaschi il quale ha trovato ben due pregi in questa riforma: uno è l’aver fatto parlare nuovamente di Costituzione, l’altro è aver fatto uscire allo scoperto la falsa sinistra che voterà Sì.

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