Monza, 27 maggio 2018  – L’ascesa e il declino dell’imprenditore edile di Montebello Ionico, nuovamente nei guai dopo 46 anni esatti. Il 21 maggio è una data da dimenticare per Giuseppe Malaspina, il costruttore di origine calabrese diventato brianzolo di adozione a capo di un impero immobiliare da 100 milioni. Ora sequestrato su richiesta della Procura di Monza che lo accusa di averlo mantenuto grazie alle operazioni illecite di professionisti compiacenti. Malaspina è stato arrestato dalla GdF lo scorso 21 maggio per bancarotta fraudolenta e false fatturazioni. Lo stesso giorno di 46 anni fa, il 21 maggio 1972, soltanto diciannovenne, ha ucciso a Muggiò Giuseppe Zampaglione. Quattro colpi d’arma da fuoco sparati alle spalle per una confidenza ai carabinieri sulla presunta rapina a una gioielleria. Nel 1976 Giuseppe Malaspina viene condannato a 14 anni di reclusione. Nell’81, dopo indulto e riduzione della pena, viene ammesso alla libertà condizionale. Nel 2007 l’ordinanza di riabilitazione emessa dal Tribunale di sorveglianza di Milano. Con i suoi fratelli, Giuseppe Malaspina viene sospettato di essere l’autore nell’87 del sequestro di Massimo Oreste Villa a Merate, liberato dopo 7 mesi di prigionia sull’Aspromonte e il pagamento di un riscatto di 3 miliardi di lire. Accusa mai dimostrata.

Dopo 25 anni a venire sequestrato (solo un tentativo) è il fratello di Giuseppe Malaspina, Carlo: nel 2011 quattro uomini incappucciati cercano di infilarlo su un’auto. E poi 6 colpi di pistola e l’esplosione di un ordigno contro sedi delle società dei Malaspina. Vicende per cui sono stati condannati per tentata estorsione (con l’aggravante del metodo mafioso) Giovanni e Vincenzo Miriadi (figli di Natale Assunto Miriadi, ucciso a colpi di kalashnikov a Vimercate nel ‘90 da esponenti della cosca Coco Trovato) e il cugino Mario Girasole. Movente, secondo la pubblica accusa, un terreno a Vimercate, acquistato da Malaspina nel 2010 e che era stato prima ottenuto in comodato e poi affittato dai Miriadi, che ci tenevano del materiale edile e che avrebbero preteso, secondo l’accusa, prima la restituzione del terreno e poi 12 milioni di euro. Tutte accuse sempre negate dai Miriadi, che sostengono di avere soltanto voluto i soldi che spettavano loro per ill terreno.

Al processo Giuseppe Malaspina, costituitosi parte civile, ha descritto il suo percorso imprenditoriale di successo (quando risiedeva ad Arcore è stato secondo contribuente della città dietro solo a Berlusconi; trasferitosi a Lesmo ne è diventato il primo contribuente) come riscatto da un passato criminale. Per sottolineare la lontananza dagli ambienti ‘ndranghetisti, ha parlato di sé come imprenditore lombardo che con i calabresi aveva tagliato i ponti. Al dibattimento è venuto fuori come ‘paciere’ tra i Malaspina e i Miriadi il nome di Fausto Giordano, poi arrestato assieme ad altre 43 persone nell’operazione contro la ‘ndrangheta in Brianza ‘Tibet’ perché ritenuto «facente parte di un’associazione mafiosa emanazione diretta della Locale di Desio e avente base e sede decisionale in Seveso dove sono localizzati i diversi uffici del capo, promotore ed organizzatore Giuseppe Pensabene di Montebello Jonico«, etichettato come il banchiere della ‘ndrangheta in territorio brianzolo. Malaspina ha avuto, nel tempo, rapporti di lavoro con Bartolo Foti e Vincenzo Cotroneo. Nelle motivazioni della sentenza di condanna dei Miriadi juniors, i giudici monzesi, a proposito dei rapporti tra i Miriadi, Bartolo Foti, Vincenzo Cotroneo, scrivono: «Tutti questi personaggi, tra cui gli imputati Miriadi, risultano provenire da Montebello Ionico, tutti sono risultati operativi nella Locale di Desio, ciò che ha indotto gli inquirenti a ritenere i Miriadi legati a tale cosca, quale propaggine nel Vimercatese».