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QUOTA 100 NON E’ L’ABROGAZIONE DELLA LEGGE FORNERO. PESANTE PENALIZZAZIONE PER LE DONNE E I LAVORATORI PRECARI

Posted by PRC Muggiò su lunedì 14 gennaio 2019

Il governo ha rinviato la discussione sulla bozza di decreto legge che ha fatto la sua comparsa il 4 gennaio – poi aggiornata con un successivo testo – che definisce gli interventi sia sul reddito che sulle pensioni: la cosiddetta “Quota 100”. In attesa di conoscere la versione finale del testo è utile fare il punto di quello che si prospetta.

ASSENTE LA NONA SALVAGUARDIA PER GLI ESODATI

Manca intanto la nona salvaguardia per gli esodati che avrebbe dovuto sanare la situazione di circa 6mila persone, non coperte dalle salvaguardie precedenti e rispetto alla quale erano state reiterate molte promesse da parte della maggioranza. E’ un punto grave, che deve essere risolto.

UNA MISURA “IN VIA SPERIMENTALE”

Si fissa poi il carattere “sperimentale” e non strutturale di Quota 100, la cui valenza è delimitata al triennio 2019- 2021. In realtà per l’intervento sulle pensioni (come per quello sul reddito) il rischio che si tratti di misure spot, determinate dalla propaganda in vista delle elezioni europee, è assai maggiore della sperimentalità triennale. La manovra prevede infatti, come è noto, per il 2020 e per il 2021 la necessità di reperire risorse per 23 e 29 miliardi, per disinnescare i pesantissimi aumenti dell’Iva fissati dalle clausole di salvaguardia a garanzia dell’accordo con la UE.

Una previsione che sottopone ogni intervento alla possibilità molto concreta di essere rimesso in discussione dopo le elezioni.

QUOTA 100 NON E’ QUOTA 100

Si fissano poi i due requisiti: almeno 62 anni di età e almeno 38 di contributi, che devono essere rispettati entrambi. Quota 100 non è dunque Quota 100: non si può accedere alla pensione ad esempio con 37 di contributi e 63 di età, per il doppio paletto. Il requisito anagrafico – i 62 anni- è inoltre agganciato ai successivi aumenti legati al meccanismo dell’adeguamento all’aspettativa di vita.

L’ASPETTATIVA DI VITA

L’adeguamento all’aspettativa di vita resta come meccanismo generale per i requisiti anagrafici e per la pensione di vecchiaia: a gennaio 2019 si passa quindi da 66 anni e 7 mesi a 67 anni, e resta la previsione di ulteriori futuri aumenti.

L’adeguamento viene cancellato esclusivamente per il requisito contributivo relativo al cosiddetto accesso al pensionamento anticipato indipendente dall’età. In sostanza si blocca ai requisiti esistenti nel 2018 ( 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne ) l’anzianità contributiva necessaria per la pensione anticipata. Vengono inoltre esclusi dagli incrementi i lavoratori precoci (coloro i quali hanno svolto almeno un anno di lavoro prima dei 19 anni) equiparati in questo modo alle 15 categorie di lavori usuranti e gravosi, definite dalla legge 205/2017 (che usufruiscono delle agevolazioni se hanno almeno 30 anni di contributi ed hanno svolto quell’attività per almeno 7 anni negli ultimi 10).

LE FINESTRE. PUBBLICI E PRIVATI

La cancellazione dell’aumento legato all’aspettativa di vita per chi va in pensione anticipata con 42 anni e 10 mesi (uomini) o 41 anni e 10 mesi (donne) e per i lavoratori precoci è tuttavia sottoposta al meccanismo reintrodotto delle “finestre”, cioè del periodo che intercorre tra la maturazione dei requisiti e il diritto alla decorrenza della pensione. Le finestre sono trimestrali per i dipendenti privati e semestrali per quelli pubblici: lo “sconto” si riduce quindi a 2 mesi per i lavoratori privati, mentre per i pubblici addirittura si peggiora di un mese.

La motivazione addotta per la differenziazione tra pubblici e privati, riguarda la necessità di garantire i servizi essenziali: in palese contrasto con il nuovo blocco delle assunzioni nel pubblico fino a novembre 2019 stabilito dalla manovra.

I dipendenti pubblici sono penalizzati anche dal rinvio del pagamento del TFR che viene posticipato alla data in cui la lavoratrice o il lavoratore sarebbe andato in pensione senza quota 100, anche di 5 anni. Nella prima bozza si faceva riferimento a convenzioni con le banche per l’erogazione anticipata del TFR. Nella seconda si parla soltanto di un decreto attuativo, “senza oneri a carico della finanza pubblica”, che quindi scarica gli interessi sui lavoratori.

PROROGA DI APE SOCIALE

Viene prorogata di un anno l’Ape Social ricalcando i termini con i quali è stata istituita. Come è noto l’AS ha previsto la possibilità per le persone che abbiano compiuto 63 anni di andare in pensione se in una delle seguenti condizioni: disoccupati che abbiano concluso l’indennità di disoccupazione da tre mesi, con almeno 30 anni di contributi; lavoratori che assistano familiari conviventi di 1°grado con disabilità grave da almeno 6 mesi e con almeno 30 anni di contributi; lavoratori con invalidità uguale o superiore al 74% con almeno 30 anni di contributi; lavoratori che svolgano un lavoro particolarmente gravoso o l’abbiano svolto per 6 anni negli ultimi 7 con 36 anni di contributi. Sono requisiti strettissimi e interpretati restrittivamente, in particolare per quel che riguarda le lavoratrici e i lavoratori disoccupati. Il che ha comportato – secondo i dati Inps del novembre 2018 – l’accoglimento di poco più di 33mila domane su un totale di oltre 87mila (il 38%), tra novembre 2017 e luglio 2018.

PROROGA DI OPZIONE DONNA

Nella bozza del decreto è prevista anche la proroga di Opzione donna, con la possibilità di accedere alla pensione per le lavoratrici dipendenti nate entro il 31 dicembre 1960 e quelle autonome nate entro il 31 dicembre 1959 – quindi rispettivamente con 58 e 59 anni di età – con almeno 35 anni di contributi maturati entro il 31 dicembre 2018. Opzione donna comporta come è noto il ricalcolo complessivo della pensione con il sistema contributivo, con una decurtazione media del 30%. Le finestre inoltre in questo caso continuano ad essere di 12 mesi per le lavoratrici dipendenti e 18 mesi per le lavoratrici autonome.

 

IN SINTESI

Quota 100, come il “reddito di cittadinanza” sono sottoposte al rischio molto concreto di interventi peggiorativi, passate le elezioni europee, per la pesantezza delle clausole di salvaguardia che condizionano tutta la manovra del governo.

Nel merito, è migliorativa rispetto alla disastrosa situazione esistente, conseguente alla Legge Fornero – per la cui abrogazione, lo ricordiamo, Rifondazione Comunista promosse un referendum nel 2012 purtroppo vanificato dallo scioglimento anticipato delle camere – ma ha carattere triennale e non rappresenta in nessun modo né la cancellazione promessa in campagna elettorale della Fornero, né una riforma organica, come testimonia il permanere di diverse misure, tutte in regime sperimentale (Quota 100, Ape Sociale, Opzione Donna…).

Vi accederanno un numero di lavoratori significativamente inferiore alla platea potenziale, anche per la riduzione della pensione conseguente ai minori anni di contribuzione.

L’adeguamento all’aspettativa di vita resta per la pensione di vecchiaia, e non è parametrato alle diverse condizioni di lavoro e di stress da lavoro, non risolte dalle limitate eccezioni previste.

Non è in nessun modo risolutiva in particolare per le donne, le più colpite dalla controriforma del 2011, che continuano ad essere gravemente penalizzate, e che anticipano le future (e più gravi) penalizzazioni dei giovani lavoratori e delle giovani lavoratrici precarie.

Il perdurante sessismo di una società che scarica sulle donne il lavoro domestico e di cura (5 ore e 13 minuti in media al giorno contro 1 ora e 50 degli uomini: 3 volte tanto1), e insieme le discrimina nei riconoscimenti sociali, fa sì che le donne abbiamo carriere lavorative discontinue, subiscano il part-time imposto assai più degli uomini (1milione e 851mila donne contro 851mila uomini2), subiscano perduranti penalizzazioni salariali.

Nel 2011, prima dell’approvazione della Legge Fornero, le donne con 35 anni di contributi erano solo il 20,6% sul totale femminile, contro il 70,6% degli uomini sul totale maschile3 . Ma allora era possibile utilizzare il canale della pensione di vecchiaia che prevedeva 5 anni di differenza per le lavoratrici private (mentre per le pubbliche la modalità truffaldina di relazione con la UE da parte di tutti i governi, di centrosinistra come di centrodestra, aveva già portato all’innalzamento dell’età pensionabile).

I dati recenti forniti dai sindacati parlano per le lavoratrici del settore privato di una media di 25,5 anni di contributi contro i 38,8 degli uomini.

In sostanza le donne che potranno accedere a Quota 100 saranno un’assoluta minoranza, mentre Opzione Donna comporta penalizzazioni delle pensioni fortissime, che intervengono su retribuzioni già nettamente più basse di quelle degli uomini.

I giovani

La situazione attuale delle donne non fa che anticipare la situazione futura di chi lavora oggi.

I 38 anni di contributi sono una chimera per la condizione precaria sempre più generalizzata delle lavoratrici e dei lavoratori attuali, che vede accanto alla discontinuità lavorativa condizioni salariali nettamente peggiori (il 30% in meno rispetto al tempo indeterminato).

Per questo è per noi imprescindibile una mobilitazione che si ponga l’obiettivo di una riforma organica della previdenza, e che rivendichi da subito il ripristino di una riduzione significativa dell’età pensionabile per le donne – almeno fin quando non sarà conquistata una effettiva uguaglianza nel lavoro produttivo e riproduttivo – e una pensione di garanzia per i giovani, iniziando a rimettere in discussione i meccanismi del contributivo.

Come continuiamo a evidenziare, non c’è nessun problema di sostenibilità intrinseca del sistema pensionistico. La controriforma Fornero fu imposta dentro le logiche delle politiche di austerità. Ma il saldo  tra le entrate contributive e le prestazioni previdenziali, al netto dell’assistenza e delle tasse, è sempre stato in attivo a partire dal 1996: un attivo che nel 2016 è stato di circa 39 miliardi4.

Il limite di “Quota 100” è quello di tutta la manovra, di cui pure rappresenta probabilmente il provvedimento migliore: i vincoli dell’austerità UE rispetto ai quali il governo ha portato avanti un’iniziativa tanto teatrale quanto inefficace, ed insieme le politiche fiscali inique fatte di condoni e Flat Tax, piuttosto che di contrasto all’evasione, maggiore progressività, patrimoniale sulle grandi ricchezze.

1 Censis, 2016

2 Istat, terzo trimestre 2018

3 X Congresso Attuari INPS

4 F. R. Pizzuti “Pensioni: una bomba sociale pronta a esplodere”, Gennaio 2018

 

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