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Archive for the ‘Economia’ Category

I nostri emendamenti al Bilancio di previsione 2012

Posted by PRC Muggiò su martedì 3 aprile 2012

Preso atto che l’Amministrazione di centro-destra ha scelto di indirizzare le sue azioni di contrasto all’evasione fiscale unilateralmente ed esclusivamente verso le fasce povere della popolazione (verifiche sulle dichiarazioni ISEE), e che questo penalizzerà ulteriormente la condizione dei lavoratori e giovani che vivono e vivranno l’aggravarsi della crisi economica nel 2012, i nostri emendamenti vogliono

  • riportare la potesta’ d’indirizzo politico su queste politiche al Consiglio Comunale
  • adeguare le politiche di sostegno ai lavoratori in crisi occupazionale alzando a 18.000€ la soglia ISEE per accedere ai sostegni comunali

Inoltre per sostenere la rete di solidarietà e le relazioni sociali che la vita associativa comunale mette in campo, in quanto riconosciamo alla vita delle Associazioni la capacità di contrastare l’emarginazione sociale insita nella recessione e nella perdita di reddito (se non direttamente del posto di lavoro), i nostri emendamenti propongono di

  • semplificare gli adempimenti amministrativi delle associazioni accettando le domande di occupazione del suolo in carta libera ed esentandole dal pagamento della TOSAP
  • esentare le associazioni e le forze politico sindacali dal pagamento del canone patrimoniale non ricognitorio (la nuova tassa sull’ombra!)

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Le ali bipartisan dell’F-35

Posted by PRC Muggiò su martedì 3 aprile 2012

di Manlio Dinucci

Stop F35Sul caccia F-35, in parlamento, «il ministro Di Paola ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco»: lo assicura Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pace. Il ministro della difesa ha dovuto dunque piegare la testa di fronte a una maggioranza parlamentare, che decide di ridurre il numero dei caccia?

Dagli atti parlamentari risulta esattamente l’opposto. Di Paola è andato in parlamento ad annunciare la decisione, già presa dal governo Monti, di «ricalibrare» l’acquisto degli F-35, da 131 a 90. A questi si aggiungeranno 90 Eurofighter: in tal modo l’Italia disporrà di 180 cacciabombardieri «molto più performanti». In altre parole, molto più distruttivi dei Tornado usati un anno fa per bombardare la Libia. Più che sufficienti ad assicurare la capacità di proiezione del «potere aereo», uno dei cardini del concetto strategico pentagoniano enunciato da Di Paola nel 2005. L’Italia non solo si impegna ad acquistare 90 F-35 (numero aumentabile in caso di «necessità»), ma partecipa al programma della Lockheed Martin con l’impianto dell’Alenia a Cameri. Realizzato, precisa Di Paola, in un aeroporto militare perché «gli americani e la Lockheed Martin hanno preteso delle condizioni di sicurezza e di segretezza: o in una base militare a certe condizioni o non si faceva». Qui saranno non solo assemblati i caccia, ma realizzati «gli aggiornamenti, perché gli aerei nel tempo hanno degli upgrade» (con continue spese aggiuntive). Ne trarrà vantaggio l’industria militare, «elemento tecnologico importante di questo Paese e che oggi più che mai punta sull’esportazione». Il costo unitario dell’F-35 è ancora nelle nuvole. «Oggi si parla di un’ottantina di milioni di dollari, ma ci si aspetta che la cifra sia sempre più bassa», racconta il favolista Di Paola ai piccoli onorevoli. E, per tranquillizzarli, aggiunge: «Se sapeste quanto è costato l’Eurofighter, vi spaventereste; parliamo, per capirci, del doppio della cifra». Nessuno ha osato chiedergli a quanto ammonta la spaventosa cifra. E neppure la Idv – che nella sua mozione (bocciata) chiedeva al governo di valutare la possibilità di uscire dal programma F-35 – ha osato mettere il dito sulla piaga: questo caccia di quinta generazione serve non alla difesa dell’Italia, ma alla strategia offensiva Usa/Nato cui partecipa l’Italia; serve a mantenere gli alleati sotto la leadership degli Stati uniti, non solo sul piano militare. Il programma F-35 è uno dei volani dell’economia statunitense: vi partecipano oltre 1.300 fornitori da 47 stati Usa, creando 130mila posti di lavoro che potrebbero raddoppiare. Tutto questo viene ignorato dal parlamento italiano. Il programma F-35, illustrato da Di Paola, è stato così approvato con un sostanziale consenso bipartisan di Pdl e Pd. Non c’è da stupirsi: per far partecipare l’Italia al programma, si sono coerentemente impegnati, dal 1998 ad oggi, i governi D’Alema, Berlusconi 1, Prodi, Berlusconi 2 e Monti. E dopo che l’F-35 sarà stato usato dall’Italia in una azione di guerra, ci sarà un Flavio Lotti che, alla Perugia-Assisi, riprenderà a marciare a fianco del capo del governo. Come fece nel 1999 col presidente del consiglio D’Alema che, dopo aver inviato gli aerei italiani a bombardare la Jugoslavia, partecipò, su invito, alla marcia per la pace.

da Il Manifesto, martedì 3 Aprile 2012

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PROSPETTIVE E ALTERNATIVE

Posted by PRC Muggiò su domenica 25 marzo 2012

L’incontro si terrà presso Legambiente, piazza Gramsci 58/a, Cinisello Balsamo
Martedì 27 marzo, ore 20,45

PROSPETTIVE E ALTERNATIVE
Interviene Riccardo Bellofiore,
professore di economia politica presso l’Università di Bergamo;
autore, tra l’altro di “La crisi globale: l’Europa, l’Euro e la Sinistra” e “La crisi capitalistica: la barbarie che avanza” asterior editore (www.asterios.it/).
Due agili lavori, 76 pagine per 7 euro, dove l’autore affronta sia l’aspetto dell’attualità della crisi, sia l’aspetto teorico (vedi recensione allegata);

Durante la serata sarà possibile acquistare i libretti.

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9 Marzo 2012 – In piazza con la FIOM

Posted by PRC Muggiò su domenica 4 marzo 2012

Col governo Monti cresce solo l’ingiustizia

La Fiom-Cgil ha proclamato per venerdì 9 marzo lo sciopero delle lavoratrici e dei lavoratori metalmeccanici con una manifestazione a Roma che si concluderà in piazza San Giovanni.
La democrazia ed il lavoro sono i nodi centrali del nostro tempo in Italia e in Europa.
Perché oggi il lavoro manca, è sempre più precario, è sempre meno pagato, al punto che pur lavorando si è poveri. Perché oggi nei luoghi di lavoro, a partire dalla Fiat, si rischia l’autoritarismo con la messa in discussione del Contratto nazionale, dei diritti individuali e collettivi.
Perché la democrazia è negata. Alle donne e agli uomini che lavorano è impedito di votare liberamente gli accordi che li riguardano e di potersi scegliere chi li rappresenta, fino alla messa al bando di un’intera organizzazione sindacale e all’esplicita discriminazione verso gli iscritti della Fiom-Cgil. È in questo contesto che Governo e Confindustria vogliono far passare l’idea, sbagliata e inaccettabile, che per uscire dalla crisi bisogna cancellare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, dopo aver manomesso il sistema pensionistico pubblico.

All’opposto devono essere universali, quindi estesi a tutti, la cassa integrazione quale alternativa ai licenziamenti collettivi e la tutela del reddito come diritto di cittadinanza. In una «Repubblica democratica fondata sul lavoro» quale l’Italia deve costituzionalmente essere, la libertà operaia è la libertà di tutti; la sicurezza del disoccupato e il superamento della precarietà è la sicurezza di tutti; un’economia ambientalmente sostenibile e un piano straordinario di investimenti pubblici e privati sono le condizioni per difendere i beni comuni e costruire nuovi posti di lavoro.
Lo sciopero generale e la manifestazione nazionale del 9 marzo diventano un appuntamento essenziale non solo per i metalmeccanici ma per tutti coloro che credono nella democrazia, nella giustizia sociale, nella libertà, nell’informazione libera e in un lavoro stabile con diritti. E in questo senso sono fondamentali il diritto allo studio, l’accesso alla cultura, la valorizzazione del patrimonio artistico e delle competenze. Nel nome della nostra Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista invitiamo ogni cittadino non solo ad aderire alla manifestazione, ma a farsi promotore e protagonista di questa giornata di mobilitazione partecipando attivamente.

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Precarietà, se Monti parla come un Berlusconi sobrio

Posted by PRC Muggiò su venerdì 3 febbraio 2012

di Giorgio Cremaschi

Se l’avesse detto Berlusconi! Se il vecchio Presidente del Consiglio o magari Brunetta avessero vantato la bellezza della precarietà, si sarebbe scatenato lo scandalo, giustamente. Invece Monti ha parlato, non a caso in una rete berlusconiana, con la stessa arroganza, con la stessa ottusità sociale di un salotto di Cortina, e per questo viene considerato uno statista coraggioso.

Naturalmente una responsabilità non piccola di questo ce l’ha il sistema informativo, quel giornale e quel telegiornale unici che da quando è andato al governo il professore della Bocconi ci forniscono solo la versione ufficiale del palazzo.

Ma resta il fatto che le frasi di Monti sono comunque rivelatrici del degrado sociale e culturale del paese. Nessun capo di governo di paese occidentale potrebbe parlare così in un momento di crisi drammatica e di disoccupazione di massa come questo. Se lo fa quello italiano è perché pensa di poterselo permettere.

Certo queste frasi dimostrano che Monti e il suo governo sono in larga parte persone sopravvalutate, com’è sopravvalutata la Bocconi e com’è sopravvalutato un certo mondo culturale e intellettuale che non è mai stato in grado di spiegare davvero nulla del nostro paese e della sua crisi. Ma resta il fatto che frasi di questo genere sono un segno politico chiaro. Se dopo averle dette Monti è ancora lì al suo posto a salvare l’Italia, vuol dire che il degrado dell’epoca di Berlusconi sta ancora continuando.

Monti è un Berlusconi sobrio e casto, ma è anche il continuatore radicale ed estremo dell’ideologia e della cultura politica del padrone di Mediaset. La crisi vera dell’Italia sta tutta qui: nel fatto che il Presidente del Consiglio possa fare affermazioni di destra liberista estrema, a cui peraltro paiono corrispondere le reali intenzioni del governo, e che tutto questo sia presentato e gestito in un regime di unità nazionale.

Questo è l’aspetto devastante per la nostra democrazia, di cui ha gravissime responsabilità anche il Presidente della Repubblica. Che un capo di governo, espressione degli interessi delle banche e della grande finanza, parli con arroganza del lavoro, e che di fronte a tutto questo ci siano balbettii in quella che era una volta la sinistra e nel movimento sindacale, questo ci fa dire che il regime Monti è un regime più dannoso per la nostra democrazia di quello berlusconiano.

Contro Berlusconi qualche difesa in questi vent’anni si era costruita. Contro Monti la democrazia, i diritti sociali, il pensiero critico, sembrano andare tranquillamente al macello. Per questo dobbiamo solo augurarci che Monti fallisca, e magari fare qualcosa perché ciò succeda. Solo la sconfitta politica e sociale di questo governo può davvero chiudere l’era berlusconiana.

(2 febbraio 2012)

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Distretto del Commercio – un vagito da 3.500 euro

Posted by PRC Muggiò su domenica 29 gennaio 2012

Aspettanto il “grande progetto” a parole rivendicato dal nostro Assessore (ma del quale non è stato dato nessun dettaglio nè specifica che permetta di capire in che cosa si sostanzi questo suo “grande progetto”), si è sentito finalmente un primo vagito… 3.500 euro (più IVA) che i tre comuni spenderanno per STUDIO E IDEAZIONE GRAFICA DELL’IMMAGINE DEL DISTRETTO (in altre parole per il LOGO)…..

aspettiamo che il neonato cresca, non si deve infierire sugli infanti!

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Distretto del Commercio – UN COSTO PRIMA O POI PER LA COLLETTIVITA’ CI SARA’

Posted by PRC Muggiò su venerdì 13 gennaio 2012

Pochi, pochissimi sapranno che a Novembre 2011 è stata presentata un’interrogazione sul Mancato finanziamento del progetto di “Distretto del commercio” predisposto dal comune di Muggiò, e che abbiamo indicato quell’episodio, assieme ad altri, quale indice della incapacità amministrativa di questa Giunta.
Nella risposta dell’Assessore (incompleta alla luce delle informazioni che oggi rendiamo pubbliche; è un problema che sempre più spesso ci capita di rilevare) è stato ribadito più volte che il costo del progetto, basato su una consulenza di “Officine Creative”, è stato zero, ma noi quella sera avevamo ipotizzato che “un costo prima o poi per la collettività ci sarà”… ED INFATTI, l’Assessore non ne ha fatto menzione, ma noi siamo riusciti a reperire la Delibera di Giunta n. 51 del 19.04.2011 nella quale è testualmente scritto:
“- … di nominare lo Studio Officina Creativa Snc manager del Distretto, secondo quanto previsto dall’art. 12 della richiamata D.G.R. n. 1822/2011;
 – di prevedere che la quota di finanziamento aggiuntivo funzionale al coordinamento e gestione del progetto di cui al comma 16 della richiamata D.G.R. n. 1822/2011, pari al massimo a €20.000,00 complessivi, sarà destinata, nella misura eventualmente erogata dalla Regione Lombardia a tale scopo, e solo in caso di accoglimento della proposta e conseguente finanziamento del distretto, al compenso allo Studio Officina Creativa snc quale manager del Distretto

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Redditi medi annui dichiarati da alcune categorie al lordo delle imposte (anno 2008; in euro)

Posted by PRC Muggiò su giovedì 5 gennaio 2012


Avvocati 49.100
Dentisti 45.100
Ingegneri 37.400
Architetti 26.300
Consulenti fiscali 24.000
Albergatori 21.000
Psicologi 17.100
Ristoratori e bar 16.400
Gioiellieri e orologiai 15.800
Meccanici 15.400
Tassisti 13.600
Parrucchieri e barbieri 10.400

FONTE : MINISTERO DELLE FINANZE

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Tagliare gli F-35? Si può fare

Posted by PRC Muggiò su giovedì 5 gennaio 2012

di Francesco Vignarca, da altreconomia.it

“Non credo proprio che sarà così” pare abbia detto il neo ministro della Difesa, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, a chi gli chiedeva se i “sacrifici” imposti dal Governo avrebbero riguardato anche le spese militari. “La crisi non fa venire meno funzioni fondamentali come la Difesa”. E i pacifisti potranno pure avere il diritto di esprimere la propria opinione ma “che sia corretta è da vedere” ha concluso il ministro.

Su questo tema il caso emblematico è quello dei cacciabombardieri d’attacco Joint Strike Fighter F-35, il programma militare più costoso della storia guidato dagli Stati Uniti in compartecipazione con altri 8 Paesi tra cui l’Italia (che è partner di “secondo livello” come la Gran Bretagna).

Da tempo e da più parti si chiede che questa spesa (i conti parlano per l’Italia di almeno 15 miliardi di euro in 11 anni) sia cancellata, o almeno ridotta, anche perché le stime di costo per ciascuno dei 131 velivoli che il nostro Paese si è impegnato ad acquistare hanno sfondato tutte le previsioni iniziali. “Impossibile – è la risposta più utilizzata -: il prezzo delle penali sarebbe maggiore della fattura di acquisto”.

La documentazione ufficiale dell’operazione si trova sul sito http://www.jsf.mil. Da questa si evince qualcosa di ben diverso: l’uscita del nostro Paese dal programma non comporterebbe oneri ulteriori rispetto a quelli già stanziati e pagati per la fase di sviluppo e quella di pre-industrializzazione. Lo prevede il “Memorandum of Understanding” del Joint Strike Fighter (in pratica, l’accordo fra i Paesi compartecipanti) sottoscritto anche dall’Italia con la firma apposta il 7 febbraio del 2007 dall’allora sottosegretario Giovanni Lorenzo Forcieri (governo Prodi). La sezione XIX del documento (l’ultimo aggiornamento ufficiale di fine 2009 è scaricabile qui a lato) stabilisce che qualsiasi Stato partecipante possa “ritirarsi dall’accordo con un preavviso scritto di 90 giorni da notificarsi agli altri compartecipanti” (par 19.4). In tale evenienza il Comitato Esecutivo del Jsf deciderà i passi successivi e il Paese che ha deciso di lasciare il consorzio continuerà a fornire il proprio contributo, finanziario o di natura operativa, fino alla data effettiva di ritiro.

Il Memorandum mette comunque al riparo tale mossa da costi ulteriori. In caso di ritiro precedente alla sottoscrizione di qualsiasi contratto di acquisto finale degli aerei nemmeno i costi di chiusura della linea produttiva, altrimenti condivisi, potrebbero essere imputati (par. 19.4.2) e “in nessun caso il contributo finanziario totale di un Paese che si ritira – compresi eventuali costi imprevisti dovuti alla terminazione dei contratti – potrà superare il tetto massimo previsto nella sezione V del Memorandum of Understanding” (par. 19.4.3).

E cosa stabilisce questa sezione? Che i costi non-ricorrenti e condivisi di produzione, sostentamento e sviluppo del progetto siano distribuiti, secondo tabelle aggiornate a fine 2009, in base al grado di partecipazione al programma di ciascun Stato. Per l’Italia ciò significa, nell’attuale fase (denominata “PSFD”: Production, Sustainment, Follow-on Development), una cifra massima totale, calcolata a valori costanti del dollaro, di 904 milioni.
Niente di più, in caso di ritiro prima di un qualsiasi contratto di acquisto dei velivoli.
Addirittura agli Stati Uniti è concesso, nel paragrafo 19.7, un ritiro unilaterale dal programma sebbene il totale previsto di 2.443 aerei da acquistare (cioè il 75% del totale) impedisca nei fatti di compiere tale scelta.

Proprio sulla base di queste parti dell’accordo Norvegia, Canada, Australia e Turchia hanno di recente messo in discussione la loro partecipazione al programma, in qualche caso arrivando a una vera e propria sospensione.
Alle spesa che l’Italia ha già pagato per il programma Jsf occorre aggiungere inoltre il miliardo di euro circa pagato per la precedente fase di sviluppo SDD (System Development and Demonstration) e i circa 800 milioni (di euro) previsti complessivamente ed in autonomia per l’impianto Final Assembly and Check Out (Faco) di Cameri. L’insediamento costituirà il secondo polo mondiale di assemblaggio degli F-35, ed è stato voluto fortemente dal governo italiano in cooperazione con i Paesi Bassi. Cameri è la sede in cui Alenia (un’industria privata in un insediamento produttivo pubblico) dovrebbe costruire le ali (ma solo quelle sinistre) del velivolo. L’appalto è stato assegnato alla società controllata da Finmeccanica per sub-contratto.
Fatti due conti, il totale degli oneri già determinati a carico del contribuente italiano ammonta a 2,7 miliardi di euro. E ci si potrebbe fermare qui.

La situazione sarebbe completamente diversa in caso di sottoscrizione già avvenuta del contratto di acquisto degli aerei: non più un accordo tra Stati partner per la suddivisione di costi di un progetto congiunto, ma vero e proprio ordine di acquisto inoltrato all’azienda capo-commessa Lockheed Martin. In tale caso l’investimento andrebbe a lievitare sia per il costo in sé dei 131 velivoli previsti, sia per le penali in caso di ritiro che sicuramente l’impresa Usa non mancherebbe di esplicitare. Per questo Lockheed Martin ha cercato, negli ultimi anni, di premere per la costituzione di un consorzio di acquisto tra alcuni dei Paesi del progetto.

Già dal 2007 i manager del board JSF hanno incoraggiato, con la promessa di prezzi più bassi, i partner a sottoscrivere contratti di acquisto. Ma questa ipotesi prevedeva sanzioni: qualsiasi cliente avesse annullato o ritardato le consegne avrebbe dovuto compensare gli altri membri del consorzio per l’aumento dei costi unitari derivanti. Una spada di Damocle che non è piaciuta a nessuno, tanto che fonti del governo australiano hanno dichiarato “morta” la trattativa già a fine 2009. Fonti militari ci confermano oggi che nemmeno lo Stato italiano, dopo il Memorandum del 2007, ha firmato ulteriori accordi a livello governativo.

L’impatto per le nostre tasche sarebbe ben diverso se l’Italia continuasse sulla strada intrapresa, arrivando a firmare un contratto con Lockheed Martin. L’ultima “Nota aggiuntiva allo stato di previsione per la Difesa” disponibile (quella per il 2011, perché nella Legge di Stabilità di fine anno del governo Berlusconi nessun dettaglio è riportato, nemmeno per i tagli lineari già previsti dall’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti) stanzia per tutta la fase di acquisto dei 131 caccia ipotizzati, da completarsi nel 2026, un costo complessivo di 13 miliardi di euro.

In realtà le più recenti stime basate sui dati del Pentagono proiettano il costo finale di ciascun esemplare a più del doppio dell’ipotesi iniziale elaborata dai tecnici del programma; ciò significa che la fattura per l’Italia (compresi anche i propulsori, pagati a parte) potrebbe tranquillamente ammontare – e stiamo parlando di stime in continua crescita – ad almeno 15 miliardi di euro. Soldi da pagare in corrispondenza dei singoli contratti d’acquisto, spalmati su più anni. Senza contare che, in particolare per i progetti aeronautici, i costi maggiori si hanno con il mantenimento e la gestione dei velivoli.

Dando retta alla tabella che distribuisce la produzione dei velivoli per singolo anno e singolo Paese, invero un po’ datata, l’Italia dovrebbe iniziare ad acquistare aerei nel 2012 (4 esemplari) per finire nel 2023 (10 esemplari con picco di 13 aerei tra il 2016 e il 2018). Le consegne effettive sono previste due anni dopo la firma di ciascun contratto. Proiettando il tutto in termini monetari ciò comporterebbe un costo dai 460 ai 1.495 milioni di euro all’anno da qui al 2023, con un costo medio annuale di almeno 1.250 milioni.

Eppure sarà difficile vedere un “dietro-front” del nostro Paese su questo progetto, almeno per mano del Governo “tecnico” attualmente in carica. È stato infatti proprio l’attuale ministro della Difesa Di Paola a firmare, con una cerimonia a Washington nel giugno 2002, l’accordo per la partecipazione italiana da un miliardo di euro alla prima fase SDD (come si vede nella foto accanto, diffusa dal Dipartimento della Difesa USA e disponibile sul sito del progetto JSF). Secondo il direttore del programma JSF del tempo Jack Hudson, l’ammiraglio Di Paola (a quell’epoca Segretario generale della Difesa) è stato un “formidabile sostenitore per il Jsf in Italia; la sua appassionata energia e la sua visione sono state di valido aiuto per il completamento dei negoziati”. Peccato che, durante i discorsi ufficiali, Di Paola non sia stato buon profeta nell’affermare che con il Jsf si sarebbe sperimentato un nuovo approccio al procurement militare ottenendo alti risultati “con un’attenzione stringente al controllo di costo”. La crescita vertiginosa del prezzo ha dimostrato ben altra realtà.

Visto che la “foglia di fico” delle penali si è rivelata solo fumo negli occhi, sarebbe il caso di mettere realmente in discussione un programma che ci costerà circa oltre un miliardo di euro all’anno solo per l’acquisto degli aerei, poi da mantenere. Nemmeno la giustificazione del ritorno industriale pare plausibile (si favoleggia del 75% dell’investito) e soprattutto sono da ridimensionare fortemente le stime occupazionali legate alla partecipazione dell’industria italiana al progetto. Le parti sociali, in particolare sindacali, hanno stabilito in 200 (più 800 nell’indotto) i posti di lavoro creati, mentre il ministero della Difesa prevede 600 occupati alla struttura FACO di Cameri. Non certo i 10.000 impieghi raccontati per anni da politici e manager compiacenti con il programma. Studi recenti dimostrano che spostare un miliardo di dollari dalla Difesa al comparto delle energie rinnovabili aumenterebbe del 50% il tasso di occupazione: addirittura del 70% se re-investiti in ambito sanitario.

Un mondo senza conflitti, secondo i calcoli dell’australiano Institute for Economics and Peace che elabora il Global Index of Peace avrebbe creato un valore economico positivo di 8.000 miliardi di dollari, con un terzo di questa cifra derivante dalla riconversione dell’industria bellica.

(2 gennaio 2012)

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GOLDMAN SACHS; COSA UNISCE MARIO DRAGHI, MARIO MONTI E LUCAS PAPADEMOS

Posted by PRC Muggiò su lunedì 26 dicembre 2011

Perchè mai chi è stato ai vertici di uno degli Enti tra i massimi responsabili della crisi finanziaria che squassa l’occidente ha ora i titoli per governare istituzioni e paesi europei?

Gli uomini di GOLDMAN SACHS

GOLDMAN SACHS al governo dell'Europa

Nella pagina di Le Monde una descrizione del ruolo svolto da chi, senza investitura democratica, oggi dirige nell’ordine:

– BCE. Mario Draghi, vicepresidente di Goldman Sachs per l’Europa tra il 2002 e il 2005; diventato associato, venne incaricato delle “imprese e dei paesi sovrani.” A questo titolo, una delle sue missioni fu quella di vendere i prodotti finanziari “swap“, consentendo di dissimulare parte del debito sovrano che permise di truccare i conti greci.
– ITALIA. Mario Monti, consigliere internazionale dal 2005 ad oggi. Secondo la banca forniva consulenze sugli “affari europei e sulle grandi questioni delle politiche pubbliche mondiali”. Di fatto Monti è stato un “apritore di porte”, il cui compito consisteva nel penetrare nel cuore del potere europeo per difendere gli interessi di Goldman Sachs.
– GRECIA. Lucas Papademos fu governatore della Banca Centrale ellenica tra il 1994 e il 2002, dove partecipò all’operazione di falsificazione dei conti perpetrata con Goldman Sachs

Altri due pesi massimi della rete di Goldman Sachs in Europa sono stati molto presenti nella crisi dell’euro: Otmar Issing, ex membro del direttorio della Bundesbank ed ex capo economista della Banca centrale europea, e l’irlandese Peter Sutherland, un amministratore di Goldman Sachs international che ha partecipato dietro le quinte al salvataggio dell’Irlanda.

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LE LIBERALIZZAZIONI SONO STATE UN FLOP

Posted by PRC Muggiò su martedì 6 dicembre 2011

Consumatori italiani beffati: solo i prezzi dei medicinali e delle tariffe dei servizi telefonici hanno subito una diminuzione. Impennata dei costi per le assicurazioni auto, per i servizi bancari/finanziari e per i trasporti ferroviari.

“Le liberalizzazioni hanno portato pochi vantaggi nelle tasche dei consumatori italiani. Anzi, nella stragrande maggioranza dei casi si è registrata una vera e propria impennata dei prezzi o delle tariffe. Tra l’anno di liberalizzazione ed il 2011, solo i medicinali e le tariffe dei servizi telefonici hanno subito una diminuzione del costo. Per tutte le altre voci del paniere preso in esame, invece, è successo il contrario. I prezzi o le tariffe sono cresciute con buona pace di chi sosteneva che un mercato più concorrenziale avrebbe favorito il consumatore finale. Purtroppo, in molti settori si è passati da una situazione di monopolio pubblico a vere e proprie oligarchie controllate dai privati”.

A denunciare questa situazione è il segretario della CGIA di Mestre, Giuseppe Bortolussi, che con il suo Ufficio studi ha preso in esame l’andamento delle tariffe o dei prezzi di 11 beni e servizi che sono stati liberalizzati negli ultimi 20 anni.

Il “flop” più clamoroso è avvenuto per le assicurazioni sui mezzi di trasporto che dal 1994 ad oggi sono aumentate del +184,1%, contro un incremento dell’inflazione del +43,3% (in pratica le assicurazioni sono cresciute 4,2 volte in più rispetto al costo della vita).

Male anche i servizi bancari/finanziari (costo dei conti correnti, dei bancomat, commissioni varie, etc.). Sempre tra il 1994 ed il 2011 i costi sono aumentati mediamente del +109,2%, mentre l’incremento dell’inflazione è stato pari al +43,3% (in questo caso i costi finanziari sono aumentati 2,5 volte in più dell’inflazione).

Anche i trasporti ferroviari hanno registrato un incremento dei prezzi molto consistente: tra il 2000 ed il 2011, sono aumentati del +53,2%, contro un aumento del costo della vita pari al +27,1%.

Se per i servizi postali l’aumento del costo delle tariffe è stato del +30,6%, pressoché pari all’incremento dell’inflazione avvenuto tra il 1999 ed il 2011 (+30,3%), per l’energia elettrica la variazione delle tariffe ha subito un aumento più contenuto (+1,8%) rispetto alla crescita dell’inflazione (che tra il 2007 ed i 2011 è stata del +8,4%). Solo per i medicinali e i servizi telefonici le liberalizzazioni hanno portato dei vantaggi economici ai consumatori. Nel primo caso, tra il 1995 ed oggi i prezzi sono diminuiti del 10,9%, a fronte di un aumento del costo della vita del +43,3%. Nel secondo caso, tra il 1998 ed il 2011 le tariffe sono diminuite del 15,7%, mentre l’inflazione è aumentata del 32,5%.

“Alla luce del risultato emerso in questa analisi – conclude Giuseppe Bortolussi – invitiamo il nuovo Governo Monti a monitorare con molta attenzione quei settori che saranno prossimamente interessati da processi di deregolamentazione. Non vorremmo che tra qualche anno molti prezzi e tariffe, che prima dei processi di liberalizzazione erano controllati o comunque tenuti artificiosamente sotto controllo, registrassero aumenti esponenziali con forti ricadute negative per le tasche dei consumatori italiani”.

(**) Per ciascuna voce si è identificato l’anno in cui ha cominciato a svilupparsi il processo di liberalizzazione
ed è stata calcolata la variazione dei prezzi fino agli ultimi dati disponibili (2011 media primi 10 mesi)
• Assicurazioni: a partire dalla liberalizzazione del 1994
• Servizi finanziari: a partire dall’entrata in vigore del Testo Unico Bancario (1994)
• Trasporti ferroviari: a partire dall’anno di separazione tra Trenitalia e Rete Ferroviaria Italiana (2000)
• Trasporti urbani: a partire dalla Legge 133/2008 (conferimento gestione tramite procedure competitive)
• Gas: liberalizzazione a partire dal 1 gennaio 2003
• Pedaggi autostradali: a partire dalla privatizzazione della principale concessionaria pubblica (1999)
• Trasporti aerei: a partire dal 1997 (conclusione processo di liberalizzazione del trasporto aereo europeo)
• Servizi postali: dal recepimento della prima direttiva postale (1998-99)
• Energia elettrica: a partire dal 1 luglio 2007 (liberalizzazione per i clienti privati)
• Prodotti farmaceutici: dei medicinali a partire dal 1995.
• Servizi telefonici: a partire dall’introduzione della “Legge Maccanico” (1997-1998)

(***) Per le voci pedaggi autostradali e trasporti urbani – a causa dei cambiamenti nella
rilevazione da parte dell’ISTAT (nel 2011) – le variazioni dei prezzi nel periodo 2007 e 2011 sono state
calcolate riconducendo le voci in questione a quelle più direttamente confrontabili
(rispettivamente pedaggi e parchimetri e trasporti urbani multimodali).
Andamento delle tariffe nei settori liberalizzati
Variazioni % del prezzo/tariffe e dell’inflazione tra l’anno di liberalizzazione e il 2011 (**)

Anno di liberalizzazione (**) Var. % del prezzo o della tariffa Var. % inflazione Aumento prezzi o tariffe rispetto l’inflazione
Assicurazioni sui mezzi di trasporto (*) 1994 +184,1 +43,3 +4,2 volte
Servizi bancari/finanziari (*) 1994 +109,2 +43,3 +2,5 volte
Trasporti ferroviari 2000 +53,2 +27,1 + 2 volte
Pedaggi autostradali (***) 1999 +50,6 +30,3 +1,7 volte
Trasporti aerei 1997 +48,9 +35,1 +1,4 volte
Gas 2003 +33,5 +17,5 +1,9 volte
Servizi postali 1999 +30,6 +30,3 uguale
Trasporti urbani (***) 2009 +7,9 +4,1 +1,9 volte
Energia elettrica 2007 +1,8 +8,4 inferiore
Prodotti farmaceutici 1995 -10,9 +43,3 diminuito
Servizi telefonici 1998 -15,7 +32,5 diminuito

Elaborazione Ufficio Studi CGIA di Mestre su dati Istat e fonti varie

Note:
(*) Dati di partenza del prezzo e dell’inflazione riferiti al 1995.

(**) Per ciascuna voce si è identificato l’anno in cui ha cominciato a svilupparsi il processo di liberalizzazione
ed è stata calcolata la variazione dei prezzi fino agli ultimi dati disponibili (2011 media primi 10 mesi)
• Assicurazioni: a partire dalla liberalizzazione del 1994
• Servizi finanziari: a partire dall’entrata in vigore del Testo Unico Bancario (1994)
• Trasporti ferroviari: a partire dall’anno di separazione tra Trenitalia e Rete Ferroviaria Italiana (2000)
• Trasporti urbani: a partire dalla Legge 133/2008 (conferimento gestione tramite procedure competitive)
• Gas: liberalizzazione a partire dal 1 gennaio 2003
• Pedaggi autostradali: a partire dalla privatizzazione della principale concessionaria pubblica (1999)
• Trasporti aerei: a partire dal 1997 (conclusione processo di liberalizzazione del trasporto aereo europeo)
• Servizi postali: dal recepimento della prima direttiva postale (1998-99)
• Energia elettrica: a partire dal 1 luglio 2007 (liberalizzazione per i clienti privati)
• Prodotti farmaceutici: dei medicinali a partire dal 1995.
• Servizi telefonici: a partire dall’introduzione della “Legge Maccanico” (1997-1998)

(***) Per le voci pedaggi autostradali e trasporti urbani – a causa dei cambiamenti nella
rilevazione da parte dell’ISTAT (nel 2011) – le variazioni dei prezzi nel periodo 2007 e 2011 sono state
calcolate riconducendo le voci in questione a quelle più direttamente confrontabili
(rispettivamente pedaggi e parchimetri e trasporti urbani multimodali).

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Sindaco rimandato a Settembre

Posted by PRC Muggiò su domenica 13 novembre 2011

I PRINCIPI DELL’ECONOMIA SMANTELLANO IL PROGETTO AREA FESTE.

Settemila m.q. di Parco Grugnotorto – parco agricolo di interesse sovracomunale, “polmone verde” della Brianza – trasformati in capannoni industriali sono il prezzo da pagare per edificare su trentaduemila m.q. di Parco la faraonica Area Feste.

Forse il Sindaco ha dimenticato ciò che ha studiato e i princìpi dell’economia.
L’ambiente è considerato una “risorsa collettiva“, ovvero un bene gratuito che i singoli individui però, senza apposite regolamentazioni, possono sfruttare senza limiti: “quando un individuo sfrutta una risorsa collettiva, impedisce ad altri di goderne nella stessa misura” (G. Mankiw, 2011).
Lo sfruttamento ad uso industriale di aree pubbliche del Parco (7000 m.q., pari a più di un campo da calcio!) da parte del privato distrugge l’interesse di tutti i cittadini.

Chiediamo all’amministrazione di invertire rotta e di pensare finalmente agli interessi della collettività.
Chiediamo regolamentazioni più ferree a favore del Parco e del verde, a partire dall’annullamento del progetto Area Feste (a fronte anche delle motivazioni espresse dall’appello lanciato dall’Associazione Amici del Parco Grugnotorto).
Chiediamo un grande salto in avanti, considerando l’ambiente non solo una risorsa collettiva, ma un bene pubblico, cioè gratuito e usufruibile da tutti, senza possibilità di sfruttamento.
Chiediamo una moratoria per bloccare tutte le nuove edificazioni o aumenti volumetrici nel Parco Grugnotorto.

L’ennesima bocciatura della giunta Zanantoni…

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I lavoratori del Comune di Muggiò sono INDIGNATI… e noi con loro

Posted by PRC Muggiò su mercoledì 31 agosto 2011

Indignati! Manifestazione sotto il Municipio dei dipendenti comunali
La terza manovra del Governo, nell’arco di due mesi, ha rappresentato per i lavoratori pubblici uno schiaffo in pieno volto.“, così inizia il comunicato che la Funzione Pubblica CGIL del Comune di Muggiò ha inviato a Sindaco, Assessori e Consiglieri Comunali.

Vengono tratteggiate le vessazioni cui sono soggetti i lavoratori del pubblico impiego e si convoca un presidio per giovedì primo settembre dalle ore 08:00 alle ore 12:00 in Piazza Matteotti 1.

Noi siamo pienamente solidali con la loro protesta ed invitiamo tutti a partecipare, non solo al presidio del primo settembre sotto la sede Municipale, ma anche allo sciopero generale indetto dalla CGIL per la giornata del 6 settembre contro una manovra iniqua ed inefficace che addossa tutti gli oneri sulle spalle di pensionati e lavoratori, che non alloca nessuna risorsa per il rilancio dell’economia, che non persegue le banche, i grandi evasori fiscali e chi si è arricchito indecentemente con le speculazioni finanziarie a danno del mondo del lavoro.

E’ possibile mettere in campo un’altra politica economica, a partire dalle proposte della CGIL e da una patrimoniale sulle grandi (e spesso oscure) proprietà… ma bisogna mandare a casa questo Governo accecato dall’odio di classe verso il mondo del lavoro e dalla cupidigia di mantere intatti i privilegi di una ristretta “CASTA” di pseudo-liberisti, pseudo-imprenditori e corporazioni professionali.

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Dopo il “sermone”… aspettiamo i fatti

Posted by PRC Muggiò su domenica 21 agosto 2011

Appello del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, contro l’evasione fiscale; in Italia raggiunge una cifra “impressionante”, ha detto Bagnasco, e allora “come comunità cristiana, come credenti dobbiamo rimanere al richiamo etico che fa parte della nostra missione e fare appello alla coscienza di tutti perchè anche questo dovere possa essere assolto da tutti per la propria giusta parte”.
Vaticano pagaci tu la manovra finanziaria
E’ triste che l’invito ai contribuenti venga proprio da una realtà che ha il record mondiale di esenzioni e privilegi fiscali.

I cattolici sono liberi di professare il loro credo come meglio ritengono opportuno ma a noi laici, in questo momento di grave difficoltà per la società italiana, fa riflettere che Bagnasco limiti il ragionamento all’evasione fiscale ma omette ogni riflessione su quanto attiene ai privilegi fiscali di cui gode (quasi 1 miliardo di euro all’anno solo dall’8 per mille… da aggiungere gli altri finanziamenti diretti per scuole ed università private cattoliche, contrattualistica differenziata per gli insegnanti di religione cattolica, finanziamenti a mezzi di comunicazione cattolici, finanziamenti per infrastrutture di proprietà dello Stato Vaticano, finanziamenti per l’assistenza religiosa negli ospedali pubblici. Non ci facciamo poi mancare il capitolo delle esenzioni, ad esempio esenzione ICI, legge sugli Oratori, IRES ecc.).

Come diceva un tale Luca? «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo? (…)  Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».

Per i lavoratori le sacche di privilegio diventano ogni giorno più intollerabili, e forse anche per la “Politica” qualcosa si muove se addirittura i finiani del Futurista lanciano una campagna di sensibilizzazione online.

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Manovra ingiusta ed incapace di rilanciare l’economia

Posted by PRC Muggiò su domenica 14 agosto 2011

Ribellarsi alla manovra ingiusta ed inefficace

Ribellarsi alla manovra ingiusta ed inefficace

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La rivoluzione in Europa: non pagare il debito – Giorgio Cremaschi

Posted by PRC Muggiò su mercoledì 22 giugno 2011

Perché i lavoratori, i cittadini, il popolo greco dovrebbero impiccarsi alla corda degli strozzini di tutta Europa? Perché
la Grecia dovrebbe rinunciare a stato sociale, diritti, regole, sicurezza; vendere all’incanto i propri beni comuni, a
partire proprio dall’acqua, per far quadrare i conti delle grandi banche europee e americane? Questa è la domanda
di fondo che si pone oggi in quel paese e, a breve, in tutta Europa. Si dice che i debiti devono essere sempre pagati,
e così quello pubblico della Grecia. Tuttavia quando due anni e mezzo fa le principali banche occidentali rischiavano
il fallimento, i governi stanziarono da 3.000 a 5.000 miliardi di euro, secondo le diverse stime, per salvare le banche
private ed i loro profitti. Oggi si nega alla Grecia da un trentesimo a un cinquantesimo di quella cifra, se non vende
tutto, comprese le sue belle isole come sostengono alcuni quotidiani economici tedeschi. I banchieri e i grandi
manager occidentali hanno visto, grazie al colossale intervento pubblico, aumentare del 36% in un anno i propri già
lauti guadagni, mentre il reddito medio dei lavoratori greci è calato del 25%. Questa è la realtà su cui sproloquiano
gli innamorati dell’Europa delle banche e del rigore. Quei falsi profeti che con l’euro sono riusciti nella magica
operazione di svalutare tutte le retribuzioni dei lavoratori europei e di rivalutare tutti i profitti dei loro padroni. Sì,
certo, nelle buone intenzioni l’euro doveva servire ad unificare l’Europa. Nella pratica concreta dei patti di stabilità, di
Maastricht, delle politiche liberiste dei governi – di tutti i governi di destra e di sinistra – ha però in realtà distrutto
l’unità sociale e persino quella democratica del Continente. Oggi i governi eletti dai cittadini non decidono nulla
sull’economia. Sono i tiranni di Francoforte e di Bruxelles che decretano quello che si deve o non si deve fare.
Questo è a tal punto vero che il Belgio sta sperimentando l’assenza di un governo democratico da quasi due anni.
Ormai quel paese è direttamente amministrato dai commessi, dai funzionari, dai manager dei poteri europei.
Abbiamo già scritto che questa Europa fa schifo. Essa è in grado di fare la guerra in Libia, e su questo ha solo torto
il Presidente della Repubblica a voler andare avanti, ma non di varare una politica sociale comune, né per i migranti
né per i suoi più antichi cittadini. La più importante conquista civile e democratica dopo la sconfitta del fascismo, il
patrimonio che l’Europa oggi potrebbe consegnare all’umanità – lo stato sociale, i diritti di cittadinanza, la
partecipazione democratica – viene sacrificato sull’altare delle banche e della finanza. Questa Europa va rovesciata.
Non in nome delle piccole patrie razziste e xenofobe, delle ridicole padanie capaci solo di rivendicare targhette per i
ministeri e spietatezza con i poveri, soprattutto se vengono da fuori. L’Italia ha cominciato a liberarsi di Berlusconi e
di Bossi, ed è forse più avanti nel capire che non è il populismo razzista l’alternativa al potere liberista europeo, anzi,
è semplicemente la faccia più sporca di quella stessa medaglia. L’Italia ha cominciato a liberarsi, ma questa
liberazione sarà vera quando verrà rovesciato il potere degli usurai che in tutta Europa stanno imponendo il
massacro sociale, con il ricatto del mercato selvaggio e della globalizzazione. Occorre una rivoluzione democratica
e sociale dei popoli europei che rovesci l’Europa delle banche, della finanza, dei ricchi. Bisogna non pagare questo
debito e far invece cadere, finalmente, i costi della crisi su chi l’ha provocata. Il piccolo popolo islandese ha già
votato in un referendum il mandato ai propri governi di non pagare il debito per salvare la speculazione mondiale.
Questo chiedono gli indignados spagnoli, così come i cittadini greci davanti al loro parlamento totalmente esautorato
di ogni reale potere. Dalla Grecia, che ha inventato la parola democrazia, deve partire la riscossa democratica di tutti
i popoli d’Europa.

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Acqua pubblica? Bersani dice sì. Ma mezzo Comitato per il no è del Pd

Posted by PRC Muggiò su lunedì 6 giugno 2011

Il Movimento 5 Stelle attacca frontalmente il partito di Bersani: “Hanno cambiato idea nell’arco di pochi mesi e mantengono interessi nelle aziende multiutility. La loro è una posizione opportunistica”
Bersani ora non ha dubbi. E invita gli elettori del Pd a votare ‘sì’ a tutti e quattro i referendum. Compresi i due quesiti sull’acqua. Ma sei dei 13 fondatori del comitato per il ‘no’ “Acqua libera tutti”, che vuole che il decreto Ronchi sulla privatizzazione della risorsa idrica resti in vigore, sono iscritti proprio al suo partito. Accanto a vecchie conoscenze del Pdl, come Piercamillo Falasca ed i deputati Giuliano Cazzola, Benedetto Della Vedova di Fli, spuntano infatti anche i nomi di Luigi Antonio Madeo, membro dell’ assemblea nazionale del Pd, Fabio Santoro, autorevole esponente dei democratici napoletani, Giacomo d’Arrigo rappresentante del Pd e responsabile di Anci Giovani, Massimiliano Dolce, presidente del consiglio comunale del Comune di Palestrina, Antonio Iannamorelli, consigliere comunale Pd a Sulmona (Aquila), Giusy Gallotto, dirigente del Pd di Salerno già collaboratrice del ministro agli affari regionali Lanzillotta nel governo Prodi.

“La posizione del Pd in merito ai referendum è ambigua: prima erano contrari, oggi sono a favore, domani non sappiamo”, accusa il consigliere regionale in Emilia Romagna del Movimento 5 Stelle, Giovanni Favia. Molti di coloro che hanno raccolto le firme si ricordano che lo scorso anno i Democratici non avevano aderito all’iniziativa. Era il 22 aprile 2010 quando Bersani aveva detto: “Noi non abbiamo una strategia referendaria perché in 15 anni si sono persi 24 referendum e poi perché il referendum manca dell’aspetto propositivo. Detto ciò noi guardiamo con simpatia a tutti coloro che si stanno muovendo contro la privatizzazione forzata dell’acqua pubblica”.

Una simpatia che ora non salva il segretario dalle accuse del Movimento 5 Stelle: quella di volere salire sul carro dei vincitori, ora che, dopo il flop di Berlusconi alle amministrative, il quorum sembra più raggiungibile. “I due sì, indicati dal Pd per l’acqua pubblica, hanno il sapore dell’opportunismo e della vecchia politica fatta solo di slogan e convenienze – dice Favia -. I referendum infatti, sono vere e proprie martellate ai modelli di gestione affermati proprio dal Pd nelle varie Hera Spa ed Iren Spa per non parlare delle leggi pro acqua privata presentate da Bersani a novembre”.

Il riferimento è a una proposta di legge presentata il 16 novembre 2010 da Bersani, con altri quarantanove deputati da Franceschini a D’Antoni passando per Sposetti, Colaninno e Boccia. L’idea era quella di superare il decreto Ronchi in tema di gestione delle risorse idriche senza passare per il referendum, ma all’articolo 2 comma 4 si affermava testualmente: “L’acqua è un bene di rilevanza economica”. Proprio il concetto che il secondo quesito del referendum vorrebbe oggi abolire. Una frase che al comitato per il ‘no’ era piaciuta visto che il commento fu: “Per il Partito Democratico l’acqua è un servizio a rilevanza economica e può essere gestita da privati. Questo c’è scritto nella proposta presentata stamattina: il Pd di fatto si schiera contro i referendum truffa. Anche il Partito Democratico, quindi, prende atto che l’acqua deve gestirsi in maniera industriale e che gli investimenti vanno finanziati con la tariffa e non con nuove tasse. Oggi si consuma la Caporetto dei referendari e dei comitati per la statalizzazione dell’acqua. Speriamo in un confronto bipartisan per far fallire i referendum. La proposta del Pd va in questa direzione”.

C’è stata un’ “ambiguità” del Pd, dicono i 5 Stelle. Secondo loro, il motivo è pure che in una miriade di società multiservizi oggi quotate in borsa siedono uomini indicati dai Democratici. I dividendi di queste società arrivano poi a Comuni governati anche da Pd e alleati. Un piccolo, ma eloquente esempio: nella bassa modenese, a Finale Emilia a fine 2010 è scoppiato il “caso Sorgea” dove con voto del centrosinistra, Pd in primis, è stato privatizzato il 40% della società idrica. Unico voto contrario quello del consigliere locale del Prc-Federazione della Sinistra.

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GIORGIO CREMASCHI- Marcegaglia e Marchionne lasciati soli? Ma “ci facci il piacere”!

Posted by PRC Muggiò su venerdì 15 aprile 2011

La presidente della Confindustria e l’amministratore delegato della Fiat si sono in questi giorni lamentati di essere stati lasciati soli dal governo. Quale incredibile sfacciataggine.Non c’è un solo provvedimento in questi mesi da parte del governo che non sia andato incontro ai desideri più profondi del sistema delle imprese. Dal collegato lavoro, ai contratti separati, alla politica fiscale, tutto ha favorito e ha risposto le scelte della Confindustria e della Fiat. E’ vero che in Italia non c’è alcuna politica industriale e che i due ministri che si sono succeduti al Ministero dello Sviluppo economico, Scajola e Romani, hanno brillato per la loro assoluta assenza. Ma né la Fiat né la Confindustria hanno mai proposto politiche industriali degne di questo nome, anzi hanno fatto fronte a ogni tentativo di coordinare le scelte delle imprese. Bisogna purtroppo dare ragione a Tremonti, quando sostiene che sul caso Parmalat è inutile parlare di dirigismo del governo, che non c’è, quando nessuna grande impresa privata italiana si è fatta viva, prima dei francesi.

Marcegaglia - gli industriali sono stati lasciati soli

Marcegaglia - gli industriali sono stati lasciati soli

D’altra parte il salotto buono delle imprese italiane, il loro autentico parlamento, il consiglio di amministrazione delle “Generali”, ha sfiduciato Geronzi, il banchiere più vicino oggi a Berlusconi, non certo per costruire un progetto di sviluppo per il paese, ma per sostituire, nella stessa politica, un gruppo di potere all’altro.
Gli unici ad essere stati soli sono stati gli operai di Mirafiori e Pomigliano, che si sono visti scagliati contro una campagna mediatica e ideologica senza precedenti. E’ vero che questa campagna ha avuto un effetto contrario sull’immagine della Fiat. Come lo hanno per Berlusconi gli eccessi di Emilio Fede e dei suoi fan. Ma questo è solo un effetto non voluto di un disegno che comunque è stato e viene perseguito. Lo dimostra il fatto che sul futuro della Fiat, sui fantomatici 20 miliardi di investimento, sui programmi produttivi colossali privi di qualsiasi aggancio con la realtà, non c’è alcun confronto critico nelle istituzioni e nella grande comunicazione.
Sono rimasti soli i lavoratori e i precari di fronte a una stagnazione economica e a una crescita delle ingiustizie sociali che fa pagare a loro tutti i costi della crisi. Che la ripresa sia una sostanziale invenzione, che milioni di disoccupati o sottooccupati incombano sulla stagnazione economica e nella crisi è un dato della realtà che Berlusconi, Marchionne e Marcegaglia hanno fatto il possibile per nascondere finora.
Il fatto che ora il sistema cominci a scricchiolare e l’oggettivo indebolimento di Berlusconi spinga i padroni a trovare una carta di ricambio, non cancella di un millimetro le loro responsabilità. Per questo fa grande tristezza vedere gran parte dell’opposizione politica, in particolare il terzo polo e il Partito Democratico, entusiasmarsi per le battute della presidente della Confindustria e dell’amministratore delegato della Fiat. Costoro, sul piano sociale ed economico almeno, criticano da destra il governo: vorrebbero una politica ancora più brutale verso il mondo del lavoro. E quindi non possono essere gli interlocutori di una reale alternativa a Berlusconi.
L’Italia riprenderà a crescere socialmente e civilmente, e anche economicamente, quando si saprà rispondere a Marcegaglia e Marchionne che lamentano di esser lasciati soli, come avrebbe fatto Totò: “ma ci facci il piacere!”.
Giorgio Cremaschi
(13 aprile 2011)

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Chi vende le armi a Gheddafi?

Posted by PRC Muggiò su mercoledì 9 marzo 2011

Tratto dal blog di Riccardo Stagliano su Repubblica.it

Con quasi 280 milioni di euro di commesse l’Italia è stata, negli anni dal 2005 al 2009, tra i paesi Ue la più grande fornitrice di armi alla Libia di Gheddafi.

I dati provengono dai siti dell’Unione Europea e Simon Rogers del Guardian. Il governo di Malta ha fatto sapere che avrebbe, per sbaglio, aggiunto uno “0″ al totale delle sue vendite alla Libia per il 2009.

———————————————————————————————————-

– Dal sito del Guardian (in inglese):

Which EU countries armed Libya under Gaddafi? The EU arms sales to Libya statistics, collected by the European Union, are not exactly public knowledge.

We only know about them because of some excellent work by Dan O’Huiggin, who found the complete breakdown of EU military exports in some distant corner of the Europa website and published a breakdown of 2009, the latest year available.

The data, only available as a PDF, is tricky to export but we bring you the latest five years here. It covers from 2005 (the first year after the end of the arms embargo in 2004) right up to 2009.

Last week we looked at the UK’s exports to the Middle East and North Africa. How does the EU data compare?

The key points are:

• The EU granted export licenses for €834.5m worth of arms exports in the first five years after the arms embargo was lifted in October 2004
• 2009 is the highest amount ever: €343.7m
• Italy is the top exporter, with €276.7m over the five years
• The UK got off to a big start in 2005, with €58.9m of the €72.2m total. UK licenses over the five years are worth €119.35m
• Malta saw some €79.7m of guns go through the Island en route to Libya in 2009 – apparently sold via an Italian company

It’s worth checking out Dan O’Huiggin’s round-up of the brilliant European coverage of these sales for examples of the arms trade in action.

Where do I get the data?

There’s no single entry point. You can find the 2009 report here and this search term will get you 2008 as well. You can get earlier years here too.

There are some caveats you should take into account too – these are licenses, so actual sales could be less. They also don’t show who the end-user is. So, for example, some of the French licenses are undoubtedly granted for UK companies exporting via Paris. The data is perhaps deliberately obscure.

But we’ve got the full five years below. What can you do with it?

Data summary

EU arms exports to Libya

Value of export licenses granted. All figures in €m.

Country
2005
2006
2007
2008
2009
Total

SOURCE: EUROPA

Total 72.19 59.03 108.8 250.78 343.73 834.54
Italy 14.97 56.72 93.22 111.8 276.7
France 12.88 36.75 17.66 112.32 30.54 210.15
UK 58.86 3.11 4.63 27.2 25.55 119.35
Germany 0.31 2 23.84 4.18 53.15 83.48
Malta 0.01 79.69 79.7
Belgium 0.21 0.45 22.32 23.02
Portugal 6.88 14.52 21.4
Spain 3.82 3.84 7.69
Slovakia 1 4.41 5.41
Bulgaria 3.73 3.75
Czech Republic 1.19 1.92 3.11
Poland 2.03 2.03
Austria 1.81 1.83
Slovenia 0.14 0.27 0.11 0.53
Latvia 0.25 0.25
Greece 0.03

EU arms exports: types of product

All figuresin €. Click heading to sort. Download this data

Country
Ammunition and fuses
Tear gas, chem weapons, radio-active
Electronic equip
Military planes
Small guns

SOURCE: EUROPA

Total 6,101,995 9,688,033 85,416,087 278,244,867 97,955,681
Italy 0 1,016,948 107,726,979
France 2,345,007 1,045,360 10,689,216 126,177,565 7,412
UK 3,088 455,705 26,163,548 2,118,152 283,942
Germany 0 7,765,968 46,894,764 15,780,000
Malta 14,900 79,689,691
Belgium 651,611 17,953,442
Portugal 21,399,613
Slovakia 2,230,131
Bulgaria 3,730,000
Czech Republic 421,000
Poland 2,025,846
Austria 9,000 21,194
Slovenia 532,042
Latvia 254,539

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Energia nucleare – il problema senza la soluzione

Posted by PRC Muggiò su sabato 26 febbraio 2011

Lo spot promosso dal Forum Nucleare è ingannevole.

Lo spot trasmesso a dicembre su tutte le televisioni nazionali, usava la metafora della partita a scacchi in cui due opposte visioni si affrontano: una favorevole al nucleare e l’altra contraria. L’intenzione apparente era quella di promuovere un dibattito aperto e spregiudicato sul tema nucleare. L’inganno reale era invece che lo spot cercava di pilotare un’opinione precisa creando un pregiudizio pronucleare.
Il presidente del Forum Nucleare Chicco Testa, noto nuclearista italiano e già presidente di Enel, aveva spudoratamente dichiarato: «La nostra è un’iniziativa molto equilibrata. Dubito che una campagna pubblicitaria di Greenpeace, ad esempio, saprebbe essere altrettanto onesta intellettualmente».

Noi e gli ambientalisti lo abbiamo denunciato subito, ma ora al nostro parere si è aggiunto quello del Giurì dell’Autodisciplina Pubblicitaria che ha chiesto il blocco della messa in onda dello spot.

Le principali contraddizioni della campagna pubblicitaria del Forum Nucleare sono:

  • “Le scorie si possono gestire in sicurezza”. E da quando? In sessant’anni l’industria nucleare non ha ancora trovato una soluzione per la gestione di lungo termine dei rifiuti nucleari;
  • “Tra 50 anni non potremo contare solo sui combustibili fossili”. È vero, ma anche l’uranio è limitato;
  • “Le fonti rinnovabili non bastano”. Sicuro? Uno scenario energetico 100% rinnovabile è possibile, come dimostrano analisi dell’Ue e dell’industria.

Per riparare all’inganno prodotto dall'”onestà intellettuale” di Chicco Testa, vista la decisione del Giurì, sarebbe adesso il caso di trasmettere in televisione anche lo spot prodotto da Greenpeace


Maggiori informazioni sui danni del nucleare sul sito predisposta da Greenpeace.

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