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Archive for the ‘Politica’ Category

NON CI SONO SCORCIATOIE, LA SINISTRA È LA VIA MAESTRA

Posted by PRC Muggiò su venerdì 19 aprile 2019


Il circolo di Rifondazione Comunista di Muggiò avrebbe voluto costruire una vera lista di sinistra per la tornata amministrativa del 26 Maggio, ed a tal fine ci siamo confrontati con alcune forze politiche che pensavamo potessero condividere un’idea di città che non si conformasse alla burocratica applicazione dei vincoli imposti agli enti locali dalle norme nazionali, che non attuasse pedestremente gli indirizzi abbozzati dalla corrente amministrazione, che praticasse la laicità e desse spazio alle istanze di cambiamento necessarie alle nuove generazioni.

Avremmo voluto costruire una proposta amministrativa laica, che ad esempio non delegasse l’amministrazione del Fondo Muggiò Città Solidale costituito anche con quote del 5 per mille dei cittadini, all’ organizzazione di una confessione religiosa, screditando il ruolo e la credibilità dei servizi sociali comunali.

Se fosse dipeso da noi non avremmo legato le mani al futuro Consiglio Comunale su scelte strategiche per il futuro della città con azioni che sono state a volte maldestre, a volte minimali, spesso di facciata. Si possono citare alcuni esempi: l’ammontare degli oneri di urbanizzazione dovuti per intervenire in un ipotetico progetto di riqualificazione del Multiplex nel Grugnotorto, un progetto di teleriscaldamento utile principalmente a tenere in vita l’inquinante e pericoloso inceneritore di Desio, il discutibile Piano Integrato d’Intervento sulla ex-Ravizza che svende la fascia di rispetto del Villoresi, la finta soluzione data al Dopo di Noi… e ci si potrebbe dilungare in diversi altri esempi.

Allora l’amministrazione Fiorito in 5 anni non ha fatto nulla di buono? Ovviamente non è possibile fare solo cose sbagliate o non condivisibili, come non è possibile fare solo cose giuste e condivise. Giusto per fare un paio di esempi abbiamo apprezzato il mantenimento degli impegni di spesa nei servizi sociali e sul finale della consiliatura una rinnovata attenzione ai valori antifascisti della Costituzione (regolamenti e pietre d’inciampo). Tutto da verificare l’effettivo utilizzo di importanti poste economiche che ad oggi rimangono solo annunci: la fideiussione che si vuole escutere per le opere non realizzate del PII ex-Fillattice, l’effettivo utilizzo dei 2,7ML frutto della vendita della quota azionaria di AEB.

Il PD non ha voluto discutere con noi un solo progetto amministrativo o politico, neppure ipotizzabile un confronto sulle politiche per la giustizia economica, sociale ed ambientale… non ne siamo dispiaciuti. D’altro canto, le forze politiche locali che abbiamo incontrato purtroppo si sono rivelate timorose del cambiamento, non convinte delle necessità di proporre ai cittadini un progetto autonomo di sinistra… ne siamo dispiaciuti.

Avremmo potuto quindi ripresentare candidato sindaco e lista del PRC come facemmo nel 2014… ma la nostra affermazione di coerenza, sarebbe stata capita ed utile per i muggioresi? In questo quadro rinunciatario delle forze che avrebbero potuto costruire un progetto di sinistra per il comune, in assenza di una reale spinta per il cambiamento, quest’anno preferiamo dare libertà di voto ai nostri iscritti e simpatizzanti; si sentano liberi di decidere se e come votare per l’amministrazione del comune.

Diverso è invece il quadro che si è determinato per le elezioni europee. Lì si è avviato un processo che vede la convergenza di diverse anime di sinistra: Partito della Rifondazione Comunista, Altra Europa con Tsipras, Sinistra Italiana, Convergenza Socialista, Partito del Sud, Transform Italia hanno dato vita alla lista “La Sinistra”, una lista per le elezioni europee che vuole essere uno spazio comune a disposizione di tutte le soggettività, politiche, culturali, sociali, civiche e di movimento che si richiamano ai valori e contenuti del popolo di sinistra.

Lì non ci sono ambiguità né scelte rinunciatarie, non c’è il devastante “turarsi il naso” per scegliere il male minore. Lì, alle elezioni europee, il nostro appoggio chiaro e forte va a “La Sinistra”!

http://www.sinistraeuropea.eu/

http://www.sinistraeuropea.eu/index.php/manifesto/

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“La sinistra” si presenta: una lista unitaria e alternativa per le europee

Posted by PRC Muggiò su mercoledì 10 aprile 2019

di Stefano Galieni – Left –

Il messaggio è chiaro e inequivocabile: «Una sola lista a sinistra del Pd e alternativa in Europa». Lo hanno spiegato con accenti diversi i partecipanti alla conferenza stampa dove è stato reso noto il simbolo con cui un fronte di forze antiliberiste, femministe, antirazziste ed ecologiste, si presenta alle prossime elezioni europee del 26 maggio.

Il progetto illustrato a Roma, presso l’Hotel Nazionale, in piazza Montecitorio, è semplice: mai come questa volta saremo costretti a parlare di Europa e il Parlamento di Strasburgo di fatto impone di riconoscersi in quelle che sono le fondamentali “famiglie europee”. Quella socialista, incarnata in Italia dal Pd, quella liberale dell’Alde, in cui confluiranno gli eventuali eletti di Più Europa, attenti ai diritti civili ma distanti anni luce dalla sinistra rispetto ai diritti sociali e alle tematiche ambientaliste spesso incompatibili con i grandi interessi. E poi i Verdi con cui in Europa spesso si sono condivise battaglie fondamentali per il futuro e per il presente del pianeta ma che spesso non arrivano a criticare alle radici il modello di sviluppo.

Tralasciando ovviamente le famiglie del centro destra (che nel continente hanno governato da decenni con le forze socialiste) restano il gruppo Gue/Ngl e il Partito della sinistra europea, European left per come è scritto sul simbolo, di cui la lista presentata oggi, “La Sinistra”, fa parte. I sondaggi danno questa sinistra in Europa in crescita, da noi si è riusciti oggi a definire un percorso che potrà portare nuova linfa ad un progetto e ad un gruppo peraltro nato proprio a Roma nel lontanissimo 2004. Una sinistra che prova a riunirsi, non per la sopravvivenza di ceti politici, come un pensiero populista dominante tende a raccontare, ma per un patrimonio di contenuti comuni, di battaglie sociali e politiche, per un simile approccio al mondo, al presente e al futuro, che le altre forze in campo non hanno.

Lo ha segnalato molto bene nel suo intervento Eleonora Forenza, europarlamentare uscente, disegnando le ragioni di questo “terzo spazio” incompatibile tanto con il liberismo sfrenato che ha accomunato con le politiche di austerity liberali, popolari e socialisti, quanto con il nazionalismo xenofobo e oscurantista delle destre sovraniste che governano anche in Italia. «I movimenti delle donne, quelli ambientalisti e antirazzisti che hanno riempito le piazze di primavera – ha sottolineato Forenza che si ricandiderà alle elezioni – sono la dimostrazione che c’è una parte di Paese che vuole avere un futuro diverso da quello che gli viene imposto oggi. Noi siamo e rivendichiamo di essere quelle e quelli dei porti aperti. Il governo italiano è quello che utilizza la parola “solidarietà” come richiesta da fare all’Europa per fermare i migranti; noi siamo invece solidali con i 49 richiedenti asilo della Mare Jonio, criminalizzati da Salvini e dal M5s».

Maurizio Acerbo, segretario del Prc-Se ha sottolineato come, a differenza di quanto affermato dalle sedicenti opposizioni in Italia, da noi il problema non sia risolvibile dando qualcosa ai poveri ma affrontando alla radice il tema delle diseguaglianze sociali. Una parola che ha accomunato tutti gli interventi è stata quella di una “patrimoniale” con cui ristabilire anche la logica per cui bisogna prendere da chi ha di più e non continuare a strozzare chi non ha più niente. L’Europa delle politiche neoliberiste volute da tutti, dei trattati votati da tutti, a cominciare da Maastricht, tranne che dalle forze che si riconoscono oggi in questa lista, ha prodotto in questi anni 110 milioni di poveri, una cifra enorme. «Venendo qui – ha concluso Acerbo – ho visto i manifesti di Fratelli d’Italia in cui si diceva di volere cambiare totalmente l’Europa. Quasi a voler far credere che siano stati gli ufo a votare le norme che ci hanno ridotto così. Se Salvini oggi rischia di raggiungere risultati enormi è colpa di un centro sinistra che non ha voluto ascoltare le nostre richieste e gli allarmi che lanciavamo».

Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra italiana Si, partendo anche dalla fine di una esperienza come Liberi e uguali, delinea i tanti punti che rendono il progetto de “La Sinistra” diverso e non assimilabile ad altri. «Le nostre posizioni sui trattati, sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, sulla guerra, sul diritto d’asilo, sui diritti sociali – ha ribadito – non sono neanche “rivoluzionarie”, di patrimoniale parla anche il Partito democratico americano, lavorare meno è ormai pratica anche in alcuni Paesi europei e fa parte del dibattito politico normalmente. Da noi sembra impossibile». Entro la settimana verranno resi noti i nomi delle candidate e dei candidati, che si vogliono non solo come espressione dei partiti ma soprattutto della ricchezza del mondo associativo e dei movimenti con cui si è in relazione. Una lista quindi chiara e netta nei contenuti ma aperta al mondo ampio di chi si oppone ad un modello di vita considerato inaccettabile. Domenica 14 aprile si svolgerà una assemblea di lancio della lista a Roma, al teatro Quirino, in via delle Vergini 7 a partire dalle 10.

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Lo strabismo politico che impedisce di vedere i pericoli per la Costituzione di nuovo sotto tiro.

Posted by PRC Muggiò su lunedì 25 marzo 2019

By | marzo 23rd, 2019

La Costituzione è di nuovo sotto tiro, per ragioni di sostanza e per le proposte di modificarne il testo. Che si tratti di modifiche puntuali a singoli aspetti è pura propaganda, smentita anche dalla coincidenza dei tempi delle modifiche. Tante singole modifiche fanno una linea politica e quello che ne risulta è preoccupante.

Non si tratta solo di qualche ritorno di fiamma contro la vittoria del No nel referendum costituzionale del 2016, di cui si è fatto interprete – purtroppo – Zingaretti all’assemblea nazionale del Pd del 17 marzo scorso. Fino ad allora era stata la vulgata renziana ad attribuire i guai dell’Italia alla vittoria del No, senza alcun riguardo al fatto che al referendum costituzionale si è arrivati perchè era stata voluta dal governo con tutti i mezzi quella “deformazione” della Costituzione.

Il governo Renzi era convinto che il referendum costituzionale sarebbe stato stato un plebiscito a favore delle modifiche della Costituzione e come sappiamo ha sbagliato la previsione perchè il 60% ha detto No e di questi elettori secondo alcune stime un terzo viene dall’elettorato di centrosinistra e liberale.

Purtroppo questa persistente torsione all’indietro del collo, con l’aggiunta delle responsabilità per l’approvazione della modifica del titolo V nel 2001 e del preaccordo per l’autonomia differenziata firmato dal Governo Gentiloni con le Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia quando non aveva più i poteri per farlo stanno creando uno strabismo politico che impedisce di vedere i pericoli attuali per la Costituzione, di fatto e di testo.

Impedito fino ad ora il “furto” con destrezza da parte di Salvini

Sull’autonomia differenziata l’iniziativa di varie associazioni, Coordinamento Democrazia Costituzionale in testa, ed intellettuali ha fin qui impedito che si verificasse il furto con destrezza di Salvini, che da un lato vuole i voti di tutta l’Italia e quindi ha tolto “nord” dal nome e ha cambiato il colore da verde in blu, ma dall’altro vuole portare a Lombardia e Veneto (cosa ci fa l’Emilia in questa compagnia è un mistero) poteri e risorse fino a prefigurare, come ha ben sintetizzato il prof. Viesti, la secessione delle regioni ricche.

Attenzione: un rinvio non è una vittoria ma solo prendere tempo al massimo fino alle elezioni europee. Ci riproveranno.

Due sono gli aspetti di fondo: 1)i diritti fondamentali oggi garantiti dalla Costituzione agli italiani con questa autonomia differenziata non sarebbero più uguali per tutti ma dipenderebbero dalla regione di appartenenza, con un aumento dei costi tanto che il Ministero dell’Economia ha chiesto garanzie sul non aumento, quindi i costi sarebbero a carico delle altre regioni; 2)si vorrebbe trattare l’accordo tra Stato e Regioni come fosse un accordo con una confessione religiosa rendendolo di fatto inemendabile, da approvare a scatola chiusa: prendere o lasciare, qui torna una concezione del parlamento come mero votificio

Non basta una nobile resistenza alla ruspa leghista

Per evitare questa svolta pericolosa occorre usare il tempo faticosamente guadagnato dalla reazione alla proposta di autonomia differenziata per fare crescere la consapevolezza e la reazione. Altrimenti rischia di essere una nobile resistenza alla ruspa leghista, a cui come sappiamo i 5 Stelle resistono ben poco. Abbiamo già visto in casi come l’autorizzazione a processare Salvini che la volontà di tenere in piedi il governo ad ogni costo del M5Stelle li ha portati ad arrampicarsi sui vetri fino a negare principi fondanti del movimento. L’ala governista ha prevalso e nulla fa pensare che non sarebbe così anche sull’autonomia differenziata.

Nel caso Salvini come in occasione dell’approvazione della legge di bilancio, come nell’uso spregiudicato del voto di fiducia e dei decreti legge (tanto criticati quando erano adottati da altri) compare una concezione del ruolo del parlamento che lo vede del tutto subalterno al governo, anzi al gruppo ristretto di comando. Salta di fatto la distinzione tra i poteri legislativo ed esecutivo, con qualche antipatia per l’autonomia della magistratura. Quindi tutto quello che prepara un parlamento senza autorità prepara il futuro. Non a caso, con motivazioni di riduzione di spesa, si pensa di tagliare un terzo dei deputati e dei senatori creando distorsioni enormi, ad esempio in Calabria i collegi senatoriali sarebbero 2 con circa un milione di abitanti. Pochi sanno che il Senato in coda all’approvazione della proposta del taglio dei parlamentari ha approvato anche una proposta di legge che conferma la sostanza dell’attuale nefasta legge elettorale che non consente di agli elettori di scegliere direttamente i loro rappresentanti. Vengono quindi abbandonate tutte le proposte di modifica della legge elettorale attuale, una vergogna, in particolare per i 5 Stelle che si erano impegnati a modificarla.

Referendum propositivo: restano alcuni difetti inaccettabili

Infine la proposta del referendum propositivo. In sé è una buona idea e il testo attuale è migliorato, ma restano alcuni difetti di fondo inaccettabili: 1)occorre definire le materie su cui non ci possono essere referendum propositivi, come per l’abrogativo e non possono esserci effetti di spesa, che solo governo e parlamento possono mettere in equilibrio; 2)la Corte Costituzionale deve poter giudicare sempre della costituzionalità o meno di un provvedimento, in qualunque momento; 3)se il parlamento non approva una legge è corretto sottoporre a referendum la proposta popolare (sarebbe preferibile introdurre anche un quorum di partecipanti), se però le camere approvano una legge è questa che fa stato ed eventualmente se i promotori non sono d’accordo possono usare il normale referendum abrogativo, non è possibile che venga sottoposto a referendum il testo di iniziativa popolare nascondendo la proposta parlamentare, in sostanza resta, per quanto mascherata, la contrapposizione tra testo parlamentare e iniziativa popolare, il resto delle norme sono pannicelli caldi.

In ogni caso la richiesta di fondo è che il parlamento consenta che ogni modifica della Costituzione possa essere sottoposta a referendum costituzionale, quindi non approvi mai con i 2/3. E’ questione di principio. Non deve più accadere quanto è avvenuto con l’articolo 81 che non è stato possibile sottoporre a referendum. Il Ministro Fraccaro è abile nel cercare di evitare i referendum, anche se per un esponente del M5Stelle è una stranezza, ma non abbastanza, abbiamo ben capito il suo obiettivo e non siamo d’accordo, va salvaguardato il diritto dei cittadini a esprimersi con il voto, sempre.

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QUOTA 100 NON E’ L’ABROGAZIONE DELLA LEGGE FORNERO. PESANTE PENALIZZAZIONE PER LE DONNE E I LAVORATORI PRECARI

Posted by PRC Muggiò su lunedì 14 gennaio 2019

Il governo ha rinviato la discussione sulla bozza di decreto legge che ha fatto la sua comparsa il 4 gennaio – poi aggiornata con un successivo testo – che definisce gli interventi sia sul reddito che sulle pensioni: la cosiddetta “Quota 100”. In attesa di conoscere la versione finale del testo è utile fare il punto di quello che si prospetta.

ASSENTE LA NONA SALVAGUARDIA PER GLI ESODATI

Manca intanto la nona salvaguardia per gli esodati che avrebbe dovuto sanare la situazione di circa 6mila persone, non coperte dalle salvaguardie precedenti e rispetto alla quale erano state reiterate molte promesse da parte della maggioranza. E’ un punto grave, che deve essere risolto.

UNA MISURA “IN VIA SPERIMENTALE”

Si fissa poi il carattere “sperimentale” e non strutturale di Quota 100, la cui valenza è delimitata al triennio 2019- 2021. In realtà per l’intervento sulle pensioni (come per quello sul reddito) il rischio che si tratti di misure spot, determinate dalla propaganda in vista delle elezioni europee, è assai maggiore della sperimentalità triennale. La manovra prevede infatti, come è noto, per il 2020 e per il 2021 la necessità di reperire risorse per 23 e 29 miliardi, per disinnescare i pesantissimi aumenti dell’Iva fissati dalle clausole di salvaguardia a garanzia dell’accordo con la UE.

Una previsione che sottopone ogni intervento alla possibilità molto concreta di essere rimesso in discussione dopo le elezioni.

QUOTA 100 NON E’ QUOTA 100

Si fissano poi i due requisiti: almeno 62 anni di età e almeno 38 di contributi, che devono essere rispettati entrambi. Quota 100 non è dunque Quota 100: non si può accedere alla pensione ad esempio con 37 di contributi e 63 di età, per il doppio paletto. Il requisito anagrafico – i 62 anni- è inoltre agganciato ai successivi aumenti legati al meccanismo dell’adeguamento all’aspettativa di vita.

L’ASPETTATIVA DI VITA

L’adeguamento all’aspettativa di vita resta come meccanismo generale per i requisiti anagrafici e per la pensione di vecchiaia: a gennaio 2019 si passa quindi da 66 anni e 7 mesi a 67 anni, e resta la previsione di ulteriori futuri aumenti.

L’adeguamento viene cancellato esclusivamente per il requisito contributivo relativo al cosiddetto accesso al pensionamento anticipato indipendente dall’età. In sostanza si blocca ai requisiti esistenti nel 2018 ( 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne ) l’anzianità contributiva necessaria per la pensione anticipata. Vengono inoltre esclusi dagli incrementi i lavoratori precoci (coloro i quali hanno svolto almeno un anno di lavoro prima dei 19 anni) equiparati in questo modo alle 15 categorie di lavori usuranti e gravosi, definite dalla legge 205/2017 (che usufruiscono delle agevolazioni se hanno almeno 30 anni di contributi ed hanno svolto quell’attività per almeno 7 anni negli ultimi 10).

LE FINESTRE. PUBBLICI E PRIVATI

La cancellazione dell’aumento legato all’aspettativa di vita per chi va in pensione anticipata con 42 anni e 10 mesi (uomini) o 41 anni e 10 mesi (donne) e per i lavoratori precoci è tuttavia sottoposta al meccanismo reintrodotto delle “finestre”, cioè del periodo che intercorre tra la maturazione dei requisiti e il diritto alla decorrenza della pensione. Le finestre sono trimestrali per i dipendenti privati e semestrali per quelli pubblici: lo “sconto” si riduce quindi a 2 mesi per i lavoratori privati, mentre per i pubblici addirittura si peggiora di un mese.

La motivazione addotta per la differenziazione tra pubblici e privati, riguarda la necessità di garantire i servizi essenziali: in palese contrasto con il nuovo blocco delle assunzioni nel pubblico fino a novembre 2019 stabilito dalla manovra.

I dipendenti pubblici sono penalizzati anche dal rinvio del pagamento del TFR che viene posticipato alla data in cui la lavoratrice o il lavoratore sarebbe andato in pensione senza quota 100, anche di 5 anni. Nella prima bozza si faceva riferimento a convenzioni con le banche per l’erogazione anticipata del TFR. Nella seconda si parla soltanto di un decreto attuativo, “senza oneri a carico della finanza pubblica”, che quindi scarica gli interessi sui lavoratori.

PROROGA DI APE SOCIALE

Viene prorogata di un anno l’Ape Social ricalcando i termini con i quali è stata istituita. Come è noto l’AS ha previsto la possibilità per le persone che abbiano compiuto 63 anni di andare in pensione se in una delle seguenti condizioni: disoccupati che abbiano concluso l’indennità di disoccupazione da tre mesi, con almeno 30 anni di contributi; lavoratori che assistano familiari conviventi di 1°grado con disabilità grave da almeno 6 mesi e con almeno 30 anni di contributi; lavoratori con invalidità uguale o superiore al 74% con almeno 30 anni di contributi; lavoratori che svolgano un lavoro particolarmente gravoso o l’abbiano svolto per 6 anni negli ultimi 7 con 36 anni di contributi. Sono requisiti strettissimi e interpretati restrittivamente, in particolare per quel che riguarda le lavoratrici e i lavoratori disoccupati. Il che ha comportato – secondo i dati Inps del novembre 2018 – l’accoglimento di poco più di 33mila domane su un totale di oltre 87mila (il 38%), tra novembre 2017 e luglio 2018.

PROROGA DI OPZIONE DONNA

Nella bozza del decreto è prevista anche la proroga di Opzione donna, con la possibilità di accedere alla pensione per le lavoratrici dipendenti nate entro il 31 dicembre 1960 e quelle autonome nate entro il 31 dicembre 1959 – quindi rispettivamente con 58 e 59 anni di età – con almeno 35 anni di contributi maturati entro il 31 dicembre 2018. Opzione donna comporta come è noto il ricalcolo complessivo della pensione con il sistema contributivo, con una decurtazione media del 30%. Le finestre inoltre in questo caso continuano ad essere di 12 mesi per le lavoratrici dipendenti e 18 mesi per le lavoratrici autonome.

 

IN SINTESI

Quota 100, come il “reddito di cittadinanza” sono sottoposte al rischio molto concreto di interventi peggiorativi, passate le elezioni europee, per la pesantezza delle clausole di salvaguardia che condizionano tutta la manovra del governo.

Nel merito, è migliorativa rispetto alla disastrosa situazione esistente, conseguente alla Legge Fornero – per la cui abrogazione, lo ricordiamo, Rifondazione Comunista promosse un referendum nel 2012 purtroppo vanificato dallo scioglimento anticipato delle camere – ma ha carattere triennale e non rappresenta in nessun modo né la cancellazione promessa in campagna elettorale della Fornero, né una riforma organica, come testimonia il permanere di diverse misure, tutte in regime sperimentale (Quota 100, Ape Sociale, Opzione Donna…).

Vi accederanno un numero di lavoratori significativamente inferiore alla platea potenziale, anche per la riduzione della pensione conseguente ai minori anni di contribuzione.

L’adeguamento all’aspettativa di vita resta per la pensione di vecchiaia, e non è parametrato alle diverse condizioni di lavoro e di stress da lavoro, non risolte dalle limitate eccezioni previste.

Non è in nessun modo risolutiva in particolare per le donne, le più colpite dalla controriforma del 2011, che continuano ad essere gravemente penalizzate, e che anticipano le future (e più gravi) penalizzazioni dei giovani lavoratori e delle giovani lavoratrici precarie.

Il perdurante sessismo di una società che scarica sulle donne il lavoro domestico e di cura (5 ore e 13 minuti in media al giorno contro 1 ora e 50 degli uomini: 3 volte tanto1), e insieme le discrimina nei riconoscimenti sociali, fa sì che le donne abbiamo carriere lavorative discontinue, subiscano il part-time imposto assai più degli uomini (1milione e 851mila donne contro 851mila uomini2), subiscano perduranti penalizzazioni salariali.

Nel 2011, prima dell’approvazione della Legge Fornero, le donne con 35 anni di contributi erano solo il 20,6% sul totale femminile, contro il 70,6% degli uomini sul totale maschile3 . Ma allora era possibile utilizzare il canale della pensione di vecchiaia che prevedeva 5 anni di differenza per le lavoratrici private (mentre per le pubbliche la modalità truffaldina di relazione con la UE da parte di tutti i governi, di centrosinistra come di centrodestra, aveva già portato all’innalzamento dell’età pensionabile).

I dati recenti forniti dai sindacati parlano per le lavoratrici del settore privato di una media di 25,5 anni di contributi contro i 38,8 degli uomini.

In sostanza le donne che potranno accedere a Quota 100 saranno un’assoluta minoranza, mentre Opzione Donna comporta penalizzazioni delle pensioni fortissime, che intervengono su retribuzioni già nettamente più basse di quelle degli uomini.

I giovani

La situazione attuale delle donne non fa che anticipare la situazione futura di chi lavora oggi.

I 38 anni di contributi sono una chimera per la condizione precaria sempre più generalizzata delle lavoratrici e dei lavoratori attuali, che vede accanto alla discontinuità lavorativa condizioni salariali nettamente peggiori (il 30% in meno rispetto al tempo indeterminato).

Per questo è per noi imprescindibile una mobilitazione che si ponga l’obiettivo di una riforma organica della previdenza, e che rivendichi da subito il ripristino di una riduzione significativa dell’età pensionabile per le donne – almeno fin quando non sarà conquistata una effettiva uguaglianza nel lavoro produttivo e riproduttivo – e una pensione di garanzia per i giovani, iniziando a rimettere in discussione i meccanismi del contributivo.

Come continuiamo a evidenziare, non c’è nessun problema di sostenibilità intrinseca del sistema pensionistico. La controriforma Fornero fu imposta dentro le logiche delle politiche di austerità. Ma il saldo  tra le entrate contributive e le prestazioni previdenziali, al netto dell’assistenza e delle tasse, è sempre stato in attivo a partire dal 1996: un attivo che nel 2016 è stato di circa 39 miliardi4.

Il limite di “Quota 100” è quello di tutta la manovra, di cui pure rappresenta probabilmente il provvedimento migliore: i vincoli dell’austerità UE rispetto ai quali il governo ha portato avanti un’iniziativa tanto teatrale quanto inefficace, ed insieme le politiche fiscali inique fatte di condoni e Flat Tax, piuttosto che di contrasto all’evasione, maggiore progressività, patrimoniale sulle grandi ricchezze.

1 Censis, 2016

2 Istat, terzo trimestre 2018

3 X Congresso Attuari INPS

4 F. R. Pizzuti “Pensioni: una bomba sociale pronta a esplodere”, Gennaio 2018

 

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Abuso di credulità popolare. Pubblicato il 6 gennaio 2019- Carlo Giacobini

Posted by PRC Muggiò su lunedì 7 gennaio 2019

È di queste ore una bozza del sospirato decreto che, operativamente, dovrebbe attivare il reddito e la pensione di cittadinanza, atto che dovrebbe essere approvato nella prossima seduta del Consiglio dei ministri.

Esperienze consolidate ci suggeriscono prudenza di fronte a qualsiasi bozza. Potrebbe non essere definitiva, potrebbe essere rivista in un secondo momento, peggiorata o migliorata. Oppure potrebbe essere un ballon d’essai per tastare le reazioni nel Paese, mezzuccio antico adottato dai governi passati e attuali.

Potrebbe… ma l’articolazione del testo del provvedimento è dannatamente credibile e la sostenibilità economica (per lo Stato, non già per il cittadino) è reale nella sua brutalità, finalmente dopo tanti annunci assai poco convincenti.
E quindi, sperando di essere smentito dal prosieguo del cammino di quel decreto, già mi azzardo a una prima valutazione inevitabilmente mesta.

Non sono l’unico in questi mesi ad aver letto e ascoltato ripetuti proclami che annunciavano entusiasticamente l’aumento delle pensioni di invalidità “un invalido non può vivere con la pensione di 280 euro”, “questo Governo del cambiamento aumenterà le pensioni degli invalidi” e, in un crescendo, “Aumento delle pensioni di invalidità: fatto!” al momento dell’approvazione dell’ultima legge di bilancio al tramontare del 2018.

Nulla vi era in tal senso in quella norma. E, diciamolo subito, nulla vi è in questa bozza di decreto che conforti le promesse ampiamente enfatizzate da autorevoli esponenti del Governo.

La famosa pensione di cittadinanza non spetterà agli invalidi civili, ai ciechi civili, ai sordi, ai sordociechi, né ai più gravi né ai meno gravi. Fine della storia.

La pensione di cittadinanza è riservata (si fa per dire) agli over 65 anni che vivano soli o con un altro ultra65enne, che abbiano un ISEE familiare ai 9.360 euro, che non abbiano patrimoni immobiliari diversi dalla prima casa superiori ai 30.000 euro e che non abbiano patrimoni mobiliari (conti, titoli, depositi) superiori ai 6.000 (seimila euro); 8000 se sono in due. Ci arriveranno in ben pochi.

E al massimo la pensione può raggiungere i 630 euro al mese. Ovviamente chi già, in un modo o nell’altro, percepisca supponiamo 500 euro, ne prenderà 130.
Oltre alla pensione, se l’anziano vive in affitto, potrà ricevere un aiuto pari al massimo a 130 euro. Se vive in casa propria, se li scorda. Se vive con una persona che abbia meno di 65 anni, se li scorda pure ma può tentare con il reddito di cittadinanza.
E quindi? Quindi vediamo il reddito di cittadinanza, ampollosamente definito come “misura unica di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e alle esclusione sociale, a garanzia del diritto al lavoro, della libera scelta del lavoro nonché a favorire il diritto all’informazione, all’istruzione, alla formazione, alla cultura attraverso politiche volte al sostegno economico che all’inserimento sociale dei soggetti a rischio di emarginazione nella società e nel mondo del lavoro.”
Proseguendo addirittura con “il reddito di cittadinanza costituisce livello essenziale delle prestazioni”, il che, come si può notare, vive solo nelle più fervide fantasie.

Il reddito di cittadinanza è utile a mantenere la svolazzante promessa di alzare le pensioni di invalidità a 780 euro? Nemmeno per idea.

È uno strumento rivolto a nuclei familiari in forte situazione di disagio economico che adotta criteri piuttosto stringenti nei quali, fra l’altro, viene ben poco considerata la disabilità, ma che comunque non alza l’importo delle pensioni.

Anche in questo caso l’ISEE di riferimento è quello familiare, calcolato con i consolidati metodi, pari a 9.360 euro annui che non si possono superare. I limiti patrimoniali sono gli stessi che per la pensione. Nel caso nel nucleo sia presente una persona con disabilità, il limite di patrimonio mobiliare (titoli, conti, risparmi vari) è elevato di ulteriori 5.000 euro. Supponiamo che una coppia in cui la moglie sia disabile, non dovranno superare i 13.000 euro di “risparmi” (6000 primo componente, 2000 per il secondo, ulteriori 5000 per il componente con disabilità). Se supera quella cifra, niente reddito di cittadinanza anche se gli altri valori rientrano nei limiti.

Ma non è tutto e qui viene il bello. Oltre all’ISEE, oltre ai limiti patrimoniali invero bassi, viene posto anche un tetto di reddito familiare: 6000 euro annui. La cifra sale a seconda della composizione del nucleo ed aumenta seguendo una specifica scala di equivalenza: 1 per il primo componente, +0,4 per i familiari adulti; + 0,2 per i minori. Il massimo del punteggio ammesso è di 2,1 (sia che la famiglia sia di 5 o 10 persone). Quindi al massimo il limite di reddito (non di ISEE, come abbiamo detto) dell’intero nucleo diventa 12.600 euro l’anno.

È importante questa scala di equivalenza perché è la stessa che poi si applica per calcolare l’importo del reddito di cittadinanza. Bene: questa scala di equivalenza non prevede alcun coefficiente aggiuntivo nel caso sia presente una persona con disabilità.

Non solo: per calcolare il limite reddituale di riferimento vengono conteggiate anche le provvidenze assistenziali (pensione sociale, pensioni di invalidità, cecità, sordità…). Non sono conteggiate, invece, i trattamenti che non prevedono la prova di mezzi (tradotto: indennità di accompagnamento) e le erogazioni a fronte di spese sostenute (esempio contributi per la vita indipendente).

Non è questione marginale perché questo computo fa sì che il reddito della famiglia salga con il rischio di superare il limite fissato o che, in ogni caso, abbassi l’importo del reddito di cittadinanza.

Un esempio: un invalido titolare di indennità di accompagnamento che vive solo in casa propria, che non supera i limiti patrimoniali e che non lavora. ISEE zero, ma riceve una pensione per un totale annuo di 3713,58 euro (285,66 x 13 mensilità). Rientra fra i beneficiari del reddito di cittadinanza, ma l’importo annuo sarà solo di 2286,42, cioè 190 euro al mese. Se lavora, se li scorda. Se prende una borsa lavoro per inclusione lavorativa, pure se li scorda.

Paradossalmente i nuclei di poveri – ché di questi stiamo parlando – che siano anche persone con disabilità vengono trattati meno favorevolmente dei nuclei in cui la disabilità non abbia fatto il suo ingresso.

Ma quant’è l’importo massimo del reddito di cittadinanza? Va da 500 euro al mese per un nucleo di una sola persona a 1050 euro per nuclei con 4 e più persone adulte. Ovviamente 500 e 1050 sono le cifre massime della cosidetta integrazione al reddito. Se il nucleo, ad esempio, percepisce 5000 euro per prestazioni lavorative occasionali, quegli importi sono proporzionalmente ridotti. E se un componente piglia la pensione da invalido, pure.
Per completezza va detto che viene previsto, oltre all’integrazione al reddito, anche un contributo per l’affitto, per chi vive in locazione, fino ad un massimo di 3360 euro l’anno.

Per ottenere il reddito di cittadinanza, come ampiamente anticipato, è necessario sottoscrivere e rispettare un “Patto per il lavoro” o un “Patto per l’inclusione sociale”, due condizioni che dovrebbero innescare politiche attive con l’intento di sottrarre le persone dal circuito assistenziale, dal rischio di impoverimento ulteriore, dalla marginalità. Ciò prevede una presa in carico dei servizi, un progetto personalizzato, un monitoraggio, l’obbligo di accettare offerte di lavoro. Bene, da questi obblighi e opportunità sono escluse esplicitamente le persone con disabilità e i familiari che li assistano. Nemmeno questo è un bel segnale.

Immaginiamo ora, non senza provarne stizza, l’amarezza delle migliaia di persone con disabilità che per mesi hanno nutrito speranze a fronte di quei proclami non per ingenua credulità, ma per effettivo disagio se non disperazione.
Disagio malamente irriso alla prova dei fatti.

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U.E. E La chiesa paghi l’ICI

Posted by PRC Muggiò su lunedì 19 novembre 2018

Responsabile casa PRC-S.E.Monica Sgherri*

 

Sentenza storica dell’Unione europea: lo stato recuperi i crediti arretrati.

Anche la chiesa ed enti no profit devono pagare l’ICI su tutti gli immobili che svolgono attività commerciali.

 

L’Unione Europea con una sentenza storica mette la parola fine a una controversia con la quale, in nome “l’impossibilità di recupero dell’aiuto a causa di difficoltà organizzative”, lo Stato italiano rinunciava a riscuotere l’Ici dal 2006 al 2011 sugli immobili adibii ad attività commerciali di Istituti ed Enti religiosi.

La sentenza dice che lo Stato deve recuperare questi crediti perché il loro mancato pagamento si configura come vera e propria concorrenza sleale rispetto, ad esempio, alle medesime scuole private di ispirazione laica, vedi proprio la scuola Montessori che ha fatto ricorso alla corte di giustizia europea.

Dovevano e devono pagare l’Ici gli immobili adibiti ad attività commerciali: cliniche e scuole private, alberghi ed ostelli, negozi anche di proprietà della chiesa.

Lo stato deve recuperare l’ICI non versata dal 2006 al 2011, sono ritenute mere “difficoltà interne” quelle che lo Stato aveva addotto per giustificare la rinuncia a riscuotere tale credito.

È una storia lunga più di un decennio fatta di passi avanti e vergognosi passi indietro.

Nel 2006 è concessa l’esenzione ICI la chiesa ed enti no profit anche per immobili a uso commerciali. Nel 2012 arriva la pima presa di posizione della commissione europea che dichiara illegittima tale esenzione perché costituisce aiuti di Stato distorsivi della concorrenza ed impone l’applicazione dell’Ici fin dal 2006.

Sempre nel 2012 il Governo Monti sostituisce l’IMU all’ICI e ne impone l’applicazione anche agli immobili ecclesiastici adibiti ad attività commerciali, ma i criteri non sono certi e pertanto si continua a non pagare.

Vergognosa marcia indietro del Governo Renzi nel 2015 che con decreto concede l’esenzione IMU agli immobili della chiesa anche se adibiti a scuole private, cliniche convenzionale, musei, università, ecc. e questo indipendentemente da contratti e dalle condizioni di lavoro praticate. Nonostante anche Papa Francesco riconosca che chi fa affari nell’accoglienza e nell’assistenza sanitaria è tenuto a pagarci le tasse.

Nel 2016 un ulteriore doccia fredda arriva con la sentenza del tribunale di 1° grado del Lussemburgo che stabilisce che gli arretrati non dovranno essere pagati perché troppo complicato individuarli!! E si continua a non pagare Un regalo stimato allora dall’Anci di circa 4 -5 miliardi.

Non demorde la scuola elementare Montessori di Roma, aiutata dai Radicali, che ricorre nel 2013 presso la Corte di Giustizia europea, la quale appunto accoglie il ricorso, riconosce l’attività analoga svolta dalla scuola Montessori e la situazione concorrenziale ad essa sfavorevole derivante dal regime di esenzione di cui avrebbero goduto le scuole confessionali.

E arriva dunque la parola fine: L’Italia recuperi l’Ici non versata da chiesa ed Enti no profit dal 2006 al 2011 pena sottoporsi alla procedura di infrazione, con ulteriori costi a carico dello Stato e dunque dei cittadini.

È raccapricciante però che in un periodo di mancanza di risorse pubbliche sufficienti per la scuola, per la sanità, per la casa sia stata necessaria una sentenza della corte di giustizia europea per imporre allo Stato il recupero di questi crediti. La dice lunga su quali e quanti siano le vie della privatizzazione di servizi e funzioni essenziali dello Stato, dove si sostiene e di fatto si finanzia lo svilupparsi di servizi per ceti più abbienti (scuole private, sanità privata, ecc.).

Finalmente si pone la parola fine alle esenzioni illegittime quanto vergognose e di questo non possiamo che esserne contenti.

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Leu si scioglie: Liberi e uguali, l’alleanza tra Sel ed ex Pd che credeva di guidare la sinistra Da tempo avevano già preso le distanze Laura Boldrini e Pippo Civati. Il leader Pietro Grasso aveva cercato di continuare l’attività.

Posted by PRC Muggiò su mercoledì 14 novembre 2018

Verso lo scioglimento Liberi e uguali, formazione politica costituita a fine 2017, sotto la guida di Laura Boldrini e Pietro Grasso. L’alleanza si ispirava al leader laburista britannico Jeremy Corbyn e alla sua “riscoperta” di una serie di slogan e di valori della sinistra tradizionale. Leu in primo luogo aveva raccolto gli esponenti del Pd che dopo un lungo travaglio si erano inizialmente staccati dal partito in polemica con l’allora segretario Matteo Renzi, per formare Mdp. Leu, in chiave elettorale (il 4 marzo si sarebbero svolte le Politiche), aveva aggregato anche Possibile di Pippo Civati e Sinistra italiana di Nicola Fratoianni. La formazione guidata da Grasso alle Politiche aveva raccimolato appena il 3,3% dei voti. Successivamente Civati se ne era allontanato e la Boldrini aveva cominciato a congedarsi dal partito da lei pensato e creato con il collega Grasso, fino ad arrivare ad annunciare l’intenzione di formare una lista progressista ed europeista in grado di accorpare sotto un unico soggetto elettorale sigle, delusi e fuggiaschi della sinistra. Il 19 luglio è stata eletta presidente onoraria del movimento politico “Futura” (il cui principale animatore però è un ex Sel, Marco Furfaro). Mdp aveva già annunciato la sua fuoriuscita da Liberi e uguali. «Vogliamo rimetterci in discussione in un campo nuovo», hanno scritto i coordinatori del partito guidati dal segretario Roberto Speranza. Quest’ultimo, insieme tra gli altri a Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema, era stato un fondatore e un promotore di Mdp, ma ora l’ipotesi è che ci sia intenzione di valutare un riavvicinamento al Partito democratico. Quanto a Sinistra italiana, una strada ora potrebbe essere quella di un avvicinamento con Luigi de Magistris, sindaco di Napoli. Anche Stefano Fassina, che tra la fine di agosto e l’inizio di settembre ha fondato “Patria e costituzione”, un movimento politico di sinistra radicale e “sovranista”, fortemente euroscettico al punto da essere su certi temi vicino all’attuale governo, aveva preso le distanze da Leu. Grazie a una deroga, alla Camera i 14 deputati di Leu erano riusciti a formare un gruppo autonomo. I senatori invece sono quattro.

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MARINA BOSCAINO – Lettera alle compagne e ai compagni di Potere al popolo!

Posted by PRC Muggiò su mercoledì 10 ottobre 2018

Compagne e compagni,

questa è una lettera che scriviamo a coloro con cui abbiamo condiviso questi mesi di esperienza di Potere al popolo!.

Veniamo da un passaggio difficile per tutte e tutti, a partire da noi che scriviamo queste righe e che siamo tra coloro che hanno cercato di evitare la logica degli statuti contrapposti, per poi rinunciare a partecipare a quella che ci sembrava una conta senza il rispetto di regole democratiche.

Ma il senso di questa “lettera” non sta nel tornare ad alimentare polemiche e neanche a ribadire le nostre ragioni.

Quello su cui ci proponiamo di riflettere – con noi stessi e con chi ne possa avere voglia – è il senso di questa esperienza, ciò che è stato per noi e cosa pensiamo possa venirne per il futuro.

Pap, certo, nasce da un video fatto dalle compagne e dai compagni dell’ex Opg; ma non pensiamo di far loro torto se diciamo che la sua nascita sta anche nella voglia di resistenza di chi scrive queste righe; e di tante/i altre/i – persone e soggetti – che continuano a perseverare da anni – impegnandosi insieme e ciascuna/o nel proprio campo – sperando possa finalmente realizzarsi qualcosa che torni a schiudere una prospettiva in un Paese in cui da troppo tempo è difficile sentirsi a proprio agio.

Quando è nato Pap eravamo reduci da un referendum costituzionale vinto, di cui non eravamo stati in grado di tesaurizzare il risultato; cominciava a sbiadirsi il ricordo di lotte contro Jobs Act e Buona Scuola; ma le lotte erano tutte davanti ai nostri occhi: sanità, diritto all’abitare, ambiente. E poi l’Europa. Tutte parcellizzate, in un mosaico composito, ma mosso da una unica forza: l’esigibilità dei diritti sociali. Connettere le lotte sembrava difficile. Il Brancaccio era fallito, per lasciar posto ad una lista che, senza voler essere liquidatori, risultava francamente mortificante, condizionata come era dalla presenza di molti che incarnano le responsabilità del disastro del centrosinistra italiano, che ha spalancato le porte all’attuale dominio di Lega e Cinquestelle.

Il fallimento del Brancaccio arrivava per altro dopo tanti tentativi di rimettere insieme a tavolino pezzi sparsi di sinistre. Non tutti uguali e non tutti ugualmente fallimentari, ma sicuramente – tutti, e allo stesso modo – privi della capacità di invertire la tendenza.

Non ci siamo rassegnati: noi che vi scriviamo e molti altri. Soggetti singoli e sparsi, soggetti collettivi; ma anche quei partiti che hanno rifiutato di condividere – con chi portava le responsabilità di politiche sciagurate – la semplice ragioneria da operazione elettorale. Movimenti di resistenza, appunto.

L’ex Opg ha avuto l’innegabile merito di avere catalizzato, attraverso il video e attraverso una ventata di energia spontanea e dirompente, questo bisogno di non arrendersi che passava nel nostro parlarci, in incontri che si andavano facendo, nel cercare di r-esistere: la resistenza – lo abbiamo imparato nella nostra vita – è la condizione dell’esistenza. Pap ha avuto il pregio di non essere solo un “no”, ma anche la voglia di tornare a dire “sì”.

Un entusiasmo catalizzatore, che ha ridato uno slancio: socializzazione della politica e politicizzazione del sociale. E infatti si è riuscite/i – tutte/i insieme – ad andare oltre il risultato elettorale, per provare a proseguire in quella idea che sta nel Manifesto che lanciava il progetto.

Quale? Quella di mettere insieme chi soffre e chi lotta; di ripartire dalle persone in carne ed ossa; di tornare a vitalizzare la lotta di classe.

Una necessità e un’aspirazione comuni, che hanno permesso di tenere insieme soggetti e persone con culture e idee politiche diverse. Cosa possibile, soprattutto se il dibattito politico o ideologico non lo fai in astratto, ma a partire da chi appunto soffre e lotta; se di Europa parli a partire dall’essere comunque con le/ i migranti e contro le frontiere.

A noi pare che questo spunto originario si sia ad un certo punto disperso in una logica – invece –vecchia, di “avanguardia” politicista ed anche un po’ nuovista. Lo abbiamo detto in coordinamento nazionale, lo abbiamo scritto. Non è però, ora, la polemica quella che ci interessa; ma il riflettere con chi ha voglia di farlo liberamente e scambiandosi pensieri su come tenere vivo in noi il bello di questa esperienza, mantenere la relazione e la tensione, continuare a pensare che il futuro di Pap e della r-esistenza sia nelle mani di tutte e tutti.

Ci sono momenti in cui non sai cosa accadrà; sai solo che puoi fare quello che pensi di dover fare perché accada ciò che può, nella direzione migliore, quella che tu auspichi. Sai che non puoi decidere per le altre e gli altri; ma puoi fare ciò che pensi giusto, perché è un modo di rispettare. Ma anche di domandare.

E noi una domanda, una richiesta la continuiamo a fare: si fermi la conta e la divisione, verremmo dire si azzerino queste brutte giornate, si ripristini la discussione e la scelta condivisa sullo Statuto e su tutto il percorso.

Noi non crediamo che la politica, come neanche la vita, sia fatta di macerie da rimuovere; perché, se pensi così, rischi di tenerti le macerie e rimuovere la comprensione di ciò che è accaduto e di ciò che hai fatto.

E allora – e per questo – abbiamo preso parola e ora ci predisponiamo ad ascoltare. Grazie.

Marina Boscaino, Roberto Musacchio

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In memoria di Ernesto

Posted by PRC Muggiò su mercoledì 10 ottobre 2018

Fece la cosa giusta, voleva continuarla,
vivere a lungo, non diventare eroe.
Piantò la libertà su un’isola del mare dei Caraibi,
il primo Socialismo dell’Atlantico.
Sapeva fare un fuoco senza spargere fumo,
marciare nella notte e dei suoi compagni disse:
Una catena non è più robusta del suo anello più fragile
Rispettava nei suoi la debolezza, che è premessa di valore.
Dormì all’aperto nel folto dei boschi e delle stelle,
studiò la medicina, imbracciò armi
e questa forse è una contraddizione.
In qualche foto è fresco di rasoio, in qualcuna sorride,
nell’ultima è il Cristo di Mantegna deposto seminudo.
Fu tradito, perchè tradimento è la morte a trent’anni.
Una donna lo vendicò sparando a un certo Quintanilla
in un consolato di Bolivia in Europa.
Usted es el señor Barranquilla?
No, yo soy Quintanilla
Bueno” disse, e gli sparò.
Il suo nome, Monika Hertl, merita un posto in fondo a questa nota
che termina così “E’ bello essere vendicati da una donna”.

Erri De Luca

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Potere al Popolo: quando il disprezzo diventa moneta corrente si rischia una lacerazione ancora più grande. Destinata a durare.

Posted by PRC Muggiò su mercoledì 10 ottobre 2018

Fantastico, questo testimone. [Il riferimento è a Salvatore Prinzi e al suo documento del 6 ottobre 2018] Ha ricostruito tutto, con una stupefacente fedeltà al vero. Ogni cosa, in questa narrazione, diventa limpida e chiara.

Ci sono i bravi ragazzi, puri d’animo e di intenzioni, una brezza di aria fresca in un mondo malato, promessa in embrione di una sinistra del tutto nuova, ripulita dalle incrostazioni burocratiche, esempio di democrazia e di pulizia.

Poi c’è Rifondazione, superfetazione maleodorante, sopravvissuta a tante sconfitte, pletora di incalliti burocrati, doppiogiochisti, poltronisti, ipocriti e spergiuri, in perenne ricerca di un riciclaggio nella vecchia politica, ansiosi di ritrovarsi con i vecchi compagni di merende di un tempo. E ancora: opportunisti, ricattatori, interessati solo ad uccidere nella culla il bambino che, malgado loro, tenta di nascere. Gente da non toccare neppure con il bastone.

Infine i militanti, cani da riporto, con qualche brava persona che sarebbe bene si staccasse dalla banda di lestofanti che li dirige.

Lui, il testimone, aveva capito tutto, sin dall’inizio. Ma aveva fatto, insieme agli altri testimoni, una generosa benché dubitante apertura di credito nei confronti del Prc. O forse, gli sherpa di Rifondazione servivano, pro tempore, per dare al nascente movimento una proiezione nazionale che altrimenti non avrebbe mai avuto. Le elezioni arrivavano giuste al caso. Poi della zavorra ci si sarebbe liberati. Ed è esattamente ciò che sta accadendo.

Il manifesto fondativo viene archiviato. Dal progetto unitario, fondato sulla decisione condivisa – con tutta evidenza il solo capace di tenere insieme singole persone, movimenti, associazioni, partiti – si passa, d’emblée, alla decisione maggioritaria: basta il 50%+1, nel nome della “governabilità” e della “rapidità di decisione”.

Anche sullo Statuto, la casa di tutti, si deve decidere in questo modo, perché quella casa di tutti non deve più essere.

Imporre ad un partito una totale cessione di sovranità nei confronti di un soggetto politico altro da sé, che ci si ostina a chiamare movimento ma vuole funzionare come un partito e che regole da partito vuole darsi, significherebbe per il Prc abdicare. E questo non è possibile, perché Rifondazione non ha alcuna intenzione di sciogliersi.

Ciò che ci aveva tenuto insieme era la condivisione di un progetto politico coerentemente antiliberista ed anticapitalista e una pratica che consentisse di mettere a fattor comune tutto ciò che si condivide, agendolo nello spazio pubblico come Potere al Popolo. Per lasciare a ciascun soggetto o formazione politica piena e libera iniziativa su quanto non fa parte del patrimonio comune. Una modalità intelligente. E feconda. Perché consentirebbe ad esperienze e culture politiche diverse, individuali e collettive, di rompere la maledizione della diaspora, di ascoltare, di imparare reciprocamente, di “ibridarsi”, abbandonando, ciascuno, la velleità presuntuosa quanto sterile di custodire in proprio la verità.

E’ prevalso altro. E precisamente, l’idea che Potere al Popolo, dopo la parentesi elettorale, acquisita una discreta visibilità politica malgrado il fuoco ostile della contraerea mediatica, dovesse stringere i cordoni, per ridefinire il proprio perimetro politico, sulla base di un concetto molto chiaro che riassumo così: Potere al Popolo è il solo soggetto politico che nel devastato panorama della sinistra italiana può definirsi anticapitalista. Fuori di esso non c’è niente, letteralmente niente, se non ambiguità o, peggio, compromissione con la vecchia politica e le sue paralizzanti liturgie. Dunque, meglio escludere che includere, perché oltre il recinto di Pap non c’è niente di buono da utilizzare. Poi, se qualcuno, individualmente, vorrà aderire alla nuova formazione, sarà il benvenuto.

Il giudizio demolitore sul Prc trasuda da ogni rigo della “testimonianza”. E non lascia scampo. Il solo partito buono, fra tutti quelli che si sono spartiti le spoglie della sinistra storica, è il partito morto. E Rifondazione – conclude il nostro testimone – non fa certo eccezione.

Ed ecco la sentenza, senza appello: “Perché accade tutto questo? Per il protagonismo di pochi dirigenti che si sentono scavalcati e che dopo 20-30 anni che comandano hanno paura di non essere eletti, di essere relegati in secondo piano. D’altronde hanno fatto sempre questo ogni volta: Sinistra Arcobaleno, Cambiare si può, Rivoluzione Civile, Altra Europa…Alla fine se impedisci a PaP di esistere, continuerai a esistere solo tu. Certo, sarai politicamente morto, ma meglio continuare a comandare su qualche migliaio di fedeli che dover accettare qualcosa di nuovo”.

Poi la chicca finale: l’appello agli iscritti del Prc a ribellarsi ai loro cani da guardia, a rottamare i loro dirigenti che “magari se pensano di perdere i loro stessi militanti li ascoltano”.

Ci sono molto disprezzo e supponenza, in queste parole.

Ci si può scontrare aspramente, e persino arrivare all’amara conclusione che le strade si dividono. Ma quando si supera così disinvoltamente la soglia del rispetto e il disprezzo diventa moneta corrente si rischia creare una lacerazione ancora più grande. Destinata a durare».

*Dino Greco, già segretario della Camera del Lavoro di Brescia, ex direttore del quotidiano Liberazione, membro della direzione nazionale del Prc e del coordinamento nazionale di Potere al Popolo per conto dell’Assemblea di Brescia.

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Mdp apre a un Pd federatore: “Ma prima faccia i conti con le sconfitte” Sinistra in movimento. Bersani: “Dobbiamo costruire una alternativa a questa destra”. E per una prospettiva unitaria si spera nella vittoria di Zingaretti alle primarie dem. Boldrini lancia una nuova associazione politica: “Futura” di GIOVANNA CASADIO

Posted by PRC Muggiò su lunedì 23 luglio 2018

ROMA. Le strade alla fine si incontreranno. E soprattutto sia Roberto Speranza, eletto neo coordinatore di Mdp-Articolo 1, che il leader storico della sinistra Pierluigi Bersani assegnano al Pd il ruolo di federatore, a patto però di fare i conti con le sconfitte e gli errori di questi ultimi anni.
Il riferimento è implicitamente a Matteo Renzi e alle sue politiche, contro le quali c’è stata la scissione dal Pd di quei dem – oltre a Bersani e Speranza anche Massimo D’Alema, Francesco Laforgia, Vasco Errani, Guglielmo Epifani, Federico Fornaro – che hanno poi fondato Mdp.
L’assemblea ora ne ha sancito lo statuto di partito, e potrà quindi attingere al finanziamento del  2 per mille. Ma il dato politico nuovo è l’assist a un Pd rinnovato e in discontinuità con il passato. “Dobbiamo costruire una alternativa alla egemonia della destra. Ma ai dem dico, nessuno pensi di farsi federatore senza fare i conti visibilmente, sinceramente con quanto è successo in questi anni – ha avvertito Bersani – Non è questione di persone e non è solo politica. Quanti silenzi ci sono stati.”Certo Speranza ha chiarito che per ora l’orizzonte resta Liberi e Uguali, il cui simbolo è da utilizzare alle prossime europee. “Una forza politica esiste se si presenta alle elezioni – ha ribadito il coordinatore – quindi alle europee dobbiamo andare con il simbolo di Leu. Noi ci sentiamo socialisti nel Pse, anche se è da cambiare”. Messaggio alla Sinistra vendoliana, con cui Mdp ha fondato Leu insieme con Possibile di Pippo Civati. Il divorzio con Possibile già c’è stato e le divergenze con Si, guidata da Nicola Fratoianni, sono molte. Quindi la strada è tutta in salita e riguarda la scomposizione e ricomposizione del centrosinistra. Mdp non nasconde che se il Pd dopo le primarie avesse Nicola Zingaretti come leader, i rapporti cambierebbero. Bersani invita tutta la sinistra a rimanere unita al di là dei personalismi: “Non è questione di giovani o di vecchi e chi è stato capitano può fare il mozzo restando sulla barca. L’obiettivo è costruire un’alternativa
con quelle forze che vogliono ricondursi ad un’idea di sinistra”.
Quindi le battaglie prossime: contro i voucher  e contro un decreto dignità giudicato “debole” per combateare davvero la precarizzazione del lavoro.
In realtà la sinistra è in piena fibrillazione. Qualche giorno fa è nato il movimento politico Futura che ha eletto Laura Boldrini presidente onoraria e Marco Furfaro coordinatore nazionale, ne fanno parte tra gli altri Massimiliano Smeriglio, Ciccio Ferrara, Giovanna Martelli. Molti dei promotori, così come l’ex presidente della Camera Boldrini, provengono dall’esperienza di Campo progressista di Giuliano Pisapia. In vista delle europee, prova a rimettersi in marcia.

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Il Parti de Gauche rompe con la Sinistra Europea La frattura fra sinistra europeista e sinistra anti-UE si divarica ulteriormente.

Posted by PRC Muggiò su lunedì 16 luglio 2018

 

Il Parti de Gauche (PG), fondato nel 2009 da Melenchon e principale ossatura organizzativa del più ampio assembramento ‘frontista’ della France Insoumise, ha da qualche giorno concluso il suo congresso. Si è in questa occasione certificata l’uscita dello stesso PG dalla Sinistra Europea (SE).

Prendendo atto che all’interno della SE non si vuole raggiungere una chiarificazione rispetto alla politica di austerità dell’Unione Europea e che l’applicazione di quelle stesse politiche di austerità da parte di uno dei membri della SE ha screditato l’azione politica di tutti gli altri, il PG ha dichiarato che “a un anno dalle elezioni europee non è più possibile unire nello stesso partito europeo gli avversari e gli autori dell’austerità. […] Syriza è diventata la rappresentante della linea dell’austerità in Grecia al punto che ha attaccato il diritto allo sciopero, ha abbassato drasticamente le pensioni, privatizzato settori interi dell’economia; tutte misure contro le quali i nostri partiti si battono in ciascun paese”.

Si consuma così una rottura preannunciata e che ha le sue radici nella decisione di Tsipras di firmare il memorandum sul debito, aprendo così una stagione di severa austerità che non si concluderà con la fine del programma di salvataggio (come si ammette addirittura dalle colonne de Il Manifesto). Nel gennaio di quest’anno, e per le stesse motivazioni, il PG aveva avanzato alla SE la richiesta di espulsione di Syriza, provocando una rigida risposta di chiusura da parte dei vertici della formazione europea. Questo traspare dalle stesse parole del suo presidente Gregor Gysi. Per il leader della SE, la posizione al governo di un intero popolo chiamerebbe Tsipras ad atti di responsabilità: da una parte, le misure di austerità vengono giustificate come frutto della costante minaccia da parte della Troika; dall’altra Gysi cerca di mettere in risalto le politiche di lotta alla povertà che il governo ha timidamente e senza adeguate coperture cercato di perseguire. In ogni caso, la SE è difesa come un contenitore in cui si può criticare e discutere, ma non si può in nessun caso espellere.

Lo scontro si era infuocato nuovamente a fine giugno, quando Tsipras aveva dichiarato di non intrattenere più alcun rapporto con il PG e di nutrire seri dubbi sulla volontà di vincere le ultime elezioni presidenziali da parte di Melenchon, viste le proposte a suo avviso non realistiche contenute nel programma della France Insoumise. La risposta non si è fatta attendere e Melenchon dal suo account twitter aveva tuonato che, contrariamente a Tsipras, “noi vogliamo governare e non essere sottomessi. No, noi non vogliamo governare come te contro i pensionati, i funzionari pubblici e l’indipendenza del paese”.

L’operazione di richiesta di espulsione prima e di auto-esclusione poi è da inserire in un quadro di divaricazione delle differenti strategie politiche. In vista delle elezioni europee del 2019, la mossa del PG è un ulteriore passo verso la nascita di una formazione a livello continentale che si possa completamente smarcare dalle ambiguità della SE e che sia libera di portare avanti con nettezza posizioni anti-UE e per la potenziale attuazione del Piano B.

D’altronde, il nucleo di questo nuovo assembramento è già in piedi ed è nato con la dichiarazione di Lisbona, sottoscritta dalla France Insoumise, Podemos e il Bloco de Esquerda. La lista ‘Ora il Popolo’ che si sta sviluppando si vuole caratterizzare come alternativa al riformismo della SE e del movimento di Varoufakis e per una critica più netta ai trattati europei. Il progetto sta iniziando a raccogliere qualche altra timida adesione nel nord Europa: l’Alleanza Verde-Rossa danese, il Partito di Sinistra svedese e l’Alleanza di Sinistra finlandese. L’invito all’adesione è stato espressamente rivolto anche ad una parte della Die Linke ma tutt’ora non ha ricevuto risposta.

Inizia così ad emergere una volontà da parte di alcune formazioni di sinistra in Europa di far finalmente maturare la contraddizione di fondo rispetto al posizionamento sull’Unione Europea, della quale ambivalenza e ambiguità si è nutrita la SE sin dalla sua formazione. Il messaggio che lanciano è che procrastinare ormai voglia dire essere complici del massacro sociale ed economico imposto ai popoli d’Europa.

Non mancano gli attacchi frontali: qualche giorno fa, un articolo apparso su Il Manifesto banalizzava la storica rottura che si sta consumando come lo scontro fra una sinistra ‘sovranista’ e ancora nostalgicamente attaccata all’idea dello stato nazione e una sinistra ‘internazionalista’ che vede il futuro progressista nella lotta per la democratizzazione dell’Unione Europea.

Eric Coquerel, volto noto del PG, risponde così all’accusa di essere portatori di un ‘nazionalismo di sinistra’: “Quello che noi costruiamo con ‘Ora il Popolo’ è la prova che noi abbiamo una visione internazionalista. Per contro, quello che per noi sarà centrale in queste elezioni è la questione della sovranità popolare. È alla base di tutto. Noi dobbiamo rompere con questa Unione Europea antidemocratica. Quella è una macchina per la costruzione di nazionalismi, di xenofobia e di ripiegamento su se stessa. Non ne possiamo più di discorsi social-democratici che lasciano credere che potremo riformare questa UE dentro il quadro dei trattati liberali”.

Ma la rottura con la SE formula un messaggio chiaro anche per gli attori sociali sul palco politica interna francese. Un paese nel quale il sosia vincente di Matteo Renzi, Macron, anche se in netto calo di popolarità, è riuscito per il momento ad imporre la sua agenda di riforme ultraliberiste. La grande prova di coraggio dei lavoratori e degli studenti degli ultimi mesi ha però lasciato intravedere una possibile ricomposizione dell’opposizione di classe e popolare su basi avanzate. In particolare, la tenacia con la quale i lavoratori dei trasporti hanno affrontato il testa a testa ha messo a nudo l’organicità delle riforme e i loro legami con i diktat europei. In una Francia che vede l’azione politica della Le Pen incentrata sul nazionalismo xenofobo e quella del Partito Comunista completamente schiacciato su posizioni europeiste, Mélenchon e il PG segnalano ancora una volta la loro messa a disposizione per questo processo di ricostruzione sociale di classe in contrapposizione ad entrambe le alternative.

Su Initiative Communiste, il Polo di Rinascita Comunista in Francia ha salutato positivamente la notizia come “la logica conseguenza della presa di coscienza che la SE è un cavallo di Troia del grande capitale europeista in seno alla sinistra in Europa. Come la Confederazione Europea dei Sindacati (CES) a livello sindacale, la SE è l’espressione di parte della collaborazione di classe e del riformismo. Imbrigliando la sinistra dentro la gabbia per natura reazionaria dell’Unione Europea, la SE è diventata una cinghia di trasmissione dentro l’UE che serve a screditare la sinistra e a fare apparire l’estrema destra come la sola forza anti-UE. […] Non dobbiamo legittimare questo mostro istituzionale imperialista, reazionario e bellicista che è l’UE. Né attraverso la SE, né attraverso la CES, né con la futura mascherata elettorale europeista e già delegittimata”.

Questi ultimi sviluppi impongono una presa di posizione netta anche in seno alla sinistra nostrana e fanno emergere chiaramente come la presenza di formazioni politiche o elettorali caratterizzate dal nodo irrisolto rispetto al loro posizionamento nei confronti dell’Unione Europea rappresenti in questo momento storico una grave zavorra alla ricostruzione di una sinistra di classe che possa mirare ad uscire dalla marginalità nella quale si è relegata.

14/07/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: https://www.ensemble-fdg.org/content/le-parti-de-gauche-en-quete-de-direction

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Lettera aperta al Sindaco di Muggiò ed alle forze poliche presenti in Consiglio Comunale

Posted by PRC Muggiò su venerdì 29 giugno 2018

Se ne parla in alcuni ristretti circoli politici e forse la notizia non è ancora giunta ai mezzi d’informazione locale, che ad oggi non hanno portato a conoscenza della cittadinanza l’esito della denuncia per diffamazione a mezzo stampa che l’ex-Sindaco Zanantoni propose contro gli autori del libro “A Milano comanda la ‘Ndrangheta”; anche le forze politiche pubblicamente tacciono.

Nel libro, tra molte altre vicende di Milano e del suo hinterland, si tratta anche la vicenda del Multiplex che ha devastato il parco del Grugnotorto, ricostruendo le vicende cha hanno visto tra i protagonisti il costruttore Zaccaria (poi condannato per bancarotta) e l’agire politico-amministrativo della giunta PDL-LEGA-AN guidata da Zanantoni.

Con sentenza di secondo grado di fine marzo 2018 apprendiamo che nel libro non è stato commesso nessun reato descrivendo l’evidente familiarità che appariva in alcune foto ritraenti Zanantoni e Zaccaria “abbracciati come due fidanzatini”. Il giudice non vi ha rilevato alcuna valenza diffamatoria, anche perché in sostanza esistevano altri documenti che testimoniavano lo stretto rapporto tra i due, e per di più l’utilizzo di tale frase non è di per sé dispregiativa. Il giudice ha aggiunto che la vicenda del multisala, inserita in un complesso intreccio di affari tra ambienti politici e imprenditoriali non cristallini, è stata narrata con i necessari dettagli.

Perché allora una lettera aperta al Sindaco ed alle forze politiche?

Perché l’ex-Sindaco Zanantoni, come denunciammo a maggio 2010, anziché proporre l’ azione giudiziaria per difendere i suoi interessi con i suoi soldi personali, utilizzò le istituzioni ed i soldi dell’Amministrazione comunale (https://prcmuggio.wordpress.com/2010/05/01/uso-delle-istituzioni-per-interessi-di-parte/), e non contento di questo chiese che il libro “A Milano comanda la ‘Ndrangheta” venisse rimosso dalla Biblioteca Comunale.

Visto l’esito della vicenda pensiamo sia doveroso richiamare i rappresentanti delle istituzioni comunali a chiedere a Zanantoni la restituzione delle importanti somme pubbliche utilizzate per portare avanti negli anni una causa che ha avuto questa conclusione.

E considerato che nella Biblioteca Comunale fa bella mostra uno “scaffale della legalità”, auspichiamo che vi si collochi il libro “incriminato”, che ha molto da insegnare ai cittadini su come la ‘Ndrangheta ed i colletti bianchi collusi si siano infiltrati nel sistema imprenditoriale e politico dell’hinterland milanese

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Fisco: scoperti mille grandi evasori, hanno sottratto all’erario 2,3 miliardi Quasi 13mila quelli totali. Dati della Guardia di Finanza degli ultimi 17 mesi, 23mila reati.

Posted by PRC Muggiò su lunedì 25 giugno 2018

Redazione ANSA
Due miliardi e 300 milioni, più di due milioni a testa: è quanto hanno sottratto al fisco i mille grandi evasori scoperti dalla Guardia di Finanza dal 1 gennaio del 2017 al 31 maggio di quest’anno. I Finanzieri hanno anche individuato quasi 13mila evasori totali e contestato 23mila reati fiscali.
Dei 2,3 miliardi evasi dai grandi evasori, che non sono piccoli artigiani, commercianti o imprenditori ma soggetti che si avvalgono di una rete di connivenze e spesso anche della consulenza di studi tributari, più della metà – 1,3 miliardi – sono però già stati confiscati acquisiti in via definitiva al patrimonio dello Stato. I dati di quasi un anno e mezzo di attività sono stati resi noti in occasione della festa del Corpo: da gennaio 2017 sono stati scoperti anche 12.824 evasori totali, soggetti del tutto sconosciuti al fisco, che hanno evaso 5,8 miliardi di Iva. I finanzieri hanno inoltre portato alla luce quasi 23mila reati fiscali – il 67% dei quali riguardano emissione di fatture false, dichiarazioni fraudolente e occultamento di documenti contabile – e denunciato 17mila persone, di cui 378 arrestate. Infine, sono 30.818 i lavoratori in nero impiegati da 6.361 datori di lavoro.
Salvini, chiudere cartelle Equitalia sotto 100mila euro
Sotto 100mila euro 94% cartelle e 86% liti  – La possibilità di ‘chiudere da subito’, come dice Matteo Salvini, le cartelle sotto i 100.000 euro interessa il 94% dei crediti fiscali, in pratica delle iscrizioni a ruolo delle cartelle esattoriali in lavorazione alla fine del 2016, e l’86,4% dei ricorsi incardinati nei vari gradi della giustizia tributaria alla fine del 2017. Sono questi gli ultimi dati disponibili dalla ex Equitalia e dalla Giustizia Tributaria sull’ipotesi, avanzata oggi dal leader della Lega e vicepresidente del Consiglio sulla definizione dei contrasti tra fisco e contribuente fino a 100.000 euro. Il progetto è definito ‘pace fiscale’ dal Contratto di governo che punta al ‘preventivo e definitivo smaltimento della mole di debiti iscritti a ruolo, datati e difficilmente riscuotibili per insolvenza dei contribuenti’. Il governo, alla ricerca di risorse per finanziare le misure del proprio programma, starebbe accelerando su questo capitolo che era previsto nei progetti della campagna elettorale dalla Lega che l’aveva indicato come il primo provvedimento da varare. L’operazione, che punta a liberare di molte pratiche la giustizia tributaria, rischia tuttavia di sovrapporsi con la ‘rottamazione delle cartelle’ che si è appena conclusa ma per la quale non è ancora stata versata al prima rata di luglio. La misura – è scritto espressamente nel Contratto di governo – non avrebbe una ‘finalità condonistica’, ma dovrebbe diventare ‘un efficace aiuto ai cittadini in difficoltà’. Secondo le stime della Lega, ci sarebbero circa mille miliardi di cartelle esattoriali non riscosse, di queste il 50% sono ormai ritenute inesigibili, ma l’altra metà possono invece tradursi in entrate per lo Stato.

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La pacchia dei ricchi

Posted by PRC Muggiò su sabato 23 giugno 2018

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Leggi di Iniziativa Popolare: SI FIRMA IN COMUNE

Posted by PRC Muggiò su martedì 5 giugno 2018

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Scarica e diffondi!!!

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Ecco i ricchi sfondati. Mentre il mondo va a rotoli il loro incremento di ricchezza è stato del 16% da un anno all’altro

Posted by PRC Muggiò su mercoledì 30 maggio 2018

L’esercito di ricchi del mondo vale complessivamente 9.100 miliardi di dollari, il 18% in piu’ rispetto all’anno scorso, e con in media 4,1 miliardi di dollari ciascuno. La classifica include il primo miliardario dell’Ungheria e il primo dello Zimbabwe. Bezos con i suoi 112 miliardi di dollari e’ il piu’ ricco al mondo, strappando il trono al fondatore di Microsoft. Bill Gates e’ secondo con ‘soli’ 90 miliardi di dollari, mentre Warren Buffett e’ terzo con 84 miliardi di dollari. A vedere bene i numeri, Bezos ha visto lievitare la capitalizzazione di Amazon del 59% in 12 mesi, così che la sua fortuna è cresciuta di 39,2 miliardi di dollari. Ma ne ha potuti contare addirittura altri 12 soltanto nelle due settimane comprese tra la rilevazione di Forbes e la pubblicazione della classifica.
Forbes stilando la classifica dei miliardari del mondo ne ha contati 2.208 da 72 diversi paesi. Tra gli italiani Giovanni Ferrero è nella top-40: è al 37mo posto in classifica con una fortuna di 23 miliardi di dollari. In 45ma posizione si piazza invece Leonardo del Vecchio con i suoi 21,2 miliardi di dollari. Silvio Berlusconi è 190mo in classifica con 8 miliardi di dollari.
Il gruzzolo del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si è assottigliato di 400 milioni di dollari da marzo 2017 scendendo a quota 3,1 miliardi. Adesso The Donald è 766° nel mondo, in calo dalla posizione 544.

In totale i miliardari della classifica di Forbes valgono il monte record di 9,1 trilioni di dollari. Stringendo il cerchio le 20 persone più ricche del pianeta valgono l’incredibile somma di 1,2 trilioni (1.200 miliardi), non poi così distante dal Pil italiano del 2017 appena certificato dall’Istat, 1.700 miliardi. In totale, questi 20 ricconi rappresentano, scrive Forbes, meno dell’1% dei miliardari totali, ma i loro averi ammontano al 13% della ricchezza totale di tutti i miliardari del mondo.

Naturalmente nel gotha dei billionaires non potevano mancare i cinesi. Due imprenditori tech hanno debuttato nella top 20: Ma Huateng (noto anche come Pony Ma), 46 anni, cofondatore del colosso Tencent, che con la sua app di messaggistica WeChat conta un miliardo di utenti, è diciassettesimo. Tencent vanta partecipazioni in Tesla, Snapchat e nel servizio di streaming musicale Spotify. Poco più in basso, al posto numero 20, c’è un altro “ragazzo” d’oro dell’hi-tech cinese, Jack Ma, 53 anni, capo di Alibaba, le cui azioni hanno guadagnato il 76% in un anno.

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Giannuli: Perché lascio il M5S

Posted by PRC Muggiò su mercoledì 30 maggio 2018

Il M5s ha tre meriti storici che nessuno può negare: aver abbattuto il falso bipolarismo Fi-Pd, aver posto in termini politici e non solo giornalistici il tema della casta ed aver impedito che la protesta che stava montando sfociasse in movimenti di estrema destra come Alba Dorata o il Front National. Per queste ragioni non sono affatto pentito di aver costeggiato ed appoggiato il M5s – pur senza mai entrare a farne parte – dal 2013 ad oggi.

Per la verità, non ho mai evitato di criticare singoli aspetti o scelte del movimento che, però, complessivamente ho sempre difeso.

Ma, come i lettori di questo blog hanno constatato, negli ultimi due anni, i motivi di dissenso sono andati crescendo e le critiche si sono fatte più frequenti e forse più aspre, per cui non è stato un caso che nelle recenti elezioni politiche, alla Camera non ho votato 5 stelle ma Potere al Popolo.

Non sono io che mi sono man mano allontanato dal M5s: io sono rimasto fermo, è il M5s che ha preso altre strade.

Il M5s al quale mi ero avvicinato era quello dell’ “Uno vale uno” che, pur non senza contraddizioni anche evidenti, rifiutava l’idea di un capo politico che decidesse tutto.

Oggi, nel movimento vige un regolamento che nessuno ha mai approvato e che dà pieni poteri al capo politico, sino al punto di dargli la possibilità di nominare i capigruppo parlamentari non più eletti (cosa che non ha precedenti nella storia del parlamento repubblicano).

Il M5s al quale mi ero avvicinato parlava di democrazia diretta, anche con un’enfasi eccessiva che si traduceva in un discutibile rifiuto della democrazia rappresentativa, oggi di democrazia diretta non si parla più ed è restato solo un antiparlamentarismo ancora più inquietante di ieri.

Il M5s cui mi ero accostato miscelava temi di destra (come l’ostilità verso gli immigrati) con temi di sinistra (come la difesa dell’art. 18) ma aveva una decisa avversione ai poteri finanziari (ricordiamoci le partecipazioni di Grillo alle assemblee degli azionisti Telecom), oggi il “Capo politico” del movimento dice che i governi devono tener conto dell’orientamento dei mercati finanziari.

Il M5s con il quale iniziai a collaborare si schierò decisamente per la legge elettorale proporzionale e contro la riforma renziana della Costituzione in difesa della Costituzione repubblicana del 1948. L’edizione più recente del M5s ha fatto non poche concessioni nel dibattito sulla legge elettorale (in particolare quando si parlò di metodo tedesco) e, con ogni evidenza, si appresta a sostenere il ritorno ad una qualche forma di maggioritario.

Quanto alla Costituzione, la pretesa di avere la Presidenza del Consiglio sulla base della maggioranza relativa ottenuta nel voto per l’elezione della Camera è solo la premessa logica di una riforma di indirizzo presidenziale. Ma allora, perché ci si è opposti alla riforma di Renzi? Io ho combattuto Renzi in quel Referendum perché ero contrario alla sua riforma, mi viene il dubbio che qualche altro ha combattuto quella riforma solo perché voleva togliere di mezzo Renzi. Sono cose molto diverse.

Il M5s di cinque anni fa entrò nelle stanze del potere per ribaltarle, quello di oggi non si sottrae all’abbraccio mortale del potere consolidato: non hanno cambiato il potere ma il potere ha cambiato loro.

Il M5s con cui ho collaborato fece un’epica battaglia parlamentare contro la “riforma” della Banca d’Italia che ne faceva dono alle principali banche nazionali. La legge prevedeva tre anni di tempo per mettere sul mercato le azioni possedute in eccesso dai pochi oligopolisti, il limite è scaduto nel 2017 senza che sia avvenuto niente ed il M5s non dice niente, preferendo posare occhi vogliosi sulla Cassa Depositi e Prestiti, in perfetto stile spoil system. Certo, sin qui è stata gestita malissimo, ma quale è il rimedio? Piazzare qualche amico? Non so.

Il M5s di Roberto Casaleggio era contrario all’Euro senza se e senza ma (anche troppo e, semmai, ero io a moderare le cose dicendo che non si può uscire da un ordine monetario dalla sera alla mattina e senza sapere bene con cosa sostituirlo) oggi non solo non si parla proprio più di uscita dall’Euro, ma si fa dell’oltranzismo filo Ue, e si prospetta l’adesione al gruppo più eurista del parlamento europeo, En Marche.

Il M5s delle origini si diceva “Né di destra né di sinistra”, ma in realtà ospitava nel suo seno sia destra che sinistra, oggi quella ambiguità è sciolta e, pur continuando a dirsi né di destra né di sinistra, il Movimento sta imboccando una strada decisamente di destra.

Io ero e sono sempre rimasto di sinistra, potevo convivere con l’ambiguità iniziale, ma non con una cosa esplicitamente di destra.

Per cui, sapete che sono anticonformista ed, in un paese in cui (quasi) tutti salgono sul carro del vincitore, io scelgo di scendere dal carro del vincitore.

Sarò grato ai conduttori televisivi che non mi presenteranno più come “vicino al Movimento 5 stelle” ma come persona “che è stata a lungo vicina al M5s”. Nessuna acrimonia e nessuna ostilità preconcetta, quando il M5s farà scelte condivisibili lo difenderò, quando ne farà di segno opposto lo criticherò, ma sempre nel merito, perché, nonostante tutto, il M5s è ancora oggi una importante risorsa per il paese e sarebbe altamente auspicabile che correggesse questa discutibile rotta.

(4 aprile 2018)


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“Costruiamo uno schieramento di sinistra popolare antiliberista per l’attuazione della Costituzione e dunque contro i trattati europei e alternativo a tutti i poli esistenti. Né con Cottarelli né con Salvini”. Intervento di Maurizio Acerbo

Posted by PRC Muggiò su lunedì 28 maggio 2018

Le scelte e le parole del Presidente della Repubblica suscitano rabbia e sconcerto. Il nostro giudizio negativo su Salvini e Di Maio non ci impedisce di condannare con nettezza la scelta del Presidente della Repubblica.
Il comportamento di Mattarella (leggi qui la dichiarazione sul presidente della Repubblica) ha le sembianze più di un golpe bianco che di una rigorosa difesa della Costituzione. Nella Costituzione è previsto il divieto di ricostituire il partito fascista, non quello di mettere in discussione i trattati europei o la moneta unica.
La sovranità non appartiene agli “operatori economici o finanziari” e agli “investitori italiani e stranieri” citati da Mattarella. Il comportamento del Presidente e il suo intervento così pesante sul terreno delle scelte politiche è per noi indifendibile.
Non ci stupisce che a sostegno di Mattarella si siano schierati immediatamente due improbabili campioni del costituzionalismo come Renzi e Berlusconi. Questa operazione è la prosecuzione delle ingerenze dell’UE ed avevamo già da tempo profetizzato che Cottarelli, onnipresente su giornali e tv, sarebbe stato il nuovo Monti da imporre a colpi di spread. Proprio perchè ci siamo sempre schierati in difesa della democrazia costituzionale non possiamo che dire NO a questa operazione e all’incarico a un uomo del Fondo Monetario Internazionale. Chi difende la Costituzione non può schierarsi per un’acritica difesa di Mattarella. Rifiutiamo di dover scegliere tra la peste e il colera, tra Salvini e Di Maio da una parte e Renzi e Berlusconi dall’altra. Si tratta di due versioni diverse del neoliberismo.
Ci schieriamo dalla parte della democrazia e della Costituzione come abbiamo sempre fatto.
La classe dirigente di centrodestra e centrosinistra che ha condiviso le scelte strategiche dagli anni ’90 é ormai delegittimata e trascina nel discredito le stesse istituzioni.
Il Presidente della Repubblica, come il suo predecessore, assume il ruolo di garante non della Costituzione ma di di uno stato permanente di eccezione.
La richiesta di impeachment non è fondata sul piano costituzionale e il comportamento di M5S e Lega, a partire dalla scelta di un premier inconsistente sul piano politico, ha contribuito a questo esito. Certo Mattarella ha fatto un gran regalo a Salvini che può ergersi a difensore degli italiani e il M5S cerca di competere alzando il volume.
Da sempre denunciamo che il cosiddetto “pilota automatico” non è compatibile con la democrazia e che la mette in crisi sul piano formale e sostanziale. A cosa serve poter votare se le scelte di fondo sono già predeterminate? E come si può rafforzare il legame tra cittadine/i e istituzioni repubblicane se un rigore insensato riduce progressivamente diritti?
Se Mattarella avesse detto no alla nomina di un demagogo razzista xenofobo come Salvini al ministero degli Interni avremmo apprezzato. Ma il suo intervento in nome dell’ordine post-democratico nato a Maastricht nel 1992 non è condivisibile e accettabile.
Lo ricordiamo come ministro della difesa ai tempi della guerra nella ex-Jugoslavia e ci è ben chiaro che tende ad anteporre il quadro internazionale alla Costituzione.
Rivendichiamo con orgoglio il nostro voto da sempre contrario ai trattati europei e la nostra lotta per un’altra Europa non in nome del nazionalismo ma della democrazia e della difesa e dell’estensione dei diritti. Costruiamo uno schieramento di sinistra popolare antiliberista per l’attuazione della Costituzione e dunque contro i trattati europei e alternativo a tutti i poli esistenti. Né con Cottarelli né con Salvini.

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Operazione Domus Aurea: tangenti e corruzione asse Brianza-Calabria, 21 arresti

Posted by PRC Muggiò su lunedì 28 maggio 2018

Blitz della Guardia di Finanza nelle province di Milano, Monza e Brianza, Lecco, Bologna, Asti e Reggio Calabria.

Frode fiscale ma non solo: blitz della Guardia di Finanza nelle province di Milano, Monza e Brianza, Lecco, Bologna, Asti e Reggio Calabria. Fatture per operazioni inesistenti per un ammontare di circa 95 milioni di euro.

UNA INCHIESTA NATA DA DUE ESPONENTI DEL MOVIMENTO 5 STELLE

Frode fiscale e distrazioni patrimoniali

Ventuno persone sono state arrestate dalla Guardia di Finanza di Monza in esecuzione di ordinanza di custodia cautelare (dieci in carcere)  emessa dal gip di Monza. Le accuse: associazione a delinquere finalizzata a reati tributari e fallimentari, trasferimento fraudolento di valori, riciclaggio e corruzione.

TRA GLI ARRESTATI ANCHE L’EX MAGISTRATO GERARDO PERILLO

Guardia di Finanza in campo

La maxi indagine è stata coordinata dalla Procura di Monza. I provvedimenti cautelari, trenta in totale, sono stati eseguiti a partire dall’alba di oggi dalla Guardia di Finanza di Monza nelle province di Milano, Monza e Brianza, Lecco, Bologna, Asti e Reggio Calabria. Tra gli arrestati ci sarebbero anche un ex magistrato e due avvocati.

Operazione “Domus aurea”

Smantellato un articolato gruppo societario riconducibile a un imprenditore edile calabrese residente in Brianza, Giuseppe Malaspina, accusato di aver emesso fatture per operazioni inesistenti per un ammontare di circa 95 milioni di euro, con distrazioni patrimoniali per un valore pari a circa 234 milioni di euro. L’operazione è stata chiamata “Domus aurea“.

L’albergo prestigioso

Nel corso delle indagini, i militari del Gruppo di Monza hanno ricostruito, tra l’altro, una serie di operazioni societarie fraudolente di natura distrattiva poste in essere al solo fine di preservare dalle pretese dei creditori il patrimonio di una delle società riconducibili all’imprenditore, costituito da un prestigioso albergo di Venezia, il Ca’ Sagredo, il quale, dopo una serie di passaggi societari, è stato infine trasferito ad una nuova società, costituita ad hoc, legalmente rappresentata dalla segretaria e storica collaboratrice dell’arrestato.

Per impedire il perfezionamento della distrazione, ad aprile 2017, i Finanzieri hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo d’urgenza emesso dalla Procura della Repubblica di Monza, cautelando le quote della predetta società per un valore stimato di oltre 75 milioni di euro, quale prodotto e/o profitto del delitto di bancarotta fraudolenta, sequestro successivamente convalidato dal G.I.P. e confermato sia dal Tribunale del riesame che, a febbraio scorso, dalla Corte di Cassazione.

Sequestrati, oltre all’albergo di lusso di Venezia con gli affreschi del Tintoretto, il palazzo che a Milano ospitava l’hotel Gritti, a due passi dal Teatro alla Scala, e l’agriturismo con piscina e maneggio, La Malaspina, a Ornago, per un valore complessivo di oltre 100 milioni di euro.

Chi è Malaspina

Imprenditore noto e dal passato controverso (negli anni Settanta già condannato a 14 anni per omicidio), il titolare della Gimal è stato su diversi fronti protagonista delle cronache locali. Anche nel ruolo di vittima, come nel caso di una tentata estorsione alcuni anni fa da parte di esponenti di un’altra famiglia vimercatese con radici calabresi, i Miriadi. E poi il tribolato fallimento della sua società e il conseguente stop dei lavori per l’ormai famigerato hotel mai costruito a Villasanta. L’ultima volta il nome di Malaspina venne legato a una vicenda scoppiata a Correzzana: sembra che proprio questa vicenda abbia innescato l’indagine giunta all’apice in queste ore.

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