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Archive for the ‘Politica’ Category

U.E. E La chiesa paghi l’ICI

Posted by PRC Muggiò su lunedì 19 novembre 2018

Responsabile casa PRC-S.E.Monica Sgherri*

 

Sentenza storica dell’Unione europea: lo stato recuperi i crediti arretrati.

Anche la chiesa ed enti no profit devono pagare l’ICI su tutti gli immobili che svolgono attività commerciali.

 

L’Unione Europea con una sentenza storica mette la parola fine a una controversia con la quale, in nome “l’impossibilità di recupero dell’aiuto a causa di difficoltà organizzative”, lo Stato italiano rinunciava a riscuotere l’Ici dal 2006 al 2011 sugli immobili adibii ad attività commerciali di Istituti ed Enti religiosi.

La sentenza dice che lo Stato deve recuperare questi crediti perché il loro mancato pagamento si configura come vera e propria concorrenza sleale rispetto, ad esempio, alle medesime scuole private di ispirazione laica, vedi proprio la scuola Montessori che ha fatto ricorso alla corte di giustizia europea.

Dovevano e devono pagare l’Ici gli immobili adibiti ad attività commerciali: cliniche e scuole private, alberghi ed ostelli, negozi anche di proprietà della chiesa.

Lo stato deve recuperare l’ICI non versata dal 2006 al 2011, sono ritenute mere “difficoltà interne” quelle che lo Stato aveva addotto per giustificare la rinuncia a riscuotere tale credito.

È una storia lunga più di un decennio fatta di passi avanti e vergognosi passi indietro.

Nel 2006 è concessa l’esenzione ICI la chiesa ed enti no profit anche per immobili a uso commerciali. Nel 2012 arriva la pima presa di posizione della commissione europea che dichiara illegittima tale esenzione perché costituisce aiuti di Stato distorsivi della concorrenza ed impone l’applicazione dell’Ici fin dal 2006.

Sempre nel 2012 il Governo Monti sostituisce l’IMU all’ICI e ne impone l’applicazione anche agli immobili ecclesiastici adibiti ad attività commerciali, ma i criteri non sono certi e pertanto si continua a non pagare.

Vergognosa marcia indietro del Governo Renzi nel 2015 che con decreto concede l’esenzione IMU agli immobili della chiesa anche se adibiti a scuole private, cliniche convenzionale, musei, università, ecc. e questo indipendentemente da contratti e dalle condizioni di lavoro praticate. Nonostante anche Papa Francesco riconosca che chi fa affari nell’accoglienza e nell’assistenza sanitaria è tenuto a pagarci le tasse.

Nel 2016 un ulteriore doccia fredda arriva con la sentenza del tribunale di 1° grado del Lussemburgo che stabilisce che gli arretrati non dovranno essere pagati perché troppo complicato individuarli!! E si continua a non pagare Un regalo stimato allora dall’Anci di circa 4 -5 miliardi.

Non demorde la scuola elementare Montessori di Roma, aiutata dai Radicali, che ricorre nel 2013 presso la Corte di Giustizia europea, la quale appunto accoglie il ricorso, riconosce l’attività analoga svolta dalla scuola Montessori e la situazione concorrenziale ad essa sfavorevole derivante dal regime di esenzione di cui avrebbero goduto le scuole confessionali.

E arriva dunque la parola fine: L’Italia recuperi l’Ici non versata da chiesa ed Enti no profit dal 2006 al 2011 pena sottoporsi alla procedura di infrazione, con ulteriori costi a carico dello Stato e dunque dei cittadini.

È raccapricciante però che in un periodo di mancanza di risorse pubbliche sufficienti per la scuola, per la sanità, per la casa sia stata necessaria una sentenza della corte di giustizia europea per imporre allo Stato il recupero di questi crediti. La dice lunga su quali e quanti siano le vie della privatizzazione di servizi e funzioni essenziali dello Stato, dove si sostiene e di fatto si finanzia lo svilupparsi di servizi per ceti più abbienti (scuole private, sanità privata, ecc.).

Finalmente si pone la parola fine alle esenzioni illegittime quanto vergognose e di questo non possiamo che esserne contenti.

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Leu si scioglie: Liberi e uguali, l’alleanza tra Sel ed ex Pd che credeva di guidare la sinistra Da tempo avevano già preso le distanze Laura Boldrini e Pippo Civati. Il leader Pietro Grasso aveva cercato di continuare l’attività.

Posted by PRC Muggiò su mercoledì 14 novembre 2018

Verso lo scioglimento Liberi e uguali, formazione politica costituita a fine 2017, sotto la guida di Laura Boldrini e Pietro Grasso. L’alleanza si ispirava al leader laburista britannico Jeremy Corbyn e alla sua “riscoperta” di una serie di slogan e di valori della sinistra tradizionale. Leu in primo luogo aveva raccolto gli esponenti del Pd che dopo un lungo travaglio si erano inizialmente staccati dal partito in polemica con l’allora segretario Matteo Renzi, per formare Mdp. Leu, in chiave elettorale (il 4 marzo si sarebbero svolte le Politiche), aveva aggregato anche Possibile di Pippo Civati e Sinistra italiana di Nicola Fratoianni. La formazione guidata da Grasso alle Politiche aveva raccimolato appena il 3,3% dei voti. Successivamente Civati se ne era allontanato e la Boldrini aveva cominciato a congedarsi dal partito da lei pensato e creato con il collega Grasso, fino ad arrivare ad annunciare l’intenzione di formare una lista progressista ed europeista in grado di accorpare sotto un unico soggetto elettorale sigle, delusi e fuggiaschi della sinistra. Il 19 luglio è stata eletta presidente onoraria del movimento politico “Futura” (il cui principale animatore però è un ex Sel, Marco Furfaro). Mdp aveva già annunciato la sua fuoriuscita da Liberi e uguali. «Vogliamo rimetterci in discussione in un campo nuovo», hanno scritto i coordinatori del partito guidati dal segretario Roberto Speranza. Quest’ultimo, insieme tra gli altri a Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema, era stato un fondatore e un promotore di Mdp, ma ora l’ipotesi è che ci sia intenzione di valutare un riavvicinamento al Partito democratico. Quanto a Sinistra italiana, una strada ora potrebbe essere quella di un avvicinamento con Luigi de Magistris, sindaco di Napoli. Anche Stefano Fassina, che tra la fine di agosto e l’inizio di settembre ha fondato “Patria e costituzione”, un movimento politico di sinistra radicale e “sovranista”, fortemente euroscettico al punto da essere su certi temi vicino all’attuale governo, aveva preso le distanze da Leu. Grazie a una deroga, alla Camera i 14 deputati di Leu erano riusciti a formare un gruppo autonomo. I senatori invece sono quattro.

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MARINA BOSCAINO – Lettera alle compagne e ai compagni di Potere al popolo!

Posted by PRC Muggiò su mercoledì 10 ottobre 2018

Compagne e compagni,

questa è una lettera che scriviamo a coloro con cui abbiamo condiviso questi mesi di esperienza di Potere al popolo!.

Veniamo da un passaggio difficile per tutte e tutti, a partire da noi che scriviamo queste righe e che siamo tra coloro che hanno cercato di evitare la logica degli statuti contrapposti, per poi rinunciare a partecipare a quella che ci sembrava una conta senza il rispetto di regole democratiche.

Ma il senso di questa “lettera” non sta nel tornare ad alimentare polemiche e neanche a ribadire le nostre ragioni.

Quello su cui ci proponiamo di riflettere – con noi stessi e con chi ne possa avere voglia – è il senso di questa esperienza, ciò che è stato per noi e cosa pensiamo possa venirne per il futuro.

Pap, certo, nasce da un video fatto dalle compagne e dai compagni dell’ex Opg; ma non pensiamo di far loro torto se diciamo che la sua nascita sta anche nella voglia di resistenza di chi scrive queste righe; e di tante/i altre/i – persone e soggetti – che continuano a perseverare da anni – impegnandosi insieme e ciascuna/o nel proprio campo – sperando possa finalmente realizzarsi qualcosa che torni a schiudere una prospettiva in un Paese in cui da troppo tempo è difficile sentirsi a proprio agio.

Quando è nato Pap eravamo reduci da un referendum costituzionale vinto, di cui non eravamo stati in grado di tesaurizzare il risultato; cominciava a sbiadirsi il ricordo di lotte contro Jobs Act e Buona Scuola; ma le lotte erano tutte davanti ai nostri occhi: sanità, diritto all’abitare, ambiente. E poi l’Europa. Tutte parcellizzate, in un mosaico composito, ma mosso da una unica forza: l’esigibilità dei diritti sociali. Connettere le lotte sembrava difficile. Il Brancaccio era fallito, per lasciar posto ad una lista che, senza voler essere liquidatori, risultava francamente mortificante, condizionata come era dalla presenza di molti che incarnano le responsabilità del disastro del centrosinistra italiano, che ha spalancato le porte all’attuale dominio di Lega e Cinquestelle.

Il fallimento del Brancaccio arrivava per altro dopo tanti tentativi di rimettere insieme a tavolino pezzi sparsi di sinistre. Non tutti uguali e non tutti ugualmente fallimentari, ma sicuramente – tutti, e allo stesso modo – privi della capacità di invertire la tendenza.

Non ci siamo rassegnati: noi che vi scriviamo e molti altri. Soggetti singoli e sparsi, soggetti collettivi; ma anche quei partiti che hanno rifiutato di condividere – con chi portava le responsabilità di politiche sciagurate – la semplice ragioneria da operazione elettorale. Movimenti di resistenza, appunto.

L’ex Opg ha avuto l’innegabile merito di avere catalizzato, attraverso il video e attraverso una ventata di energia spontanea e dirompente, questo bisogno di non arrendersi che passava nel nostro parlarci, in incontri che si andavano facendo, nel cercare di r-esistere: la resistenza – lo abbiamo imparato nella nostra vita – è la condizione dell’esistenza. Pap ha avuto il pregio di non essere solo un “no”, ma anche la voglia di tornare a dire “sì”.

Un entusiasmo catalizzatore, che ha ridato uno slancio: socializzazione della politica e politicizzazione del sociale. E infatti si è riuscite/i – tutte/i insieme – ad andare oltre il risultato elettorale, per provare a proseguire in quella idea che sta nel Manifesto che lanciava il progetto.

Quale? Quella di mettere insieme chi soffre e chi lotta; di ripartire dalle persone in carne ed ossa; di tornare a vitalizzare la lotta di classe.

Una necessità e un’aspirazione comuni, che hanno permesso di tenere insieme soggetti e persone con culture e idee politiche diverse. Cosa possibile, soprattutto se il dibattito politico o ideologico non lo fai in astratto, ma a partire da chi appunto soffre e lotta; se di Europa parli a partire dall’essere comunque con le/ i migranti e contro le frontiere.

A noi pare che questo spunto originario si sia ad un certo punto disperso in una logica – invece –vecchia, di “avanguardia” politicista ed anche un po’ nuovista. Lo abbiamo detto in coordinamento nazionale, lo abbiamo scritto. Non è però, ora, la polemica quella che ci interessa; ma il riflettere con chi ha voglia di farlo liberamente e scambiandosi pensieri su come tenere vivo in noi il bello di questa esperienza, mantenere la relazione e la tensione, continuare a pensare che il futuro di Pap e della r-esistenza sia nelle mani di tutte e tutti.

Ci sono momenti in cui non sai cosa accadrà; sai solo che puoi fare quello che pensi di dover fare perché accada ciò che può, nella direzione migliore, quella che tu auspichi. Sai che non puoi decidere per le altre e gli altri; ma puoi fare ciò che pensi giusto, perché è un modo di rispettare. Ma anche di domandare.

E noi una domanda, una richiesta la continuiamo a fare: si fermi la conta e la divisione, verremmo dire si azzerino queste brutte giornate, si ripristini la discussione e la scelta condivisa sullo Statuto e su tutto il percorso.

Noi non crediamo che la politica, come neanche la vita, sia fatta di macerie da rimuovere; perché, se pensi così, rischi di tenerti le macerie e rimuovere la comprensione di ciò che è accaduto e di ciò che hai fatto.

E allora – e per questo – abbiamo preso parola e ora ci predisponiamo ad ascoltare. Grazie.

Marina Boscaino, Roberto Musacchio

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In memoria di Ernesto

Posted by PRC Muggiò su mercoledì 10 ottobre 2018

Fece la cosa giusta, voleva continuarla,
vivere a lungo, non diventare eroe.
Piantò la libertà su un’isola del mare dei Caraibi,
il primo Socialismo dell’Atlantico.
Sapeva fare un fuoco senza spargere fumo,
marciare nella notte e dei suoi compagni disse:
Una catena non è più robusta del suo anello più fragile
Rispettava nei suoi la debolezza, che è premessa di valore.
Dormì all’aperto nel folto dei boschi e delle stelle,
studiò la medicina, imbracciò armi
e questa forse è una contraddizione.
In qualche foto è fresco di rasoio, in qualcuna sorride,
nell’ultima è il Cristo di Mantegna deposto seminudo.
Fu tradito, perchè tradimento è la morte a trent’anni.
Una donna lo vendicò sparando a un certo Quintanilla
in un consolato di Bolivia in Europa.
Usted es el señor Barranquilla?
No, yo soy Quintanilla
Bueno” disse, e gli sparò.
Il suo nome, Monika Hertl, merita un posto in fondo a questa nota
che termina così “E’ bello essere vendicati da una donna”.

Erri De Luca

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Potere al Popolo: quando il disprezzo diventa moneta corrente si rischia una lacerazione ancora più grande. Destinata a durare.

Posted by PRC Muggiò su mercoledì 10 ottobre 2018

Fantastico, questo testimone. [Il riferimento è a Salvatore Prinzi e al suo documento del 6 ottobre 2018] Ha ricostruito tutto, con una stupefacente fedeltà al vero. Ogni cosa, in questa narrazione, diventa limpida e chiara.

Ci sono i bravi ragazzi, puri d’animo e di intenzioni, una brezza di aria fresca in un mondo malato, promessa in embrione di una sinistra del tutto nuova, ripulita dalle incrostazioni burocratiche, esempio di democrazia e di pulizia.

Poi c’è Rifondazione, superfetazione maleodorante, sopravvissuta a tante sconfitte, pletora di incalliti burocrati, doppiogiochisti, poltronisti, ipocriti e spergiuri, in perenne ricerca di un riciclaggio nella vecchia politica, ansiosi di ritrovarsi con i vecchi compagni di merende di un tempo. E ancora: opportunisti, ricattatori, interessati solo ad uccidere nella culla il bambino che, malgado loro, tenta di nascere. Gente da non toccare neppure con il bastone.

Infine i militanti, cani da riporto, con qualche brava persona che sarebbe bene si staccasse dalla banda di lestofanti che li dirige.

Lui, il testimone, aveva capito tutto, sin dall’inizio. Ma aveva fatto, insieme agli altri testimoni, una generosa benché dubitante apertura di credito nei confronti del Prc. O forse, gli sherpa di Rifondazione servivano, pro tempore, per dare al nascente movimento una proiezione nazionale che altrimenti non avrebbe mai avuto. Le elezioni arrivavano giuste al caso. Poi della zavorra ci si sarebbe liberati. Ed è esattamente ciò che sta accadendo.

Il manifesto fondativo viene archiviato. Dal progetto unitario, fondato sulla decisione condivisa – con tutta evidenza il solo capace di tenere insieme singole persone, movimenti, associazioni, partiti – si passa, d’emblée, alla decisione maggioritaria: basta il 50%+1, nel nome della “governabilità” e della “rapidità di decisione”.

Anche sullo Statuto, la casa di tutti, si deve decidere in questo modo, perché quella casa di tutti non deve più essere.

Imporre ad un partito una totale cessione di sovranità nei confronti di un soggetto politico altro da sé, che ci si ostina a chiamare movimento ma vuole funzionare come un partito e che regole da partito vuole darsi, significherebbe per il Prc abdicare. E questo non è possibile, perché Rifondazione non ha alcuna intenzione di sciogliersi.

Ciò che ci aveva tenuto insieme era la condivisione di un progetto politico coerentemente antiliberista ed anticapitalista e una pratica che consentisse di mettere a fattor comune tutto ciò che si condivide, agendolo nello spazio pubblico come Potere al Popolo. Per lasciare a ciascun soggetto o formazione politica piena e libera iniziativa su quanto non fa parte del patrimonio comune. Una modalità intelligente. E feconda. Perché consentirebbe ad esperienze e culture politiche diverse, individuali e collettive, di rompere la maledizione della diaspora, di ascoltare, di imparare reciprocamente, di “ibridarsi”, abbandonando, ciascuno, la velleità presuntuosa quanto sterile di custodire in proprio la verità.

E’ prevalso altro. E precisamente, l’idea che Potere al Popolo, dopo la parentesi elettorale, acquisita una discreta visibilità politica malgrado il fuoco ostile della contraerea mediatica, dovesse stringere i cordoni, per ridefinire il proprio perimetro politico, sulla base di un concetto molto chiaro che riassumo così: Potere al Popolo è il solo soggetto politico che nel devastato panorama della sinistra italiana può definirsi anticapitalista. Fuori di esso non c’è niente, letteralmente niente, se non ambiguità o, peggio, compromissione con la vecchia politica e le sue paralizzanti liturgie. Dunque, meglio escludere che includere, perché oltre il recinto di Pap non c’è niente di buono da utilizzare. Poi, se qualcuno, individualmente, vorrà aderire alla nuova formazione, sarà il benvenuto.

Il giudizio demolitore sul Prc trasuda da ogni rigo della “testimonianza”. E non lascia scampo. Il solo partito buono, fra tutti quelli che si sono spartiti le spoglie della sinistra storica, è il partito morto. E Rifondazione – conclude il nostro testimone – non fa certo eccezione.

Ed ecco la sentenza, senza appello: “Perché accade tutto questo? Per il protagonismo di pochi dirigenti che si sentono scavalcati e che dopo 20-30 anni che comandano hanno paura di non essere eletti, di essere relegati in secondo piano. D’altronde hanno fatto sempre questo ogni volta: Sinistra Arcobaleno, Cambiare si può, Rivoluzione Civile, Altra Europa…Alla fine se impedisci a PaP di esistere, continuerai a esistere solo tu. Certo, sarai politicamente morto, ma meglio continuare a comandare su qualche migliaio di fedeli che dover accettare qualcosa di nuovo”.

Poi la chicca finale: l’appello agli iscritti del Prc a ribellarsi ai loro cani da guardia, a rottamare i loro dirigenti che “magari se pensano di perdere i loro stessi militanti li ascoltano”.

Ci sono molto disprezzo e supponenza, in queste parole.

Ci si può scontrare aspramente, e persino arrivare all’amara conclusione che le strade si dividono. Ma quando si supera così disinvoltamente la soglia del rispetto e il disprezzo diventa moneta corrente si rischia creare una lacerazione ancora più grande. Destinata a durare».

*Dino Greco, già segretario della Camera del Lavoro di Brescia, ex direttore del quotidiano Liberazione, membro della direzione nazionale del Prc e del coordinamento nazionale di Potere al Popolo per conto dell’Assemblea di Brescia.

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Mdp apre a un Pd federatore: “Ma prima faccia i conti con le sconfitte” Sinistra in movimento. Bersani: “Dobbiamo costruire una alternativa a questa destra”. E per una prospettiva unitaria si spera nella vittoria di Zingaretti alle primarie dem. Boldrini lancia una nuova associazione politica: “Futura” di GIOVANNA CASADIO

Posted by PRC Muggiò su lunedì 23 luglio 2018

ROMA. Le strade alla fine si incontreranno. E soprattutto sia Roberto Speranza, eletto neo coordinatore di Mdp-Articolo 1, che il leader storico della sinistra Pierluigi Bersani assegnano al Pd il ruolo di federatore, a patto però di fare i conti con le sconfitte e gli errori di questi ultimi anni.
Il riferimento è implicitamente a Matteo Renzi e alle sue politiche, contro le quali c’è stata la scissione dal Pd di quei dem – oltre a Bersani e Speranza anche Massimo D’Alema, Francesco Laforgia, Vasco Errani, Guglielmo Epifani, Federico Fornaro – che hanno poi fondato Mdp.
L’assemblea ora ne ha sancito lo statuto di partito, e potrà quindi attingere al finanziamento del  2 per mille. Ma il dato politico nuovo è l’assist a un Pd rinnovato e in discontinuità con il passato. “Dobbiamo costruire una alternativa alla egemonia della destra. Ma ai dem dico, nessuno pensi di farsi federatore senza fare i conti visibilmente, sinceramente con quanto è successo in questi anni – ha avvertito Bersani – Non è questione di persone e non è solo politica. Quanti silenzi ci sono stati.”Certo Speranza ha chiarito che per ora l’orizzonte resta Liberi e Uguali, il cui simbolo è da utilizzare alle prossime europee. “Una forza politica esiste se si presenta alle elezioni – ha ribadito il coordinatore – quindi alle europee dobbiamo andare con il simbolo di Leu. Noi ci sentiamo socialisti nel Pse, anche se è da cambiare”. Messaggio alla Sinistra vendoliana, con cui Mdp ha fondato Leu insieme con Possibile di Pippo Civati. Il divorzio con Possibile già c’è stato e le divergenze con Si, guidata da Nicola Fratoianni, sono molte. Quindi la strada è tutta in salita e riguarda la scomposizione e ricomposizione del centrosinistra. Mdp non nasconde che se il Pd dopo le primarie avesse Nicola Zingaretti come leader, i rapporti cambierebbero. Bersani invita tutta la sinistra a rimanere unita al di là dei personalismi: “Non è questione di giovani o di vecchi e chi è stato capitano può fare il mozzo restando sulla barca. L’obiettivo è costruire un’alternativa
con quelle forze che vogliono ricondursi ad un’idea di sinistra”.
Quindi le battaglie prossime: contro i voucher  e contro un decreto dignità giudicato “debole” per combateare davvero la precarizzazione del lavoro.
In realtà la sinistra è in piena fibrillazione. Qualche giorno fa è nato il movimento politico Futura che ha eletto Laura Boldrini presidente onoraria e Marco Furfaro coordinatore nazionale, ne fanno parte tra gli altri Massimiliano Smeriglio, Ciccio Ferrara, Giovanna Martelli. Molti dei promotori, così come l’ex presidente della Camera Boldrini, provengono dall’esperienza di Campo progressista di Giuliano Pisapia. In vista delle europee, prova a rimettersi in marcia.

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Il Parti de Gauche rompe con la Sinistra Europea La frattura fra sinistra europeista e sinistra anti-UE si divarica ulteriormente.

Posted by PRC Muggiò su lunedì 16 luglio 2018

 

Il Parti de Gauche (PG), fondato nel 2009 da Melenchon e principale ossatura organizzativa del più ampio assembramento ‘frontista’ della France Insoumise, ha da qualche giorno concluso il suo congresso. Si è in questa occasione certificata l’uscita dello stesso PG dalla Sinistra Europea (SE).

Prendendo atto che all’interno della SE non si vuole raggiungere una chiarificazione rispetto alla politica di austerità dell’Unione Europea e che l’applicazione di quelle stesse politiche di austerità da parte di uno dei membri della SE ha screditato l’azione politica di tutti gli altri, il PG ha dichiarato che “a un anno dalle elezioni europee non è più possibile unire nello stesso partito europeo gli avversari e gli autori dell’austerità. […] Syriza è diventata la rappresentante della linea dell’austerità in Grecia al punto che ha attaccato il diritto allo sciopero, ha abbassato drasticamente le pensioni, privatizzato settori interi dell’economia; tutte misure contro le quali i nostri partiti si battono in ciascun paese”.

Si consuma così una rottura preannunciata e che ha le sue radici nella decisione di Tsipras di firmare il memorandum sul debito, aprendo così una stagione di severa austerità che non si concluderà con la fine del programma di salvataggio (come si ammette addirittura dalle colonne de Il Manifesto). Nel gennaio di quest’anno, e per le stesse motivazioni, il PG aveva avanzato alla SE la richiesta di espulsione di Syriza, provocando una rigida risposta di chiusura da parte dei vertici della formazione europea. Questo traspare dalle stesse parole del suo presidente Gregor Gysi. Per il leader della SE, la posizione al governo di un intero popolo chiamerebbe Tsipras ad atti di responsabilità: da una parte, le misure di austerità vengono giustificate come frutto della costante minaccia da parte della Troika; dall’altra Gysi cerca di mettere in risalto le politiche di lotta alla povertà che il governo ha timidamente e senza adeguate coperture cercato di perseguire. In ogni caso, la SE è difesa come un contenitore in cui si può criticare e discutere, ma non si può in nessun caso espellere.

Lo scontro si era infuocato nuovamente a fine giugno, quando Tsipras aveva dichiarato di non intrattenere più alcun rapporto con il PG e di nutrire seri dubbi sulla volontà di vincere le ultime elezioni presidenziali da parte di Melenchon, viste le proposte a suo avviso non realistiche contenute nel programma della France Insoumise. La risposta non si è fatta attendere e Melenchon dal suo account twitter aveva tuonato che, contrariamente a Tsipras, “noi vogliamo governare e non essere sottomessi. No, noi non vogliamo governare come te contro i pensionati, i funzionari pubblici e l’indipendenza del paese”.

L’operazione di richiesta di espulsione prima e di auto-esclusione poi è da inserire in un quadro di divaricazione delle differenti strategie politiche. In vista delle elezioni europee del 2019, la mossa del PG è un ulteriore passo verso la nascita di una formazione a livello continentale che si possa completamente smarcare dalle ambiguità della SE e che sia libera di portare avanti con nettezza posizioni anti-UE e per la potenziale attuazione del Piano B.

D’altronde, il nucleo di questo nuovo assembramento è già in piedi ed è nato con la dichiarazione di Lisbona, sottoscritta dalla France Insoumise, Podemos e il Bloco de Esquerda. La lista ‘Ora il Popolo’ che si sta sviluppando si vuole caratterizzare come alternativa al riformismo della SE e del movimento di Varoufakis e per una critica più netta ai trattati europei. Il progetto sta iniziando a raccogliere qualche altra timida adesione nel nord Europa: l’Alleanza Verde-Rossa danese, il Partito di Sinistra svedese e l’Alleanza di Sinistra finlandese. L’invito all’adesione è stato espressamente rivolto anche ad una parte della Die Linke ma tutt’ora non ha ricevuto risposta.

Inizia così ad emergere una volontà da parte di alcune formazioni di sinistra in Europa di far finalmente maturare la contraddizione di fondo rispetto al posizionamento sull’Unione Europea, della quale ambivalenza e ambiguità si è nutrita la SE sin dalla sua formazione. Il messaggio che lanciano è che procrastinare ormai voglia dire essere complici del massacro sociale ed economico imposto ai popoli d’Europa.

Non mancano gli attacchi frontali: qualche giorno fa, un articolo apparso su Il Manifesto banalizzava la storica rottura che si sta consumando come lo scontro fra una sinistra ‘sovranista’ e ancora nostalgicamente attaccata all’idea dello stato nazione e una sinistra ‘internazionalista’ che vede il futuro progressista nella lotta per la democratizzazione dell’Unione Europea.

Eric Coquerel, volto noto del PG, risponde così all’accusa di essere portatori di un ‘nazionalismo di sinistra’: “Quello che noi costruiamo con ‘Ora il Popolo’ è la prova che noi abbiamo una visione internazionalista. Per contro, quello che per noi sarà centrale in queste elezioni è la questione della sovranità popolare. È alla base di tutto. Noi dobbiamo rompere con questa Unione Europea antidemocratica. Quella è una macchina per la costruzione di nazionalismi, di xenofobia e di ripiegamento su se stessa. Non ne possiamo più di discorsi social-democratici che lasciano credere che potremo riformare questa UE dentro il quadro dei trattati liberali”.

Ma la rottura con la SE formula un messaggio chiaro anche per gli attori sociali sul palco politica interna francese. Un paese nel quale il sosia vincente di Matteo Renzi, Macron, anche se in netto calo di popolarità, è riuscito per il momento ad imporre la sua agenda di riforme ultraliberiste. La grande prova di coraggio dei lavoratori e degli studenti degli ultimi mesi ha però lasciato intravedere una possibile ricomposizione dell’opposizione di classe e popolare su basi avanzate. In particolare, la tenacia con la quale i lavoratori dei trasporti hanno affrontato il testa a testa ha messo a nudo l’organicità delle riforme e i loro legami con i diktat europei. In una Francia che vede l’azione politica della Le Pen incentrata sul nazionalismo xenofobo e quella del Partito Comunista completamente schiacciato su posizioni europeiste, Mélenchon e il PG segnalano ancora una volta la loro messa a disposizione per questo processo di ricostruzione sociale di classe in contrapposizione ad entrambe le alternative.

Su Initiative Communiste, il Polo di Rinascita Comunista in Francia ha salutato positivamente la notizia come “la logica conseguenza della presa di coscienza che la SE è un cavallo di Troia del grande capitale europeista in seno alla sinistra in Europa. Come la Confederazione Europea dei Sindacati (CES) a livello sindacale, la SE è l’espressione di parte della collaborazione di classe e del riformismo. Imbrigliando la sinistra dentro la gabbia per natura reazionaria dell’Unione Europea, la SE è diventata una cinghia di trasmissione dentro l’UE che serve a screditare la sinistra e a fare apparire l’estrema destra come la sola forza anti-UE. […] Non dobbiamo legittimare questo mostro istituzionale imperialista, reazionario e bellicista che è l’UE. Né attraverso la SE, né attraverso la CES, né con la futura mascherata elettorale europeista e già delegittimata”.

Questi ultimi sviluppi impongono una presa di posizione netta anche in seno alla sinistra nostrana e fanno emergere chiaramente come la presenza di formazioni politiche o elettorali caratterizzate dal nodo irrisolto rispetto al loro posizionamento nei confronti dell’Unione Europea rappresenti in questo momento storico una grave zavorra alla ricostruzione di una sinistra di classe che possa mirare ad uscire dalla marginalità nella quale si è relegata.

14/07/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: https://www.ensemble-fdg.org/content/le-parti-de-gauche-en-quete-de-direction

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Lettera aperta al Sindaco di Muggiò ed alle forze poliche presenti in Consiglio Comunale

Posted by PRC Muggiò su venerdì 29 giugno 2018

Se ne parla in alcuni ristretti circoli politici e forse la notizia non è ancora giunta ai mezzi d’informazione locale, che ad oggi non hanno portato a conoscenza della cittadinanza l’esito della denuncia per diffamazione a mezzo stampa che l’ex-Sindaco Zanantoni propose contro gli autori del libro “A Milano comanda la ‘Ndrangheta”; anche le forze politiche pubblicamente tacciono.

Nel libro, tra molte altre vicende di Milano e del suo hinterland, si tratta anche la vicenda del Multiplex che ha devastato il parco del Grugnotorto, ricostruendo le vicende cha hanno visto tra i protagonisti il costruttore Zaccaria (poi condannato per bancarotta) e l’agire politico-amministrativo della giunta PDL-LEGA-AN guidata da Zanantoni.

Con sentenza di secondo grado di fine marzo 2018 apprendiamo che nel libro non è stato commesso nessun reato descrivendo l’evidente familiarità che appariva in alcune foto ritraenti Zanantoni e Zaccaria “abbracciati come due fidanzatini”. Il giudice non vi ha rilevato alcuna valenza diffamatoria, anche perché in sostanza esistevano altri documenti che testimoniavano lo stretto rapporto tra i due, e per di più l’utilizzo di tale frase non è di per sé dispregiativa. Il giudice ha aggiunto che la vicenda del multisala, inserita in un complesso intreccio di affari tra ambienti politici e imprenditoriali non cristallini, è stata narrata con i necessari dettagli.

Perché allora una lettera aperta al Sindaco ed alle forze politiche?

Perché l’ex-Sindaco Zanantoni, come denunciammo a maggio 2010, anziché proporre l’ azione giudiziaria per difendere i suoi interessi con i suoi soldi personali, utilizzò le istituzioni ed i soldi dell’Amministrazione comunale (https://prcmuggio.wordpress.com/2010/05/01/uso-delle-istituzioni-per-interessi-di-parte/), e non contento di questo chiese che il libro “A Milano comanda la ‘Ndrangheta” venisse rimosso dalla Biblioteca Comunale.

Visto l’esito della vicenda pensiamo sia doveroso richiamare i rappresentanti delle istituzioni comunali a chiedere a Zanantoni la restituzione delle importanti somme pubbliche utilizzate per portare avanti negli anni una causa che ha avuto questa conclusione.

E considerato che nella Biblioteca Comunale fa bella mostra uno “scaffale della legalità”, auspichiamo che vi si collochi il libro “incriminato”, che ha molto da insegnare ai cittadini su come la ‘Ndrangheta ed i colletti bianchi collusi si siano infiltrati nel sistema imprenditoriale e politico dell’hinterland milanese

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Fisco: scoperti mille grandi evasori, hanno sottratto all’erario 2,3 miliardi Quasi 13mila quelli totali. Dati della Guardia di Finanza degli ultimi 17 mesi, 23mila reati.

Posted by PRC Muggiò su lunedì 25 giugno 2018

Redazione ANSA
Due miliardi e 300 milioni, più di due milioni a testa: è quanto hanno sottratto al fisco i mille grandi evasori scoperti dalla Guardia di Finanza dal 1 gennaio del 2017 al 31 maggio di quest’anno. I Finanzieri hanno anche individuato quasi 13mila evasori totali e contestato 23mila reati fiscali.
Dei 2,3 miliardi evasi dai grandi evasori, che non sono piccoli artigiani, commercianti o imprenditori ma soggetti che si avvalgono di una rete di connivenze e spesso anche della consulenza di studi tributari, più della metà – 1,3 miliardi – sono però già stati confiscati acquisiti in via definitiva al patrimonio dello Stato. I dati di quasi un anno e mezzo di attività sono stati resi noti in occasione della festa del Corpo: da gennaio 2017 sono stati scoperti anche 12.824 evasori totali, soggetti del tutto sconosciuti al fisco, che hanno evaso 5,8 miliardi di Iva. I finanzieri hanno inoltre portato alla luce quasi 23mila reati fiscali – il 67% dei quali riguardano emissione di fatture false, dichiarazioni fraudolente e occultamento di documenti contabile – e denunciato 17mila persone, di cui 378 arrestate. Infine, sono 30.818 i lavoratori in nero impiegati da 6.361 datori di lavoro.
Salvini, chiudere cartelle Equitalia sotto 100mila euro
Sotto 100mila euro 94% cartelle e 86% liti  – La possibilità di ‘chiudere da subito’, come dice Matteo Salvini, le cartelle sotto i 100.000 euro interessa il 94% dei crediti fiscali, in pratica delle iscrizioni a ruolo delle cartelle esattoriali in lavorazione alla fine del 2016, e l’86,4% dei ricorsi incardinati nei vari gradi della giustizia tributaria alla fine del 2017. Sono questi gli ultimi dati disponibili dalla ex Equitalia e dalla Giustizia Tributaria sull’ipotesi, avanzata oggi dal leader della Lega e vicepresidente del Consiglio sulla definizione dei contrasti tra fisco e contribuente fino a 100.000 euro. Il progetto è definito ‘pace fiscale’ dal Contratto di governo che punta al ‘preventivo e definitivo smaltimento della mole di debiti iscritti a ruolo, datati e difficilmente riscuotibili per insolvenza dei contribuenti’. Il governo, alla ricerca di risorse per finanziare le misure del proprio programma, starebbe accelerando su questo capitolo che era previsto nei progetti della campagna elettorale dalla Lega che l’aveva indicato come il primo provvedimento da varare. L’operazione, che punta a liberare di molte pratiche la giustizia tributaria, rischia tuttavia di sovrapporsi con la ‘rottamazione delle cartelle’ che si è appena conclusa ma per la quale non è ancora stata versata al prima rata di luglio. La misura – è scritto espressamente nel Contratto di governo – non avrebbe una ‘finalità condonistica’, ma dovrebbe diventare ‘un efficace aiuto ai cittadini in difficoltà’. Secondo le stime della Lega, ci sarebbero circa mille miliardi di cartelle esattoriali non riscosse, di queste il 50% sono ormai ritenute inesigibili, ma l’altra metà possono invece tradursi in entrate per lo Stato.

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La pacchia dei ricchi

Posted by PRC Muggiò su sabato 23 giugno 2018

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Leggi di Iniziativa Popolare: SI FIRMA IN COMUNE

Posted by PRC Muggiò su martedì 5 giugno 2018

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Scarica e diffondi!!!

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Ecco i ricchi sfondati. Mentre il mondo va a rotoli il loro incremento di ricchezza è stato del 16% da un anno all’altro

Posted by PRC Muggiò su mercoledì 30 maggio 2018

L’esercito di ricchi del mondo vale complessivamente 9.100 miliardi di dollari, il 18% in piu’ rispetto all’anno scorso, e con in media 4,1 miliardi di dollari ciascuno. La classifica include il primo miliardario dell’Ungheria e il primo dello Zimbabwe. Bezos con i suoi 112 miliardi di dollari e’ il piu’ ricco al mondo, strappando il trono al fondatore di Microsoft. Bill Gates e’ secondo con ‘soli’ 90 miliardi di dollari, mentre Warren Buffett e’ terzo con 84 miliardi di dollari. A vedere bene i numeri, Bezos ha visto lievitare la capitalizzazione di Amazon del 59% in 12 mesi, così che la sua fortuna è cresciuta di 39,2 miliardi di dollari. Ma ne ha potuti contare addirittura altri 12 soltanto nelle due settimane comprese tra la rilevazione di Forbes e la pubblicazione della classifica.
Forbes stilando la classifica dei miliardari del mondo ne ha contati 2.208 da 72 diversi paesi. Tra gli italiani Giovanni Ferrero è nella top-40: è al 37mo posto in classifica con una fortuna di 23 miliardi di dollari. In 45ma posizione si piazza invece Leonardo del Vecchio con i suoi 21,2 miliardi di dollari. Silvio Berlusconi è 190mo in classifica con 8 miliardi di dollari.
Il gruzzolo del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si è assottigliato di 400 milioni di dollari da marzo 2017 scendendo a quota 3,1 miliardi. Adesso The Donald è 766° nel mondo, in calo dalla posizione 544.

In totale i miliardari della classifica di Forbes valgono il monte record di 9,1 trilioni di dollari. Stringendo il cerchio le 20 persone più ricche del pianeta valgono l’incredibile somma di 1,2 trilioni (1.200 miliardi), non poi così distante dal Pil italiano del 2017 appena certificato dall’Istat, 1.700 miliardi. In totale, questi 20 ricconi rappresentano, scrive Forbes, meno dell’1% dei miliardari totali, ma i loro averi ammontano al 13% della ricchezza totale di tutti i miliardari del mondo.

Naturalmente nel gotha dei billionaires non potevano mancare i cinesi. Due imprenditori tech hanno debuttato nella top 20: Ma Huateng (noto anche come Pony Ma), 46 anni, cofondatore del colosso Tencent, che con la sua app di messaggistica WeChat conta un miliardo di utenti, è diciassettesimo. Tencent vanta partecipazioni in Tesla, Snapchat e nel servizio di streaming musicale Spotify. Poco più in basso, al posto numero 20, c’è un altro “ragazzo” d’oro dell’hi-tech cinese, Jack Ma, 53 anni, capo di Alibaba, le cui azioni hanno guadagnato il 76% in un anno.

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Giannuli: Perché lascio il M5S

Posted by PRC Muggiò su mercoledì 30 maggio 2018

Il M5s ha tre meriti storici che nessuno può negare: aver abbattuto il falso bipolarismo Fi-Pd, aver posto in termini politici e non solo giornalistici il tema della casta ed aver impedito che la protesta che stava montando sfociasse in movimenti di estrema destra come Alba Dorata o il Front National. Per queste ragioni non sono affatto pentito di aver costeggiato ed appoggiato il M5s – pur senza mai entrare a farne parte – dal 2013 ad oggi.

Per la verità, non ho mai evitato di criticare singoli aspetti o scelte del movimento che, però, complessivamente ho sempre difeso.

Ma, come i lettori di questo blog hanno constatato, negli ultimi due anni, i motivi di dissenso sono andati crescendo e le critiche si sono fatte più frequenti e forse più aspre, per cui non è stato un caso che nelle recenti elezioni politiche, alla Camera non ho votato 5 stelle ma Potere al Popolo.

Non sono io che mi sono man mano allontanato dal M5s: io sono rimasto fermo, è il M5s che ha preso altre strade.

Il M5s al quale mi ero avvicinato era quello dell’ “Uno vale uno” che, pur non senza contraddizioni anche evidenti, rifiutava l’idea di un capo politico che decidesse tutto.

Oggi, nel movimento vige un regolamento che nessuno ha mai approvato e che dà pieni poteri al capo politico, sino al punto di dargli la possibilità di nominare i capigruppo parlamentari non più eletti (cosa che non ha precedenti nella storia del parlamento repubblicano).

Il M5s al quale mi ero avvicinato parlava di democrazia diretta, anche con un’enfasi eccessiva che si traduceva in un discutibile rifiuto della democrazia rappresentativa, oggi di democrazia diretta non si parla più ed è restato solo un antiparlamentarismo ancora più inquietante di ieri.

Il M5s cui mi ero accostato miscelava temi di destra (come l’ostilità verso gli immigrati) con temi di sinistra (come la difesa dell’art. 18) ma aveva una decisa avversione ai poteri finanziari (ricordiamoci le partecipazioni di Grillo alle assemblee degli azionisti Telecom), oggi il “Capo politico” del movimento dice che i governi devono tener conto dell’orientamento dei mercati finanziari.

Il M5s con il quale iniziai a collaborare si schierò decisamente per la legge elettorale proporzionale e contro la riforma renziana della Costituzione in difesa della Costituzione repubblicana del 1948. L’edizione più recente del M5s ha fatto non poche concessioni nel dibattito sulla legge elettorale (in particolare quando si parlò di metodo tedesco) e, con ogni evidenza, si appresta a sostenere il ritorno ad una qualche forma di maggioritario.

Quanto alla Costituzione, la pretesa di avere la Presidenza del Consiglio sulla base della maggioranza relativa ottenuta nel voto per l’elezione della Camera è solo la premessa logica di una riforma di indirizzo presidenziale. Ma allora, perché ci si è opposti alla riforma di Renzi? Io ho combattuto Renzi in quel Referendum perché ero contrario alla sua riforma, mi viene il dubbio che qualche altro ha combattuto quella riforma solo perché voleva togliere di mezzo Renzi. Sono cose molto diverse.

Il M5s di cinque anni fa entrò nelle stanze del potere per ribaltarle, quello di oggi non si sottrae all’abbraccio mortale del potere consolidato: non hanno cambiato il potere ma il potere ha cambiato loro.

Il M5s con cui ho collaborato fece un’epica battaglia parlamentare contro la “riforma” della Banca d’Italia che ne faceva dono alle principali banche nazionali. La legge prevedeva tre anni di tempo per mettere sul mercato le azioni possedute in eccesso dai pochi oligopolisti, il limite è scaduto nel 2017 senza che sia avvenuto niente ed il M5s non dice niente, preferendo posare occhi vogliosi sulla Cassa Depositi e Prestiti, in perfetto stile spoil system. Certo, sin qui è stata gestita malissimo, ma quale è il rimedio? Piazzare qualche amico? Non so.

Il M5s di Roberto Casaleggio era contrario all’Euro senza se e senza ma (anche troppo e, semmai, ero io a moderare le cose dicendo che non si può uscire da un ordine monetario dalla sera alla mattina e senza sapere bene con cosa sostituirlo) oggi non solo non si parla proprio più di uscita dall’Euro, ma si fa dell’oltranzismo filo Ue, e si prospetta l’adesione al gruppo più eurista del parlamento europeo, En Marche.

Il M5s delle origini si diceva “Né di destra né di sinistra”, ma in realtà ospitava nel suo seno sia destra che sinistra, oggi quella ambiguità è sciolta e, pur continuando a dirsi né di destra né di sinistra, il Movimento sta imboccando una strada decisamente di destra.

Io ero e sono sempre rimasto di sinistra, potevo convivere con l’ambiguità iniziale, ma non con una cosa esplicitamente di destra.

Per cui, sapete che sono anticonformista ed, in un paese in cui (quasi) tutti salgono sul carro del vincitore, io scelgo di scendere dal carro del vincitore.

Sarò grato ai conduttori televisivi che non mi presenteranno più come “vicino al Movimento 5 stelle” ma come persona “che è stata a lungo vicina al M5s”. Nessuna acrimonia e nessuna ostilità preconcetta, quando il M5s farà scelte condivisibili lo difenderò, quando ne farà di segno opposto lo criticherò, ma sempre nel merito, perché, nonostante tutto, il M5s è ancora oggi una importante risorsa per il paese e sarebbe altamente auspicabile che correggesse questa discutibile rotta.

(4 aprile 2018)


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“Costruiamo uno schieramento di sinistra popolare antiliberista per l’attuazione della Costituzione e dunque contro i trattati europei e alternativo a tutti i poli esistenti. Né con Cottarelli né con Salvini”. Intervento di Maurizio Acerbo

Posted by PRC Muggiò su lunedì 28 maggio 2018

Le scelte e le parole del Presidente della Repubblica suscitano rabbia e sconcerto. Il nostro giudizio negativo su Salvini e Di Maio non ci impedisce di condannare con nettezza la scelta del Presidente della Repubblica.
Il comportamento di Mattarella (leggi qui la dichiarazione sul presidente della Repubblica) ha le sembianze più di un golpe bianco che di una rigorosa difesa della Costituzione. Nella Costituzione è previsto il divieto di ricostituire il partito fascista, non quello di mettere in discussione i trattati europei o la moneta unica.
La sovranità non appartiene agli “operatori economici o finanziari” e agli “investitori italiani e stranieri” citati da Mattarella. Il comportamento del Presidente e il suo intervento così pesante sul terreno delle scelte politiche è per noi indifendibile.
Non ci stupisce che a sostegno di Mattarella si siano schierati immediatamente due improbabili campioni del costituzionalismo come Renzi e Berlusconi. Questa operazione è la prosecuzione delle ingerenze dell’UE ed avevamo già da tempo profetizzato che Cottarelli, onnipresente su giornali e tv, sarebbe stato il nuovo Monti da imporre a colpi di spread. Proprio perchè ci siamo sempre schierati in difesa della democrazia costituzionale non possiamo che dire NO a questa operazione e all’incarico a un uomo del Fondo Monetario Internazionale. Chi difende la Costituzione non può schierarsi per un’acritica difesa di Mattarella. Rifiutiamo di dover scegliere tra la peste e il colera, tra Salvini e Di Maio da una parte e Renzi e Berlusconi dall’altra. Si tratta di due versioni diverse del neoliberismo.
Ci schieriamo dalla parte della democrazia e della Costituzione come abbiamo sempre fatto.
La classe dirigente di centrodestra e centrosinistra che ha condiviso le scelte strategiche dagli anni ’90 é ormai delegittimata e trascina nel discredito le stesse istituzioni.
Il Presidente della Repubblica, come il suo predecessore, assume il ruolo di garante non della Costituzione ma di di uno stato permanente di eccezione.
La richiesta di impeachment non è fondata sul piano costituzionale e il comportamento di M5S e Lega, a partire dalla scelta di un premier inconsistente sul piano politico, ha contribuito a questo esito. Certo Mattarella ha fatto un gran regalo a Salvini che può ergersi a difensore degli italiani e il M5S cerca di competere alzando il volume.
Da sempre denunciamo che il cosiddetto “pilota automatico” non è compatibile con la democrazia e che la mette in crisi sul piano formale e sostanziale. A cosa serve poter votare se le scelte di fondo sono già predeterminate? E come si può rafforzare il legame tra cittadine/i e istituzioni repubblicane se un rigore insensato riduce progressivamente diritti?
Se Mattarella avesse detto no alla nomina di un demagogo razzista xenofobo come Salvini al ministero degli Interni avremmo apprezzato. Ma il suo intervento in nome dell’ordine post-democratico nato a Maastricht nel 1992 non è condivisibile e accettabile.
Lo ricordiamo come ministro della difesa ai tempi della guerra nella ex-Jugoslavia e ci è ben chiaro che tende ad anteporre il quadro internazionale alla Costituzione.
Rivendichiamo con orgoglio il nostro voto da sempre contrario ai trattati europei e la nostra lotta per un’altra Europa non in nome del nazionalismo ma della democrazia e della difesa e dell’estensione dei diritti. Costruiamo uno schieramento di sinistra popolare antiliberista per l’attuazione della Costituzione e dunque contro i trattati europei e alternativo a tutti i poli esistenti. Né con Cottarelli né con Salvini.

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Operazione Domus Aurea: tangenti e corruzione asse Brianza-Calabria, 21 arresti

Posted by PRC Muggiò su lunedì 28 maggio 2018

Blitz della Guardia di Finanza nelle province di Milano, Monza e Brianza, Lecco, Bologna, Asti e Reggio Calabria.

Frode fiscale ma non solo: blitz della Guardia di Finanza nelle province di Milano, Monza e Brianza, Lecco, Bologna, Asti e Reggio Calabria. Fatture per operazioni inesistenti per un ammontare di circa 95 milioni di euro.

UNA INCHIESTA NATA DA DUE ESPONENTI DEL MOVIMENTO 5 STELLE

Frode fiscale e distrazioni patrimoniali

Ventuno persone sono state arrestate dalla Guardia di Finanza di Monza in esecuzione di ordinanza di custodia cautelare (dieci in carcere)  emessa dal gip di Monza. Le accuse: associazione a delinquere finalizzata a reati tributari e fallimentari, trasferimento fraudolento di valori, riciclaggio e corruzione.

TRA GLI ARRESTATI ANCHE L’EX MAGISTRATO GERARDO PERILLO

Guardia di Finanza in campo

La maxi indagine è stata coordinata dalla Procura di Monza. I provvedimenti cautelari, trenta in totale, sono stati eseguiti a partire dall’alba di oggi dalla Guardia di Finanza di Monza nelle province di Milano, Monza e Brianza, Lecco, Bologna, Asti e Reggio Calabria. Tra gli arrestati ci sarebbero anche un ex magistrato e due avvocati.

Operazione “Domus aurea”

Smantellato un articolato gruppo societario riconducibile a un imprenditore edile calabrese residente in Brianza, Giuseppe Malaspina, accusato di aver emesso fatture per operazioni inesistenti per un ammontare di circa 95 milioni di euro, con distrazioni patrimoniali per un valore pari a circa 234 milioni di euro. L’operazione è stata chiamata “Domus aurea“.

L’albergo prestigioso

Nel corso delle indagini, i militari del Gruppo di Monza hanno ricostruito, tra l’altro, una serie di operazioni societarie fraudolente di natura distrattiva poste in essere al solo fine di preservare dalle pretese dei creditori il patrimonio di una delle società riconducibili all’imprenditore, costituito da un prestigioso albergo di Venezia, il Ca’ Sagredo, il quale, dopo una serie di passaggi societari, è stato infine trasferito ad una nuova società, costituita ad hoc, legalmente rappresentata dalla segretaria e storica collaboratrice dell’arrestato.

Per impedire il perfezionamento della distrazione, ad aprile 2017, i Finanzieri hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo d’urgenza emesso dalla Procura della Repubblica di Monza, cautelando le quote della predetta società per un valore stimato di oltre 75 milioni di euro, quale prodotto e/o profitto del delitto di bancarotta fraudolenta, sequestro successivamente convalidato dal G.I.P. e confermato sia dal Tribunale del riesame che, a febbraio scorso, dalla Corte di Cassazione.

Sequestrati, oltre all’albergo di lusso di Venezia con gli affreschi del Tintoretto, il palazzo che a Milano ospitava l’hotel Gritti, a due passi dal Teatro alla Scala, e l’agriturismo con piscina e maneggio, La Malaspina, a Ornago, per un valore complessivo di oltre 100 milioni di euro.

Chi è Malaspina

Imprenditore noto e dal passato controverso (negli anni Settanta già condannato a 14 anni per omicidio), il titolare della Gimal è stato su diversi fronti protagonista delle cronache locali. Anche nel ruolo di vittima, come nel caso di una tentata estorsione alcuni anni fa da parte di esponenti di un’altra famiglia vimercatese con radici calabresi, i Miriadi. E poi il tribolato fallimento della sua società e il conseguente stop dei lavori per l’ormai famigerato hotel mai costruito a Villasanta. L’ultima volta il nome di Malaspina venne legato a una vicenda scoppiata a Correzzana: sembra che proprio questa vicenda abbia innescato l’indagine giunta all’apice in queste ore.

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Tangenti in Brianza, Malaspina e la maledizione del 21 maggio. E’ la data dell’ultimo arresto ma anche di quando uccise un uomo a Muggiò

Posted by PRC Muggiò su lunedì 28 maggio 2018

di STEFANIA TOTARO

Pubblicato il
Il maneggio sequestrato a Ornago in Brianza

Il maneggio sequestrato a Ornago in Brianza

Monza, 27 maggio 2018  – L’ascesa e il declino dell’imprenditore edile di Montebello Ionico, nuovamente nei guai dopo 46 anni esatti. Il 21 maggio è una data da dimenticare per Giuseppe Malaspina, il costruttore di origine calabrese diventato brianzolo di adozione a capo di un impero immobiliare da 100 milioni. Ora sequestrato su richiesta della Procura di Monza che lo accusa di averlo mantenuto grazie alle operazioni illecite di professionisti compiacenti. Malaspina è stato arrestato dalla GdF lo scorso 21 maggio per bancarotta fraudolenta e false fatturazioni. Lo stesso giorno di 46 anni fa, il 21 maggio 1972, soltanto diciannovenne, ha ucciso a Muggiò Giuseppe Zampaglione. Quattro colpi d’arma da fuoco sparati alle spalle per una confidenza ai carabinieri sulla presunta rapina a una gioielleria. Nel 1976 Giuseppe Malaspina viene condannato a 14 anni di reclusione. Nell’81, dopo indulto e riduzione della pena, viene ammesso alla libertà condizionale. Nel 2007 l’ordinanza di riabilitazione emessa dal Tribunale di sorveglianza di Milano. Con i suoi fratelli, Giuseppe Malaspina viene sospettato di essere l’autore nell’87 del sequestro di Massimo Oreste Villa a Merate, liberato dopo 7 mesi di prigionia sull’Aspromonte e il pagamento di un riscatto di 3 miliardi di lire. Accusa mai dimostrata.

Dopo 25 anni a venire sequestrato (solo un tentativo) è il fratello di Giuseppe Malaspina, Carlo: nel 2011 quattro uomini incappucciati cercano di infilarlo su un’auto. E poi 6 colpi di pistola e l’esplosione di un ordigno contro sedi delle società dei Malaspina. Vicende per cui sono stati condannati per tentata estorsione (con l’aggravante del metodo mafioso) Giovanni e Vincenzo Miriadi (figli di Natale Assunto Miriadi, ucciso a colpi di kalashnikov a Vimercate nel ‘90 da esponenti della cosca Coco Trovato) e il cugino Mario Girasole. Movente, secondo la pubblica accusa, un terreno a Vimercate, acquistato da Malaspina nel 2010 e che era stato prima ottenuto in comodato e poi affittato dai Miriadi, che ci tenevano del materiale edile e che avrebbero preteso, secondo l’accusa, prima la restituzione del terreno e poi 12 milioni di euro. Tutte accuse sempre negate dai Miriadi, che sostengono di avere soltanto voluto i soldi che spettavano loro per ill terreno.

Al processo Giuseppe Malaspina, costituitosi parte civile, ha descritto il suo percorso imprenditoriale di successo (quando risiedeva ad Arcore è stato secondo contribuente della città dietro solo a Berlusconi; trasferitosi a Lesmo ne è diventato il primo contribuente) come riscatto da un passato criminale. Per sottolineare la lontananza dagli ambienti ‘ndranghetisti, ha parlato di sé come imprenditore lombardo che con i calabresi aveva tagliato i ponti. Al dibattimento è venuto fuori come ‘paciere’ tra i Malaspina e i Miriadi il nome di Fausto Giordano, poi arrestato assieme ad altre 43 persone nell’operazione contro la ‘ndrangheta in Brianza ‘Tibet’ perché ritenuto «facente parte di un’associazione mafiosa emanazione diretta della Locale di Desio e avente base e sede decisionale in Seveso dove sono localizzati i diversi uffici del capo, promotore ed organizzatore Giuseppe Pensabene di Montebello Jonico«, etichettato come il banchiere della ‘ndrangheta in territorio brianzolo. Malaspina ha avuto, nel tempo, rapporti di lavoro con Bartolo Foti e Vincenzo Cotroneo. Nelle motivazioni della sentenza di condanna dei Miriadi juniors, i giudici monzesi, a proposito dei rapporti tra i Miriadi, Bartolo Foti, Vincenzo Cotroneo, scrivono: «Tutti questi personaggi, tra cui gli imputati Miriadi, risultano provenire da Montebello Ionico, tutti sono risultati operativi nella Locale di Desio, ciò che ha indotto gli inquirenti a ritenere i Miriadi legati a tale cosca, quale propaggine nel Vimercatese».

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La sinistra ora è in prestito ai Cinque Stelle. Dalle battaglie sociali alla partecipazione. Il Movimento Cinque Stelle, con tutti i suoi difetti e le sue contraddizioni interne, si è impadronito di un’eredità. Per adesso o per sempre? di S. Borghese, V. Fabbrini, L. Newman

Posted by PRC Muggiò su mercoledì 18 aprile 2018

Essere di sinistra può assumere tante connotazioni: estetiche, industriali, clientelari, campanilistiche, e dipolicy. In modi diversi sono identificabili come di sinistra le scarpe Camper, le cooperative, il sistema di relazioni che girava attorno alla Monte dei Paschi di Siena, il Livorno calcio e la legge Cirinnà. Nozioni di cosa è non è di sinistra possono però cambiare con il tempo. Che Guevara è un’icona della sinistra, ma è riverito anche da CasaPound.

Fondamentalmente, però, essere di sinistra vuol dire credere in un ideale di giustizia sociale in favore dei meno abbienti. Quest’accezione moderna di sinistra nasce nell’immediato post rivoluzione francese quando, durante l’assemblea degli Stati Generali, le forze rivoluzionarie occuparono la parte sinistra dell’emiciclo. Nel solco di questa tradizione, secondo il filosofo italiano Norberto Bobbio, chi è di sinistra vede l’eguaglianza come il valore più importa.
Il mezzo attraverso il quale si persegue l’ideale egualitario cambia però a seconda delle dottrine politico-economiche. Il socialismo offre il mezzo della collettivizzazione. Si tratta di una dottrina che è stata a lungo dominante e spesso identificata tout court con l’ideale di sinistra, ma non è l’unica. Il keynesismo, ad esempio, rientra nel paradigma economico capitalista, ma è generalmente considerato di sinistra perché prevede un sostegno alla domanda interna durante i cicli economici recessivi.

A prescindere da dottrine economiche, marche di calzatura e sistemi di potere, l’essere di sinistra significa senz’altro avere a cuore le condizioni di vita di chi sta peggio. È innanzitutto un’attitudine, qualcosa che si fa tutti i giorni, prima ancora di declinarsi in una posizione politica.

Dopo Tangentopoli e la caduta del muro di Berlino, si è presentata in Italia una classe dirigente nuova, che in tante aree non è mai cambiata. Sono gli anni in cui a destra emergono i berlusconiani e a sinistra i dalemiani e i veltroniani – forze sociali che hanno visto il loro tramonto solo con il risultato delle politiche del 2018.
L’establishment di sinistra, dai partiti ai sistemi di potere privato e pubblico che li circondano, è quindi rimasto sostanzialmente immutato in quest’ultimoquarto di secolo. L’elettorato, invece, no.

I dati elettorali più sofisticati, disponibili dalle politiche del 2008 in poi, dimostrano come quello che era il bacino elettorale di riferimento della sinistra ha visto cambiare radicalmente le proprie condizioni e prospettive socio economiche in questi anni. Quella classe operaia che aveva sempre votato a sinistra si è progressivamente impoverita, invecchiata o precarizzata. Anche la classe media ha visto ridursi drasticamente il proprio reddito pro-capite, in maniera talvolta vertiginosa. Continuano a votare a sinistra soprattutto coloro che continuano a sentirsi rappresentati da una leadership anziana che focalizza la propria offerta politica su tematiche tradizionalmente affini ai più anziani e chi da loro dipende: immigrazione, rigore fiscale, pensioni, tutti temi tradizionalmente di destra.

I dati più recenti evidenziano proprio come il bacino elettorale di riferimento sia cambiato, diventando anziano e arroccandosi nei centri borghesi delle grandi città.

Già nel 2013 infatti il voto al PD era stato quasi direttamente proporzionale all’età, restando sotto il 20 per cento tra chi aveva meno di 40 anni e salendo al 37 per cento tra gli over 65 (dati ITANES); una dinamica che si è ripetuta anche nel 2018, quando il PD ha ottenuto più del 20 per cento solo tra chi ha più di 55 anni, e il 28  tra gli ultra 65enni, secondo i dati del sondaggio Quorum/YouTrend per Sky Tg24.

Lo stesso istituto ha calcolato come il PD abbia fatto registrare la migliore tenuta, in un contesto di arretramento generale, proprio nei grandi centri urbani con più di 300 mila abitanti, mantenendo il 70% dei propri elettori 2013, a fronte di una tenuta del 65-66 per cento nei comuni inferiori; ancora più indicativo il dato in voti assoluti, dove si nota che il PD (e il centrosinistra “tradizionale” nel suo complesso) va meglio solo nei comuni di maggiori dimensioni, superando il 20 per cento (e il 30 per cento considerando tutta l’area progressista) soltanto nelle città con più di 100 mila abitanti.

Il consenso trasversale nelle regioni rosse (che lo sono sempre meno) ha resistito fintanto che c’è stato un ricambio della classe dirigente locale, capace di una buona gestione economica a favore della propria la base, portando avanti un’agenda progressista, egualitaria. Le elezioni del 4 marzo hanno visto crollare questa certezza: per la prima volta dal 1946, in Emilia-Romagna la sinistra non è stata la prima forza politica. Qui, come altrove in Italia, Il grosso del bacino elettorale ha sofferto tutte le conseguenze del declino macroeconomico, senza paragoni nel mondo occidentale, patito dall’Italia dal 2000 in poi. I pochi investimenti e la mala-gestione della globalizzazione hanno decimato gli ecosistemi produttivi da cui dipendeva l’impiego degli elettori di sinistra. L’establishment di sinistra, come quello di destra, non ha saputo rispondere a questa sfida, se non a livello pratico sicuramentenon a livello di retorica, cultura e capacità di ascolto. Il bacino elettorale di riferimento ha quindi buone ragioni per aver perso fiducia, ed è tra questi delusi che i Cinque Stelle hanno trovato la loro più importante fonte di consenso.

Gli studi sui flussi elettorali confermano che sia nel 2013 che nel 2018 una parte consistente dell’elettorato del M5S aveva votato, in precedenza, per uno dei partiti progressisti “tradizionali”: PD, IDV o sinistra. Nel 2013 tale quota era pari al 42% dell’elettorato complessivo dei Cinque Stelle (dati ITANES), mentre la principale destinazione – ad eccezione dell’astensione – degli elettori che sia nel 2013 che nel 2014 avevano votato il PD (quindi, guidato sia da Bersani che da Renzi) è stata, nel 2018, il Movimento (secondo il sondaggio Quorum/YouTrend per Sky TG24). L’elettorato di riferimento della sinistra sembra aver trovato nel Movimento qualcosa che il suo establishment di riferimento ha perso.

Si può capire cosa esattamente analizzando le battaglie identitarie del Movimento. Analizzando i media, queste sono principalmente il richiamo all’onestà e il sostegno ai poveri. L’onestà è predicata attraverso la battaglia sui vitalizi, il giustizialismo sommario verso i politici indagati e una retorica distruttiva nei confronti di qualsiasi autorità sospettata di corruzione. Il reddito di cittadinanza – una proposta, per quanto fiscalmente discutibile , di normale social welfare – è invece l’espressione più concreta della battaglia contro la povertà.

Anche la lotta all’immigrazione, perlomeno a livello di cornice ideologica,gioca un ruolo. La battaglia contro il disagio sociale è al centro della cultura dei Cinque Stelle, che hanno nella restituzione della voce alle persone comuni uno dei loro valori fondanti.

I sondaggi confermano che le battaglie a cui gli elettori Cinque Stelle tengono maggiormente sono proprio queste. Sono temi che hanno una presa naturale su chi ha un profilo sociodemografico più giovane, tendenzialmente disagiato o comunque caratterizzato dall’aver subito le conseguenze della stagnazione economica che dura dal 2000. Il rapporto di fiducia tra l’elettorato dei Cinque Stelle e il suo nascente establishment passa per questa condivisione di obbiettivi.

È importante anche precisare che l’opposizione ai vaccini, il razzismo becero, l’anti-intellettualismo sono posizioni minoritarie tra i seguaci del Movimento.

La vera proposta del Movimento però non risiede nei suoi contenuti ma nei processi rappresentativi.
I Cinque Stelle teorizzano infatti la nascita di una democrazia digitale diretta, in cui internet consente la formazione di un consenso su posizioni trasversali. Le primarie digitali, battezzate parlamentarie, e i referendum online su decisioni cruciali del Movimento, per quanto amatoriali o manipolative nella loro esecuzione, sono prassi fondanti. Consentono all’ex-elettore di sinistra di sentirsi nuovamente ascoltato da un establishment.
Si tratta di idee tipiche della sinistra radicale. La genesi intellettuale della democrazia diretta digitale risale infatti ai campus universitari americani di sinistra. Discende intellettualmente dal sogno collettivista di Marx, attuato poi attraverso la Comune di Parigi del 1871, nei primi Soviet e nei kibbutz israeliani. Alcune scelte lessicali adoperate dai Cinque Stelle – direttorio, Rousseau – sembrano voler ricondurre idealmente i processi di governancedel Movimento allo spirito della rivoluzione francese.

Poche settimane fa, Luigi Di Maio è stato deriso dal New York Times per aver lasciato la casa dei genitori solo cinque anni prima. Le statistiche dimostrano che la vicenda personale di Di Maio, e di tanti altri quadri del Movimento, è simile a quella di molti dei loro elettori. L’inesperienza professionale e il disagio vissuti da Di Maio, Fico e altri sono asset politici.

Riassumendo, il nascente establishment del Movimento è uno in cui un elettorato mediamente giovane, che normalmente tenderebbe a sinistra, si riconosce. I processi partecipativi proposti dal Movimento sono, almeno filosoficamente, di sinistra. Le loro battaglie identitarie – onestà e sostegno ai poveri – sono di sinistra. Il bacino elettorale della sinistra – inteso sia come vecchi elettori che come profilo socio-demografico degli elettori del 2008 – è in buona parte defluito ai Cinque Stelle. Se la sinistra istituzionale paga l’aver tentato a lungo di offrire soluzioni al malcontento senza doverloascoltare e rappresentare, il Movimento, al contrario, nei suoi primi nove anni ha potuto sia ascoltare che rappresentare il malcontento egregiamente. Il Movimento Cinque Stelle è, con tutti i suoi difetti e con tutte le sue contraddizioni interne, il nuovo partito di sinistra italiano.

Le battaglie politiche dei Cinque Stelle sono le stesse che l’establishment e i partiti di sinistra hanno smesso di fare, almeno a livello comunicativo. Se i governi di sinistra hanno attuato misure di contrasto al disagio sociale come il reddito d’inclusione, raramente questa questione è stata al centro della loro retorica. La lotta alla corruzione e alle clientele, elementi centrali nell’identità dei Cinque Stelle, è avvenuta concretamente attraverso provvedimenti del PD quali l’istituzione dell’ANAC e il nuovo codice degli appalti. Eppure non sono diventati elementi identitari dei partiti di sinistra. In tempi più recenti, scandali minori come quello di Banca Etruria sono stati gestiti male sul piano comunicativo, accrescendo l’impressione che l’establishment di sinistra sia un sistema di potere più che l’espressione di un consenso politico.

Tutto ciò è vero non solo a livello partitico madi classe dirigente in senso lato e di cultura politica. Al calo continuo del numero degli iscritti dei partiti di sinistra negli ultimi 25 anni si è accompagnato il declino delle cooperative, dei centri sociali e delle banche e aziende con consigli direttivi espressi dai partiti di sinistra. La cultura di sinistra si è evoluta di pari passo. Nella percezione mediatica, i suoi simboli odierni sono diventati confusi e autoreferenziali: il cashmere, i film in lingua originale, Capalbio. Si tratta di ossessioni da élite che non verrebbero così derise se la sinistra istituzionale avesse mantenuto una capacità di ascolto e rappresentanzapropria delle élite politiche in una democrazia rappresentativa, come insegna Bernard Manin.

Più che il fallimento di un leader, Renzi o D’Alema o Bersani, è un fallimento di leadership. Renzi è solo l’espressione finale di un declino pluridecennale. Il suo tentativo di eversione èstato l’ultimo respiro dell’ultima classe dirigente giovane dell’ultima regione rossa. Questo scollamento dalla base è stato così lento da essere ignorabile dall’establishment di sinistra. Fino al risultato del 4 marzo.

Storicamente, nel mondo occidentale, l’asse sinistra-destra non scompare. Cambiano semplicemente i partiti e le loro identità. E le ragioni per cui i partiti cambiano ideologia sono spesso legate alle loro strutture di potere. In America, fino agli anni ’50, il partito Repubblicano era la forza progressista e il partito Democratico quella conservatrice. In passato questo bipolarismo è stato interpretato dai Whigs, i Federalisti e altri. Nel Regno Unito vi è stato un percorso simile. Gli odierni partiti progressisti del Regno Unito e degli USA nascono da frange insoddisfatte dei partiti progressistiche c’erano prima. In Italia molti attribuiscono l’emergere del proto-fascismo di ispirazione socialista alla perdita di contatto con la base della Sinistra Storica e alla frustrazione del primo Mussolini con l’establishment socialista.

Similmente, spesso i quadri grillini sono persone che hanno rinunciato a permeare l’establishment, spesso quello di destra, ma più spesso quello di sinistra. Se Di Maio e Di Battista hanno vissuto le delusioni dei padri, dirigenti locali delle destre sociali, Virginia Raggi e Roberto Fico sono dei delusi dalla leadership di sinistra. Da ragazzo, anche lo stesso Di Battista si è definito di sinistra. La rosa di ministri proposta per il governo dai Cinque Stelle è composta da persone relativamente giovani, relativamente di sinistra, rimaste però ai margini dell’establishment progressista.

Questo è l’altro specchio della medaglia degli elettori grillini, che sono appunto più spesso vecchi elettori delusi della sinistra che della destra.

I tanti delusi tra le aspiranti classi dirigenti del post‘92, soprattutto ma non solo di sinistra,stanno formando un nuovo establishment che, per quanto possa essere poco qualificato, sta sostituendo quello precedente. È verosimile che delle componenti dell’attuale o aspirante classe dirigente di sinistra si lascino cooptare dai Cinque Stelle pur di sopravvivere o avere la propria occasione di ribalta. In alcune frange della società civile, questo sta già avvenendo.

La destra in Italia non è cambiata in questi anni, rimanendo sostanzialmente reazionaria, nonostante la tentata evoluzione berlusconiana. Per l’elevata età anagrafica della sua leadership, e a causa della centralità di Silvio Berlusconi, Forza Italia e la rete di relazioni che la circonda sono irriformabili. L’ha scoperto Gianfranco Fini proprio come lo sta scoprendo Matteo Renzi con il PD. Molti vedono però nell’avventura di Matteo Salvini un altro percorso: un tentativo di superare Forza Italia sostituendola, piuttosto che cambiandola dall’interno. I quadri della Lega salviniana sono infatti più giovani dei berlusconiani, ma molti sufficientemente moderati da essere ideologicamente ascrivibili a Forza Italia se volessero.

Queste nuove destra e sinistra sono protagoniste di un nuovo bipolarismo geografico. Un Settentrione che esce dalla crisi, più che schierarsi contro l’Europa o la migrazione, ha semplicemente votato un partito che propone una misura pro-crescita: la flat tax, ovvero un’aliquota IRPEF unica. Si tratterebbe di una riforma, per quanto utopica nell’attuale contesto fiscale italiano, essenzialmente di destra. Il Meridione, che non ha visto la ripresa economica, ha sostenuto con maggioranze schiaccianti un partito, il Movimento Cinque Stelle, che propone una misura assistenzialista altrettanto inverosimile, ma fondamentalmente di sinistra. L’emergere della Lega e dei Cinque Stelle tra le principali forze politiche ha più a che vedere con un ricambio di establishment che con un superamento ideologico.

Con la fine della cortina di ferro, si afferma il Washington Consensus. È la convinzione, nel seno della sinistra istituzionale americana, che le soluzioni economiche tipicamente liberali – globalizzazione, competizione – rappresentino l’unica ricetta credibile per la crescita macroeconomica. La sempre minor attenzione all’egualitarismo che vediamo oggi nella sinistra italiana nasce qui, traducendosi per la prima volta in politiche pubbliche con la Terza Via di Bill Clinton. Il primo ad adottare la Terza Via in Europa è Tony Blair, seguito via via da altri colleghi europei. Il principale punto di riferimento estero di Renzi, sia dal punto di vista ideologico che per come ha riformato il proprio partito, è proprio Tony Blair.

E fino al duplice trauma dell’elezione di Trump e la Brexit, molte sinistre occidentali hanno più o meno continuato su questa scia. Oggi, non avendo saputo tradurre la Terza Via in una dottrina egualitaria e credibile per le proprie basi, i partiti di sinistra tornano alle loro origini, come Corbyn nel Regno Unito e Sanders negli USA, oppure rischiano di scomparire a causa della concorrenza di un’offerta politica più innovativa, come è avvenuto con i socialisti in Francia o il PASOK in Grecia.

La sinistra istituzionale italiana dovrebbe cambiare radicalmente visione politica per trovare o ritrovare una base. Potrebbe farlo in direzione centrista oppure tornando a valori di sinistra tradizionale. In entrambi i casi, l’establishment di sinistra e l’elettorato che gli è rimasto fedele dovranno partire dal riconoscimento che il Movimento Cinque Stelle si è impadronito delle loro battaglie storiche. I meme sul reddito di cittadinanza, condivisissimi nei giorni del post-voto, suggerirebbero che questo non stia avvenendo.

Un cambio di paradigma potrebbe arrivare da un cambio di leadership in seno ai partiti. Molti sperano che un NicolaZingaretti o un Carlo Calenda abbiano il carisma per dare una nuova identità politica alla sinistra. Ma il problema è di classe dirigente e non solo quella dei partiti. Un cambio di visione difficilmente può essere imposto univocamente dall’alto come ha provato a fare, nel bene e nel male, Renzi. Strutturalmente e storicamente, infatti, è molto raro che un establishment sostanzialmente anziano e diffuso viva grandi cambi di rotta. Non a caso Potere al Popolo, ovvero la parte della sinistra radicale che più aveva avvertito la distanza tra sinistra istituzionale ed elettorato, ha una leadership e una base giovane. Se altri giovani dirigenti che si identificano nella sinistra percepiscono di avere maggiori chance di emergere altrove, appunto tra i Cinque Stelle, è giusto essere scettici chela sinistra istituzionale per come la conosciamo possa sopravvivere a questa legislatura. Il 18,7% registrato dal PD il 4 marzo potrebbe essere stata un’ultima resistenza. La sinistra è viva, ma non lotta insieme a noi.

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Per una sinistra nazional popolare.

Posted by PRC Muggiò su lunedì 16 aprile 2018

Domenica 15 Aprile sarò a Bologna per partecipare all’assemblea autoconvocata “Per una sinistra nazional popolare”. Per capire le ragioni di questa iniziativa rinvio al documento di convocazione firmato dal sottoscritto assieme agli amici Mimmo Porcaro e Ugo Boghetta. Qui mi limito a riassumerne alcuni contenuti di fondo del documento.

1. Siamo convinti che il recente ribaltone elettorale, che ha giustamente punito le forze politiche che negli ultimi decenni hanno attuato politiche ferocemente antipopolari, non sia sufficiente – sia per gli intrinseci limiti di cultura e visione politiche dei vincitori, sia per la loro prevedibile incapacità di far fronte ai diktat che la Ue non tarderà a imporci, qualsiasi sia il governo che emergerà dalle consultazioni in corso – a risolvere i problemi di un Paese sempre più impoverito e attraversato da crescenti contraddizioni fra élite e masse popolari.

2. Riteniamo irreversibile la crisi di una sinistra che, nella sua versione socialdemocratica (posto che possa ancora definirsi tale), ha subito una mutazione in ragione della quale rappresenta ormai esclusivamente gli interessi delle classi medio alte che abitano nei centri storici, mentre ha rinnegato l’antico ruolo di tutela degli strati più deboli della popolazione (nei confronti dei quali non si perita di manifestare il proprio disprezzo). Ma riteniamo altrettanto irreversibile la crisi di quelle “sinistre radicali” che si rifiutano di prendere atto della necessità di rompere con quella vera e propria macchina antipopolare che è la Ue, una macchina irriformabile nella misura in cui è stata progettata e costruita esclusivamente allo scopo di rendere a priori impossibile qualsiasi ridistribuzione di reddito e di potere nei Paesi membri. Un rifiuto ispirato da una cultura cosmopolita (erroneamente identificata con l’internazionalismo di novecentesca memoria) che impedisce di comprendere come la questione nazionale sia oggi strettamente intrecciata alla questione sociale, nella misura in cui la subordinazione nazionale si converte immediatamente in subordinazione di classe.

3. Pensiamo che la rapida trasformazione dello scenario internazionale (crisi della globalizzazione, ri-nazionalizzazione dei conflitti, acutizzazione dello scontro fra grandi potenze in lotta per l’egemonia politica ed economica, riconfigurazione delle alleanze fra potenze regionali, ecc.) offra anche a una potenza regionale come l’Italia, debole ma strategicamente rilevante per la sua posizione geopolitica,  l’opportunità di lottare per riconquistare la propria autonomia e sovranità nazionale, autonomia che non va intesa in senso nazionalista e autarchico, bensì come mezzo per la ricostruzione di una sovranità democratica e popolare, e inquadrata nella prospettiva della costruzione di relazioni paritarie di cooperazione e solidarietà con le altre nazioni mediterranee.

4. Pensiamo che la lotta per l’autonomia debba fin da subito assumere il carattere di lotta per la trasformazione in senso socialista della nostra società e del nostro sistema produttivo. Un socialismo più vicino al concetto di socialismo del XXI secolo elaborato dalle rivoluzioni bolivariane che a quello della tradizione novecentesca (la cui storia non riteniamo tuttavia debba essere demonizzata). Il che significa, in concreto, non rincorrere una identità di classe esplosa in mille schegge sotto l’impatto della controrivoluzione liberista, della ristrutturazione tecnologica, del decentramento globale e dei conflitti etnici, generazionali e di genere, ma costruire un popolo, un blocco sociale ampio e articolato che raccolga gli interessi, le aspirazioni, le domande di protezione e riconoscimento dei molti contro i pochi.

5. Esiste infine un altro motivo per cui pensiamo che un progetto politico nazional popolare debba necessariamente nascere da un atto di separazione dalle sinistre esistenti: tutto quanto affermato nei punti precedenti è infatti in contraddizione con l’ideologia antistatalista che accomuna l’intero arco dell’attuale sinistra, dai socialdemocratici, perché costoro si sono pienamente convertiti alla visione liberal liberista che domina il mondo da qualche decennio, per cui rifiutano a priori qualsiasi interferenza dello stato nella società e nell’economia, alle sinistre radicali, che coltivano a loro volta una visione libertaria della società e della politica che vede nello stato in quanto tale il nemico da abbattere o ridurre a mera amministrazione delle cose (vedi quella ideologia “benecomunista” che ha preso il posto del comunismo, lanciando la parola d’ordine né pubblico né privato). Noi rivendichiamo al contrario la concezione gramsciana del farsi stato delle classi subordinate, il che vuol dire mettere in atto un doppio processo, di centralizzazione delle decisioni strategiche (niente cambio di matrice produttiva senza nazionalizzazione delle grandi banche, controllo del tesoro sulla banca centrale, nazionalizzazione dei settori produttivi strategici, controllo dei flussi finanziari, ecc.) e di controllo dal basso di tali decisioni attraverso l’istituzione di organi popolari di democrazia diretta e partecipativa che mantengano piena autonomia dalla macchina statale, e soprattutto, che possano esercitare il conflitto nei suoi confronti.

Carlo Formenti

(4 aprile 2018)

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Classifica reddito Monza e Brianza „ Redditi, Monza al secondo posto tra i capoluoghi di provincia per ricchezza Nella top ten dei comuni dove vivono i “Paperoni” d’Italia anche Vedano al Lambro “

Posted by PRC Muggiò su giovedì 5 aprile 2018

Classifica reddito Monza e BrianzaClassifica reddito Monza e Brianza

La Lombardia è la regione più “ricca” d’Italia e, dopo Milano, tra i capoluoghi di provincia che si distinguono per il reddito più alto c’è Monza. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha reso noti i dati Istat relativi alle dichiarazioni del 2017 sui redditi del 2016. In Italia mediamente il reddito imponibile pro capite è pari a 19.500 euro ma il dato sale a 23.066 in Lombardia che si conferma la regione più “ricca” d’Italia.

Dopo Milano (30.737 euro), nella classifica dei capoluoghi di provincia con i redditi più alti, spicca Monza. In Brianza infatti il reddito imponibile pro capite medio è pari a 27.662 euro, di circa duecento euro più alto di Bergamo. Dietro al capoluogo di provincia bergamasco ci sono Pavia, Treviso, Padova, Bologna e Parma.

Guardando ai singoli comuni però nella top ten delle città o dei piccoli comuni con il reddito più alto spicca ancora una volta il comune brianzolo di Vedano al Lambro, al decimo posto con un reddito medio di 31.564 euro nella top ten dei comuni dei “Paperoni” d’Italia.

Potrebbe interessarti: http://www.monzatoday.it/economia/classifica-reddito-comuni.html
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Muggiò: risultati elettorali

Posted by PRC Muggiò su sabato 17 marzo 2018

ELEZIONI DEL 4 MARZO 2018 – nazionali e regionali

fonte: Ministero dell’Interno

CAMERA

Elettori: 18.271 | Votanti: 14.379 (78,69%) Schede non valide: 398 (di cui bianche: 173) Schede contestate: 0

Potere al Popolo! — 95 voti 0,67%

 

SENATO

Elettori: 16.803 | Votanti: 13.236 (78,77%) Schede non valide: 354 (di cui bianche: 146) Schede contestate: 0

Potere al Popolo! — 78 voti 0,60%

 

REGIONE LOMBARDIA

Elettori: 18.711 | Votanti: 14.371 (76,80%) Schede non valide: 352 (di cui bianche: 124) Schede contestate: 0

Sinistra per la Lombardia — 96 voti 0,68%

 

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