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CULTURA

Se questo è un operaio

di Moni Ovadia – 7\9\2016

Pomigliano. Il dramma dimenticato dei lavoratori licenziati da Marchionne dopo le proteste per le condizioni di lavoro in fabbrica

marchionne-manichino-diario-partenopeo-660x375La vicenda dei lavoratori della Fca (già Fiat) di Pomigliano-Nola che si sono suicidati o hanno commesso gesti estremi a causa del perdurare di condizioni di lavoro insostenibili sul piano materiale e psicologico è nota ai lettori di questo giornale, così come è conosciuto «l’happening» che ha messo in scena la rappresentazione del suicidio dell’Ad Sergio Marchionne per «estremo rimorso», azione di provocazione e di satira atta ad evocare i gesti disperati dei compagni di lavoro. Questa rappresentazione ha dato il motivo all’azienda di licenziare gli operai che hanno inscenato il suicidio in effigie di Sergio Marchionne.

I lavoratori licenziati si sono rivolti al tribunale del lavoro per per fare revocare il provvedimento che a mio parere ha tutti i tratti della rappresaglia. Il tribunale del lavoro, sia in primo grado che nel ricorso di competenza, ha dato ragione all’Azienda con questa fattispecie di motivazione: «un intollerabile incitamento alla violenza (…)una palese violazione dei più elementari doveri discendenti dal rapporto di lavoro gravissimo nocumento morale all’azienda e al suo vertice societario, da ledere irreversibilmente (sic!) il vincolo di fiducia sotteso al rapporto di lavoro».

In seguito, nel riesame del ricorso, il tribunale di Nola ha confermato il primo giudizio. In questa motivazione si legge che le manifestazioni messe in atto: «hanno travalicato i limiti del diritto di critica e si sono tradotte in azioni recanti un grave pregiudizio all’onore e alla reputazione della società resistente, arrecando alla stessa, in ragione della diffusione mediatica che esse hanno ricevuto, anche un grave nocumento all’immagine».

Ritengo che queste parole – dato che le sentenze non si discutono – meritino un’analisi spassionata per trarne un ammaestramento non solo sullo specifico dell’accaduto ma anche di carattere generale e persino universale. L’azienda ritiene che l’azione drammatica della messa in scena di un suicidio in effigie rechi nocumento all’immagine, pregiudizio all’onore, alla reputazione e nuovamente nocumento morale.

Il suicidio reale, carnale, tragico e «violento» di tre esseri umani invece non recherebbe, a quanto pare, danno di sorta al buon nome dell’azienda. Forse i vertici ritengono essere quei suicidi indipendenti dalle condizioni lavoro, dalla cassa integrazione, dallo stillicidio dell’erosione continua dei diritti sociali, dal peggioramento inarrestabile delle prospettive di vita, forse si tratta di un’epidemia suicidaria dovuta all’insostenibile pressione del benessere come in Svezia, visto che il numero di suicidi nel reparto di Nola di quella leggendaria azienda ex vanto dell’italico genio ex italico, pare essere di cento volte superiore alla media nazionale.

Il capo della Fca, imprenditore, pare non cogliere il senso di un suicidio reale quando è causato da disperanti e umilianti condizioni di vita. Mi permetto di suggerirgliene uno servendomi del linguaggio usato da un suo collega meno fortunato di lui che si è tolto la vita a seguito dei morsi della crisi che lo ha rovinato. Ai familiari ha lasciato uno scritto lapidario per spiegare le ragioni del suo gesto: “la dignità è più importante della vita!”. Dovrebbe essere semplice da capire, la vita senza dignità cessa di essere tale per diventare sopravvivenza.

Da noi in Italia non c’è stato un dibattito serrato, profondo e diffuso sul concetto di dignità come è accaduto invece in Germania a partire dalla redazione della Costituzione pensata e ratificata all’indomani della micidiale esperienza nazista. Il primo articolo di quella carta recita: «Die Würde des Menschen ist unantastbar. Sie zu achten und zu schützen ist Verpflichtung aller staatlichen Gewalt». (La dignità umana è intangibile. Rispettarla e proteggerla è obbligo di ogni potere statale). Ecco quale è il primo è fondante merito della giustizia sociale come del resto proclama anche il primo articolo della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

L’attacco portato allo statuto dei lavoratori è un attacco all’idea stessa di dignità del lavoratore nel lavoro e nella vita. È da qui che è necessario ripartire chiedendoci «se questo è un operaio», che è privato dei diritti, che vive sotto ricatto, a cui non è concesso di progettare la propria esistenza e di costruire un futuro migliore per i propri figli, che non può neppure protestare con il legittimo linguaggio della provocazione concesso ad ogni disegnatore satirico, a cui per non perdere il posto si chiede di accettare la condanna alla disperazione senza alzare la testa, come l’ultimo dei servi.

[2\12\15] Parco Nord & Grugnotorto: oggi e domani

Incontro pubblico a Cusano Milanino

In ricordo di Luciano Gallino

Gallino: “I tre motivi per cui non si elimina la povertà estrema”

da collettivostellarossa.it 8\11\2015

9194880_origOggi se n’è andato uno dei pochi intellettuali italiani di un certo livello non asserviti all’imperialismo. Non era comunista certo, anzi era un sociologo che dal punto di vista economico si assestava su posizioni keynesiane, ma ciò non toglie il fatto che ha saputo dare un grande contributo intellettuale e culturale per mantenere un’isola di resistenza contro la rivoluzione passiva che ha invaso il mondo intellettuale italiano. Basterebbe ricordare i titoli di alcune sue opere per capirlo: “Il colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa”, “La lotta di classe dopo la lotta di classe”, “Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi”, “Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità”, ecc. Ha lavorato e combattuto fino all’ultimo arrivando a sostenere apertamente la necessità che l’Italia uscisse dall’euro per ridare speranza di progresso al nostro Paese.
L’Italia oggi è più povera.
..

Noi vogliamo ricordarlo con un breve estratto dal suo libro “La lotta di classe dopo la lotta di classe“.

I tre motivi per cui non si elimina la povertà estrema

“Il reddito del mondo supera ormai i 65 trilioni di dollari (65.000 miliardi). Il rapporto 2003 sullo Sviluppo umano dell’ONU stimava che per sradicare la povertà estrema e la fame ci sarebbero voluti 76 miliardi di dollari l’anno. Si può supporre che ai nostri giorni l’importo sia salito, a dire molto, a 100 miliardi. Ora, c’è da chiedersi che razza di mondo sia quello che produce valore per 65.000 miliardi di dollari l’anno e non ne trova un centinaio – pari a un seicentocinquantesimo del totale – per sconfiggere la povertà estrema e la fame. […]

Anche questo si deve a una politica dei governi attenta a non disturbare coloro che hanno un reddito elevato: in qualche misura, infatti, se si decide di versare qualche miliardo per combattere la povertà e la fame, o esso viene ulteriormente tolto ai sistemi di protezione sociale che già si trovano sotto il tiro micidiale delle politiche di austerità, oppure deve essere richiesto sotto forma di imposizione fiscale alle classi più ricche. In un paese come l’Italia ciò equivarrebbe a qualche centinaio di euro all’anno per redditi al di sopra dei 200.000 euro circa. Un prelievo di certo non punitivo per nessuno, che però appare impossibile da realizzare.

Per tre motivi: perchè è una meta a cui non viene attribuito alcun peso; perchè coloro che denunciano un reddito del genere sono una frazione minima di quelli che lo percepiscono davvero; e non da ultimo perchè i rappresentanti degli interessi della classe dominante sono la maggioranza in parlamento.”

(Luciano Gallino, da “La lotta di classe dopo la lotta di classe”, 2012)

Berlinguer, l’eredità rimossa

di Dino Greco

A più di 30 anni dalla sua tragica morte e dopo decenni di oblio, da più parti oggi assistiamo, non senza un certo disgusto, alla corsa, da parte dei più abili trasformisti della politica italiana, alla rivalutazione della figura di Berlinguer. Ricordo dello storico dirigente del PCI al netto delle mistificazioni.

Basta con il bipolarismo degli affari

Nel corso del 2014 abbiamo assistito, da parte della cosiddetta sinistra del Partito Democratico (cioè della parte di esso lì transumata, di mutazione in mutazione, dal PCI), ad una singolare riesumazione, dopo trent’anni di rimozione e di oblio, della figura di Enrico Berlinguer. Un cimento a cui non si può non guardare con irritazione, considerata la totale estraneità del Pd renziano, ma non solo, alla storia, alla cultura, alla concezione della politica che furono del grande dirigente comunista e del suo partito. Per non parlare del processo degenerativo e corruttivo della politica che, per una sorta di contrappasso dantesco, ora coinvolge e travolge interi strati del gruppo dirigente democratico.

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Giovani Comunisti\e

presentazione-appello

“Matrimoni e Funerali” a breve il nuovo album di Cisco!

da ciscovox.it

L’album come gia scritto, conterrà 11 canzoni, tutte scritte da Cisco insieme al compagno di viaggio Giovanni Rubbiani e il grande Kaba Arcangelo Cavazzuti che , in questo caso, cura anche la produzione artistica dell’intero album !

Il disco è un vero e proprio viaggio all’interno della vita, partendo dalla nascita, con il primo brano dal titolo “Come agnelli in mezzo ai lupi” per giungere fino alla fine dove troviamo la grande mietitrice ad accoglierci, con un brano dal titolo “Cenere alla cenere

thumb.phpIl nuovo disco sarò disponibile nel classico formato CD al prezzo di 15,00 circa e anche in una meravigliosa confezione limitata e numerata di 500 copie, con LP  vinile 180 gr + CD , acquistabile per il momento solo sul nostro sito alla pagina bancarella. Presto apriremo anche le prenotazioni.

Inoltre presto metteremo in anteprima , sempre sul nostro sito, un nuovo brano, non necessariamente il singolo, quindi rimanete collegati per le innumerevoli novità in arrivo!

Intanto ecco la presentazione per la stampa:

Il ritorno di Stefano “Cisco” Bellotti!

A tre anni da Fuori i secondi, un album intimo e allo stesso tempo capace di riportare in vita personaggi dimenticati troppo in fretta, è arrivato per il cantautore carpigiano il momento di rimettersi in marcia!

Non che si sia annoiato, per carità, restare fermo non è nella indole di Cisco che dal 2012 al 2015 è riuscito a sfornare il richiestissimo album live Dal Vivo Volume 2 , l’interminabile tour di “Indietro Popolo dove Cisco festeggiava i suoi vent’anni di carriera con oltre 150 date in tutta Italia e Oh Belli Ciao, la fortunata biografia (ormai prossima alla seconda edizione) che ripercorre i suoi turbolenti anni nei Modena City Ramblers.

Il titolo del nuovo album?  Tutto un programma, Matrimoni e Funerali!

Un concept sulla vita? Definizione che potrebbe ingabbiare il nostro Cisco, semplicemente un lavoro tanto lucido quanto dissacrante su quello che incontriamo, tocchiamo e conosciamo durante la nostra esistenza, un album che viaggia più veloce di un auto senza freni, lontano dai soliti slogan, con testi che presentano una rinnovata capacità di scrittura da parte di Cisco, divertito a tirare il sasso senza nascondere la mano.

Collaborazioni dal leccarsi i baffi: Pierpaolo Capovilla, Massimo Zamboni, Angela Baraldi, Le Mondine di Novi e il Piotta che duettano con la corposa voce del cantautore. Un album scirtto insieme all’amico Ex-Ramblers, Giovanni Rubbiani e al sempreverde Kaba Arcangelo Cavazzuti, che lo vede anche impegnato nella produzione artistica del disco.

Come agnelli in mezzo ai lupi prende vita dolcemente e apre la strada a Sangue sudore e merda, un graffio, un urlo che descrive la nostra società malata sempre pronta a inchinarsi davanti al nuovo guru mediatico incantatore di folle, mentre Chiagni e Fotti è una “carezza” terribilmente attuale, dedicata a chi si asciuga le lacrime con la mano sinistra per poi rubare con quella destra, che dire poi del Girarrosto, dove a farla da padrone sono il coro delle Mondine di Novi, destinata a diventare un tormentone live?

Basterebbero questi quattro pezzi per giustificare l’ascolto dell’album ma il bello deve ancora arrivare!

La rockeggiante Supermarket è un inno al consumismo, cantata insieme a Pierpaolo Capovilla, una presa di coscienza di quello che stiamo diventando: individui posseduti dalle cose che comprano, lobotomizzati con dei buoni sconto applicati alla materia grigia, mentre la velocità rullante di Marasma non fa altro che confermare la bontà del lavoro, ma è con la title track che si raggiungono vette ancora più alte, Cisco e Angela Baraldi creano un intreccio di voci e parole semplicemente perfetto, consegnando un pezzo che ci fa capire quanto l’uomo sia schiavo dei sentimenti, poco incline al cambiamento e destinato a un solo percorso, quello di nascere, crescere, ripopolare il pianeta, innamorarsi per diventare poi cibo per i vermi! Per te soltanto è un autentica gemma, un piccolo capolavoro del nostro songwriter che ironizza ancora una volta su quanto la religione sia diventato oppio per i popoli, mentre Piedi Stanchi è una pellicola sonora che genera disincanto e memoria.

I fuochi d’artificio sono riservati per il finale! Hip hop in un album di Cisco? Eccovi serviti!

Il tuo altare (feat con Piotta) è un insieme di rime e domande che mettono in imbarazzo l’uomo di oggi, la resa è notevole e le parole sono precise come frecce di una faretra, preludio dell’ultimo capitolo, la preziosa Cenere alla cenere, arricchita dalla chitarra dell’immarcescibile Massimo Zamboni.

Tutto inizia e tutto ha una fine, il sipario della vita può calare all’improvviso, tirato da una mano democratica, capace di lavare via tutte le ingiustizie…la morte.

Matrimoni è Funerali si appresta a diventare uno dei migliori album alternativi del 2015.

In mezzo a talent show, a band che durano venti minuti e altre che vivono di ricordi ecco una ventata di novità, portata da chi, in barba a qualche capello grigio, ha ancora qualcosa da dire.

Cisco Bellotti, un milione di copie vendute, concerti in ogni dove, canzoni diventate inni e tanta coerenza.

Il suicidio e la sua messa in scena

di Moni Ovadia – il manifesto 27 giu 2014

marchionne nardiI sui­cidi reali di ope­rai, arti­giani, pic­coli impren­di­tori depau­pe­rati sono atti dispe­rati, grida di denun­cia della bru­ta­lità di un edi­fi­cio sociale che ormai ha messo al suo cen­tro la sola dimen­sione eco­no­mica. Intesa peral­tro non come atti­vità mirante ad una legit­tima pro­du­zione di red­dito al ser­vi­zio della crea­zione di una vita pro­spera, cul­tu­ral­mente ed eti­ca­mente intensa, bensì a con­sen­tire da un lato l’accumulo di ric­chezze smi­su­rate e di potere, da parte di pochi pri­vi­le­giati e dall’altro lato ad impo­ve­rire le mol­ti­tu­dini di lavo­ra­tori, pre­cari, semi occu­pati, disoccupati.

Ma non solo que­sti ultimi ven­gono ridotti a vivere una vita grama, ad essere pri­vati di dignità. Sono pri­vati anche di spe­ranza, di oriz­zonte verso cui muo­versi per dare un senso alle pro­prie vite.

In un con­te­sto simile il sui­ci­dio cessa di essere atto estremo e diviene para­dos­sal­mente un modo di eman­ci­parsi da una vita che cessa di essere tale per­ché essa è da tempo pura soprav­vi­venza e, per sovra­mer­cato, soprav­vi­venza schi­fosa. La tra­ge­dia è immane per­ché il dramma si stinge sul cri­nale di una pos­si­bile rou­tine. L’operaio e l’operaia Fiat che si sono tolti la vita, per­ché non hanno potuto accet­tarsi come deie­zioni umane è come una col­tel­lata nelle anime e nei corpi dei loro col­le­ghi che non pos­sono, almeno in qual­che misura, non vedersi nella deci­sione dei due suicidi.

Devono dun­que rea­gire per non cedere, per ricom­porre la loro iden­tità di lavo­ra­tori e di esseri umani. Alcuni di loro lo hanno fatto insce­nando un atto tea­trale: la rap­pre­sen­ta­zione del sui­ci­dio, per rimorso, del Padrone. Di colui che da quando ha assunto il ruolo si è carat­te­riz­zato per totale insen­si­bi­lità nei con­fronti della con­di­zione del lavoro e per­sino per evi­dente ostilità.

La prova è che fra tutte le rea­zioni che l’azienda poteva sce­gliere per affron­tare l’atto tea­trale di quei dipen­denti, peral­tro in sof­fe­renza lavo­ra­tiva, ha scelto il più tetra­gono e ottuso: il licen­zia­mento addu­cendo un pre­sunto nocu­mento all’immagine della Fiat. Il licen­zia­mento per la colpa di avere por­tato su un piano sim­bo­lico e pro­vo­ca­to­rio la disu­ma­nità dello sfrut­ta­mento farà molto più danno a un’azienda che avrebbe potuto cogliere l’occasione almeno per riflet­tere sulla natura delle sue rela­zioni con i lavo­ra­tori che sono soprat­tutto e prima di tutto esseri umani. Inol­tre, punire una rap­pre­sen­ta­zione col pre­te­sto della sua radi­ca­lità e della sua durezza è un atti­tu­dine bieca che ricorda quella dei regimi. Ma Ser­gio Mar­chionne che uomo è? L’imprenditore lo cono­sciamo, ma l’uomo?

Non faremo l’errore di trac­ciarne un pro­filo psi­co­lo­gico d’accatto, ma un paio di osser­va­zioni pos­siamo ten­tarle. L’uomo pare sprov­vi­sto di distanza iro­nica e di senso dell’umorismo, ma anche di quell’aleatorio ma prov­vi­den­ziale sen­ti­mento sca­ra­man­tico per il quale sai che quando si sogna, ovvero si rap­pre­senta la morte di una per­sona, gli si allunga la vita.

IL PARTITO di Vladimir Majakovskij


Il Partito è un uragano denso
di voci flebili e sottili
e alle sue raffiche
crollano i fortilizi del nemico.
La sciagura è sull’ uomo solitario,
la sciagura è nell’ uomo quando è solo.
L’ uomo solo
non è un invincibile guerriero.
Di lui ha ragione il più forte
anche da solo,
hanno ragione i deboli
se si mettono in due. Ma quando
dentro il Partito si uniscono i deboli
di tutta la terra
arrenditi, nemico, muori e giaci.
Il Partito è una mano che ha milioni di dita
strette in un unico pugno.
L’ uomo ch’ è solo
è una facile preda,
anche se vale
non alzerà una semplice trave,
ne tanto meno una casa a cinque piani.
Ma il Partito è milioni di spalle,
spalle vicine le une alle altre
e queste portano al cielo
le costruzioni del socialismo.
lì Partito è la spina dorsale
della classe operaia.
Il Partito è l’ immortalità
del nostro lavoro.
Il Partito è l’ unica cosa che non tradisce

L’acqua in Europa

di Emilio Molinari – Febbraio 2014

bottiglie_plasticaDi fronte al dramma della disoccupazione e dell’insicurezza sociale, confesso il timore che a parlare d’acqua e della sua privatizzazione, risulti un parlare di cose marginali. Timore che si accentua con l’importanza degli accadimenti: il governo Renzi, la campagna elettore per le europee, il semestre di presidenza italiana alla commissione europea e la presentazione di una lista che auspico unisca la sinistra anche nel futuro e venga vissuta dai movimenti come una cosa loro.

La continua spettacolarizzazione delle sofferenze del lavoro e la demagogia delle ricette che promettono 80 Euro in busta paga per aumentare i consumi e rilanciare la “crescita economica”, tagliando brutalmente i diritti sul lavoro le pensioni e i servizi pubblici nazionali e locali, zittisce ogni altro argomento: chi parla più dell’arraffamento mondiale delle risorse che suscita guerre? Chi parla più di pace mentre suonano tamburi di guerra o di mutamenti climatici, di modello energetico insostenibile e di quello agroalimentare che assorbe il 70% dell’acqua e il 47% dell’energia, di rifiuti tossici e delle numerose terre dei fuochi disseminate al Nord e al Sud del paese e nel mondo?

Chi parla del senso delle privatizzazioni dei servizi essenziali, della monetizzazione dei beni comuni o del destino delle città dove abiterà il 70% della popolazione mondiale?

Tutte questioni con al centro l’acqua e che stanno più che mai alla base d’ogni discussione seria sul lavoro, sui diritti e sulla chimera dell’impossibile crescita

Questioni ineludibili in Europa e che si giocheranno attorno all’acqua e che necessitano del protagonismo dei movimenti e di una presenza parlamentare in organico rapporto con questi.

L’immagine della sala del Parlamnto Europeo in cui si è svolta l’audizione sull’iniziativa europea ICE, promossa dai movimenti dell’acqua e che ha raccolto 1,8 milioni di firme, è lo specchio del degrado della presenza politica italiana in Europa; una sala piena con la presenza di parlamentari europei di tutti i paesi dell’UE…e la totale assenza di parlamentari italiani.

Ma venendo al dunque, il prossimo parlamento europeo dovrà decidere due questioni, la cui importanza è tale da cambiare il senso ai diritti.

Il primo è il Blueprint. “Il piano europeo sullo stato delle risorse idriche e le sfide inerenti la politica…”

Quelli che l’hanno ispirato riconoscono il disastro idrico, ma non per riflettere sull’idea della crescita illimitata che l’ha prodotto.

1/5 del territorio europeo è a rischio di carenza d’acqua, il 57% delle acque di superfice in pessimo stato, la preoccupante condizione delle acque sotterranee, il fallimento dell’obbiettivo di migliorarle entro il 2015 e la previsione di un peggioramento generale a partire dal 2030.

Si ammette che i problemi principali derivano dal settore agricolo e dai cambiamenti climatici.

Questa realtà è descritta, non per interrogarci sul perchè siamo in queste condizioni, non per garantire il diritto umano, ma allo scopo di sostenere la filosofia che se l’acqua buona scarseggia …occorre l’innovazione tecnologica per industrialmente riprodurla e garantire così la crescita produttiva alle imprese.

Tecnologie quindi; di depurazione/purificazione e rimessa in ciclo ( dovrà essere chiaro che berremo acqua più volte depurata), di trasferimento da un posto all’altro, di risparmio per unità di prodotto, di desalinizzazione del mare…finanziamenti privati perciò e mercato.

Da qui la logica dell’articolo 9 del piano:

l’acqua, tutta l’acqua è un bene economico industriale, con un prezzo mondiale da definirne secondo la logica del mercato e del full recovery cost. Non solo la privatizzazione della gestione del servizio idrico, ma la monetizzazione di tutte le acque.

Una corsa a metterle i picchetti come nella febbre dell’oro e la fine della naturalità dell’acqua, del suo essere come un “sacro comandamento” l’elemento fondante della vita.

Infine a logica conclusione, la rinuncia della sovranità da parte delle isituzioni verso la nuova “Governance” dei portatori di interessi, in cui chi domina sono le multinazionali e la politica è subordinata a fare le leggi a loro salvaguardia.

Da questa politica europea si può leggere lo svotamento di tutte le architravi della democrazia, dai partiti ai parlamenti, dalle amministrazioni locali alle Costituzioni.

Il secondo punto è il Trattato di libero commercio USA / UE

Ovvero la riedizione più feroce della direttiva Bolkestain da ratificare entro il 2015.

Con il trattato le leggi di un paese, le delibere di un comune, le vittorie dei movimenti sociali, gli accordi sindacali, i referendum dei cittadini, dovranno essere compatibili con gli interessi delle aziende e la libera concorrenza, e come tali verranno giudicati e sanzionati da Tribunali arbitrali privati e da avvocati aziendali. E le privatizzazioni rese obbligatorie.

Il trattato èla privatizzazione dichiarata della politica.

E pensate, si raccomanda che tutto ciò debba avvenire in silenzio “per non creare ansia e senso di minaccia da parte dei cittadini”

Non sarà quindi marginale parlare di acqua nella campagna elettorale europea e chi verrà eletto sarà bene che si impegni su questi argomenti.

Il movimento dell’acqua ha regalato al pensiero di sinistra e alternativo una incredibile vittoria, ha creato un linguaggio, la cultura dei beni comuni, della partecipazione e dei diritti, ha rinnovato i richiami alla democrazia e alla Costituzione.

Ha ricordato a coloro che si richiamano alla spiritualità e al materialismo, che nulla è più spirituale e nulla è più materialista delle materie: quelle naturali, quella degli elementi universali su cui si basa la vita di tutti. E che nulla come il loro possesso privato genera guerre, miseria e sofferenza umana.

La pattuglia che anche con il mio voto andrà a Bruxelles, non avrà da me il mandato di andare a picchiare i pugni per difendere in Europa gli “interessi degli italiani”, ma a picchiarli ancora più forte per difendere gli interessi generali della comunità dei popoli europei e dei popoli di questo mondo.

Iniziativa: i nuovi volti del fascismo.

2014 i nuovi volti del fascismo

Lettera ai miei studenti indiani sugli effetti linguistici dei colpi d’arma da fuoco partiti dal ponte di una petroliera italiana

di Alberto Prunetti

Care ragazze, cari ragazzi,

per svariati mesi sono stato il vostro insegnante di italiano tra Mumbai e Bangalore. La maggior parte di voi veniva dal Kerala. Alcuni dei vostri genitori erano pescatori. Ricordo i sacrifici  dei vostri familiari, che speravano di regalarvi un futuro con una laurea in infermieristica e un corso di italiano. Ricordo che l’Italia e l’Europa rappresentavano ai vostri occhi la possibilità di una svolta nella vostra professione e nelle vostre vite.

Ricordo  anche che, come tutti gli studenti, l’uso delle preposizioni italiane vi metteva in difficoltà.

Per presentarvi, dicevate: “Sono nato a Kerala”. Io allora spiegavo che la regola grammaticale vuole l’uso della proposizione “in + nome dello stato” e “a + nome di città. Per questo si dice “Sono nato in Italia” e “Sono nato a Roma”. Dato che il Kerala è uno stato (l’India è una confederazione di stati, come gli Usa per capirci) si deve dire: “Sono nato in Kerala, a Trivandrum”, come si dice “Sono nato in Colorado, a Boulder”.

Capirete il mio stupore e la mia tristezza, dopo l’assassinio dei due pescatori Valentine Jalestine e Ajeesh Binki, colpiti da colpi d’arma da fuoco provenienti dalla petroliera Enrica Lexie (è un dato di fatto: le istituzioni italiane hanno già versato un indennizzo ai parenti delle vittime in un accordo extra-giudiziario di cui si parla poco nel bel paese). Dopo questo tragico episodio, all’improvviso gli italiani hanno scoperto l’esistenza del vostro mare e hanno cominciato a dire: “Il nostro ambasciatore” oppure “l’inviato del governo”… “è andato a Kerala”. L’hanno fatto tutti, da chi allora era a capo del governo, ai direttori dei più prestigiosi telegiornali.

Hanno sbagliato, dimostrando la propria ignoranza di almeno una di queste realtà:

_l’India;

_la grammatica italiana;

Probabilmente entrambe, direi.

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Milano: l’università ospita i neonazisti, la polizia carica gli studenti antifascisti!

All’Università Statale di Milano questa mattina avrebbe dovuto tenersi un incontro promosso da Lealtà e Azione (sotto la copertura del “gruppo alpha”). Gli studenti hanno organizzato un presidio antifascista per contestare il convegno neonazista e, non appena giunta la notizia dello spostamento dell’incontro al Politecnico, il presidio si è qui diretto.

Il Politecnico è subito apparso blindato e presidiato dalle forze dell’ordine che hanno caricato gli studenti. Le istituzioni, rappresentate in questo caso dall’università, hanno concesso l’autorizzazione per lo svolgimento di un incontro con ospiti dichiaratamente fascisti, nazisti, razzisti e negazionisti. Un comportamento simile è in contrasto con i dettami della nostra Costituzione antifascista e ribadiamo l’assurdità della concessione degli spazi universitari del Politecnico, che invece erano stati negati da parte della Statale in precedenza. Condanniamo il comportamento delle istituzioni universitarie e la violenza utilizzata dalle forze dell’ordine in difesa di tale iniziativa.

Il Rettore del Politecnico Azzone ha dichiarato a Repubblica in giornata che Azione Politecnica ha richiesto e ottenuto l’aula che oggi ha ospitato l’iniziativa neonazista di Lealtà e Azione. Chiediamo che tutti gli atenei milanesi prendano subito le dovute misure, negando a questa organizzazione neofascista gli spazi e i finanziamenti pubblici finora concessi. Chi copre e ha coperto nazisti, razzisti, fascisti e negazionisti non può essere più un interlocutore riconosciuto da parte degli atenei.I luoghi della conoscenza non possono essere permeabili all’ideologia neonazista.

Rete della Conoscenza Milano 

“In fuga dal Senato”, un libro postumo di Franca Rame

fuga-dal-senato-franca-rame-2013E’ appena uscito per Chiarelettere “In fuga dal senato”, un libro postumo di  Franca Rame (1929-2013)  in cui l’attrice ripercorre, in forma di diario, la sua breve – appena diciotto mesi, tra il 2006-2008 – e deludente esperienza di senatrice nelle fila dell’  Italia dei Valori. Un libro che,  per  il sarcasmo della scrittura ed per alcuni graffianti  ritratti  dei colleghi  ricorda “I moribondi del Palazzo Carignano” (1862) di Ferdinando Petruccelli della Gattina, straordinario e pungente pamphlet che metteva in ridicolo i membri e gli schieramenti politici  del primo parlamento dell’Unità d’Italia. Tra le pagine   più ironiche e comiche  del volume della Rame c’è sicuramente quella in cui l’attrice racconta  di come  venne accolto dal Senato il successo in finale  della nazionale italiana sulla Francia al mondiale del 2006.  “Alle 16.30 Calderoli  della lega Nord – scrive Franca Rame – prende la parola  per commentare la vittoria del football italiano, il leghista esalta il gioco dei nostri giocatori e dice: quella di Berlino è una vittoria della nostra identità dove una squadra, che ha schierato lombardi, campani, veneti, calabresi, si è trovata di contro una equipe dove erano schierati negri, islamici  e comunisti”. Le panzane sfiatate  dall’ ideatore del porcellum giustamente  generano  subito,   nell’emiciclo  del Senato, un vespaio di contestazioni. “Al grossolano e becero intervento  di Calderoli – riporta  la Rame –  la maggior parte dei senatori  risponde con indignazione. Tranne ovviamente i colleghi della Lega,  che subito si distinguono dimostrando solidarietà indiscussa verso le parole e l’atteggiamento di Calderoli. Persino Andreotti vuole entrare nel dibattito dichiarando che sicuramente le espressioni usate da Calderoli non sono state del tutto civili, salvo poi ammettere che queste  boutade un po’ grossolane gli sfuggono spesso intrattenibili ma in forma di provocazione scherzosa e quindi non colpevole”. “Gli slalom di Andreotti sono sempre sconvolgenti – aggiunge  Franca Rame – non era proprio il caso  di venire in aiuto al buzzurro leghista…”. Dopo il senatore a vita Giulio Andreotti “interviene anche Furio Colombo, che dichiara di vergognarsi  di sedere nella stessa aula di Calderoli e, con tempo satirico straordinario, comincia a fare l’elenco di tutti i giocatori di colore di serie A e B che giocano o hanno giocato con successo nel campionato italiano. “Inventandosi – prosegue ancora Franca  Rame –  una cronaca di calcio  con le più blasonate fra le squadre , e usando un cellulare a mò di microfono, dice ad alta voce e a gran velocità: l’arbitro ha il segnale d’inizio. Karubel passa a Linzhun che viene bloccato da Ametour del Senegal e lancia la sfera verso  Katrouc – no mi sono confuso con un altro nero, con  Cockpunk, comunista maomettano, che  viene buttato a terra da Pupap, famoso ateo delle Antille. Ecco che tira in porta, gol!. Primo gol dell’Inter ad opera di un nero maoista e omosessuale”. “Indignata – conclude la Nostra nel suo diario dell’11 luglio 2006 – l’opposizione urla e insulta: fine del primo tempo”…..Questa è Franca Rame in “Fuga dal senato”, insuperabile nel teatralizzare anche una pagina tra la  politica e il calcio, tra il malcostume politico e un evento  che sta ormai dentro la storia (alta) dello sport italiano.  Italia Francia ricordiamo che, dopo la lotteria dei rigori, finì  6-4  per gli azzurri di Lippi.  All’uscita scema e grezza di Calderoli anche l’ambasciatore di Francia reagì risentito: “Le  dichiarazioni di Calderoli a proposito  della multietnicità della squadra francese sono inaccettabili. Sono scioccato ma sono certo  che ad essere rimasti scioccati siano stati soprattutto gli italiani: anche perché alcuni di giocatori  francesi di colore giocano in squadre italiane  del Nord. Queste affermazioni non possono che provare reazioni di odio razziali”….. D’accordo. Tutti dalla parte dell’ambasciatore di Francia e, naturalmente,  dalla parte di Franca che, tramite un aneddoto calcistico,  ci dà un’idea di quanta rozzezza possa circolare tra le nostre alte istituzioni.

Mimmo Mastrangelo

Capitalismo ieri, oggi e domani

LeninLa crisi commerciale e industriale si protrae già da quasi due anni. E, a quanto sembra, si aggrava sempre più, investe nuovi rami dell’industria, si estende a nuove zone, è acuita da nuovi fallimenti bancari. Il nostro giornale, a cominciare dal dicembre dell’anno scorso, in ogni numero ha messo in rilievo in un modo o nell’altro lo sviluppo della crisi e le sue nefaste conseguenze. È giunta l’ora di porre la questione generale delle cause e del significato di questo fenomeno, che per la Russia è relativamente nuovo, come nuovo è tutto il nostro capitalismo. Nei vecchi paesi capitalistici invece – paesi nei quali la maggioranza dei prodotti viene fabbricata per la vendita e la maggioranza degli operai non possiede né terra, né strumenti di lavoro e vende la sua forza-lavoro occupandosi nelle aziende altrui, presso i proprietari ai quali appartengono la terra, le fabbriche, le macchine, ecc. – la crisi è un fenomeno vecchio, che si ripete di tanto in tanto, come gli attacchi di una malattia cronica.

Le crisi possono, quindi, essere previste, e quando in Russia il capitalismo incominciò a svilupparsi con particolare rapidità, le pubblicazioni socialdemocratiche preannunziarono anche l’attuale crisi. Nell’opuscolo I compiti dei socialdemocratici russi, scritto alla fine del 1897, dicevamo: «Stiamo oggi attraversando, evidentemente, quella fase del ciclo capitalistico (ciclo nel quale si ripetono sempre gli stessi avvenimenti come si ripetono l’inverno e l’estate) nella quale l’industria “fiorisce”, il commercio si espande, le fabbriche lavorano a pieno rendimento; nella quale nuove aziende, nuove officine, società per azioni, ferrovie, ecc. ecc. si moltiplicano come i funghi dopo la pioggia. Non è necessario essere profeti per predire il crollo inevitabile, più o meno brusco, che seguirà a questa “prosperità” industriale e manderà in rovina la massa dei piccoli proprietari, getterà una massa di operai nelle file dei disoccupati» … E il crollo è venuto, un crollo così subitaneo come la Russia non ne aveva mai visti. Da che cosa dipende questa terribile malattia cronica della società capitalistica, le cui ricadute sono così regolari da poter essere predette?

La produzione capitalistica non può svilupparsi che a salti, due passi avanti e uno (e talvolta anche due) indietro. Come abbiamo già rilevato, la produzione capitalistica è una produzione per la vendita, una produzione di merci per il mercato. E dispongono della produzione i singoli capitalisti, ciascuno isolatamente, e nessuno può sapere con esattezza quanti e quali prodotti precisamente sono richiesti sul mercato. Si produce a tentoni, preoccupandosi soltanto di sorpassarsi l’un l’altro. È del tutto naturale che la quantità dei prodotti possa non corrispondere alla richiesta del mercato. E questa possibilità è particolarmente grande quando l’enorme mercato si estende improvvisamente a nuove regioni, sconosciute e sterminate.

Così appunto stavano le cose quando cominciò quel periodo di «prosperità» che la nostra industria ha attraversato recentemente. I capitalisti di tutta l’Europa allungarono le grinfie su una parte del mondo abitata da centinaia di milioni di uomini, l’Asia, nella quale fino allora solo l’India, e per giunta una sua piccola parte periferica, aveva stretto legami con il mercato mondiale. La ferrovia transcaspica cominciò a «scoprire», per il capitale, l’Asia centrale, la «grande ferrovia transiberiana» (grande non solo per la sua lunghezza, ma anche per le smisurate ruberie di denaro dello Stato da parte dei costruttori, per lo smisurato sfruttamento degli operai che la costruirono) scoprì la Siberia; il Giappone cominciò a trasformarsi in nazione industriale e cercò di aprire una breccia nella muraglia cinese, scoprendo un boccone così prelibato che subito si precipitarono ad addentarlo i capitalisti dell’Inghilterra, della Germania, della Francia, della Russia e persino dell’Italia.

Costruzione di gigantesche ferrovie, espansione del mercato mondiale, sviluppo del commercio: tutto questo provocò un’improvvisa ripresa dell’industria, la nascita di nuove aziende, una frenetica ricerca di mercati di sbocco, la corsa al profitto, la costituzione di nuove società, l’investimento nella produzione di una massa di nuovi capitali costituiti in parte anche dai modesti risparmi dei piccoli capitalisti. Non c’è da stupirsi se questa frenetica corsa mondiale alla conquista di mercati nuovi e sconosciuti ha portato a un enorme collasso.

Per avere un’idea chiara di questa corsa bisogna considerare i colossi che vi hanno partecipato. Quando si dice: «aziende private» e «singoli capitalisti» spesso si dimentica che in sostanza queste espressioni sono inesatte. In sostanza singola e privata è rimasta solo l’appropriazione del profitto, mentre la produzione è diventata sociale. I giganteschi fallimenti sono stati possibili e inevitabili solo perché una banda di ricchi, che cercano esclusivamente il lucro, ha a sua disposizione potenti forze produttive sociali. Spieghiamo ciò con un esempio preso dall’industria russa. Negli ultimi tempi la crisi si è estesa anche al settore petrolifero. In questa industria spadroneggiano imprese come, per esempio, la «Compagnia petrolifera fratelli Nobel». Nel 1899 la Compagnia ha venduto 163 milioni di pud di prodotti petroliferi per la somma di 53 milioni e mezzo di rubli, e nel 1900 ha venduti altri 192 milioni di pud per la somma di 72 milioni di rubli. In un anno l’aumento della produzione in una sola impresa è stato di 18 milioni e mezzo di rubli! Questa «sola impresa» si regge sul lavoro coordinato di decine e centinaia di migliaia di operai, occupati nell’estrazione del petrolio, nella sua lavorazione, nel suo trasporto attraverso oleodotti, ferrovie, mari e fiumi, occupati a costruire le macchine, i depositi, i materiali, le chiatte, i piroscafi ecc. a ciò necessari. Tutte queste decine di migliaia di operai lavorano per tutta la società, ma del loro lavoro dispone un pugno di milionari che si appropriano tutto il profitto procurato da questo lavoro organizzato delle masse. (La compagnia Nobel ha ricavato nel 1899 un profitto netto di 4 milioni di rubli, nel 1900 di 6 milioni, di cui gli azionisti hanno ricevuto 1.300 rubli per ogni azione di 5.000, mentre cinque membri della direzione hanno avuto una gratifica di 528.000 rubli!). Se alcune di queste imprese si lanciano in una frenetica corsa per conquistarsi un posto in non si sa quale mercato, c’è da stupirsi se scoppia una crisi?

Ma non basta. Se un’impresa vuole avere un profitto deve vendere le merci, trovare i compratori. E compratrice deve essere tutta la massa della popolazione, perché immense imprese producono montagne e montagne di prodotti. Ma in tutti i paesi capitalistici, i nove decimi della popolazione sono costituiti dai poveri: dagli operai che ricevono il più magro salario, dai contadini che, nella loro massa, vivono ancor peggio degli operai. Così, quando la grande industria nel periodo di prosperità si affanna a produrre il più possibile, essa getta sul mercato una tale massa di prodotti che la maggioranza non abbiente del popolo non è in grado di comprare. Il numero delle macchine, degli strumenti, dei depositi, delle ferrovie ecc. aumenta sempre più, ma questo aumento di tanto in tanto si interrompe, perché la massa del popolo, per la quale in fin dei conti si sono introdotti tutti questi metodi di produzione perfezionata, rimane in uno stato di povertà che confina con la miseria.

La crisi dimostra che la società moderna potrebbe produrre incomparabilmente di più per il miglioramento del tenore di vita di tutto il popolo lavoratore se la terra, le fabbriche, le macchine ecc. non fossero nelle mani di un pugno di proprietari privati che ricavano milioni dalla miseria del popolo. La crisi dimostra che gli operai non possono limitarsi alla lotta per strappare singole concessioni ai capitalisti: durante la ripresa dell’industria tali concessioni si possono ottenere (e gli operai russi con la loro energica lotta hanno ottenuto più di una volta delle concessioni nel 1894-1898), ma poi viene il crollo, e i capitalisti non soltanto ritirano le concessioni fatte, ma approfittano dell’impotenza degli operai per ridurre ancora i salari. E così inevitabilmente si continuerà, finché gli eserciti del proletariato socialista non abbatteranno il dominio del capitale e della proprietà privata. La crisi dimostra quanto miopi fossero quei socialisti (che si definiscono «critici» probabilmente perché fanno proprie senza discernimento critico le dottrine degli economisti borghesi) i quali due anni fa dichiararono con gran chiasso che i crolli sarebbero diventati ormai meno probabili.

Gli insegnamenti della crisi, che ha rivelato quanto sia assurda la subordinazione della produzione sociale alla proprietà privata, sono così edificanti che oggi anche la stampa borghese esige che si rafforzi il controllo, per esempio, sulle banche. Ma nessun controllo impedirà ai capitalisti di fondare, durante la ripresa, aziende che poi falliranno inevitabilmente. Alcevski, l’ex fondatore, a Kharkov, delle banche fondiarie e commerciali, poi fallite, si procurava con mezzi leciti e illeciti milioni di rubli per fondare e sostenere imprese metallurgico-minerarie che promettevano montagne d’oro. E l’arresto nell’industria ha rovinato queste banche e imprese minerarie (società Iuriev nel Donets). Ma che significa questa «rovina» di imprese nella società capitalistica? Significa che i capitalisti deboli, i capitalisti di «seconda grandezza» sono messi in disparte dai milionari più solidi.

Al milionario Alcevski di Kharkov succede il milionario Riabuscinski di Mosca che, disponendo di capitali maggiori, potrà premere con forza ancora maggiore sull’operaio. La sostituzione di ricconi di secondo piano con altri di primo piano, l’aumento delle forze del capitale, la rovina della massa dei piccoli proprietari (per esempio, dei piccoli risparmiatori, che col fallimento di una banca perdono tutti i loro averi), la terribile pauperizzazione degli operai, ecco che cosa porta con sé la crisi. Ricordiamo ancora i casi, descritti dall’Iskra, in cui i capitalisti prolungano la giornata lavorativa e cercano di licenziare gli operai coscienti sostituendoli con uomini più rozzi e docili.

In Russia, in generale, gli effetti della crisi sono molto più sensibili che in qualsiasi altro paese. Al ristagno nell’industria si accompagna da noi la fame tra i contadini. Gli operai disoccupati vengono inviati dalle città nei villaggi, ma dove si manderanno i contadini disoccupati? Facendo partire gli operai si vogliono allontanare dalle città gli elementi irrequieti, ma non può darsi che costoro riescano a far uscire almeno una parte dei contadini dalla loro rassegnazione secolare e a indurli a presentare non solo suppliche, ma anche rivendicazioni?

Oggi ravvicinano gli operai e i contadini non soltanto la disoccupazione e la fame, ma anche l’oppressione poliziesca, che toglie agli operai la possibilità d’unione e di difesa e ai contadini persino gli aiuti che inviano benevoli donatori. Il pesante tallone della polizia diventa cento volte più pesante per milioni di persone che hanno perduto ogni mezzo di sussistenza. I gendarmi e la polizia nelle città, gli zemskie nacialniki e gli sbirri nelle campagne vedono chiaramente che l’odio contro di essi aumenta, e cominciano a temere non solo le mense di villaggio, ma anche gli annunci dei giornali sull’apertura di sottoscrizioni. Paura delle sottoscrizioni! È proprio vero, il ladro ha paura anche della sua ombra. Quando il ladro vede che un passante offre un obolo all’uomo da lui derubato, comincia a sembrargli che l’uno e l’altro si diano la mano per unire le loro forze e fare i conti con lui.

* Iskra, n. 7, agosto 1901

(da Lenin, Opere Complete, vol. 5, Editori Riuniti, Roma, 1958, pp. 75-79)

WFDY – Sui tentativi di intervento militare diretto in Siria

La Federazione Mondiale della Gioventù Democratica (WFDY, ndr) condanna fortemente gli sviluppi militari e politici imperialisti volti ad un intervento militare diretto contro lo Stato sovrano della Siria. La WFDY riafferma la sua posizione: siamo contro ogni intervento militare o d’altri mezzi contro il popolo siriano.

Con grande inquietudine abbiamo assistito nelle ultime due settimane a una mobilitazione degli Stati Uniti e dei loro alleati della NATO, dell’UE, della Gran Bretagna, della Turchia, dei Paesi del Golfo, ecc…, nell’appellarsi a un intervento militare immediato e diretto in Siria sotto il pretesto di accuse ben orchestrate sull’utilizzo di armi chimiche. La storia recente ci ha molto ben insegnato come questi pretesti sono facilmente fabbricati o utilizzati per giustificare i crimini dell’imperialismo moderno.

Il seme di guerra che gli imperialisti hanno posto in Siria sta generando un grave pericolo di scontri più ampi nella regione del Medio Oriente e del Mediterraneo orientale, travolgendo tutti i popoli della regione. Già ora la guerra in Siria si riflette in Libano e l’implicazione di molti altri Paesi limitrofi è più che possibile.

Più di due anni sono passati dall’inizio dell’intervento in Siria, da parte delle potenze imperialiste, capeggiato da Statti Uniti, Turchia, Arabia Saudita, Quatar e ovviamente Israele. L’intervento in corso consiste nel rifornimento dell’opposizione di armamenti, denaro, e a inondare il paese di estremisti.
Tutto ciò ha deformato e utilizzato le domande di riforme del popolo siriano in una guerra imperialista sostenuta a beneficio dei monopoli internazionali grazie all’indebolimento del Paese. Questi conducono i popoli alla guerra e alla morte, mentre le risorse naturali e lo sviluppo dei loro Paesi vengono derubati. Lo scopo è di indebolire il ruolo e la lotta di questi Paesi contro l’avidità delle potenze imperialiste, ciò di cui siamo stati testimoni, sotto forme differenti, in Palestina, Libano, ecc….

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Signor Presidente, Lei non può.

Lettera aperta a Napolitano sul Corriere della Sera – martedì 23 luglio 2013

Signor Presidente,

Lei non può. Lei non può congelare d’autorità una delle possibili soluzioni al problema del governo del Paese, quella in atto, come se fosse l’unica possibile, come se fosse prescritta da una volontà superiore o come se fosse oggettivata dalla realtà storica. Lei non può, perché altrimenti la democrazia verrebbe sospesa. Lei non può trasformare una Sua, e di altri, previsione sui processi economici in un impedimento alla libera dialettica democratica. I processi economici, in democrazia, dovrebbero poter essere influenzati dalla politica, dunque dovrebbero essere variabili dipendenti, non indipendenti. Lei non può, perché altrimenti la democrazia sarebbe sospesa. Sia che si sostenga che viviamo in regimi pienamente democratici, sia che si sostenga, come fa ormai tanta parte della letteratura politica, che siamo entrati, in Europa, in un tempo post-democratico, quello della rivincita delle élites, Lei non può. Nel primo caso, perché l’impedimento sarebbe lesivo di uno dei cardini della democrazia rappresentativa cioè della possibilità, in ogni momento, di dare vita ad un’alternativa di governo, in caso di crisi, anche con il ricorso al voto popolare. Nel secondo caso, che a me pare quello dell’attuale realtà europea, perché rappresenterebbe un potente consolidamento del regime a-democratico in corso di costruzione.

C’è nella realtà politico-istituzionale del Paese una schizofrenia pericolosa; da un lato, si cantano le lodi della Costituzione repubblicana, dall’altro, essa viene divorata ogni giorno dalla costituzione materiale. La prima, come Lei mi insegna, innalza il Parlamento ad un ruolo centrale nella nostra democrazia rappresentativa, la seconda assolutizza la governabilità fino a renderlo da essa dipendente. Quando gli chiede di sostenere il governo perché la sua caduta porterebbe a danni irreparabili, Ella contribuisce alla costruzione dell’edificio oligarchico promosso da questa costituzione materiale.

Nel regime democratico ogni previsione politica è opinabile perché parte essa stessa di un progetto e di un programma che sono necessariamente di parte; lo stesso presunto interesse generale non si sottrae alla diversità delle sue possibili interpretazioni. Ma, se mi permette, Signor Presidente, c’è una ragione assai più grande per cui Lei non può. La nostra Costituzione è, come sappiamo, una costituzione programmatica. Norberto Bobbio diceva che in essa la democrazia è inseparabile dall’eguaglianza, come testimonia il suo articolo 3. Ma essa, rifiutando un’opzione finalistica nella definizione della società futura, risulta aperta a modelli economico-sociali diversi e a quelli dove sarà condotta da quella che Dossetti chiamava la democrazia integrale e Togliatti la democrazia progressiva. Quando Lei allude ai possibili danni irreparabili per il Paese, lo può fare solo perché considera ineluttabili le politiche economiche e sociali imperanti nell’Europa reale, le politiche di austerità. Ha poca importanza, nell’economia di questo ragionamento, la mia radicale avversione a queste politiche che considero concausa del massacro sociale in atto. Quel che vorrei proporLe è che nella politica e in democrazia si possa manifestare un’altra e diversa idea di società rispetto a quella in atto e che la Costituzione repubblicana garantisce che essa possa essere praticata e perseguita. Il capitalismo finanziario globale non può essere imposto come naturale, né la messa in discussione del suo paradigma può essere impedito in democrazia, quali che siano i passaggi di crisi e di instabilità a cui essa possa dar luogo. O le rivoluzioni democratiche possono essere possibili solo altrove? No, la Carta fondamentale garantisce che, nel rispetto della democrazia e nel rifiuto della violenza, possa essere intrapresa anche da noi.

C’è già un vincolo esterno, quello dell’Europa reale, che limita la nostra sovranità, non può esserci anche un vincolo esterno alla dialettica politica costituita dall’autorità del Presidente della Repubblica. Lei non può, Signor Presidente. Mi sono permesso di indirizzarLe questa lettera aperta perché so che la lunga consuetudine e l’affettuoso rispetto che ho sempre nutrito per la Sua persona mi mettono al riparo da qualsiasi malevola interpretazione e la mia attuale lontananza dai luoghi della decisione politica non consentono di pensare ad una qualche strumentalità. E’, la mia, soltanto, l’invocazione di un cittadino, anche se ho ragione di ritenere che essa non sia unica.

Mi creda, con tutta cordialità,

Fausto Bertinotti

Maggio Marxiano

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Abbasso il Papa! W la Repubblica!

di Daniele Maffione – Responsabile Antifascismo, Direzione naz. Giovani Comunisti

“I Giovani Comunisti condannano con fermezza l’elezione del papa Josè Mario Bergoglio, esponente dell’ala conservatrice della Chiesa cattolica argentina, colluso con la dittatura militare (1976-83).

Bergoglio è implicato, come tutto il clero argentino, nell’omertoso silenzio sugli stermini di massa ed i “voli” dei prigionieri politici rivoluzionari.

Il gesuita, che ha scelto il nome di papa “Francesco I”, si pone in continuità con il conservatorismo di Ratzinger, a cominciare dalle chiusure sull’omosessualità, i diritti delle donne, l’ingerenza nella vita sociale.

Il pauperista Francesco d’Assisi viene utilizzato dal Vaticano per dare il nome ad un nuovo tiranno a capo di una superpotenza, che appoggia l’imperialismo nordamericano e le dittature dell’intero globo.

Un papa latinoamericano, il primo della storia, non viene eletto a caso di questi tempi, soprattutto se si pensa al processo rivoluzionario in atto in Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador e nella stessa Argentina…

Papa Francesco I si propone d’essere un comunicatore, soprattutto tra le nuove generazioni. Smaschereremo l’operazione di re-styling della Chiesa cattolica, denunciandone, inoltre, le ricchezze, le proprietà, gli scandali di pedofilia, l’ingerenza nella vita politica dello Stato italiano.

La diretta a reti unificate da parte dei media italiani è scandalosa, come i messaggi dei capi di stato, che si mostrano subito proni pur di assicurare la pace sociale tra le masse nei rispettivi paesi.

Rispettiamo i sentimenti religiosi, comprendendone la sofferta origine, data dalla miserie economica e culturale in cui ci hanno ridotto i nostri governanti. Ma crediamo che il clero e le istituzioni pontifice ingannino le masse e le distolgano dai loro problemi reali. La religione è l’oppio dei popoli.

Lavoreremo per rendere cosciente le masse verso il clero, che ne sfrutta i disagi quotidiani, tramutando l’attuale enfasi in rabbia organizzata contro il capitalismo.

In solidarietà con i popoli latinoamericani, intensificheremo la nostra battaglia per la laicità dello S576817_4481311467411_799799713_ntato italiano, chiedendo l’applicazione dei dettami costituzionali, investimenti sull’istruzione e l’edilizia pubblica, il riconoscimento dei diritti per la comunità LGTBQ, l’autodeterminazione della donna.

Proseguiremo, inoltre, la nostra battaglia antifascista per chiedere che tutti gli ecclesiastici, i militari ed i politici collusi con dittature militari fasciste siano processati dai popoli che ne hanno subito la feroce oppressione.

Lotteremo, infine, per l’estensione dei diritti civili a tutti i cittadini italiani, contro l’arroganza del potere cattolico. Vogliamo che i proletari e tutti i lavoratori costruiscano da soli la propria libertà, la propria uguaglianza, la propria fratellanza qui ed ora, non in Paradiso, liberi dalle ingiustizie capitaliste e dai dogmi di fede atti a mantenere lo stato di cose presenti.

Abbasso il Papa! Abbasso la tirannia del clero!

W la Repubblica italiana! W il comunismo!”

L’ultimo canto di Guccini

Uscito il nuovo e ultimo disco del cantautore bolognese: L’ultima Thule (EMI, 2012, 20.90 euro, 8 brani inediti)guccini

di Michele Primi – web.rifondazione.it
«Buongiorno signore e signori. Cosa facciamo? Parliamo del mio disco? È nuovo, e sarà anche l’ultimo». Francesco Guccini è umanità e qualità d’altri tempi: «Sono nato nella prima metà del secolo scorso, che suona come un’epoca lontanissima. Ad una certa età si comincia ad essere spaventati dal mondo intorno». Il Circolo dei Combattenti e Reduci di via Cadomosto, a Milano, è una finestra sul passato. Una balera, luci sgargianti e specchi d’annata, pane, salame e vino, prezzi popolari e un altro ritmo, musicale e di vita. Lo ha scoperto sua figlia Teresa, giovane e bella.

Si chiude un cerchio: Guccini torna da dove era partito, la balera: «In cui mi sono esibito sopra e sotto al palco, prima come ballerino di liscio in cerca di ragazze, poi come musicista. Tanti anni fa». Era il 1961, Guccini è giornalista alla Gazzetta di Modena ed entra a far parte di un gruppo di musica da ballo che si chiama prima I Marinos e poi I Gatti. Le osterie bolognesi, il Moretto e Vito, gli anni di quello che lui definisce «il rumore nottetempo» e l’esordio come cantautore nel 1967 con Folk Beat n.1 devono ancora arrivare. Guccini è voluto venire qui, nella balera, per presentare il suo sedicesimo album, L’Ultima Thule, il primo da Ritratti del 2004. Sarà anche l’ultimo: «Le cose dette sono state già dette. Fare canzoni mi è sempre più difficile. La voglia di suonare la chitarra è sparita».
Si chiude una pagina di storia della canzone italiana, quella scritta da un maestro della parola che ha raccontato quarant’anni di vita, società ed ideali. L’Ultima Thule è un disco breve ed efficace, semplice e vero come il folk. Otto canzoni registrate con gli amici di sempre (Flaco Biondini, Vince Tempera, Ellade Bandini, Antonio Marangolo) che si muovono intorno ai suoi temi fondamentali. Francesco Guccini si definisce un artigiano, lo dice in Gli Artisti: «Fabbrico grappoli di illusioni che svaniscono nella memoria», ed è con la cura di un artigiano che costruisce canzoni che parlano ancora di noi e della nostra storia. Due pezzi riportano indietro ai valori fondanti della repubblica: Su in collina è la traduzione di una poesia dialettale di Gastone Vandelli che racconta l’o m i cidio del partigiano Brutto sull’A ppennino modenese, Quel giorno d’aprile parla della liberazione e descrive l’Italia come «una donna che balla sui tetti di Roma». « C’è un terzo episodio di questa storia, ed è quello che racconto ne Il testamento dei pagliacci» dice Guccini. «I pagliacci siamo noi cittadini, vessati oggi come allora da episodi sconcertanti. La speranza è la stessa, che le cose possano un giorno cambiare».
L’addio di Guccini alla canzone italiana è intenso e commovente, ma non malinconico. È il mondo che cambia insieme alla lingua italiana tanto amata («Un tempo i fiumi straripavano, ora invece esondano. Qualcuno di voi sa dirmi perché?»), le canzoni che non vengono più, i negozi di dischi che spariscono come i cinema. Rimangono gli autogrill, protagonisti di una delle sue canzoni più belle. E la poesia della natura, la memoria e l’immaginazione, la fantasia rimasta intatta, che spiana la strada al Guccini scrittore che ha ancora molto da dire. «Mi ricordo quando da bambino andavo giù al fiume con il mio amico Franco Casari. Scorreva il Limenta che si getta nel Reno, è già Emilia. Portavamo sempre con noi coltello e fiammiferi, rubavamo le patate e le cucinavano sul fiume. Era la gioia del furto e del gioco. Lui mi diceva: vivi in città, chissà quanti film hai visto. Io non avevo il coraggio di dirgli che non avevo soldi per andare al cinema, e allora i film me li inventavo». Tutto comincia e finisce nel paese di Pavana, trenta chilometri di tornanti nei boschi in provincia di Pistoia, luogo dell’ispirazione che oggi è la casa di Guccini: «In Canzone di notte n.4 ho inserito un dialogo con i miei zii, per tornare indietro ai tempi in cui vivevo nel mulino dei miei nonni. Mi dicevano di spegnere la luce, perché la notte è fatta per dormire e non per leggere»: da quelle notti «vissute in lungo e in largo», protagoniste di molte canzoni (e di Notti , forse il pezzo più bello di L’Ultima Thule) è nato un cantante scrittore che ha amato Borges (dalla sua lettura è nata l’idea dell’ultimo disco), l’avventura e la politica. E che saluta senza rimpianti, con un disco che ha in copertina la foto di un veliero che viaggia in un mare di ghiaccio all’ottantesimo parallelo scattata da un amico esploratore, è stato registrato tutto nelle antiche stanze del mulino di Pavana e porta il titolo che ha sempre desiderato: «Ho sempre pensato che il mio ultimo disco si sarebbe intitolato così, fin dai tempi di Radici del 1972. Le canzoni sono state tante. Ho ancora la scrittura, che mi piace e mi diverte».

Renzi: un nome, nessun programma!

La politica dovrebbe esercitare quel fascino “rivoluzionario” ai giovani che credono nel futuro del Paese.
Questo non avviene per Matteo Renzi, sindaco di Firenze, 37 anni (giovane senior), candidato alle primarie del PD, figlio delle politiche democristiane e reazionarie (sostegno a Monti, all’abolizione dell’art 18, innalzamento età pensionabile e via così).

A orecchiar il bel Matteo pare di sentire quel Silvio da Arcore che scese intrepidamente in politica
nel 1994. L’abilità di vender parole è la medesima, la capacità di convincere l’italiano medio pare
immutata. I due si incontrarono perfino a cena in un’anonima sera dell’anno passato, mostrando
un’inaspettata simbiosi. Sarà che l’azione politica di entrambi era ed è basata sulla conservazione
dello stato di cose presente, sull’assenza di uno straccio di idea e sull’effetto delle loro frivole
parole apparentemente piene di significato. Sarà che Renzi proviene dall’area ideologica dell’ex
Democrazia Cristiana, più affine al centro-destra che allo schieramento di cui dovrebbe essere
portatore di idee.
Matteo è perseguitato dalla voglia di rottamare qualsiasi cosa\persona gli capiti sotto mano e che a
suo parere sia espressione di vecchio. Un buon rottamatore sa perfettamente che per rottamare un
auto è necessario smantellarla in toto e non solo limitarsi a cambiarne piccoli orpelli estetici. Il buon
sindaco, da pessimo rottamatore, è convinto che sia sufficiente cambiare specchietti e paraurti alla
scadente macchina politica Italiana per rottamarla definitivamente.
Insomma, per uscire dalla metafora prettamente meccanica, il buon Renzi propone nuovi personaggi
con idee che sanno terribilmente di vecchio, in continuità con le politiche economiche e sociali
di chi oggi governa. Pare decisamente strano associare la parola “idee” con il nome del sindaco
fiorentino ma un’idea, almeno io, dovrò pur condividerla.
Da buon boy scout, ci ha preso gran gusto a girar l’Italia in camper (o in jet privato) al punto che
nessuno ormai è più in grado di fermare lui e il suo flusso continuo di parole altisonanti. Nel suo
caravan però, non è possibile caricare in contemporanea lui, la sua demagogia e delle idee concrete:
a giudicare dai suoi comizi elettorali, ha preferito nettamente le prime due.
Tra una tappa e l’altra del suo viaggio non si lascia poi scappare qualche finanziamento alla sua
campagna da parte dell’alta finanza o dai poteri forti e non c’è da sorprendersi che sia fautore
di questi legami. Renzi ci ha già abituato in passato a rapporti con questi oscuri signori, non ha
nascosto ad esempio manifeste simpatie verso Marchionne e il suo modello politico di distruzione
dei diritti dei lavoratori conquistati con decenni di lotte.
Forse un viaggio così lungo sarà in grado anche di tener lontano dalla memoria del sindaco le
innumerevoli beghe che ha da risolvere in quel di Firenze, tra le quali le accuse di favoritismi
riguardanti appalti e nomine di società partecipate dal Comune, nonché un’inchiesta condotta dalla
Procura di Firenze riguardo presunti sperperi di denari pubblici.
Gli italiani, soprattutto quelli più giovani, non caschino nuovamente nella retorica del primo
politicante di turno, vent’anni di agonia made in Silvio sono stati più che sufficienti.

Progetto di Legge Aprea: la distruzione della scuola pubblica ignorata dai media (e dai giovani)

Dopo stato sociale, economia e lavoro, è arrivato il turno dell’istruzione

Istruire democraticamente è eccessivamente scomodo ai poteri forti, investire sull’istruzione è
deleterio per il modello culturale imposto negli ultimi decenni. I governi di tecnici e affaristi,
dominati da logiche e ideali antitetici al bene comune, ne sono tremendamente coscienti. Sono
pienamente consapevoli che una scuola pubblica degnamente funzionante, un senso critico
sviluppato e una conoscenza in opposizione all’ignoranza costituiscono la totale distruzione del
sistema di potere in auge da decenni, il cui fine ultimo è il mero interesse privato in barba alla
Costituzione e al raziocinio umano.
Da qualche lustro ormai, la nostra classe dirigente è affannosamente alla ricerca della soluzione
finale per la scuola pubblica: dopo innumerevoli tentativi giocati con devastanti tagli lineari, si è
concretizzata la svolta per la distruzione totale. Dietro ad un nome che non fa scalpore, nel progetto
di legge Aprea è contenuto il più vile attacco che un parlamento (teoricamente) democratico abbia
mai tentato di perpetrare all’istruzione pubblica.
Nel caso in cui il progetto di legge dovesse essere approvato anche dal Senato, lo scenario si
rivelerebbe più inquietante di quanto già lo sia.
Con le nuove norme in fase di approvazione, Il Consiglio d’Istituto sarà soppiantato da un Consiglio
dell’Autonomia in cui subentreranno soggetti privati finanziatori, abilitati quindi a finanziare i loro
interessi nella scuola e in grado di poter influenzare sulle scelte strategiche.
Cambieranno le modalità di elezione dei rappresentanti in Consiglio, la scelta di dotarsi di
rappresentanti degli studenti sarà a discrezione di ogni scuola.
Il Dirigente Scolastico sarà investito da poteri sempre più ampi, tra cui la scelta dei privati
finanziatori, tendendo a diventare una figura sempre più simile a quella di un manager di azienda
privata.
Sarà istituito poi un Nucleo di Autovalutazione regolato dai criteri di valutazione INVALSI, celebre
per essere un sistema valutativo che non fa del suo scopo primario l’equità e che non tiene in
considerazione il percorso scolastico di ogni classe. I risultati di queste valutazioni costituiranno poi
il punto di partenza da cui iniziare la stesura del POF, che diverrà progressivamente sempre meno la
risposta alle reali condizioni di ogni istituto.
Queste legge vergogna sarà lo sfacelo più totale per la scuola laica, pubblica, democratica e
costituirà il mezzo per trasformare l’istruzione in un’azienda a mero scopo di lucro per il privato.
Come se non bastasse, la legge Aprea si aggiunge a delle scelte politiche ben definite compiute dal
governo Monti e dalla giunta Formigoni: se il primo ha varato tagli ulteriori per la scuola pubblica,
un finanziamento ulteriore per la scuola privata di ben 233 milioni di euro e un aumento delle
ore lavorative dei docenti di ruolo, così da creare ulteriore disoccupazione negando le cattedre
ai docenti precari e sovraccaricando i docenti di ruolo, il secondo non è da meno. La politica
perseguita dalla giunta Formigoni, fedele alla difesa degli interessi dei gruppi di potere seduti nelle
più alte cariche della regione Lombardia, consiste subdolamente nel negare i finanziamenti agli
istituti pubblici per garantirli agli istituti privati, in gran parte sotto il controllo di enti confessionali,
tra cui in maggioranza Comunione e Liberazione.

Com’è possibile che tali scempi possano essere compiuti in uno Stato democratico?

Com’è possibile che le giovani generazioni siano apatiche dinnanzi al ladrocinio del loro futuro?

Si è giunti ad un tale livello di apatia nei confronti della politica, dell’informazione, della cultura
e di personalismo che tali politiche non toccano più la coscienza di ogni giovane e non instillano
voglia di cambiamento?

ERIC HOBSBAWM (1917 – 2012)

di Gennaro Carotenuto

Per chi, come chi scrive, ha cominciato a riflettere sulla storia, a pensare la storia e a pensare di fare della storia una professione avendo tra i propri riferimenti intellettuali principali quello di Eric Hobsbawm, lo storico britannico scomparso oggi a 95 anni, la morte di questi oggi a Londra lascia un senso di vuoto anche umano, oltre che scientifico e professionale.
Occidentale ma non occidentalista, aveva studiato l’Occidente nel tempo nel quale questo è stato al centro del mondo, motore del progresso, sociale, politico, tecnologico, economico. Irriducibilmente marxista e anti-colonialista aveva sempre percepito (anche nel suo lavoro sul Novecento come l’età degli estremi, tradotto solo in italiano come “secolo breve, il più noto ma non il più importante) la centralità di questo come un fenomeno storico, non un destino.

CONTINUA A LEGGERE …

PRESIDIO MUGGIO’ – BRINDISI

Domenica 20 maggio anche a Muggiò è sorto un presidio spontaneo per ricordare la strage di Brindisi.Sabato 19, nello scoppio delle 3 bombe è morta una giovane ragazza e altri alunni che stavano entrando a scuola sono rimasti gravemente feriti.È un atto disumano che suscita il più grande sdegno: non si può morire andando a scuola!La matrice dell’atto non è ancora stata identificata né rivendicata ma non si esclude NESSUNA pista.

Decine di muggioresi hanno deciso di ritrovarsi sotto la pioggia inclemente per esprimere il proprio sdegno e la propria rabbia, in un presidio carico di dignità, davanti al palazzo comunale.

Striscioni, cartelloni studenteschi e bandiere della pace sono stati lo sfondo del gruppo, formato soprattutto da giovani.

Ringrazio quindi in primis gli studenti che da Muggiò, Monza, Desio, Seregno hanno partecipato al presidio e in generale tutti gli studenti che, uniti in lotta, hanno promosso manifestazioni simili in TUTTA Italia.

Ringrazio anche le forze politiche presenti: Federazione della Sinistra e Italia dei Valori, assieme al consigliere comunale Lorenzo Capizzi.

Lo sdegno deve ancora viaggiare in tutte le piazze e deve penetrare nei cuori di tutti, soprattutto gli studenti, per promuovere e organizzare una lotta civile contro tutte le forme di criminalità e terrorismo che provengono da qualsiasi fronte!

FUORI I SECONDI – il nuovo album di Stefano “Cisco” Bellotti

Torna a farci sognare l’ex voce dei Modena City Ramblers con una vera e propria elegia alla sua terra d’origine: l’Emilia.
Anche questa volta le intese melodie dell’album ci colmano di stupore, lasciandoci a volte con l’amaro in bocca, con la rabbia della rivolta o con lo stupore di un bambino.
Avvalorato da cantautori e musicisti come Patrick Wright, Giovanni Rubbiani, Alberto Cottica e Ettore Giuradei il terzo disco solista si preannuncia una pietra miliare per la carriera dell’artista emiliano.
Seguilo sul sito: www.ciscovox.it

Tracklist:

1. La dolce vita – che fine ha fatto la dolce vita?Cosa ci resta se non un reality in cui fare successo? Povera patria e poveri noi!

2. Golfo mistico – Ugo Bassi sai chi è? Non tutti sono nati per vivere forzati nella nostra società.

3. Lunatico – E se la Luna fosse talmente nauseata dal nostro comportamento da andarsene via?

4. I tempi siamo noi – Non aspettiamo che il tempo passi…il tempo siamo noi!

5. Gagarin – Lo stupore del primo uomo nello spazio.

6. Credo – Il credo laico di chi crede nel futuro e nell’umanità, senza pensare ai supereroi ma a quell’uomo qualunque che cambia la storia.

7. Augusto – Dedicato a chi non c’è più.

8. Ligabue – La vita scorre in Emilia tra un bacio e una canzone.

9. Il gigante – L’ingordigia del sapere e della buona buona compagnia!

10. Dorando – Non importa se l’italiano “Dorando” è stato eliminato alle Olimpiadi: lui sarà sempre il vincitore della maratona di tanti anni fa.

11. Una terra di latte e miele – Ninnananna emiliana per abbracciarci tutti.

12. Emilia – Testamento poetico della terra d’origine del “Temibile Cisco”!

Cavalli

Articolo tratto da Internazionale, n.933, 27 gennaio 2012

di Giovanni De Mauro

Fino all’inizio del novecento c’erano le carrozze con i cavalli. Poi sono arrivate le automobili e le carrozze sono scomparse. Oggi le macchine inquinano e il traffico cittadino è un problema, ma nessuno si sognerebbe di tornare alle carrozze con i cavalli.

Per tutto il novecento la Kodak è stata sinonimo di macchine fotografiche e pellicole. Poi sono arrivati gli apparecchi digitali e gli smartphone. La Kodak non ha saputo adattarsi, anche se aveva una storia e un marchio che le avrebbero consentito di farlo. E la scorsa settimana ha chiuso. Oggi nessuno accetterebbe una legge che proibisse le macchine fotografiche digitali per salvare la Kodak e l’industria degli apparecchi analogici. Prima c’erano i giornali nelle edicole, i film nelle sale cinematografiche, gli album nei negozi di dischi, i libri in libreria.

Oggi c’è internet e le persone scaricano, copiano, condividono e soprattutto producono: parole, immagini, suoni. Invece di prendere atto del cambiamento, adattarsi e trovare nuovi modi per sfruttare le potenzialità di internet, l’industria dei mezzi di comunicazione – in particolare negli Stati Uniti – usa i suoi soldi per condizionare i governi e spingerli ad approvare delle leggi che limitino l’uso della rete. Ma non hanno ancora capito che è una battaglia inutile, perché nessuno di noi vuole tornare alle carrozze con i cavalli.

Il nuovo album di Stefano “Cisco” Bellotti

Per saperne di più clicca qui.

Fuori i secondi, il nuovo album del temibile Cisco, in uscita il 31 gennaio 2012. A Febbraio il nuovo TOUR!
In CD, DOWNLOAD e LP-VINILE NUMERATO con BONUS TRACK!

In anteprima il brano “Credo”, potete ascoltarlo qui per una settimana.

“Fuori i secondi” è l’urlo di esortazione che segna l’inizio delle ostilità nel pugilato e che richiama tutti ad assumersi le proprie responsabilità e a darsi da fare.

Ma qui si trasforma anche in uno splendido elogio ad alcuni grandi ‘secondi’ della storia a cui il tempo in alcuni casi, ha reso poi giustizia.

Fuori i secondi, così si chiama il nuovo disco di Cisco, ex voce e frontman dei Modena City Ramblers è un disco pieno di racconti esemplari, intense biografie di personaggi che per un verso o per l’altro hanno fatto storia, canzoni dedicate a vite incredibili.

Nel nuovo album anche brani più diretti sul sociale e sul disagio che un po’ tutti oggi viviamo nei tempi della grande crisi, ma è un album anche pieno di speranza e ottimismo, dove troviamo dei veri e proprio inni che esortano la gente a riprendere in mano le redini della storia per provare a cambiare e scrivere il proprio futuro in prima persona. Non mancano momenti divertenti e autoironici dove il cantante gioca con se stesso, con il suo modo di essere e con la grande curiosità-voracità che da sempre lo muove.

Ed ecco le prime date del FUORI I SECONDI TOUR:

03.02.2012: Trezzo sull’Adda (MI) – Live Club

10.02.2012: Taneto (RE) – Fuori Orario

17.02.2012: Roma – Circolo degli Artisti

24.02.2012: Torino – Hiroshima Mon Amour

Assolutamente da non perdere!!!

A chi esita

Dici: per noi va male, Il buio cresce.
Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni, noi siamo ora in una condizione più difficile
di quando si era appena incominciato.
E il nemico ci sta innanzi più potente che mai.
Sembra che gli siano cresciute le forze.
Ha preso una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,non si può più mentire.
Siamo sempre di meno.
Le nostre parole d’ordine sono confuse.
Una parte delle nostre parole le ha travolte il nemico fino a renderle irriconoscibili.
Che cosa è errato ora,falso,di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto?
Su chi contiamo ancora?
Siamo dei sopravissuti,respinti via dalla corrente?
Resteremo indietro,senza comprendere più nessuno e da nessuno compresi?
O contare sulla buona sorte?
Questo tu chiedi.
Non aspettarti nessuna risposta oltre la tua.

di B.Brecht (Svendborger Gedichte,copenaghen,1939)

Lettera ai leghisti.

L’antropologo americano Ralph Linton (1893-1953) nella prima lezione di Antropologia culturale era solito proporre ai suoi studenti questa sorta di provocazione:

Il cittadino americano medio si sveglia in un letto costruito secondo un modello che ebbe origine nel vicino Oriente. Egli scosta le lenzuola e le coperte che possono essere di cotone, pianta originaria dell’India; o di lino, pianta originaria del vicino Oriente; o di lana di pecora, animale originariamente domesticato nel vicino Oriente; o di seta, il cui uso fu scoperto in Cina. Tutti questi materiali sono stati filati e tessuti secondo procedimenti inventati nel vicino Oriente. Si infila i mocassini inventati dagli indiani delle contrade boscose dell’Est, e va in bagno, i cui accessori sono un misto di invenzioni europee e americane, entrambe di data recente. Si leva il pigiama, indumento inventato in India, e si lava con il sapone, inventato dalle antiche popolazioni galliche. Poi si fa la barba, rito masochistico che sembra sia derivato dai Sumeri o dagli antichi egiziani.
Tornato in camera da letto, prende i suoi vestiti da una sedia il cui modello è stato elaborato nell’Europa meridionale e si veste. Indossa indumenti la cui forma derivò in origine dai vestiti di pelle dei nomadi delle steppe dell’Asia, si infila le scarpe fatte di pelle tinta secondo un procedimento inventato nell’antico Egitto, tagliate secondo un modello derivato dalle civiltà classiche del Mediterraneo; si mette intorno al collo una striscia dai colori brillanti che è un vestigio sopravvissuto degli scialli che tenevano sulle spalle i croati del XVII secolo […].
Andando a fare colazione si ferma a comprare un giornale, pagando con delle monete che sono un’antica invenzione della Lidia. Al ristorante viene a contatto con tutta una nuova serie di elementi presi da altre culture: il suo piatto è fatto di un tipo di terraglia inventato in Cina; il suo coltello è di acciaio, lega fatta per la prima volta nell’India del sud, la forchetta ha origini medioevali italiane, il cucchiaio è un derivato dell’originale romano. Prende il caffè, pianta abissina, con panna e zucchero. Sia l’idea di allevare mucche che quella di mungerle ha avuto origine nel vicino Oriente, mentre lo zucchero fu estratto in India per la prima volta. Dopo la frutta e il caffè, mangierà le cialde, dolci fatti, secondo una tecnica scandinava, con il frumento, originario dell’Asia minore […].
Quando il nostro amico ha finito di mangiare, si appoggia alla spalliera della sedia e fuma, secondo un’abitudine degli indiani d’America, consumando la pianta addomesticata in Brasile o fumando la pipa, derivata dagli indiani della Virginia, o la sigaretta, derivata dal Messico. Può anche fumare un sigaro, trasmessoci dalle Antille, attraverso la Spagna. Mentre fuma legge le notizie del giorno, stampate in un carattere inventato dagli antichi semiti, su di un materiale inventato in Cina e secondo un procedimento inventato in Germania. Mentre legge i resoconti dei problemi che si agitano all’estero, se è un buon cittadino conservatore, con un linguaggio indo-europeo, ringrazierà una divinità ebraica di averlo fatto al cento per cento americano.

Contro la guerra coloniale in Libia

di Alessio Arena

L’aggressione occidentale contro la Libia sta andando avanti da qualche tempo.
L’Italia vi prende parte nel modo più ignobile, stracciando unilateralmente un trattato di amicizia e cooperazione firmato da appena un anno, che aveva fruttato all’ENI l’accesso privilegiato alle vaste risorse petrolifere del Paese.
E’ stato sufficiente il richiamo all’ordine da parte del padrone a stelle e strisce perché l’intera nostra classe politica rinnegasse una strategia di cui gli ultimi capitoli scritti da Berlusconi non sono stati che l’epilogo, ma le cui radici affondavano molto indietro nel tempo, nell’era Craxi, passando poi per Prodi e D’Alema.
Ora il nostro Paese fa la sua parte in un intervento militare che ha come chiaro obiettivo quello di riportare la Libia al medioevo distruggerne le infrastrutture e infrangerne la potenzialità, in modo da ricondurla sotto il giogo del dominio neocoloniale.
Non è un caso che la ribellione contro la Giamahiria (sistema politico proto-socialisteggiante con venature di richiamo alle antiche tradizioni islamiche, elaborato nel “Libro Verde” di Gheddafi,ufficialmente in vigore in Libia dalla caduta di Re Idriss e dalla presa del potere da parte del colonnello Gheddafi), si raccolga sotto la bandiera tricolore di quella monarchia asservita agli angloamericani che aveva fatto da succedaneo e garantito la continuità tanto della spartizione del Paese in due aree d’influenza (inglese al nord, francese al sud) quanto dell’estendersi della longa manus italiana su quell’ex-colonia che tante sofferenze aveva patito sotto il dominio coloniale dell’Italia liberale prima, fascista poi.
Il tutto con il non trascurabile corollario dello stanziamento di una presenza militare permanente degli Stati Uniti d’America.

Clicca qui per continuare a leggere l’articolo.

Tratto dal periodico dell’Associazione studentesca DEMOS U.C. – Università Statale di Milano

F. Pessoa

Il guardiano di greggi

Vidi che non c’è Natura,

che la Natura non esiste,

che ci sono monti, valli, pianure,

che ci sono piante, fiori erbe,

che ci sono fiumi e pietre,

ma che non c’è un tutto a cui questo appartenga,

che un insieme reale e vero è una malattia delle nostre idee.

La Natura è parti senza un tutto.

Questo è forse quel tale mistero di cui parlano.

SUL TETTO DEL MONDO

Il nuovo album dei Modena City Ramblers, già in vendita.

Altritalia
I giorni della crisi
Interessi zero
Seduto sul tetto del mondo
Dieci volte
S’ciòp e picòun
Povero diavolo
Tra nuvole e terra
i Que viva Tortuga !
La mosca nel bicchiere
Camminare
Il posto dell’airone
Specchio dei miei sogni

E’ il dodicesimo capitolo discografico della saga ventennale dei Ramblers ed è anche l’ultimo disco inciso nella storica sala di registrazione dell’Esagono di Rubiera (RE), che col 2011 chiude i battenti e presso la quale la band ha realizzato gran parte dei suoi dischi. Registrato con Carloenrico Pinna, presente da sempre allo Studio Esagono, tra il novembre e il dicembre dell’anno passato, “Sul Tetto del Mondo” vive del suono degli ambienti dello studio, con incisioni volutamente mirate a catturare il respiro degli strumenti acustici di tradizione folk e il battito combat-folk della sezione ritmica nella sala di ripresa esagonale. Senza alcun ricorso a effetti e “trucchi” di studio.  La produzione, così come la scrittura e l’arrangiamento dei tredici brani presenti, è stata curata interamente dalla band, come già per il disco passato, mentre tra i pochi ospiti presenti spicca la figura del percussionista Tony Esposito, che impreziosisce con le sue ritmiche “¡Que Viva Tortuga!”.
Rispetto ai precedenti lavori, in questo disco i MCR non rincorrono alcun progetto concettuale ai quali legare le canzoni. Esse vivono di vita propria e coesistono in un album dedicato a gran parte dei temi che, sia a livello di sonorità che di liriche, da sempre popolano il cosiddetto “universo Ramblers”. Ci sono canzoni aggressive, dove il violino, la fisarmonica e il flauto si rincorrono nel classico stile della band, e brani più lenti dove la voce si stende melodicamente su paesaggi di chiara matrice ballad-folk. In generale, musicalmente, si riconosce chiaramente un largo spazio dei suoni di natura acustica rispetto a quelli elettrici.Il titolo del disco prende spunto da una delle sue canzoni, la sognante “Seduto sul Tetto del Mondo”, piccolo affresco intimista intriso di spiritualità celtica.

… CONTINUA SUL SITO!

DAL VIVO. VOLUME UNO. Il nuovo album di Cisco!

Il primo volume è disponibile già dall’11 Dicembre, il secondo da Febbraio.


dal sito ufficiale ciscovox.it:

Forse qualcuno di voi si starà chiedendo del perchè di un album live… Il motivo principale è che dopo sei album in studio registrati negli ultimi otto anni , e dopo le diverse esperienze passate , dalla crescita con i Ramblesrs con la realizzazione di tre album in tre anni al disco progettato con la casa del vento , fino ad arrivare all’inizio della carriera solista con un paio di album in studio, la dimensione che ancora preferisco è quella live in tutte le sue forme .
Mi piacciono le calde serate in acustico chitarra voce e bodhran o in trio con Giovanni e Alberto , oppure con la band al completo in spettacoli teatrali o feste di piazza . Consideriamo anche le innumerevoli collaborazioni nate lungo la strada , come ad esempio quella con gli amici della Bandabardò , oppure le serate speciali passate insieme al grande Enzo Avitabile, o con un compagno di viaggio ‘particolare’ come Francesco Magnelli con il quale condivido spesso palco, idee, canzoni e , non ultimo , lo spettacolo Stazioni Lunari !
Penso anche alle serate improvvisate insieme all’Orchestra Multietnica d’Arezzo , dove sono nate versioni uniche di vecchi cavalli di battaglia , o anche a quel concerto di Rovereto , dove a sorpresa sale sul palco Massimo Bubola e duettiamo su un brano storico del suo repertorio.
Ecco perche mi è venuto in mente di realizzare un disco live che potesse rappresentare un po’ tutti questi aspetti artistici, collaborazioni comprese , ovviamente scegliendo e lavorando il materiale più adatto perchè purtroppo non tutto è stato registrato.
Quindi quello che avete tra le mani non è un classico disco live registrato durante una serata speciale del tour , ma un montaggio del meglio di più eventi e di varie serate, che cerca di rappresentare un percorso cominciato alcuni anni fa, con l’uscita da un gruppo come i Modena City Ramblers, e che prosegue con nuovi compagni di viaggio , affondando però le proprie radici musicali ed intellettuali in un passato e in un repertorio comune.
Per finire abbiamo cercato di rappresentare con questo disco le varie anime di tutti i progetti realizzati in questi anni con un limite oggettivo di tempo e spazio nonostante il doppio CD e il quadruplo vinile .
Spero che il lavoro realizzato sia di vostro gradimento e che il tanto materiale inserito non sia troppo d’impegno all’ascolto.
Asevdòm ragasou !
Cisco

  • Ecco la lista dei brani contenuti nel ‘Volume uno’.

CISCO
DAL VIVO VOLUME UNO
CD 1
1 Pasolini con Marco Giuradei al piano
2 Bodhran Medley a Firenze Terra rossa, Contessa, I cento passi
3 Il mulo
4 Multumesc
5 La lunga Notte
6 A las barricadas
7 Onda Granda con Momar alla voce
8 Ebano
9 Tina
10 Come se il mondo

CD 2
11 Best
12 Zelig
13 Rumelay con Francesco Magnelli
14 Miserlù + Clan Banlieue con l’Orchestra Multietnica d’Arezzo
15 Una perfecta excusa con la Bandabardò
16 Fuochi nella notte di San Giovanni con Francesco Magnelli
17 Bella ciao cantata dal Popolo
18 Canzone dalla fine del mondo
19 Ninnananna con Giovanni e Alberto

28^ ed. “Le immagini della fantasia” – Monza

Pasolini

di Ettore Giuradei & Malacompagine

Dove sono le armi?

io non conosco

che quelle della mia ragione

e nella mia violenza

non c’è posto

neanche per un ombra d’azione

Non intellettuale

faccio ridere

ora se suggerite dal sogno

in un grigio mattino che videro

morti

e altri morti vedranno

ma per noi non c’è

che un ennesimo mattino

e grido parole di lotta

Se ne vanno

aiuto si voltano le schiene

le loro schiene

sotto le eroiche giacche

di mendicanti di disertori

sono così serene le montagne

verso cui ritornano batte

così leggero il mitra

sul loro fianco al passo

che è come quello

di quando cala il sole

sulle intatte

forme della vita

tornata uguale

nel basso e nel profondo

aiuto se ne vanno

tornano ai loro silenti giorni

di Marzabotto o di via Tasso

con la testa spaccata

la nostra testa

tesoro umile della famiglia

grossa testa di secondo genito

mio fratello riprende

il sanguinoso sonno

solo tra le foglie secche

e i caldi fieni

d’un bosco delle prealpi

nel dolore e la pace

d’un interminabile domenica

eppure

questo è un giorno di vittoria

e i caldi fieni

d’un bosco delle prealpi

nel dolore e la pace

d’un interminabile domenica

eppure

questo è un giorno di vittoria

PREMI IL LINK QUI SOTTO PER ASCOLTARE LA CANZONE

Il fuori onda del Piccolo Padre

Riportiamo un articolo satirico apparso sul Manifesto il 4 Dicembre 2009, firmato Stefano Benni.

BERLUSCONI-PUTIN

Il fuori onda del Piccolo padre di Stefano Benni

Scena: la basilica di San Pietro. Una strana sagoma avvolta in un mantello nero striscia fino ai confessionali. Si toglie il mantello. È il premier Berlusconi Si mette un cuscino sotto le ginocchia e accosta il volto alla grata.

-Padre, mi devo confessare.

-Parli pure cavaliere: ancora quella storia delle escort ?

-No padre, quella è roba da niente. Mi sta capitando qualcosa di molto più grave.

-Non si preoccupi. Se le leggi degli uomini prevedono indulgenze e scappatoie, anche la legge di Dio perdona. Diciamo che una bella offerta alla Opus Dei vale quasi come un lodo Alfano.

-Qui non è il solito bieco complotto di altri, stavolta il problema è dentro di me…

-Non capisco…plane et aperte loqui, nec de re obscura – Non parli come una toga rossa. Padre. Io ho scoperto che…che. ..

-Ebbene parli pure presidente,non esiti, si liberi del suo avviso di garanzia celeste…del suo peso, insomma

-Io ho scoperto…di essere comunista…nel senso peggiore del termine… direi quasi..stalinista, ecco.

-Ma è impossibile!

-È un incubo. È cominciato tutto con Putin. Lei non lo conosce, è un figo irresistibile, un vero leader, lui sì che può fare tutto senza rendere conto a nessuno. Ad esempio non dice «frequento casualmente le escort» dice proprio «sono un

puttaniere». Lui i giornalisti rompiballe li fa star zitti davvero. Lui fa patti con la mafia e nessuno gli chiede perché, mentre a me mi mettono in croce . Insomma, quando vado in Russia e mi metto il colbacco fino ai piedi, mi sento a casa e non vorrei più venire via…

-Ma io pensavo che le piacesse l’Italia…

-L’Italia è un paesucolo irriconoscente che non sa riconoscere la mia grandezza. Putin è come me, viene dal mondo del lavoro, ha mandato avanti un azienda con milioni di impiegati, il Kgb. È un uomo generoso, mi ha regalato un letto a tre piazze, anzi come ha detto lui, a tre piazze Rosse. È un leader pieno di humour e non deve spiegare le sue battute come devo fare io in Italia. Ma soprattutto lui e gli altri dittatori dell’est hanno il consenso popolare congelato. Come dice giustamente il compagno Napolitano, se hanno la maggioranza, nessuno li tocca.Ma anche se hanno la minoranza, o un trenta per cento come me, nessuno può rimuoverli. Possono anche truccare le elezioni, se vogliono. Lì l’immunità è una cosa seria. E hanno quei bei mausolei, quelle statue gigantesche, come piace a me…

-Eppure una volta ce l’aveva a morte con loro.

-Sì padre, ma in realtà. io ce l’ho con tutti quelli che contestano l’intoccabilità divina del mio potere. Li chiamo comunisti, ma andiamo, non ci crede più nessuno. Il vecchio comunismo io l’ho studiato, era un’azienda seria, una holding di potere efficientissima, Senza tempi morti, e camere e senati e Fini e Casini tra i piedi. Avevano una formidabile polizia segreta, mentre io mi devo accontentare di qualche giornalista spia. Gli intellettuali si potevano strozzare e nessuno diceva niente.

Un solo partito monolitico e nazionalista del nord-est , altroché l’ appoggio della Lega. Mentre io devo fingere di essere democratico, è uno sforzo che mi spossa…

-In effetti lei mi sembra un po’ stanco…

-Stanco?

Non ne posso più. Ma guardi se Stalin aveva i miei problemi con le donne! Mica doveva versare gli alimenti alla moglie. E se aveva un alleato infido chiamava Berija e trac, sistemato. Io chi mando a sistemare Fini? Bondi che lo tortura con le poesie?

-Cavaliere, lei sta dimenticando che il comunismo era ateo…

-Certo, e infatti non si perdeva tempo ogni giorno coi problemi della libertà di coscienza e le staminali e il crocefisso e i matrimoni gay, che palle. Il futuro è a est, padre! Il futuro è dei Lukashenko di Aliyiev e Nazarbajev. Veri virili tirannelli che non devono rendere conto a nessuno, nemmeno, scusi, a voi del Vaticano…

-Ma che eresie dice!

-Padre, la Russia è il paese per far soldi! Lì hanno il gas. Io vado pazzo per il business del gas. Quei meraviglioso gasdotti, li voglio tutti. Altroché ponte di Messina, io faccio un ponte – gasdotto dalla Sicilia a Berlino. E da lì ,abbiamo davanti solo la Polonia…

-Questa l’ho già sentita

-Insomma, cosa dovrei fare? Il mondo non mi ama. L’America ha eletto un negretto che ce l’ha su con ogni forma di privilegio economico, i giornali europei ci sputtanano ogni giorno, la Cina con la pena di morte ci batte in sicurezza il Giappone sta comprando le televisioni di tutto il mondo e tra poco dovrò sostituire Minzolini con una geisha. Ci resta solo la gloriosa Russia erede dello stalinismo, nuova culla del capitalismo. La Russia dove la povera gente è bastonata da anni, abituata al freddo, alla fame, alla sofferenze. Non hanno tante pretese come da noi. Da loro se hanno due milioni di disoccupati ,neanche ci fanno caso. E poi hanno il calcio migliore. Il Chelsea di Abramovic e le squadre siberiane giocano meglio del Milan. No , padre è ora di cambiare!

-E cioè?

-Uscirò dalla Nato e chiederò l’annessione alla grande madre Russia. E fonderò in Italia il partito unico obbligatorio, il partito berluscevico. Ho già un programma: Fini e Di Pietro in manicomio, chiusura dei giornali, dei sindacati e un milione di betulle al posto dei tribunali. Finalmente il mio grande destino sta per compiersi! Maledetti ingrati, nonmi scaricherete! Io Silvio il piccolo padre, lo zar, l’uomo di acciaio…

-Lei ha le idee confuse, si calmi…

-Non parli così, o dovrò considerarla un disfattista al servizio della controrivoluzione internazionale. Il partito berluscevico farà giustizia dei traditori come lei. La mando a fare il parroco aOmsk o a Imola. La strozzo con le mie mani!

-Quand’è così la assolvo.

-Grazie padre. Allora, posso far fuori Fini?

-No

-Posso mandare i carri armati contro il No B-day?

-No, si faccia insegnare le nuove strategie di piazza da Putin.

-Lei è veramente un ottimo consigliere. Allora da domani io sono ufficialmente lo zar Berluskonovic. Io ho fatto molto contro i comunisti, quindi posso anche essere un po’ comunista, io ho fatto molto contro la mafia, quindi…

-Basta così cavaliere, il suo tempo è scaduto. Dopo di lei c’è Rutelli, quello parla per tre ore e mezzo. La assolvo. Tre pater tre ave e tre milioni di euro sul nostro conto a Ginevra. Vada con se stesso…

-Grazie padre. È bello sapere che c’è un luogo ove confidarsi senza trovare sui giornali o in video tutto quello che hai detto. La ringrazio di avermi ascoltato, padre… posso sapere il suo nome?

-Padre Registro… dell’ordine dei BeatiMicrofonati…

-Che strano nome. Beh, arrivederci, anzi amen, anzi dasvidania…

Il cavaliere se ne va. Dal confessionale escono due tecnici con telecamere e registratori, e un sacerdote trionfante, che subito parla al telefonino:

-Santità? Santità? Buone notizie. Anche noi, finalmente, abbiamo un fuori onda!

Appello del Maestro Barenboin, direttore della serata d’apertura della Scala.

Signor Presidente della Repubblica, Autorità, Signore e Signori,

sono molto felice di dirigere anche questo anno il sette dicembre alla Scala, sono molto onorato di essere stato dichiarato Maestro Scaligero.

Per tale titolo, ma anche in nome di tutti i miei colleghi che suonano, cantano, ballano, e lavorano non soltanto in questo magnifico teatro, ma in tutti i teatri di Italia per dirvi a qual punto siamo profondamente preoccupati per il futuro della cultura nel nostro paese e in Europa, e se mi permettete, vorrei che ricordiamo insieme il articolo 9 della Costituzione Italiana:

“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e Artistico della Nazione”.

Applausi scroscianti del pubblico, emozione per Napolitano, scazzo per la Moratti e botte per i manifestanti all’uscita.

7 Dicembre 2010

Triste annuncio, l’Università è morta.

“Vieni via con me”. Ma perchè piace?

Così titola un articolo apparso su Liberazione del 17 novembre firmato Roberta Ronconi.

La giornalista ammette i propri errori, confessa di aver sbagliato i pronostici riguardo il fortunato programma di Fazio e Saviano targato Rai3.

Erano state sollevate critiche nei confronti dello spettacolo, troppa retorica, presunzione, noia, tutte tesi smontate dal grande successo ottenuto (da 8 milioni a 9 nelle prime due puntate) e dall’entusiasmo giovanile dimostrato.

Perchè piace?

È una bella domanda, forse soggettiva, forse no.

Proverò a rispondere con un elenco, lo strumento preferito in studio.

Un elenco dei motivi che spingono un giovane studente a bearsi davanti a questo programma e a decidere se restare … o andare.

“Vieni via con me” mi piace:

  • perchè finalmente c’è un programma serio in TV
  • perchè non si vede finzione
  • perchè dice le cose come stanno, anche se un po’ diluite
  • perchè non si litiga e non si urla
  • perchè colpisce l’attenzione
  • perchè si ride di gusto
  • perchè ci si incazza
  • perchè si ascolta buona musica
  • perchè Fazio è un bravo conduttore
  • perchè Saviano è un bravo scritore
  • perchè gli ospiti non provengono dal Grande Fratello
  • perchè ti fa riflettere
  • perchè si parla di mafia, di valori, dell’Italia
  • perchè è stato ostacolato da tutti
  • perchè fa incazzare Maroni
  • perchè ti mette davanti alla scelta
  • perchè chi parla racconta se stesso
  • perchè prendi coscienza di essere italiano, “per fortuna  o purtroppo” (cit. Gaber)
  • perchè te ne vuoi andare
  • perchè vuoi restare
  • perchè ne vuoi parlare il giorno dopo
  • perchè, alla fin fine, dice quello che già pensi, ma nessuno ti aveva preso sul serio.

Alla mia nazione

Pier Paolo Pasolini

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico

ma nazione vivente, ma nazione europea:

e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,

governanti impiegati di agrari, prefetti codini,

avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,

funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,

una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!

Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci

pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,

tra case coloniali scrostate ormai come chiese.

Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,

proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.

E solo perché sei cattolica, non puoi pensare

che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.

…..”Sprofonda in questo tuo bel mare,

libera il mondo.”

Cultura, cara cultura…

Quanta gente usufruisce della prima fonte pubblica di sapere: la Biblioteca?

Tanti, davvero tanti utenti. Chiedete pure ai cortesi dipendenti come si articola la giornata lavorativa, quanto lavoro ci sia da fare e quanto pochi siano i fondi e le energie. Prestiti, rinnovi, consultazioni…aiuto totale nella ricerca di un documento cartaceo e non…riordinare i libri disposti in maniera scientifica per argomento…e come se non bastasse si deve fare i conti con l’intero sistema interbibliotecario che noi cittadini usufruiamo: Brianza Biblioteche; una vasta ed efficente rete brianzola di biblioteche (35 in totale!) in cui il libero scambio di sapere è al primo posto.

Insomma la nostra biblioteca è il fulcro del sapere libero e gratuito, il centro di formazione per bambini, di studio per ragazzi, lettura, informazione o anche solo relax tra gli scaffali per adulti, luogo di incontro per anziani. E questo a pochi passi da casa e gratuitamente!

La biblioteca pubblica è il centro informativo locale che rende prontamente disponibile per i suoi utenti ogni genere di conoscenza e informazione.

I servizi della biblioteca pubblica sono forniti sulla base dell’uguaglianza di accesso per tutti, senza distinzione di età, razza, sesso, religione, nazionalità, lingua o condizione sociale. Servizi e materiali specifici devono essere forniti a quegli utenti che, per qualsiasi ragione, non abbiano la possibilità di utilizzare servizi e materiali ordinari, per esempio le minoranze linguistiche, le persone disabili, ricoverate in ospedale, detenute nelle carceri.

Ogni fascia d’età deve trovare materiale rispondente ai propri bisogni. Le raccolte e i servizi devono comprendere tutti i generi appropriati di mezzi e nuove tecnologie, così come i materiali tradizionali. L’alta qualità e la rispondenza ai bisogni e alle condizioni locali sono fonda. mentali. I materiali devono riflettere gli orientamenti attuali e l’evoluzione della società, cosi come la memoria dell’immaginazione e degli sforzi dell’uomo.” (Manifesto UNESCO delle biblioteche pubbliche)

Libero accesso all’informazione: frase da scolpire nelle nostre case, come sinonimo di libertà e uguaglianza.

Un altro dato interessante arriva dalle Linee guida IFLA\UNESCO per le biblioteche pubbliche, in particolare dagli standard delle raccolte librarie: “Una raccolta libraria già costituita dovrebbe comprendere, come indicazione generale, tra 1,5 e 2,5 libri per abitante.

Bene… Muggiò conta poco più di 23.000 abitanti (secondo le stime aggiornate a fine 2009 del Comune).

Facciamo qualche piccolo conto: con una media di 2 libri per abitante (standard UNESCO) la nostra biblioteca dovrebbe contenere 46.000 volumi (o comunque una cifra compresa tra i 34.500 e i 57.500 volumi, seguendo la logica sopra citata).

Ebbene, sempre secondo le stime del Comune (tutto documentato sul sito istituzionale) il patrimonio della nostra biblioteca ammonta a più di 28.000 libri.

Un po’ pochini per gli standard internazionali.

Certo, non c’è più spazio nella sede attuale, non ci sono forze lavoro, non ci sono soldi…

Ma la politica muggiorese sembra ignorare le esigenze, i disagi e i problemi del nostro primo centro di sapere!

Quanti fondi vengono stanziati per la bilbioteca, invece di promuovere feste e festicciole a base di format televisivi (vedi Miss Italia)?

Quanto interesse ha l’amministrazione nei confronti del sapere contenuto in quell’edificio?

Quanti politici (domanda banale ma efficace) hanno la tesserina della biblioteca e frequentano l’ente?

Quale futuro si prospetta davanti al sapere e alla cultura di accesso pubblico nell’era dei grandi tagli?

Vigiliamo sulla nostra biblioteca e portiamo avanti progetti, proposte, appelli a favore di essa;

libera Cultura in libero Stato!

Valley of Neptune

A 40 anni dalla scomparsa di uno dei pilastri della musica, Jimi Hendrix, è uscito in commercio un nuovo album, Valley of Neptune (in ricordo del primo singolo scritto nel 1969), costituito interamente da brani inediti.

I 12 brani sono chiaramente riconoscibili già dalle prime battute, lo stile di Hendrix è inconfondibile grazie agli assoli di chitarra ormai senza tempo; tutti i brani sono scritti e composti dall’artista scomparso eccezion fatta per due brani, “Bleeding Heart” e “Sunshine of your Love”, quest’ultimo conta la partecipazione di Eric Clapton.

Valley of Neptune è un vero e proprio tributo alla musica e a Jimi Hendrix.

James Marshall “Jimi” Hendrix (1942 – 1970) è stato un chitarrista e cantante statunitense. È considerato uno dei più grandi chitarristi della storia della musica, oltre che uno dei maggiori innovatori nell’ambito della chitarra elettrica: durante la sua parabola artistica, tanto breve quanto intensa, si è reso precursore di molte strutture e del sound di quelle che sarebbero state le future evoluzioni del rock (come ad esempio l’hard rock) attraverso un’inedita fusione di blues, rhythm and blues, rock and roll, psichedelia e funky.

Secondo la classifica stilata nel 2003 dal Rolling Stone Magazine è lui il più grande chitarrista di tutti i tempi.

La sua esibizione in chiusura del festival di Woodstock del 1969 è divenuta un vero e proprio simbolo: l’immagine del chitarrista che, con dissacrante visionarietà artistica, suona l’inno nazionale americano in modo provocatoriamente distorto è entrata di prepotenza nell’immaginario collettivo musicale come uno dei punti di svolta nella storia del rock.

« Il blues è facile da suonare, ma difficile da sentire » (Jimi Hendrix)
tratto da Wikipedia 

Tracks:

  1. Stone free
  2. Valleys of Neptune
  3. Bleeding heart
  4. Hear my train a comin
  5. Mr. Bad Luck
  6. Sunshine of your love
  7. Lover man
  8. Ships passing through the night
  9. Fire
  10. Red house
  11. Lullaby for the summer
  12. Crying blue rain

L’uomo che verrà

L' uomo che verrà

In questa pagina la recensione del film pubblicata da Liberazione il 22 Ottobre 2009.

BACKSPACER

Nei mesi scorsi è arrivato il nono e, per ora, ultimo album in studio della mitica band statunitense, i Pearl Jam.

Il loro  grande successo, fenomeno esploso negli anni novanta, consente al gruppo di lanciare questo nuovo disco ad un ampio pubblico amante del rock e dell’alternative rock.

Nei brani, occasionalmente molto brevi (2-3 minuti in media), la voce di Eddie Vedder (il cantante capellone) si sente ancora grintosa e coinvolgente, accompagnata da qualche assolo strumentale niente male.

Affiancati a pezzi rock si possono ascoltare dei brani strumentali come “Just Breathe” (ripresa di un noto brano composto da Vedder per la colonna sonora del fim Into the Wild) e il finale “The End”.

L’album è intitolato alla “barra spaziatrice” (backspacer) delle macchine da scrivere; il cantante infatti ammette di utilizzare ancora le “nonne” macchine da scrivere per i suoi pezzi.

Non si trattiene neanche dal criticare chi utilizza i tasti delle macchine inutilizzate per farne collane e monili: “Per me è come la zuppa di pinne di squalo: uccidi macchine da scrivere per ricavarne braccialetti!”.

Buon ascolto e buona immersione nella musica e nei testi (ogni volta sorprendenti) dei Pearl Jam!

BRANI

  • Gonna See My Friend – 2:48 (Vedder)
  • Got Some – 3:02 (Ament/Vedder)
  • The Fixer – 2:59 (Cameron, Gossard, McCready/Vedder)
  • Johnny Guitar – 2:50 (Cameron, Gossard/Vedder)
  • Just Breathe – 3:36 (Vedder)
  • Amongst the Waves – 3:59 (Gossard/Vedder)
  • Unthought Known – 4:09 (Vedder)
  • Supersonic – 2:40 (Gossard/Vedder)
  • Speed of Sound – 3:34 (Vedder)
  • Force of Nature – 4:04 (McCready/Vedder)
  • The End – 2:57 (Vedder)

EPITAFFIO di Carl Hamblin

La macchina del “Clarion” di Spoon River venne distrutta,

e io incatramato e impiumato,

per aver pubblicato questo, il giorno che gli anarchici furono impiccati a Chicago:

“Io vidi una donna bellissima, con gli occhi bendati

dritta sui gradini di un tempio marmoreo.

Una gran folla le passava dinanzi,

alzando al suo volto il volto implorante.

Nella sinistra impugnava una spada.

Brandiva questa spada,

colpendo ora un bimbo, ora un operaio,

ora una donna che tentava ritrarsi, ora un folle.

Nella destra teneva una bilancia;

nella bilancia venivano gettate monete d’oro

da coloro che schivavano i colpi di spada.

Un uomo in toga nera lesse da un manoscritto:

‘Non guarda in faccia a nessuno’.

Poi un giovane col berretto rosso

balzò al suo fianco e le strappò la benda.

Ed ecco, le ciglia eran tutte corrose

sulle palpebre marce;

le pupille bruciate da un muco latteo;

la follia di un’anima morente

le era scritta sul volto.

Ma la folla vide perché portava la benda”.

Risponde Ferrero

La politica – oggi come mai – è molto lontana dai problemi della gente.

Discute dei propri guai, dei processi di Berlusconi, del modo migliore di controllare i giudici o i media.

O di come adeguarsi a questo andazzo dando l’impressione di fare un’«opposizione responsabile».

Chi, come noi, è fuori dal «giro giusto», fa parte di un altro mondo, è invisibile.

Bene, se questa è la situazione, sarà meglio che cominciamo a discutere insieme su come si va avanti, come ci si confronta, organizza, mette insieme.

E perché farlo. ferrero%202

Tra noi, tra persone che fanno i conti ogni giorni con le conseguenze della crisi economica, con il lavoro che manca per i figli e per i padri, con le pensioni dei nonni ormai ridotte – quando va bene – a ultimo «ammortizzatore sociale» familiare.

Non per consolarci con i guai comuni, ma per trovare la forza, le ragioni, i modi, di diventare soggetto collettivo.

Di uscire dalla solitudine forzata, in cui magari ognuno si sente «padrone in casa sua», ma appena fuori dalla porta torna ad essere una preda.

Dei poteri forti, delle imprese, delle faine con due gambe.

Paolo Ferrero risponde ogni giovedì sul sito http://www.rifondazione.it/rf.

Le domande possono perciò essere registrate fino alle 12 di ogni mercoledì. Oltre alle normali regole che presidiano la comunicazione on line – per cui rimandiamo alle Faq – le domande non verranno prese in considerazione solo se estranee all’argomento proposto ogni settimana, a partire dal venerdì mattina, sul settimanale L’Espresso, il quotidiano Repubblica, il quotidiano Liberazione, il sito repubblica.it e tutti i siti e i blog che via via aderiranno a Risponde Ferrero.

PAOLO FERRERO, nato a Pomaretto (To) il 17 novembre 1960. Ha due figli. Diploma di perito tecnico industriale. Obiettore di coscienza, a 19 anni inizia a lavorare in FIAT come operaio. Collocato in cassa integrazione a “zero ore”, viene eletto delegato sindacale della FIOM e fonda con altri lavoratori in CIG la “Cooperativa Agrovalli”. Successivamente ha ricoperto ruoli di direzione nella CGIL e nella Federazione Giovanile Evangelica Italiana – FGEI, di cui è stato segretario nazionale.  Iscritto al Partito della Rifondazione Comunista. Responsabile dell’area politiche del lavoro, economiche e sociale del PRC, fa parte della segreteria nazionale del partito dal 1995 al 2006. Da giovane si iscrive a Democrazia Proletaria e negli anni successivi entra negli organismi dirigenti del partito. Eletto deputato nella XV° legislatura si è dimesso in seguito alla nomina a Ministro della Solidarietà sociale nel II° Governo Prodi.    Nel tempo libero pratica l’alpinismo e si diletta a suonare  vari strumenti.

tratto dal blog di Paolo Ferrero, http://www.paoloferrero.it/

Senza democrazia. Per un’analisi della crisi

20/11/2009

Milano

casa della Cultura – via Borgogna 3

ore 20.30

Senza democrazia. Per un analisi della crisi

Presentazione del libro di Alberto Burgio “Senza democrazia. per un’analisi della crisi

Ne discutono con l’autore: Giorgio Galli, Giorgio Lunghini, Mario Vegetti

Introduce: Marco Dal Toso

Precario a scuola? Meglio l’Africa!

Pubblichiamo la lettera che un coraggioso insegnante precario, Emiliano Sbaraglia, ha deciso di spedire al ministro Gelmini.

Emiliano, siamo con te!!!

Caro Ministro, voglio confidarLe una cosa: sono stanco. Sono stanco di sperare nella buca della posta, in attesa di una convocazione che, già so, non arriverà mai prima della metà di ottobre (quest’anno men che mai). O almeno le mie personali statistiche, accumulate in un decennio di insegnamento precario, dicono questo. Dicono anche, quando la convocazione arriva, che non durerà molto, e chissà quando ne arriverà un’altra. E chissà quando arriveranno i soldi. Quando va bene, la media è due mesi dalla scadenza del contratto.

Sono stanco al sol pensiero di ricominciare un altro anno scolastico con questi presupposti. Il sol pensiero, alcuni giorni, mi toglie quel sorriso che, per natura e per una fortuna caratteriale, assaporo la mattina quando apro gli occhi. Il mio solito buonumore, da qualche anno, comincia a dissolversi con il dissolversi dell’estate, con l’incombere della riapertura delle scuole. Ma non perché non abbia voglia di lavorare, anzi, esattamente per il motivo opposto: perché avrei voglia di lavorare, di svolgere il lavoro che sento di saper fare (e di voler fare) tra tutti quelli che sono costretto a mettere insieme per guadagnarmi un’esistenza dignitosa. Diciamo decente.

Sono stanco, quando finalmente una supplenza arriva, di firmare contratti di venti, massimo quaranta giorni, senza mai avere la possibilità di organizzare un programma didattico completo, sempre in bilico, aggrappato a un rinnovo di cui nulla si sa, se non all’ultimo momento.

Sono stanco di lasciare una classe alla quale mi affeziono, con la quale comincio a condividere una parte della mia vita che poi devo interrompere a bruciapelo, da un giorno all’altro.

Sono stanco di subire i conseguenti sbalzi di umore.

Sono stanco di inventarmi in continuazione altri lavori per sopravvivere.

Sono stanco, con tutto il rispetto, di ascoltare la sua voce, e di leggere le sue interviste. Mi sembra tutto così lontano. Così falso. Così illogico. Oddio, mettendomi nei Suoi panni mi rendo conto che una logica ce l’ha. Il succedersi degli eventi e le cifre che ne scaturiscono parlano chiaro. Al momento del Suo insediamento, raccontano alcune cronache, Le è stato chiesto di recuperare attraverso il Suo dicastero una parte dei soldi utili ad accontentare altri dicasteri ritenuti più importanti (mi chiedo: c’è qualcosa di più importante per un paese della pubblica istruzione?). E lei, diligentemente, ha eseguito il compito assegnatoLe.

Il che, numericamente tradotto, significa otto miliardi di euro da rastrellare entro tre anni, recuperabili attraverso il taglio di oltre 130.000 posti di lavoro, aumentando il numero di studenti nelle classi, spazzando via dalle graduatorie una quantità impressionante di insegnanti, o aspiranti tali, abolendo di fatto la cosiddetta “terza fascia”.

Senza dimenticare di strizzare l’occhio alle scuole private, e alla richiesta di rendere centrale e obbligatoria l’ora di religione da parte di chi, in teoria, dovrebbe occuparsi di un altro Stato, non di quello italiano.

Sono stanco di vedere, Lei non ci crederà, i miei colleghi (o aspiranti tali) arrampicarsi sui cornicioni o girare davanti agli ingressi delle “loro” scuole in mutande, per manifestare tutta la loro disperazione. Non riesco più a vederli, neanche in televisione. E non riesco più a guardarli dritto negli occhi, quando mi capita di incontrarli.

Come avrà intuito, Ministro, sono piuttosto stanco. Così ho deciso di riposarmi un po’, ma allo stesso tempo di rimanere attivo (dovessi sentirmi dire anche da Lei che sono un “bamboccione”, o peggio, un “fannullone”).

Ecco perché ho deciso, ancora una volta, di partire.

Qualche tempo fa, in una delle tante pause tra una convocazione e l’altra, ho accettato la proposta di una rivista per un reportage nel sud di Dakar, in un villaggio dove alcuni italiani di buona volontà hanno costruito un centro di accoglienza per bambini, nel quale insegnano loro il francese, lingua nazionale, dandogli in questo modo la possibilità di un futuro. Alla fine della mia permanenza il direttore del centro mi disse: “Sto seguendo quello che accade nel nostro paese. Se non la fanno insegnare in Italia, qui di insegnanti ne abbiamo bisogno come il pane…”.

Ebbene, nei prossimi mesi insegnerò in Africa.

Mi creda, caro Ministro, non è una scelta così coraggiosa come potrebbe apparire. Ci si sente bene, aiutando persone che hanno bisogno di te, e che apprezzano immensamente quanto tu sei pronto a fare per loro. Ci si sente meglio. Ci si addormenta senza patemi; e la mattina, quando apri gli occhi, torna il sorriso. Torna quel buonumore di cui sopra. E poi ho pensato, con un pizzico di perfidia, che in un certo senso questa scelta avrebbe fatto piacere anche a Lei, Ministro, e al governo che Lei rappresenta. Due piccioni con una fava, almeno per qualche tempo: un disoccupato in meno, un precario di meno, che inoltre va pure a insegnare in Africa. Magari così restano nel loro paese, invece di arrivare nel nostro. La invito quindi a considerare questa mia trasferta africana non solo come un’importante e ulteriore esperienza didattica che, ne sono sicuro, migliorerà la qualità del mio insegnamento, ma anche come una forma di protesta nei Suoi confronti. Una protesta individuale, inevitabilmente poco efficace, originale ma poco pratica.

Il fatto è, come ho cercato di spiegare, che sono stanco. Mentalmente stanco. E non riesco a sostare con le tende in viale Trastevere, davanti al Suo dicastero, né a partecipare alle infinite manifestazioni che si moltiplicheranno in questi mesi. Da questo punto di vista ha vinto Lei, almeno contro di me.

Una collega mi ha rimproverato: “Così ci lasci da soli, e il Ministro non saprà mai della tua forma di protesta. Quello che stai facendo, per quanto mi riguarda, è del tutto inutile”. Le parole della collega mi hanno scosso, un po’ anche ferito. E forse sono state soprattutto quelle parole a convincermi che forse era arrivato il momento di scriverLe questa lettera. Perché ormai ho preso la mia decisione: e il mio bagaglio, leggero come la libertà, è praticamente pronto.

Arrivederci Ministro, dunque. Arrivederci a quando il vento dell’oceano avrà d’incanto portato via la mia stanchezza. Arrivederci a presto. Molto presto. Cordialmente. Emiliano

26 ottobre 2009

Nightbook: il nuovo album di Ludovico Einaudi

ludovico_einaudi_nightbook

Torna sul palcoscenico internazionale il pianista milanese, maestro delle emozioni grazie alle sue note, Ludovico Einaudi, con un nuovo album: “Nightbook”.

L’attesissimo album, dopo “Divenire”, rappresenta un cambiamento col passato; l’attenzione non è più riposta nei mutamenti esterni, nell’eterno divenire, ma Einaudi “interiorizza” il suo viaggio musicale, si focalizza sul mistero insvelato dentro di noi.

“Un paesaggio notturno. Un giardino rischiarato dalla luce della notte. Nel cielo scuro qualche stella, le ombre degli alberi intorno. Alle mie spalle una finestra illuminata. Quello che vedo è familiare e al tempo stesso sconosciuto. È come in un sogno, tutto può succedere.”

Così commenta il suo lavoro, come una foto scattata in un mondo buio e ricco di mistero: il mondo che vive dentro di noi.

“Nightbook è un percorso, ogni brano è il capitolo di una storia, la sfaccettatura di un prisma, uno sguardo possibile sulle esperienze che appartengono al lato più onirico, più interno di noi stessi, la musica apre delle porte su mondi nascosti. Ascoltandola, ognuno può riuscire a entrare in contatto con le proprie emozioni profonde”.

Accogliamo l’invito a lasciarci incantare dalle sue melodie e dalle sue note senza fine, i brani si presentano innovativi, grazie ai molti strumenti usati per accompagnare, alla pari, il pianoforte; straordinarie le esecuzioni degli archi.

Ancora una volta Ludovico Einaudi ci permette di sognare!

BRANI:

1) In Principio

2) Lady Labyrinth

3) Nightbook

4) Indaco

5) The Snow Prelude N.15

6) Eros

7) The Crane Dance

8 ) The Snow Prelude N.2

9) The Tower

10) Reverie

11) Bye Bye Mon Amour

12) The Planets

Lineamenti di un necessario percorso di cultura comunista

gattocomunisti

gattocomunisti

Il Partito dei Comunisti Italiani ed il Partito della Rifondazione Comunista promuovono un ciclo di lezioni dal titolo “Lineamenti di un necessario percorso di cultura comunista”.

Le lezioni avranno inizio il prossimo Lunedì12 Ottobre alle ore 21:00 e saranno tenute dal compagno GIUSEPPE BOTTARINI (Università degli Studi di Milano).

Luogo degli incontri: MONZA VIA BORGAZZI 9 (INGRESSO da VIA ORSINI) presso PRC di MONZA e BRIANZA.

PROGRAMMA

La fine del pensiero debole e l’opportunità delle grandi narrazioni

    • Lunedì 12 ottobre 2009 – Prima narrazione: alle radici della communitasCommunitas, una nozione indispensabile per definire l’universo culturale e linguistico di riferimento del nostro itinerario.
    • Lunedì 19 ottobre 2009 – Seconda narrazione: essere e relazioneLa categoria di relazione nella storia del pensiero occidentale (entro il quale si definisce un modello teorico di trattamento razionale dell’esperienza e di società).
    • Lunedì 26 ottobre 2009 – Terza narrazione: communitas e comunismo; elaborazione di un modello politicoIn che modo la coscienza dell’essere (intesa come alterità e relazione) può generare un modello di teoria politica.
      • Lunedì 9 novembre 2009 – Marx e Il Capitale: la costruzione di una grande narrazioneUn itinerario all’interno del laboratorio teorico di Marx impegnato nella stesura del Capitale: lo spazio filosofico e letterario nel quale la sua opera prese forma; le dottrine dell’ultimo Marx.

Modelli di Narrazione

    • Lunedì 16 novembre 2009 – Lenin: Stato e RivoluzioneLa “verità” di Lenin, ovvero la autenticità della sua posizione rispetto alla Russia prerivoluzionaria e alle dottrine marxiste: una riflessione sull’ “opportunità rivoluzionaria”.
    • Lunedì 23 novembre 2009 – Gesù, Il Cristo: Il Discorso della MontagnaL’esperienza radicale dell’alterità, che è il “contenuto” stesso della relazione. La ridefinizione dell’alterità nello spazio dell’amore può rappresentare lo spazio di una sintesi autentica tra l’ideale di una prassi politica di giustizia, di libertà e di uguaglianza, con l’affermazione della smisurata dignità e libertà della persona umana che nel Discorso della Montagna trova una delle sue più violente e profonde espressioni.
      • Martedì 1° dicembre 2009 – La logica dell’Evento e la soglia della singolarità: contro la logica del globaleLa nozione di evento, l’irriducibile singolarità che la caratterizza e che proprio per questo possiede una forza di provocazione universale. In che senso è ancora possibile intendere una prassi politica in termini di eventi rivoluzionari, la cui traccia possa ricostituirsi in un processo continuo e coerente?

Prospettive del comunismo come evento

    • Lunedì 14 dicembre 2009 – Che cosa siamo disposti a pensare. Le intuizioni, senza concetto, sono ciechePrendendo spunto dalla citazione di Kant, al termine di questo cammino, verrà proposto un modello di azione politica che superi la logica del puro fare, del puro rispondere all’istantanea provocazione del reale. Occorre confrontarsi con il “fantasma fondamentale” che media il nostro rapporto con il Reale: il significato conoscitivo dell’ideologia.

UNA VIGNETTA DI MICHELE CAVALIERE

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DEGRADO CITTADINO

Roghi di rifiuti

Una semplice passeggiata in bici può essere rovinata molto facilmente e da cause parecchio sgradevoli.
Passeggiando in alcune stradine “campagnole” ancora si respira l’aria di una Muggiò che era, una Muggiò che ha le proprie radici nei campi, nelle bellezze della natura semplice.
Ma oggi l’aria ha qualche nota soffocante in più: trovandomi su una stradina poco battuta ma che taglia una bella zona di campagna (via della Stradella), appartenente al territorio monzese, ma praticamente adiacente al suolo muggiorese (si trova dietro la centrale elettrica, vicino al golf,a  Taccona), mi sono imbattuto in uno scempio, uno scenario degradante e illegale.
Lungo gran parte della zona di strada sterrata l’erba e gli arbusti lasciano il posto a cumuli di immondizia, rifiuti, sacchetti, legni, ceramiche… montagne di cenere, frutto dei roghi che, a quanto pare, sono all’ordine del giorno in quella zona per eliminare il grosso dei rifiuti.
Si scorgono tra le ceneri, alcune ancora fumanti, batterie di automobili, sanitari, mobili, scarti di vario genere, pezzi di auto, plastica e vetro, rifiuti agricoli e di cantiere.
Gli odori si fanno insopportabili, a causa delle diossine tossiche generate dall’immondizia bruciata, e mi costringono ad allontanarmi, ma faccio in tempo a scattare in tranquillità alcune foto.
Forse per eliminare tutto (ricordo che la discarica è a due passi da questo luogo) ci sarà bisogno dell’intervento dell’esercito italiano, come è successo a Napoli?

C.R. 10\9\2009

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L’APPELLO DEI TRE GIURISTI

L’attacco a “Repubblica”, di cui la citazione in giudizio per diffamazione è solo l’ultimo episodio, è interpretabile soltanto come un tentativo di ridurre al silenzio la libera stampa, di anestetizzare l’opinione pubblica, di isolarci dalla circolazione internazionale delle informazioni, in definitiva di fare del nostro Paese un’eccezione della democrazia. Le domande poste al Presidente del Consiglio sono domande vere, che hanno suscitato interesse non solo in Italia ma nella stampa di tutto il mondo. Se le si considera “retoriche”, perché suggerirebbero risposte non gradite a colui al quale sono rivolte, c’è un solo, facile, modo per smontarle: non tacitare chi le fa, ma rispondere.

Invece, si batte la strada dell’intimidazione di chi esercita il diritto-dovere di “cercare, ricevere e diffondere con qualsiasi mezzo di espressione, senza considerazioni di frontiere, le informazioni e le idee”, come vuole la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, approvata dal consesso delle Nazioni quando era vivo il ricordo della degenerazione dell’informazione in propaganda, sotto i regimi illiberali e antidemocratici del secolo scorso.

Stupisce e preoccupa che queste iniziative non siano non solo stigmatizzate concordemente, ma nemmeno riferite, dagli organi d’informazione e che vi siano giuristi disposti a dare loro forma giuridica, senza considerare il danno che ne viene alla stessa serietà e credibilità del diritto.

Franco Cordero

Stefano Rodotà

Gustavo Zagrebelsky

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La Forza della Condivisione

12^ edizione

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LA STORIA INSEGNA

Nel 1949, esattamente sessant’anni fa, Cesare Pavese pubblica “La casa in collina”; nelle sue pagine troviamo un insegnamento ancora valido e ancora una volta rivolto a tutti noi.
“Fece un passo con me, poi si fermò.
– Non sei mica fascista? – mi disse.
Era seria e rideva. Le presi la mano e sbuffai. – Lo siamo tutti, cara Cate, – dissi piano. – Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista.”
 
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MUSICA E CULTURA

Sabato 18 Aprile  ore 14 – 19

STAGE DI BATTERIA

 

docente: Walter Calloni

Incontri sulla filosofia, metodologia, le materie e la pratica della batteria. Dalla meccanica dei movimenti a tutti i concetti fondamentali per la giusta esecuzione (studio lento, uso del metronomo, rilassamento, concentrazione).

Walter Calloni ha collaborato con numerosi artisti, tra cui Battisti, P.F.M., De Andrè, Dario Fo, Gaber, Jannacci, Vecchioni, Venditti, Pitura Freska, Bubola, Nannini, Mannoia, De Piscopo…
 

Per informazioni e iscrizioni:

Scuola di musica “Albero Musicale”

Via Legnani 4, presso l’Istituto Padre Monti, Saronno(VA)

tel.            02/96704147   02/96704147      02/96704147   02/96704147          02/96704147   02/96704147   02/96704147          02/96704147  02/96704147     02/96704147  02/96704147             02/96704147  02/96704147     02/96704147  02/96704147         02/96704147  02/96704147     02/96704147  02/96704147

Orari di Segreteria:

Lunedì e Giovedì dalle 17.15 alle 19.15

Martedì e Sabato dalle 10.30 alle 12.30

Mercoledì dalle 14.00 alle 16.00

http://www.alberomusicale.it

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Al Lavoro

Al Lavoro

“Al lavoro” è una mostra multimediale incentrata sulle problematiche del lavoro e della sicurezza per raccontare la precarietà, la morte, la fatica, nella convinzione che un buon modo per fotografare la nostra società sia capire come essa paga chi lavora, quali condizioni gli impone, quali diritti gli riconosce, quanti lavoratori uccisi è disposta a tollerare.

Fotografie, incontri, video, interviste, installazioni, film…

DA NON PERDERE!

Dal 23 gennaio all’8 febbraio 2009
Spazio MIL, Via Granelli – SESTO SAN GIOVANNI-
Ingresso libero
lunedì – venerdì ore 12-21
sabato e domenica ore 10-21

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“Rimuove responsabilità israeliana”. “Opera importante e bella”.

“Valzer con Bashir” divide Manifesto e Liberazione

Valzer con Bashir

La pellicola ‘Valzer con Bashir’, in arrivo nelle sale italiane, è diretta dal regista israeliano Ari Folman, che partecipò, da soldato diciannovenne, al massacro di uomini, donne e bambini nei due campi rifugiati per palestinesi che si trovavano in Libano. E che, col film, tenta di superare quello che fu anche per lui un trauma. Ma i suoi ricordi aprono un dibattito a distanza tra il quotidiano del Prc e il ‘quotidiano comunista’.

Per ‘Liberazione’ si tratta di “un’opera importante e bella”. “A rigor di cronaca, allora furono i falangisti cristiani libanesi a macchiarsi di quel delitto atroce, in rappresaghlia della morte di Bashir Gemayel presidente (di destra) designato e ucciso 9 giorni prima dell’investitura in un attentato. Ma per tre lunghissimi giorni l’allora ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon e il suo Stato maggiore ignorarono prima e poi avallarono e favorirono il genocidio (nonostante gli accordi con Reagan, peraltro)”. A partire dagli stessi dati storici, il ‘manifesto’ conclude che il “valzer” del film è “stonato” perché “rimuove la partecipazione e la responsabilità di Israele”.

“Ecco che Folman ci passa dal rimorso alla contraffazione della Storia. I ricordi sono pieni di buchi neri, mancano caselle, il filo del racconto si strappa e per uscire dal trauma Folman ci mostra figurine astratte, controluce su un mare in fiamme, attonite di fronte all’evento che accade oltre il loro sguardo e per colpa esclusiva di qualcun’altro. ‘Le milizie falangiste cristiane sono totalmente responsabili del massacro. I militari israeliani non erano al comando’, sostiene. L’ex giovane soldato Ari Folman può finalmente tirare un sospiro di sollievo, non ha ucciso civili inermi.

In quanto ad Ariel Sharon, allora ministro della difesa… se c’era, dormiva”.

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IN RICORDO

Fabrizio De Andrè

Genova, 18 febbraio 1940 – Milano, 11 gennaio 1999

A 10 anni dalla sua morte resta ancora vivo il ricordo di uno dei più grandi artisti italiani; cantautore e poeta Fabrizio ha cantato la vita di ognuno di noi, senza distinzione, ha raccontato di immigrati, prostitute, delinquenti, ricordandoci ogni volta che prima di tutto sono persone tali e quali a noi.

“Ho sempre avuto poche idee, ma in compenso fisse” (F. De Andrè)

GRAZIE FABER!

de_andre_fabrizio

60° ANNIVERSARIO DELLA DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI

10 Dicembre 1948 – Parigi – Viene adottata questa carta di diritti univesali dell’uomo da applicare a prescindere dal periodo storico e dai vari paesi del mondo dall’assemblea delle Nazioni Unite.
Tale Dichiarazione è il frutto della desolazione che la Seconda Guerra Mondiale portò in tutta Europa e nel mondo intero; in quel pezzo di carta (purtroppo non ancora giuridicamente vincolante) vennero stipulati e definiti i diritti di libertà, di uguaglianza,di vita, di nazionalità, di espressione, di democrazia, di istruzione, oltre alla negazione della schiavitù, della tortura, della detenzione ingiusta e la riaffermazione dell’idea di responsabilità, di sicurezza, di un mondo ideale.  Forti sono i riferimenti alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino stipulata a seguito della Rivoluzione Francese nel 1789.  Dai giacobini parigini ai delegati delle Nazioni Unite, attraverso i secoli l’uomo ripercorre la sua storia in cerca finalmente di una chiara manifestazione dei propri diritti in quanto UOMO libero e CITTADINO del mondo, e oggi è giusto ricordare chi ha speso i propri sforzi per vedere realizzato questo sogno: il sogno dell’universalità dei diritti umani.
 

Articolo 1

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

 
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Ma quale libertà?

SCUOLA: RECUPERO DELLE ORE “PERSE” A MANIFESTARE

Sembrerà strano, ma è successo. Al Liceo delle Scienze Sociali C.Porta di Monza una “comunicazione privata”, fatta girare dalla preside F. Cremascoli, aveva dell’incredibile: tutti gli studenti rimasti assenti per un dato numero di ore dovevano recuperare l’assenza frequentando dei recuperi pomeridiani. Fin qua tutto nella norma (più o meno), o comunque era nell’interesse della scuola e dello studente.  Eppure qualcosa fa ancora sorridere. Questa comunicazione è stata divulgata qualche giorno dopo le manifestazioni studentesche anti-decreto Gelmini.  E sempre casualmente i “richiami” pomeridiani sono stati rivolti a quei ragazzi impegnati nelle contestazioni milanesi e monzesi. Ora verrà spontaneo domandarsi: “Perchè proprio dopo le manifestazioni?”,”Perchè se manifesto e giustifico l’assenza sono obbigato a rendere conto delle ore che ho usato per dimostrare che la democrazia esiste ancora?”.  Quale scuola permette che uno studente non abbia il diritto di impegnarsi nelle lotte democratiche e civili? Come è potuto succedere che dalla decisione personale(e ideologica a quanto pare) di una singola persona gruppi consistenti di studenti debbano essere puniti per aver MANIFESTATO LE LORO IDEE?  Come si può punire l’idea di democrazia?
A quanto sembra la scuola italiana è riuscita a fare anche questo. L’importante ora è non fermarsi davanti alle prepotenze e continuare a mettersi in gioco in difesa delle proprie idee.
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Il naufragio di Vladimir

NORMA RANGERI sul Manifesto del 26 Novembre

Dalla Muccassassina, locale romano simbolo della trasgressione, all’Isola dei famosi, cuore televisivo del conformismo popolare, passando per il Parlamento. È la parabola, davvero spettacolare, di Vladimir Luxuria, ieri deputato transessuale di Rifondazione comunista, oggi metafora incarnata del vertiginoso precipizio di un comune sentire. La sua è la classica vittoria di Pirro, il successo di chi alza la coppa del trionfo come fosse la bandiera rossa del transgender mentre in realtà sventola le mutande di Valeria Marini (messe come fascia per i capelli) nella pantomima che la incorona per meglio annullarne l’identità.Non c’è bisogno di scomodare i sacri testi (le note di Giorgio Agamben a «I commentari della società dello spettacolo» di Debord) per convincersi di come «nella piccola borghesia planetaria, nella cui forma lo spettacolo ha realizzato parodisticamente il progetto marxiano di una società senza classi, le diverse identità che hanno segnato la tragicommedia della storia universale, stanno esposte e raccolte in una fantasmagorica vacuità». Gli italiani stanno vivendo da quasi un ventennio l’egemonia sociale, prima ancora che elettorale, di un berlusconismo , che riceve sempre nuove conferme da una classe politica di sinistra affollata di uomini, donne e transessuali convinti di cavalcare una tigre che se li è già mangiati.

In una delle sue incursioni marziane, Adriano Celentano propose, tra i filmati shock, un piccolo «Blob» con scene dall’Isola dei famosi: vallette in tanga che si strappavano i capelli insultandosi, per la gioia del pubblico voyeur. Un concentrato di sessismo, conformismo e luoghi comuni, ovvero il nocciolo duro dei reality. La povera Luxuria (in senso lato vista la sontuosa vincita) è entrata nello show come un volantino stampato («parlerò di problemi sociali e politici»), e ne è uscita come una donnetta da ballatoio. Il massimo della popolarità lo ha infatti raggiunto con la spiata di un flirt tra una bella argentina (Belen Rodriguez) e un rubacuori del jet-set (Rossano Rubicondi), marito di Ivana Trump. «Vi siete baciati» svela Luxuria. «Dici questo perché sei invidiosa di me che sono una donna vera», ribatte Belen. Altro che «rottura del tabù dell’eterosessualità», come scrive Liberazione. Semmai l’incoronazione della reginetta del pettegolezzo nazionale, il trionfo del perbenismo, l’apoteosi del meccanismo conformista che spinge la macchina della televisione italiana. Viceversa, dovremmo sostenere che Cristiano Malgioglio o Platinette sono i portabandiera della libertà sessuale, il Costanzo show la barricata della rivoluzione di genere e il Billionaire di Briatore l’avanguardia dell’emancipazione femminile.

Nella puntata finale, mentre la regia inquadrava le maxi-tette di Mara Venier e della stessa Ventura, la conduttrice sottolineava il bel momento con il suo stile: «A proposito di tettame e di fisicame, qui c’è una che ci batte tutte, è lei, la nostra Pamela Prati!!!!». Tette , culi e famiglia, ecco gli ingredienti sopraffini dell’Isola. Suggellati dalla Foggia in festa per la vincita del suo illustre concittadino. Per ricevere Luxuria i ragazzi della sua città hanno già preparato un bel rap: «Sei bbona, sei tosta». Una vera rivoluzione, ma all’incontrario.

 
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Per tutti gli appassionati di musica (irlandese), per tutti gli interessati e i musicisti.

EIRANN GLENFLEADH DI TESSERETE (SVIZZERA) ORGANIZZA:STAGES DI MUSICA, CANTO E DANZA TRADIZIONALE IRLANDESEwww.glenfleadh.ch

PROGRAMMA:

I corsi per gli strumenti e per il canto si terranno nelle aule delle scuole medie, mentre il corso di danza si terrà nella palestra delle scuole elementari (spogliatoi e docce a disposizione).Per alcuni strumenti, i partecipanti verranno divisi in due classi: avanzati e principianti/iniziati.

VENERDÌ 5 DICEMBRE
Sessions
Dalle 20.00 ca
SABATO 6 DICEMBRE
Strumenti e canto
alle ore 09.00 ritrovo presso le scuole medie di Tesserete, pagamento dei corsi e formazione delle classi
dalle ore 10.00 alle 12.00 corsi
dalle ore 16.00 alle 18.00 corsi
Danza
alle ore 13.30 ritrovo alla palestra delle scuole elementari di Tesserete, pagamento del corso
dalle ore 14.00 alle 17.00 corso
Sessions

dalle ore 18.00

DOMENICA 7 DICEMBRE

Strumenti e canto

dalle ore 10.00 alle 12.00 corsi

dalle ore 16.00 alle 18.00 corsi

Danza

dalle ore 14.00 alle 17.00 corso

Sessions

dalle ore 18.00

LUNEDÌ 8 DICEMBRE
Strumenti e canto
dalle ore 10.00 alle 12.00 corsi
Danza
dalle ore 14.00 alle 17.00 corso
Sessions
pomeriggio e sera
CORSI
Chitarra
Uilleann Pipes (cornamusa irlandese)
Violino
Mandolino
Flauto
Bodhran
Fisarmonica
Canto

 

Danza

COSTI:

€ 60 per il corso di danza

€ 100 per i principianti (corsi strumentali)

€ 120 per gli avanzati (corsi strumentali)

€ 80 per i minori di 16 anni (corsi strumentali)

Associazione Culturale Glenfleadh

Fermo posta

6950 Tesserete

gleanfleadh@yahoo.com

in collaborazione con l’ALBERO MUSICALE di Saronno (VA) – www.alberomusicale.it

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ADDIO A VITTORIO FOA

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Una poesia di Jacques Prèvert

Il Tempo Perso

Sulla porta dell’officina

d’improvviso si ferma l’operaio
la bella giornata l’ha tirato per la giacca
e non appena volta lo sguardo
per osservare il sole
tutto rosso tutto tondo
sorridente nel suo cielo di piombo
fa l’occhiolino
familiarmente
Dimmi dunque compagno Sole
davvero non ti sembra
che sia un pò da coglione

regalare una giornata come questa

ad un padrone?

Jacques Prèvert

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“Il mulo”

Novità Musicali

Dal 5 Settembre è in vendita il nuovo album di una delle nuove voci cantautoriali italiane: Stefano “Cisco” Bellotti, l’ex cantante dei Modena City Ramblers.

Dopo il successo tra il suo sempre fornito pubblico del suo primo album solista “La Lunga Notte”, si ripresenta con un nuovo album chiamato “Il Mulo” in onore alla sua testardaggine e alla sua precisa coscienza politica.

Protagonisti assoluti sono i tipici ritmi e melodie folk cantautoriali, nonchè i temi “impeganti” e ricercati tipici di “Cisco”.

TRACKLIST

1. Il Mulo – canzone sulla testardaggine e sulla volontà di mantenere fede alle proprie idee.

2. Multumesc – “Molte Grazie” in romeno; canzone dedicata alla lunga tradizione del popolo Rom.

3. Sotto le Nuvole – testo dedicato a tutti quelli che credono nell’aldiqua e non vedono altre divinità se non l’uomo stesso.

4. Il Paese delle Mummie – brano dedicato alla nostra vecchia Italia, guidata da vere mummie.

5. Io So Chi Sono – canzone dell’appartenenza; oggi più che mai bisogna sapere chi siamo e dove stiamo andando.

6. Onda Granda – per tutti quelli che aspettano un’onda che li travolga.

7. Funerale per Sigaro e Banda – splendida esecuzione dedicata al chitarrista scomparso di recente dei M.C.R.

8. Fantasmi – brano composto per svegliare tutti quelli che inseguono il fantasma di qualcun altro.

9. I Vestiti del Cielo – commuovente pezzo dedicato alla moglie.

10. Haka – piccolo elogio al mondo del rugby.

11. Olmo – testo in modenese dedicato al neonato figlio.

12. Anime di Passaggio – per tutti quelli che ancora cercano risposte e vagano nel mondo.

Il sito di Glenfleadh

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