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L’uomo che verrà

Recensione a cura di Davide Turrini, pubblicata su Liberazione del 22 Ottoble 2009.

L' uomo che verràDopo la piemontese valle Maira, scenario dell’exploit indipendente Il vento fa il suo giro, tocca alla bolognese bassa valle del Reno. Marzabotto, Casaglia di Monte Sole, Grizzana Morandi: luoghi della memoria, luoghi di massacri nazifascisti. La terra, da quelle parti, è ancora intrisa dal sangue dell’eccidio di 770 civili, perlopiù donne, anziani e bambini, avvenuto tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944.

L’uomo che verrà, interamente recitato in antico dialetto bolognese, di quel vile atto ne è il ricordo arcaico, sguardo “terzo”, naturale, geograficamente promiscuo, ma cinematograficamente sottratto dalla disputa politica nero contro rosso, cattivo contro buono. Il senso diffuso della comunità, della “polis”, su cui si costruisce il film, sta nella vita contadina che odora di stalla, di fame ancestrale, di amore viscerale, di arcaica sacralità religiosa, di neve vera messa in scena senza l’ausilio di ridicoli macchinari del cinematografo hollywoodiano. Realismo antropologico, più che realismo storico, basato sulla rappresentazione materica di una di quelle antiche e numerose famiglie contadine piene di figli, nipoti, letti sovrappopolati non per miseria ma per riscaldarsi corporeamente dal clima freddo. Attimi di assoluta purezza morale, di delicato e sincero umanesimo che Diritti, autore del soggetto del film, nonché della sceneggiatura con i giovani Giovanni Galavotti e Tania Pedroni, riproduce visivamente in sequenze che mancavano al cinema italiano da parecchi lustri. Due esempi. I familiari riuniti attorno al fuocherello della stalla, intenti ad intrecciare cestini di vimini ed a seguire la trasmissione orale del sapere: racconti di guerra passata, descrizione di luoghi lontani impossibili da raggiungere, possibili solo da immaginare. Oppure il semplice ritratto della spoglia cameretta del vecchio nonno immobilizzato a letto, felice nell’osservare, fuori dalla finestra, il ciclico volo delle rondini.

Ne L’uomo che verrà i bambini vengono spidocchiati con il petrolio, mangiano le pesche “a grugno”, masticano fette di pane bagnato da artigianali conserve di pomodoro. Ed è il limpido sguardo della piccola Martina (Greta Zuccheri Montanari), ultima delle figlie di Lena (Maya Sansa) e Armando (Claudio Casadio), rimasta muta dopo la morte dell’ultimo fratellino, a condurci tra castagni, querce, faggi, covoni di fieno, muri di fredda pietra.

La storia, quella che tutti definiscono con la s maiuscola, irrompe improvvisa dentro la comunità contadina, dapprima lambendola (uno dei fratelli di Martina si dà alla macchia diventando partigiano), fino all’inaspettato, totale, tragico coinvolgimento finale. Perché non è disinteresse quello che i contadini, già provati da certe privazioni del fascio locale sui propri raccolti, sentono di fronte all’intruso nazista. Il loro è un universo moralmente intonso, impossibilitato a contemplare una tale sadica violenza distruttiva.

Don Dossetti scriveva nel libro Le querce di Monte Sole, riguardo la resistenza “atipica” delle comunità contadine del luogo: «è innanzitutto un atteggiamento morale, una rivolta interiore contro ogni prevaricazione … sfida dell’amore all’odio, delle fede alla disperazione». Per questo L’uomo che verrà non è film sull’atavico italiano rintuzzar di sciabole a colpi di revisionismo e contro revisionismo storico. Nessun indizio, nemmeno quello dell’esecuzione sommaria del nazista più “umanizzato”, ci deve portare alla logica della parificazione delle parti in causa nella nostra guerra civile. Infatti, nonostante l’inazione, papà Armando è lapidario quando si tratta di sentenziare da che parte stare nel conflitto: «quello che fanno i tedeschi non è di questo mondo va contro tutto quello che sappiamo e che ci hanno insegnato, dobbiamo pensare a cosa vogliamo lasciare ai nostri figli». La sequenza dell’uccisione del tedesco buono è il semplice, oggettivo, frutto dello scrupoloso ricorso a fonti storiche dirette (i sopravvissuti) e indirette, ma non la riscrittura di colpe, di ribaltamento di cause ed effetti che hanno dato vita a dittature e guerre sanguinarie. «Le immagini degli eventi narrati ci consegnano la sintesi del desiderio e del bisogno di solidarietà nelle convivenze umane – ha spiegato Diritti – ci restituiscono il senso delle cose che contano, ridanno valore ad una stretta di mano, ad uno sguardo, ad una preghiera, al cibo, all’amore. Un tutto schiacciato, represso, ma anche valorizzato, nella contrapposizione alla crudeltà delle SS».

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