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Per la pace e la giustizia in Palestina

Posted by PRC Muggiò su giovedì 4 settembre 2014

PROPOSTA DI MOZIONE PER LA PACE E LA GIUSTIZIA IN PALESTINA INVIATA AI CONSIGLIERI COMUNALI.

Una tregua duratura nel conflitto israelo-palestinese sembra essere stata raggiunta.

840b3e0cde_1883198_medNonostante ciò questo estremo conflitto non troverà facilmente una via d’uscita, se prima non si individuano le chiare e prestabilite responsabilità dello stato israeliano.

Prerogative assolute per la pace sono la fine dell’occupazione illegittima, la cessazione della vendita di armamenti (anche italiani), il riconoscimento delle direttive ONU e la costituzione del libero stato della Palestina, nonchè un vero negoziato di pace alla pari.

Non è più tempo di assistere impotenti all’usurpazione dei diritti della gente palestinese e al rischio di perdere ogni forma di sostentamento della popolazione civile: occorre mobilitarsi per la pace.

Se Rifondazione Comunista fosse stata rappresentata nel Consiglio Comunale di Muggiò, avrebbe letto e proposto al voto questa mozione allegata, per la giustizia e la pace in Palestina.

Non essendo fisicamente presenti con un nostro consigliere eletto, inviamo il testo ai consiglieri comunali eletti, con l’augurio che questo scritto venga discusso e approvato nel prossimo Consiglio Comunale.

Di seguito il testo della mozione.

 

 

Mozione per pace e giustizia in Palestina

 

Visto quanto è accaduto nella striscia di Gaza, con l’uccisione di oltre 2000 persone, in maggioranza civili, il ferimento di 11000, la distruzione di migliaia case e di infrastrutture civili indispensabili per la vita e la sicurezza umana della popolazione;

visto che la popolazione civile, non solo palestinese, è in serio pericolo di vita;

visto che non ci può essere soluzione alla questione palestinese e non ci può essere pace per il popolo israeliano e palestinese se non attraverso la condanna dell’occupazione come origine del conflitto, e il congelamento dell’espansione delle colonie come precondizione per la ripresa dei colloqui di pace;

visto che l’Italia è il principale esportatore europeo di sistemi militari a Israele, principalmente a causa di una commessa di aerei da addestramento e combattimento M-346, che il gruppo Finmeccanica ha iniziato a fornire a Israele il 9 luglio 2014, a bombardamenti su Gaza iniziati;

considerato che, dal 1947 ad oggi, sono oltre 60 le Risoluzioni ONU violate da Israele.

 

Il Consiglio Comunale di Muggiò

esprime il proprio orrore per quanto sta accadendo nella striscia di Gaza, nei territori della Palestina occupata e in Israele, e condanna ogni uso della violenza sulla popolazione civile;

esprime la propria speranza affinché la tregua duratura annunciata nei giorni scorsi non si interrompa e sia momento di seria riflessione e dialogo internazionale;

esprime la propria vicinanza e solidarietà con il popolo palestinese soggetto da anni a massacri e deprivazioni di territorio, in violazione delle risoluzioni Onu, senza che ne sia stato riconosciuto lo stato di nazione autonoma e indipendente.

 

Il Consiglio Comunale di Muggiò

impegna il sindaco Maria Arcangela Fiorito a chiedere al Ministro degli Esteri Federica Mogherini e al Governo Italiano tutto:

  • a pronunciarsi per l’apertura immediata di un corridoio umanitario che consenta ai soccorsi di arrivare a Gaza anche via mare, superando quindi l’inutile embargo;
  • a interrompere immediatamente ogni fornitura di armi e sistemi militari a Israele, in ottemperanza alla legge 185/90, e di promuovere analoga misura in sede UE;
  • a attivarsi per la riapertura di un reale negoziato di pace, oggi drammaticamente incrinato, per la fine dell’embargo che dal 2007 colpisce la Striscia di Gaza, e che rende le condizioni di vita della popolazione civile sempre più insostenibili e per la realizzazione di 2 stati per 2 popoli;

impegna l’assessore Monica Perez Gila, quale assessore alla cultura, sport, tempo libero e cooperazione internazionale:

  • a studiare e attivare iniziative sul territorio di informazione e solidarietà con i popoli occupati e per una cultura di pace.
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APPELLO: Se vuoi la pace, prepara la pace. #paceinsiria

Posted by PRC Muggiò su domenica 1 settembre 2013

GuerraSiria

Il popolo siriano è vittima quotidiana delle peggiori atrocità in una guerra civile che – secondo le Nazioni Unite – ha già fatto centomila morti e milioni di sfollati.
La situazione in Siria è drammatica, ma un intervento militare non servirà a pacificare il Paese. L’ultimo decennio ha mostrato che le guerre alimentano ed esasperano violenza e fondamentalismi di ogni tipo. È sufficiente guardare la Libia, l’Afghanistan, o l’Iraq “pacificato”, dove attentati e vittime civili continuano a essere all’ordine del giorno nell’indifferenza generale.
La guerra causa sempre vittime innocenti: più del 90 per cento civili inermi. Per questi motivi l’Italia ripudia la guerra. E la Costituzione non dice che l’Italia può cedere sovranità per fare guerre ma, anzi, afferma che il nostro Paese pur di assicurare pace e giustizia tra le Nazioni è disposta a «cedere parte della sua sovranità».
Nessuno lavora sulla prevenzione dei conflitti e sul rispetto dei diritti umani, l’unica vera via per costruire la pace. Al contrario, la storia ci insegna che le grandi potenze soffiano sul fuoco per alleanze politiche o interessi economici, anche legati alla vendita di armi, ignorano le violazioni di diritti umani quando queste vengono commesse dai propri alleati.
Sarà il popolo siriano a fare le spese del prossimo intervento militare. Quel popolo ha bisogno della comunità internazionale, ma non dall’alto di un bombardiere: ha bisogno che sia la diplomazia, in tutte le sue facce, a farsi avanti, a costruire un tavolo di proposte con dei mediatori davvero credibili. Ha bisogno che la comunità internazionale smetta di considerare la guerra come opzione possibile: per costruire la pace è necessario praticare i diritti.
Un intervento armato non porterà soluzioni, ma un crescendo di lutti e disastri.
L’Italia si metta a lavorare per costruire nel mondo pace e diritti e si chiami fuori da questa guerra, chiunque decida di farla.

PRIMI FIRMATARI:
Stefano Rodotà
Maurizio Landini
Maso Notarianni
Marcello Guerra
Cecilia Strada
Christian Elia
Fiorella Mannoia
Alessandro Gilioli
Alessandro Robecchi
Massimo Torelli
Guido Viale
Marco Revelli
Frankie HI-NRG MC
Stefano Corradino
Raniero la Valle
Luciana Castellina

 

 

Il 6 maggio Carla Del Ponte diceva: «I gas? Li usano i “ribelli”»

Era il 6 maggio di quest’anno, quando Carla Del Ponte, ex procuratore del Tribunale penale internazionale ed ora membro della commissione Onu sulla violazione dei diritti umani in Siria, rendeva noti in un’intervista a Euronews i risultati della indagine condotta in Siria proprio sull’uso delle armi chimiche. Del Ponte riferiva che i principali sospettati di aver utilizzato il gas “Sarin” erano i cosiddetti ribelli, e non il regime di Damasco. «Stando alle testimonianze che abbiamo raccolto – spiegava Del Ponte nell’intervista – sono state utilizzate armi chimiche, in particolare gas nervino. Dalla nostra indagine emergerebbe che sono state usate dagli oppositori, dai ribelli».
Sorge spontanea la domanda: che fine ha fatto la relazione di quella commissione? 
Obama dormiva o stava lucidando il suo premio nobel per la pace? 
O semplicemente forse non era adatta allo “scopo”…?

L’intervista di Euronews

 

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Tagliare gli F-35? Si può fare

Posted by PRC Muggiò su giovedì 5 gennaio 2012

di Francesco Vignarca, da altreconomia.it

“Non credo proprio che sarà così” pare abbia detto il neo ministro della Difesa, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, a chi gli chiedeva se i “sacrifici” imposti dal Governo avrebbero riguardato anche le spese militari. “La crisi non fa venire meno funzioni fondamentali come la Difesa”. E i pacifisti potranno pure avere il diritto di esprimere la propria opinione ma “che sia corretta è da vedere” ha concluso il ministro.

Su questo tema il caso emblematico è quello dei cacciabombardieri d’attacco Joint Strike Fighter F-35, il programma militare più costoso della storia guidato dagli Stati Uniti in compartecipazione con altri 8 Paesi tra cui l’Italia (che è partner di “secondo livello” come la Gran Bretagna).

Da tempo e da più parti si chiede che questa spesa (i conti parlano per l’Italia di almeno 15 miliardi di euro in 11 anni) sia cancellata, o almeno ridotta, anche perché le stime di costo per ciascuno dei 131 velivoli che il nostro Paese si è impegnato ad acquistare hanno sfondato tutte le previsioni iniziali. “Impossibile – è la risposta più utilizzata -: il prezzo delle penali sarebbe maggiore della fattura di acquisto”.

La documentazione ufficiale dell’operazione si trova sul sito http://www.jsf.mil. Da questa si evince qualcosa di ben diverso: l’uscita del nostro Paese dal programma non comporterebbe oneri ulteriori rispetto a quelli già stanziati e pagati per la fase di sviluppo e quella di pre-industrializzazione. Lo prevede il “Memorandum of Understanding” del Joint Strike Fighter (in pratica, l’accordo fra i Paesi compartecipanti) sottoscritto anche dall’Italia con la firma apposta il 7 febbraio del 2007 dall’allora sottosegretario Giovanni Lorenzo Forcieri (governo Prodi). La sezione XIX del documento (l’ultimo aggiornamento ufficiale di fine 2009 è scaricabile qui a lato) stabilisce che qualsiasi Stato partecipante possa “ritirarsi dall’accordo con un preavviso scritto di 90 giorni da notificarsi agli altri compartecipanti” (par 19.4). In tale evenienza il Comitato Esecutivo del Jsf deciderà i passi successivi e il Paese che ha deciso di lasciare il consorzio continuerà a fornire il proprio contributo, finanziario o di natura operativa, fino alla data effettiva di ritiro.

Il Memorandum mette comunque al riparo tale mossa da costi ulteriori. In caso di ritiro precedente alla sottoscrizione di qualsiasi contratto di acquisto finale degli aerei nemmeno i costi di chiusura della linea produttiva, altrimenti condivisi, potrebbero essere imputati (par. 19.4.2) e “in nessun caso il contributo finanziario totale di un Paese che si ritira – compresi eventuali costi imprevisti dovuti alla terminazione dei contratti – potrà superare il tetto massimo previsto nella sezione V del Memorandum of Understanding” (par. 19.4.3).

E cosa stabilisce questa sezione? Che i costi non-ricorrenti e condivisi di produzione, sostentamento e sviluppo del progetto siano distribuiti, secondo tabelle aggiornate a fine 2009, in base al grado di partecipazione al programma di ciascun Stato. Per l’Italia ciò significa, nell’attuale fase (denominata “PSFD”: Production, Sustainment, Follow-on Development), una cifra massima totale, calcolata a valori costanti del dollaro, di 904 milioni.
Niente di più, in caso di ritiro prima di un qualsiasi contratto di acquisto dei velivoli.
Addirittura agli Stati Uniti è concesso, nel paragrafo 19.7, un ritiro unilaterale dal programma sebbene il totale previsto di 2.443 aerei da acquistare (cioè il 75% del totale) impedisca nei fatti di compiere tale scelta.

Proprio sulla base di queste parti dell’accordo Norvegia, Canada, Australia e Turchia hanno di recente messo in discussione la loro partecipazione al programma, in qualche caso arrivando a una vera e propria sospensione.
Alle spesa che l’Italia ha già pagato per il programma Jsf occorre aggiungere inoltre il miliardo di euro circa pagato per la precedente fase di sviluppo SDD (System Development and Demonstration) e i circa 800 milioni (di euro) previsti complessivamente ed in autonomia per l’impianto Final Assembly and Check Out (Faco) di Cameri. L’insediamento costituirà il secondo polo mondiale di assemblaggio degli F-35, ed è stato voluto fortemente dal governo italiano in cooperazione con i Paesi Bassi. Cameri è la sede in cui Alenia (un’industria privata in un insediamento produttivo pubblico) dovrebbe costruire le ali (ma solo quelle sinistre) del velivolo. L’appalto è stato assegnato alla società controllata da Finmeccanica per sub-contratto.
Fatti due conti, il totale degli oneri già determinati a carico del contribuente italiano ammonta a 2,7 miliardi di euro. E ci si potrebbe fermare qui.

La situazione sarebbe completamente diversa in caso di sottoscrizione già avvenuta del contratto di acquisto degli aerei: non più un accordo tra Stati partner per la suddivisione di costi di un progetto congiunto, ma vero e proprio ordine di acquisto inoltrato all’azienda capo-commessa Lockheed Martin. In tale caso l’investimento andrebbe a lievitare sia per il costo in sé dei 131 velivoli previsti, sia per le penali in caso di ritiro che sicuramente l’impresa Usa non mancherebbe di esplicitare. Per questo Lockheed Martin ha cercato, negli ultimi anni, di premere per la costituzione di un consorzio di acquisto tra alcuni dei Paesi del progetto.

Già dal 2007 i manager del board JSF hanno incoraggiato, con la promessa di prezzi più bassi, i partner a sottoscrivere contratti di acquisto. Ma questa ipotesi prevedeva sanzioni: qualsiasi cliente avesse annullato o ritardato le consegne avrebbe dovuto compensare gli altri membri del consorzio per l’aumento dei costi unitari derivanti. Una spada di Damocle che non è piaciuta a nessuno, tanto che fonti del governo australiano hanno dichiarato “morta” la trattativa già a fine 2009. Fonti militari ci confermano oggi che nemmeno lo Stato italiano, dopo il Memorandum del 2007, ha firmato ulteriori accordi a livello governativo.

L’impatto per le nostre tasche sarebbe ben diverso se l’Italia continuasse sulla strada intrapresa, arrivando a firmare un contratto con Lockheed Martin. L’ultima “Nota aggiuntiva allo stato di previsione per la Difesa” disponibile (quella per il 2011, perché nella Legge di Stabilità di fine anno del governo Berlusconi nessun dettaglio è riportato, nemmeno per i tagli lineari già previsti dall’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti) stanzia per tutta la fase di acquisto dei 131 caccia ipotizzati, da completarsi nel 2026, un costo complessivo di 13 miliardi di euro.

In realtà le più recenti stime basate sui dati del Pentagono proiettano il costo finale di ciascun esemplare a più del doppio dell’ipotesi iniziale elaborata dai tecnici del programma; ciò significa che la fattura per l’Italia (compresi anche i propulsori, pagati a parte) potrebbe tranquillamente ammontare – e stiamo parlando di stime in continua crescita – ad almeno 15 miliardi di euro. Soldi da pagare in corrispondenza dei singoli contratti d’acquisto, spalmati su più anni. Senza contare che, in particolare per i progetti aeronautici, i costi maggiori si hanno con il mantenimento e la gestione dei velivoli.

Dando retta alla tabella che distribuisce la produzione dei velivoli per singolo anno e singolo Paese, invero un po’ datata, l’Italia dovrebbe iniziare ad acquistare aerei nel 2012 (4 esemplari) per finire nel 2023 (10 esemplari con picco di 13 aerei tra il 2016 e il 2018). Le consegne effettive sono previste due anni dopo la firma di ciascun contratto. Proiettando il tutto in termini monetari ciò comporterebbe un costo dai 460 ai 1.495 milioni di euro all’anno da qui al 2023, con un costo medio annuale di almeno 1.250 milioni.

Eppure sarà difficile vedere un “dietro-front” del nostro Paese su questo progetto, almeno per mano del Governo “tecnico” attualmente in carica. È stato infatti proprio l’attuale ministro della Difesa Di Paola a firmare, con una cerimonia a Washington nel giugno 2002, l’accordo per la partecipazione italiana da un miliardo di euro alla prima fase SDD (come si vede nella foto accanto, diffusa dal Dipartimento della Difesa USA e disponibile sul sito del progetto JSF). Secondo il direttore del programma JSF del tempo Jack Hudson, l’ammiraglio Di Paola (a quell’epoca Segretario generale della Difesa) è stato un “formidabile sostenitore per il Jsf in Italia; la sua appassionata energia e la sua visione sono state di valido aiuto per il completamento dei negoziati”. Peccato che, durante i discorsi ufficiali, Di Paola non sia stato buon profeta nell’affermare che con il Jsf si sarebbe sperimentato un nuovo approccio al procurement militare ottenendo alti risultati “con un’attenzione stringente al controllo di costo”. La crescita vertiginosa del prezzo ha dimostrato ben altra realtà.

Visto che la “foglia di fico” delle penali si è rivelata solo fumo negli occhi, sarebbe il caso di mettere realmente in discussione un programma che ci costerà circa oltre un miliardo di euro all’anno solo per l’acquisto degli aerei, poi da mantenere. Nemmeno la giustificazione del ritorno industriale pare plausibile (si favoleggia del 75% dell’investito) e soprattutto sono da ridimensionare fortemente le stime occupazionali legate alla partecipazione dell’industria italiana al progetto. Le parti sociali, in particolare sindacali, hanno stabilito in 200 (più 800 nell’indotto) i posti di lavoro creati, mentre il ministero della Difesa prevede 600 occupati alla struttura FACO di Cameri. Non certo i 10.000 impieghi raccontati per anni da politici e manager compiacenti con il programma. Studi recenti dimostrano che spostare un miliardo di dollari dalla Difesa al comparto delle energie rinnovabili aumenterebbe del 50% il tasso di occupazione: addirittura del 70% se re-investiti in ambito sanitario.

Un mondo senza conflitti, secondo i calcoli dell’australiano Institute for Economics and Peace che elabora il Global Index of Peace avrebbe creato un valore economico positivo di 8.000 miliardi di dollari, con un terzo di questa cifra derivante dalla riconversione dell’industria bellica.

(2 gennaio 2012)

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Le armi italiane al dittatore Gheddafi – e le spese italiane folli per gli armamenti

Posted by PRC Muggiò su domenica 3 aprile 2011

Prima di mandare i nostri aerei e le nostre navi a partecipare all’azione militare capitanata dalla Nato, l’Italia ha inviato in Libia un grande numero di armi (anche in seguito al Trattato di Amicizia firmato nel 2008). Nel biennio 2008-2009 l’Italia ha infatti autorizzato alle proprie ditte l’invio di armamenti per oltre 205 milioni di euro che ricoprono più di un terzo (il 34,5%) di tutte le autorizzazioni rilasciate dall’Unione Europea.
Nel dettaglio si tratta di:
• Nel 2006 due elicotteri AB109 militari dell’Agusta del valore di quasi 15 milioni di euro.
• Nel 2007 sempre l’Agusta ha incassato 54 milioni di euro per l’ammodernamento degli aeromobili CH47.
• Nel 2008 è stato dato il via libera per l’esportazione di otto elicotteri A109 per 59,9 milioni di euro e per un aeromobile ATR42 Maritime Patrol del valore di 29,8 milioni di euro.
• Nel 2009 sono stati venduti altri due elicotteri AW139 dell’Augusta per circa 24,9 milioni di euro e quasi 3 milioni per “ricambi e addestramento” per velivoli F260W della Alenia Aermacchi.
E non vanno dimenticate le armi leggere: alla fine del 2009 circa 11.500 pistole e fucili semiautomatici (anche di tipologia militare e con accessori) della Beretta e della Benelli sono finiti nelle mani del governo di Gheddafi, per un controvalore di 8 milioni di euro.
L’export italiano di armamenti, sistemi d’arma e armi da fuoco ad uso militare ha segnato nel 2009 il record di autorizzazioni in venti anni raggiungendo la cifra di 4,9 miliardi di euro (+61% sull’anno precedente). Oltre la metà di queste armi sono finite a paesi non facenti p arte dell’Unione Europea e della Nato.
E non c’è solo quello che vendiamo, ma nche quello che compriamo!
Le spese militari italiane (in controtendenza con tutti gli altri paesi) ammonteranno nel 2011 a circa 24,4 miliardi di euro, di cui complessivi 5,7 miliardi (tra fondi della Difesa e del ministero per lo Sviluppo Economico) saranno impiegati per nuovi sistemi d’arma.
• Eurofight, 121 velivoli difesa aerea 18,1 miliardi
• Joint Strike Fighter, 131 velivoli di attacco aereo 15,5 miliardi
• 100 elicotteri di trasporto tattico NH-90 3,9 miliardi
• nuova portaerei Cavour 1,4 miliardi
• due fregate antiaeree classe “Orizzonte” 1,5 miliardi
• dieci fregate europee multi missione Fremm 5,7 miliardi
• 4 sommergibili U-212 1,8 miliardi
• 249 veicoli blindati medi VBM 8×8 freccia 1,5 miliardi
Per il solo 2011 gli oneri di questi programmi di armamento per il ministero della Difesa saranno di circa un miliardo. Il programma più folle in questo senso è quello per i supercaccia d’attacco (con capacità nucleare) F35 Joint Strike Fighter: 131 velivoli previsti con un costo di semplice acquisto (stima attuale, sempre in crescita) di 130 milioni di euro ciascuno.
Rete italiana per il disarmo
Tratto da Liberazione del 03 Aprile 2011

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Chi vende le armi a Gheddafi?

Posted by PRC Muggiò su mercoledì 9 marzo 2011

Tratto dal blog di Riccardo Stagliano su Repubblica.it

Con quasi 280 milioni di euro di commesse l’Italia è stata, negli anni dal 2005 al 2009, tra i paesi Ue la più grande fornitrice di armi alla Libia di Gheddafi.

I dati provengono dai siti dell’Unione Europea e Simon Rogers del Guardian. Il governo di Malta ha fatto sapere che avrebbe, per sbaglio, aggiunto uno “0″ al totale delle sue vendite alla Libia per il 2009.

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– Dal sito del Guardian (in inglese):

Which EU countries armed Libya under Gaddafi? The EU arms sales to Libya statistics, collected by the European Union, are not exactly public knowledge.

We only know about them because of some excellent work by Dan O’Huiggin, who found the complete breakdown of EU military exports in some distant corner of the Europa website and published a breakdown of 2009, the latest year available.

The data, only available as a PDF, is tricky to export but we bring you the latest five years here. It covers from 2005 (the first year after the end of the arms embargo in 2004) right up to 2009.

Last week we looked at the UK’s exports to the Middle East and North Africa. How does the EU data compare?

The key points are:

• The EU granted export licenses for €834.5m worth of arms exports in the first five years after the arms embargo was lifted in October 2004
• 2009 is the highest amount ever: €343.7m
• Italy is the top exporter, with €276.7m over the five years
• The UK got off to a big start in 2005, with €58.9m of the €72.2m total. UK licenses over the five years are worth €119.35m
• Malta saw some €79.7m of guns go through the Island en route to Libya in 2009 – apparently sold via an Italian company

It’s worth checking out Dan O’Huiggin’s round-up of the brilliant European coverage of these sales for examples of the arms trade in action.

Where do I get the data?

There’s no single entry point. You can find the 2009 report here and this search term will get you 2008 as well. You can get earlier years here too.

There are some caveats you should take into account too – these are licenses, so actual sales could be less. They also don’t show who the end-user is. So, for example, some of the French licenses are undoubtedly granted for UK companies exporting via Paris. The data is perhaps deliberately obscure.

But we’ve got the full five years below. What can you do with it?

Data summary

EU arms exports to Libya

Value of export licenses granted. All figures in €m.

Country
2005
2006
2007
2008
2009
Total

SOURCE: EUROPA

Total 72.19 59.03 108.8 250.78 343.73 834.54
Italy 14.97 56.72 93.22 111.8 276.7
France 12.88 36.75 17.66 112.32 30.54 210.15
UK 58.86 3.11 4.63 27.2 25.55 119.35
Germany 0.31 2 23.84 4.18 53.15 83.48
Malta 0.01 79.69 79.7
Belgium 0.21 0.45 22.32 23.02
Portugal 6.88 14.52 21.4
Spain 3.82 3.84 7.69
Slovakia 1 4.41 5.41
Bulgaria 3.73 3.75
Czech Republic 1.19 1.92 3.11
Poland 2.03 2.03
Austria 1.81 1.83
Slovenia 0.14 0.27 0.11 0.53
Latvia 0.25 0.25
Greece 0.03

EU arms exports: types of product

All figuresin €. Click heading to sort. Download this data

Country
Ammunition and fuses
Tear gas, chem weapons, radio-active
Electronic equip
Military planes
Small guns

SOURCE: EUROPA

Total 6,101,995 9,688,033 85,416,087 278,244,867 97,955,681
Italy 0 1,016,948 107,726,979
France 2,345,007 1,045,360 10,689,216 126,177,565 7,412
UK 3,088 455,705 26,163,548 2,118,152 283,942
Germany 0 7,765,968 46,894,764 15,780,000
Malta 14,900 79,689,691
Belgium 651,611 17,953,442
Portugal 21,399,613
Slovakia 2,230,131
Bulgaria 3,730,000
Czech Republic 421,000
Poland 2,025,846
Austria 9,000 21,194
Slovenia 532,042
Latvia 254,539

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