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Posted by PRC Muggiò su lunedì 2 novembre 2015

Expo chiude – Primo bilancio (senza retorica)

Il buio oltre le code: Expo tra debiti e banche alle costole

Il boom (finale) di Expo non copre né i debiti né le previsioni sballate

Expo-2015-con-McDonalds-640x426Mai così pochi

Alla fin della fiera l’obiettivo è stato raggiunto, alla faccia di gufi e disfattisti: Expo chiude i battenti con oltre 20 milioni di ingressi. Un trionfo, almeno per il commissario Sala, che ha la strada spianata per Palazzo Marino, per il governo Renzi e la sua retorica dell’Italia che funziona, e per il gigantesco apparato mediatico mobilitato fin dall’inizio, a suon di milioni, in una delle più straordinarie operazioni di propaganda e manipolazione dell’opinione pubblica che si ricordino.

Restano però in sospeso due domande: i numeri testimoniano un successo? E, soprattutto, alla fine chi paga?

Il successo di un grande “camouflage”

Se al di là della fanfara celebrativa si guardano i fatti, l’Expo universale di Milano ha registrato ingressi contenuti, chiude con un disastroso buco di bilancio, non ha rilanciato l’economia e lascia dietro di sé uno strascico di problemi irrisolti.

Quello milanese è stato il peggior Expo degli ultimi 50 anni. Tolti i quasi 14 mila addetti che ogni giorno si sono avvicendati nel sito, su cui i comunicati di Expo sorvolano, e la ridicola mistificazione per cui si considerano le code da sfinimento un indice di successo e non di disorganizzazione, l’esposizione milanese chiude con 18 milioni di visitatori. È la stessa cifra registrata dall’Expo di Hannover 2000, ricordato come “il flop del millennio”. Per fare peggio di così bisogna andare all’Expo di Seattle del 1962, con 9 milioni di visite.

Ma il problema non è quello del flusso di visitatori. È che per evitare un flop colossale, il management dell’Expo ha spinto sui numeri dei tornelli a scapito del conto economico, che già partiva appesantito da malaffare, clientelismi, inefficienze.

La festa coi soldi degli altri

Il risultato è che la manifestazione peserà sui contribuenti per più di un miliardo di euro.

Expo è costata, finora, 2,4 miliardi di euro: 1,3 miliardi per la costruzione del sito; 960 milioni per la gestione dell’evento (840 milioni secondo Expo, ma è un conteggio basato su magheggi contabili già censurati dalla Corte dei conti) e 160 per l’acquisto dei terreni, pagati – giusto per ricordare come è partita l’operazione – dieci volte il prezzo di mercato.
I dati sulla spesa sono provvisori, visto che sono in corso i contenziosi per gli extracosti chiesti da tutte le principali imprese che hanno lavorato sul sito: solo per il Padiglione Italia, prima trattativa conclusa, ammontano a 29 milioni.

Ed è di questi giorni la notizia che per la bonifica dell’area, rivelatasi gravemente inquinata solo dopo che era stata comprata a peso d’oro, c’è un conto da 72 milioni.
La faccenda ha dato l’avvio a un tragicomico balletto in cui Expo spa, Arexpo (proprietaria dei terreni) e gli ex proprietari (tra cui la Fondazione Fiera Milano, che però è anche socia di Arexpo) si rimpallano le responsabilità, in uno scaricabarile in cui non è difficile immaginare su chi ricadranno, ancora una volta, i costi.

Storia di una voragine finanziaria

I costi di gestione dell’Expo si sarebbero dovuti pareggiare, secondo le dichiarazioni di Sala, con i ricavi da biglietti più quelli da sponsorizzazioni, royalties e via dicendo. Il pareggio si sarebbe raggiunto vendendo 24 milioni di biglietti a un prezzo medio di 22 euro e ricavando circa 300 milioni dalle altre voci. Visti gli scarsi afflussi iniziali, tali che la società si è rifiutata per i primi tre mesi di fornire dati, in estate è stato offerto al volo un nuovo conteggio: sarebbero bastati 20 milioni di biglietti a 19 euro di costo medio; il resto lo avrebbero fatto i ricavi diversi, aumentati chissà come. Già così, si sarebbe chiuso con un deficit di gestione da 200 milioni di euro.

Il problema è che per arrivare ai 20 milioni di ingressi promessi, con annessi titoloni di giornali, si è messa in campo una politica di omaggi e prezzi stracciati. Sconti da saldo alle scolaresche, praticamente precettate dal ministero, ai dipendenti delle aziende sponsor, alle parrocchie, alle coop, agli ordini professionali e a qualsiasi organizzazione che potesse portare a Rho flussi consistenti. Biglietti a 5 euro dopo le 18, ingressi regalati ai pensionati, ai titolari di bassi redditi, a chi parcheggiava per la visita serale nelle aree di sosta del sito. Il rivenditore ufficiale della manifestazione nelle ultime settimane faceva il 70 per cento di sconto.

Expo, pur sollecitata da questo giornale, non fornisce alcun dato sul prezzo medio di vendita: ma non ci vuol molto a capire che sarà molto inferiore alla soglia di 19 euro. Vale a dire che il deficit di gestione sarà ben maggiore dei 200 milioni previsti.

Volano e fantasia

La retorica con cui si cerca di mascherare la perdita economica è soprattutto quella sull’“indotto” e sull’eredità dell’Expo; ritorni economici che giustificherebbero gli 1,3 miliardi d’investimento a fondo perduto nel sito. Qui si entra direttamente nel campo della fantasia. Gli studi con cui si cerca di far passare Expo per un volano economico sono quelli preparati da un gruppo di accademici della Bocconi finanziato da Expo. Si parla di 3,5 miliardi di spesa complessiva dei visitatori, tali da generare, per l’effetto moltiplicatore (per cui ogni euro speso genera ulteriori spese a cascata), una produzione aggiuntiva per il Paese da 10 a 30 miliardi e 191 mila nuovi occupati l’anno dal 2012 al 2020, con un picco tra il 2013 e il 2015.

È l’apoteosi del moltiplicatore economico, un campo dei miracoli dove per ogni euro sotterrato se ne ritrovano 3, o anche 10. Solo che la stima ignora il costo delle risorse usate, in termini di tasse o tagli ad altre voci del bilancio pubblico. Qualsiasi investimento valutato in quel modo darebbe un risultato positivo. Per Carlo Scarpa, ordinario di Economia all’Università di Brescia, esperto di infrastrutture, “qualche effetto moltiplicatore la spesa generata da Expo ce l’avrà, ma stimarlo è pura fantasia. Inoltre, un conto è costruire infrastrutture che restano, un altro è un investimento di pura edilizia, come l’Expo, che dopo sei mesi chiude”.

Sui mirabolanti effetti occupazionali, basti dire che nel 2013, nel 2014 e fino al primo semestre 2015 (ultimi dati Istat disponibili) gli occupati in Lombardia sono stati in calo.

Alla ricerca dei cinesi perduti

L’arrivo di turisti stranieri è stato al di sotto delle previsioni. Secondo uno studio dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, coordinato da Jérôme Massiani, i risultati preliminari indicano una quota del 16 per cento di stranieri (soprattutto francesi e svizzeri) contro il 25 per cento previsto.

All’Expo sono andati soprattutto i lombardi (quasi il 40 per cento dei visitatori), mentre i non europei, compreso l’atteso milione di cinesi, hanno raggiunto quote irrisorie. Peccato, perché la spesa degli stranieri è quella che determina il saldo positivo per il Paese creato da Expo.

A patto che, fa notare Massiani, “nei benefici per l’economia sia contabilizzata solo la componente addizionale della spesa dei turisti”. Vale a dire quella di coloro che non sarebbero venuti in Italia se non ci fosse stata l’esposizione. Per gli esercenti milanesi e lombardi non sembra proprio che Expo sia stata una manna. Qualcuno certo ci ha guadagnato, ma per molti, come i locali del centro di Milano che hanno visto la movida serale trasferita a Rho, l’effetto è stato quello di un boomerang. Gli ultimi a manifestare la propria delusione, questa settimana, sono stati i commercianti bresciani: “Qui si perdono quattro imprese al giorno”, ha scritto un report di Confesercenti, “Expo a Brescia non si è proprio fatto sentire”.

“Carta di Milano”: fiera di buoni propositi

Dovrebbe essere il grande lascito morale di Expo. Sembra invece più che altro un esercizio d’ipocrisia. La Carta di Milano raccoglie indicazioni per risolvere i problemi mondiali dell’alimentazione, della produzione di cibo, della fame del mondo. Firmata da tutti i capi di Stato, ministri, politici, funzionari, delegati passati da Expo e da milioni di cittadini, è stata consegnata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella al segretario dell’Onu Ban Ki-moon. Peccato che non sia altro che un elenco di buone intenzioni, senza vincoli né verifiche, destinata a restare lettera morta una volta spenti i riflettori sull’Expo.

Nata negli uffici della multinazionale alimentare Barilla, è stata bocciata dalle più importanti organizzazioni non governative. “Abbiamo partecipato ai lavori preparatori, ma abbiamo deciso di non firmarla perché non tocca alcuni nodi: la proprietà dei semi, l’acqua come bene comune, i cambiamenti climatici”, ha dichiarato Gaetano Pascale, presidente di Slow Food Italia, l’organizzazione fondata da Carlin Petrini, che aggiunge: “Non prevede impegni concreti per governi e multinazionali, è generica, tra i firmatari ci sono anche alcune multinazionali e capisco che il governo italiano non abbia potuto osare di più”.

Oxfam, network internazionale di organizzazioni non governative attive in 17 Paesi, l’ha definita “lacunosa” su temi fondamentali come le politiche per l’agricoltura contadina, la speculazione finanziaria sulle materie prime alimentari, l’espropriazione delle terre e il consumo di suolo agricolo”.

Il giudizio più duro arriva però da Caritas Internationalis: “È una carta scritta dai ricchi per i ricchi”, dichiara il segretario generale Michel Roy, “un testo parziale, per i destinatari e i contenuti. Non si sente la voce dei poveri del mondo, né di quelli del Nord, né di quelli del Sud”. Perché “indica un problema – la fame nel mondo – tutto sommato noto, ma non mette a fuoco le cause e quindi le soluzioni”, ha continuato Roy. “Contiene una nobile e giusta esortazione a evitare gli sprechi, ma non parla di speculazione finanziaria, accaparramento delle terre, diffusione degli ogm, perdita della biodiversità, clima, speculazioni finanziarie sul cibo, acqua, desertificazione e biocombustibili”.

Aggiunge Luciano Gualzetti, vicedirettore di Caritas Ambrosiana e vicecommissario del padiglione della Santa Sede: “Siamo stati chiamati a partecipare alla sua stesura, ma dobbiamo constatare che il risultato non ha tenuto conto dei nostri suggerimenti, probabilmente per salvaguardare certi equilibri”.

L’area, i debiti e il rebus del dopo Expo

La vera sfida, comunque, inizia ora. Che cosa fare dell’area su cui sono stati investiti 2,4 miliardi di denaro pubblico? Il sito Expo, per ora, è solo una zavorra sui conti di Comune di Milano e Regione Lombardia, che devono restituire alle banche 200 milioni spesi per acquistarla. L’asta del novembre scorso per rivenderli, infrastrutturati, a 340 milioni, è andata deserta; ora si cerca la quadra per uscire dall’imbarazzo. In questo contesto, il rischio di lasciare una cattedrale nel deserto, destino comune a tante aree degli Expo del passato, è alto. Le idee, che sono gratis, non mancano. Così come si sprecano i nomi trendy: hub tecnologico, knowledge valley, start-up incubator.

Più difficile trasformare le idee in realtà. Tra i progetti annunciati, la realizzazione del nuovo polo delle facoltà scientifiche dell’’Università Statale di Milano, una buona idea del rettore Gianluca Vago. Ma sono necessari 540 milioni e una complessa operazione di dismissione e riqualificazione della vecchia area di Città Studi.

Il presidente di Assolombarda, Gianfelice Rocca, ha ipotizzato di aggiungerci un polo della tecnologia e dell’innovazione, Nexpo, in cui attirare aziende dell’hi-tech. Ma come pianificare una tale trasmigrazione? Con quale regia e quali soldi? Tutto ancora da decidere. Come pure l’ipotizzata realizzazione sul sito di una cittadella dell’amministrazione pubblica. E prima di tutto, qualcuno dovrà restituire alle banche i 200 milioni prestati. Di solito, la città che progetta un Expo pensa prima a che cosa fare dopo dell’area su cui fa investimenti pubblici colossali. A Rho, invece, i cancelli si chiudono senza che nessuno ancora sappia cosa ne sarà. “Non fate i ganassa”, dice Piero Bassetti, “la vera sfida inizia ora”.

Gianni Barbacetto, Marco Maroni
Milano, 31 ottobre 2015
da “Il Fatto Quotidiano” (del 31 ottobre 2015)
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IL GOVERNO GRECO DIFENDE I TUOI INTERESSI, PER QUESTO LO PERSEGUITANO

Posted by PRC Muggiò su mercoledì 1 luglio 2015

logoOXI_coloreSulla vicenda della Grecia in Italia vi è una enorme disinformazione e giornali e telegiornali italiani raccontano un mucchio di menzogne. La storiella più diffusa è che i greci hanno fatto un mucchio di debiti e non vogliono pagarli, anzi chiedono agli altri paesi europei di continuare a prestargli i soldi senza poi restituirli. Secondo questa storia la Merkel che è molto buona e li vuole aiutare ma loro sono truffaldini e mattacchioni e invece di cogliere le generose offerte dell’Unione Europea si mettono a fare casino e indicono un referendum che rischia di portare la Grecia fuori dall’Europa.

Questa storiella è falsa e i fatti sono i seguenti:

1) L’economia greca è stata distrutta dalle politiche di austerità imposte negli ultimi 5 anni dall’Unione Europea: avevano previsto una riduzione del PIL del 5% e c’è stata una riduzione del 25%. Questo disastro ha prodotto un impoverimento della popolazione e milioni di disoccupati.

2) Tsipras ha vinto le elezioni 5 mesi fa con la proposta di non accettare più queste politiche e per questo ha presentato un piano basato su proposte molto semplici: aumentare le tasse ai ricchi invece che tagliare le pensioni ai poveri e smetterla di regalare i soldi dei cittadini agli speculatori attraverso il debito gonfiato da interessi da usura.

3) Contro queste semplici ed efficaci proposte si sono scagliati gli amici dei banchieri e dei ricchi che comandano l’Unione Europea: Pur di impedire al governo greco di dimostrare che esiste una alternativa alle politiche di austerità, Merkel e i suoi servi come Renzi, preferiscono la rottura dell’Europa e il default della Grecia. Hitler invase la Grecia con i carri armati, la Merkel la vuole strozzare con il ricatto economico: dopo 75 anni cambiano gli strumenti ma non il fine di dominio.

La discussione tra il governo greco e l’Unione Europea non riguarda le cifre del bilancio – su questo non ci sono differenze – ma chi le deve pagare: i greci ricchi o quelli poveri? Gli speculatori e le banche o il popolo greco?

I padroni del vapore non vogliono che voi: il popolo italiano, francese, irlandese, spagnolo, portoghese, popoli che hanno beccato stangate su stangate, possiate anche solo pensare che è possibile fare in un altro modo. Non vogliono che voi abbiate un esempio che dice che per uscire dalla crisi invece che fare i sacrifici bisogna far pagare i ricchi e gli speculatori. Il governo greco viene perseguitato perché può essere un esempio per voi, può dimostrare che cambiare strada, che uscire dall’austerità, non solo è necessario ma è possibile.

BASTA CON L’AUSTERITA’ IN GRECIA COME IN ITALIA

W IL GOVERNO GRECO E ALEXIS TSIPRAS

Partito della Rifondazione Comunista

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PANEM ET CIRCENSES

Posted by PRC Muggiò su sabato 23 maggio 2015

Intervista al segretario FLAI-CGIL di Monza e Brianza – Matteo Casiraghi, a cura del Partito della Rifondazione Comunista di Muggiò.

flai_cgil-2Ne è passato di tempo dal 2013, quando al Gruppo Novelli venne assegnata la gestione della Panem di Muggiò, con lo scopo di garantire la continuità produttiva e lavorativa.

Gestione che però ha visto brusche frenate dal Gruppo stesso che ha ostacolato in parte il piano industriale che oggi – pare – stia dando alcuni risultati.

“Il caso della Panem – afferma il segretario provinciale Flai-Cgil Matteo Casiraghi – non ha precedenti in Italia. La cassa integrazione per esempio è durata ben 5 anni e lo scorso anno è stata rinnovata dopo il suo esaurimento”.

Nel dicembre di quest’anno scadranno i mandati dei tecnici che avrebbero dovuto risollevare l’azienda, ma allo stato di cose attuali non si esclude che il prossimo anno veda l’ingresso di finanziarie e banche se non si presenteranno industriali convinti ad investire.

Il rischio è l’ennesima esternalizzazione della produzione, e qui i giochi si possono fare duri, panem et circenses appunto, “pane e giochi”.

Su oltre 100 dipendenti almeno il 20% è composto da muggioresi. Alcuni sono andati in pensione, altri cercano lavoro, molti restano attivi nella Rappresentanza Sindacale Unitaria, la situazione sembra però ormai meno critica rispetto agli anni passati, opinione condivisa anche dal sindacalista Cgil: “da settembre non ci sarà più cassa integrazione, anche grazie al fatto che la produzione è pressoché raddoppiata”.

Rimane un’incognita, uno scoglio che i lavoratori dovranno ancora superare, e cioè quel che avverrà nel gennaio 2016, quando scadrà il mandato dei tecnici – che, come ricordato prima, gestiscono di fatto il piano industriale.

“I lavoratori ed il sindacato chiedono tutele, la tenuta del lavoro è imprescindibile”, queste le richieste che arrivano dalla Flai, richieste che erano state esposte già un paio di anni fa alla Amministrazione Comunale guidata dal centrodestra, che ha lasciato cadere nel nulla questa voce collettiva.

logo“Bisogna parlare della Panem – continua Casiraghi – i lavoratori non devono più sentirsi soli, isolati dal paese”. Per di più la crisi ha costruito nuovi problemi sociali per i lavoratori cassaintegrati, il mutuo, l’affitto, la scuola dei figli e la spesa…urgenze quotidiane a cui far fronte.

Da questa intervista la proposta di Rifondazione: se i lavoratori sono soli vanno riconnessi col tessuto cittadino e amministrativo, il comune potrebbe perciò essere promotore nelle molte feste di quartiere che organizza, di uno spazio riservato alle aziende locali in crisi – tra cui Panem – per creare coscienza tra i cittadini, dare nuovi spazi sociali ai lavoratori e contribuire ad affrontare la crisi assieme ai lavoratori e alle piccole-medie aziende. Una proposta del genere nasce dall’evidenza dei fatti, buona parte delle aziende presenti sul nostro territorio hanno chiuso: Kerry, Meroni, Officine Monzesi…solo per citarne alcune.

La proposta dovrebbe partire in prima battuto dal sindacato stesso, impegnato nella difesa dei diritti dei lavoratori, diritti sotto attacco da tutti i fronti, in particolare dalle manovre economiche nazionali.

Noi non vogliamo stare a guardare né vogliamo tantomeno tacere sui delitti perpetrati dal Governo Renzi a danno del lavoro, dallo smantellamento dello Statuto dei Lavoratori, al demansionamento, alla legalizzazione e proliferazione della precarietà, soprattutto giovanile, al Jobs Act, all’attacco ai sindacati: il lavoro non è una merce, è un diritto!

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12 DICEMBRE SCIOPERO GENERALE: DIRITTI, LAVORO, REDDITO

Posted by PRC Muggiò su mercoledì 3 dicembre 2014

sciopero

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IL GOVERNO DEI SERVI

Posted by PRC Muggiò su giovedì 9 ottobre 2014

Governo, Ferrero: Mentre la Francia disobbedisce, Renzi pone la fiducia per assecondare la Merkel: un governo di servi contro cui occorre lo sciopero generale

di Paolo Ferrero

Gli ultimi atti del governo sono vergognosi: mentre il governo francese disobbedisce ai trattati e pone le condizioni per cambiare le politiche economiche europee, il governo Renzi pone la fiducia sulla demolizione dell’articolo 18 per assecondare la Merkel: è un governo di servi contro cui occorre dichiarare subito lo sciopero generale. Il tempo delle scelte per cambiare le politiche europee è ora, mentre c’è una contraddizione tra Francia e Germania, e non bastano più le chiacchiere, nè da parte di Renzi nè da parte della Camusso che alle giuste critiche deve far seguire i fatti. Serve lo sciopero generale per obbligare Renzi ad un radicale mutamento delle politiche economiche, per allargare i diritti dei lavoratori invece di restringerli.

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RENZI-DORIAN-GRAY

Renzi non ha la nostra fiducia!

di L’Altra Europa con Tsipras

No al colpo di mano contro i diritti

La decisione di mettere la fiducia sul Jobs Act è un fatto di gravità estrema: si tratta di un gesto di rottura violenta delle prerogative del Parlamento e del dibattito politico e sociale.

Si vogliono spazzar via con un diktat elementi fondanti della nostra civiltà. Chiamiamo tutte e tutti a mobilitarsi contro l’arroganza renziana, contro questa inaudita  prevaricazione, per difendere la democrazia e i diritti.

Proprio mentre è presidente di turno della UE, in complicità con le politiche europee che sanno proporre solo austerità, tagli e privatizzazioni, il governo di Matteo Renzi ha sferrato l’attacco finale ai diritti del lavoro, ricorrendo addirittura al voto di fiducia.

  • Il Jobs Act demolisce quello che resta dell’art.18 e rende definitivamente precarie le nostre vite. Non crea lavoro, ma la libertà di licenziamento.
  • Non assicura maggiore uguaglianza, ma anzi determina più precarietà per tutti.
  • Demolisce la cassa integrazione e non garantisce un reddito di cittadinanza – che ci avvicinerebbe, questo si, a molti paesi europei – ma nega alle persone la possibilità di vivere in modo dignitoso.
  • Mette i lavoratori sotto controllo con l’uso delle videocamere.
  • Estende la precarietà estrema con l’uso generalizzato dei vaucher.

Il Jobs Act ci fa tornare indietro di 50 anni. Nel semestre di presidenza dell’UE, il governo Renzi fa da battistrada dunque ai falchi di un’Unione Europea che mira a smantellare una delle maggiori conquiste dell’Europa stessa, il welfare state.

NOI VOGLIAMO UN ALTRO LAVORO, UN’ALTRA EUROPA

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All’Europa serve un New Deal

Posted by PRC Muggiò su sabato 28 giugno 2014

da rifondazione.it

di Luciano Gallino – il manifesto 27 giu 2014

Austerity. Se avesse un po’ di coraggio, il governo italiano dovrebbe rilanciare un’idea che circola da tempo: un grande piano per investimenti infrastrutturali

napolitano-lavoro-1A marzo 2014 i disoc­cu­pati erano 25,7 milioni nella Ue a 28, e poco meno di 19 milioni nell’eurozona (stime Euro­stat). Rispetto a un anno prima si regi­strava una lieve dimi­nu­zione, dal 12% al all’11,8 nell’eurozona, e dal 10,9 al 10,5 nella Ue a 28. A ini­zio 2008, i disoc­cu­pati Ue erano sotto il 7%, circa 10 milioni in meno. Ele­va­tis­simi i tassi attuali di disoc­cu­pa­zione degli under 25, anche in paesi che si riten­gono poco col­piti dalla crisi: 23,4 in Fran­cia, 23,5 in Sve­zia, 20,5 in Fin­lan­dia, con una media che sfiora il 24% nell’eurozona, pari a 3,5 milioni di gio­vani. Per non par­lare del 42,7 dell’Italia o del 53,9 della Spagna.

A sei anni dall’inizio della crisi, che cosa fanno le isti­tu­zioni Ue per com­bat­tere la disoc­cu­pa­zione? Da anni la la Com­mis­sione Euro­pea discute di una «Stra­te­gia euro­pea per l’occupazione», nel qua­dro di un’altra che si chiama «Europa 2020: una stra­te­gia per la cre­scita». Di que­ste gene­ri­che stra­te­gie in tema di occu­pa­zione non si è visto quasi nulla. Ma ad aprile 2012 la Ce ha lan­ciato un «Pac­chetto per l’occupazione» più det­ta­gliato. Con­sta di una serie di docu­menti che gli stati mem­bri dovreb­bero fare pro­pri al fine di soste­nere la crea­zione di posti di lavoro, rilan­ciare la dina­mica dei mer­cati del lavoro, raf­for­zare il coor­di­na­mento tra gli stati mem­bri in tema di poli­ti­che dell’occupazione. Le ricette sono le solite che arri­vano da Bru­xel­les: dimi­nuire le tasse sul lavoro; ridurre la seg­men­ta­zione del mer­cato del lavoro tra chi ha un’occupazione pre­ca­ria e chi ha un’occupazione più sta­bile; svi­lup­pare le poli­ti­che attive del lavoro; rimuo­vere gli osta­coli legali e pra­tici al libero movi­mento dei lavo­ra­tori, oltre che – nien­te­meno – inco­rag­giare la domanda di lavoro.

Come mai, ad onta delle sud­dette stra­te­gie, la disoc­cu­pa­zione ha con­ti­nuato a imper­ver­sare nella Ue? Per­ché tali stra­te­gie, che la Ce ha pro­po­sto in pieno accordo con le altre isti­tu­zioni UE e la mag­gior parte dei governi euro­pei, non toc­cano mini­ma­mente i fon­da­menti strut­tu­rali di essa.
Insi­stono sui soliti motivi isti­tu­zio­nali: l’ordinamento giu­ri­dico del mer­cato del lavoro, le tasse ecces­sive, la rilut­tanza dei lavo­ra­tori ad accet­tare i posti di lavoro che ci sono in luogo di quelli che pre­fe­ri­reb­bero, lo scarto tra le capa­cità pro­fes­sio­nali di cui i lavo­ra­tori dispon­gono e quelle che le imprese richiedono.

Per con­tro il lavoro è scarso, e i disoc­cu­pati nume­rosi, per­ché la com­pres­sione dei salari e delle con­di­zioni di lavoro in atto da vent’anni nei paesi Ue ha ridotto la domanda dei con­su­ma­tori; a loro volta le imprese hanno ridotto di molto gli inve­sti­menti e l’accumulazione di capi­tale reale per­ché pre­fe­ri­scono distri­buire lauti pro­fitti o riac­qui­stare azioni pro­prie; il forte aumento delle disu­gua­glianze ha sem­pre più spo­stato gli inve­sti­menti del 5 per cento dei ric­chi e super-ricchi verso il set­tore finan­zia­rio; i mag­giori paesi hanno sot­tratto all’economia decine di miliardi l’anno a forza di avanzi pri­mari, nel vano ten­ta­tivo di con­te­nere il debito pub­blico gra­vato dai sal­va­taggi delle banche.

Dinanzi alle sedi­centi stra­te­gie per l’occupazione che la Ce pro­pu­gna all’unisono con la Bce, il Fmi e i governi Ue, che cosa può fare il governo ita­liano nel seme­stre in cui tocca all’Italia la pre­si­denza Ue? A parte il fatto che il governo Renzi ha mostrato con i suoi inter­venti in tema di lavoro e occu­pa­zione di seguire alla let­tera i pre­cetti della Ce, è chiaro che dinanzi a tale muro non c’è molto da fare. In ogni caso, se avesse un po’ di corag­gio, potrebbe pro­vare a rilan­ciare un’idea che da tempo cir­cola nella Ue: un New Deal per l’Europa, ovvero un grande piano euro­peo per inve­sti­menti infra­strut­tu­rali. Che dovrebbe tenersi alla larga dalle grandi opere, per con­cen­trarsi invece su infra­strut­ture urbane e inte­rur­bane, dalle strade ai tra­sporti urbani e regio­nali, dalle scuole agli ospe­dali, che quasi un decen­nio di insen­sate poli­ti­che di auste­rità ha gra­ve­mente cor­roso, e dalle quali pos­sono deri­vare milioni di posti di lavoro.

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Il Pd fa fuori la Tobin tax: la speculazione e le banche ringraziano

Posted by PRC Muggiò su domenica 22 dicembre 2013

Pubblicato il 19 dic 2013

di Dino Greco – liberazione.it

images2Qualche giorno fa, Marco Panara scriveva su la Repubblica che dal primo marzo scorso, quando è entrata in vigore, al 31 dicembre del 2013, la Tobin-tax avrebbe dovuto portare nelle casse dello Stato un miliardo e 88 milioni di euro, mentre ne arriveranno, forse, 200. Panara derivava questa previsione dall’ultimo dato disponibile, quello dell’ottobre scorso, quando nelle casse del Tesoro di milioni ne erano entrati solo 159, circa 20 al mese per ciascuno degli otto mesi di vita dell’ imposta. Se, come altamente probabile, la media si mantenesse, tra novembre e dicembre – osservava Panara – ne dovrebbero arrivare altri 40, per un totale, appunto, di 200. Quasi 900 in meno delle previsioni del governo e quindi 900 milioni di buco nel bilancio dello Stato. Il flop era non soltanto prevedibile, ma probabilmente premeditato, come avevano subito segnalato gli operatori più accorti (e meno asserviti ai potentati finanziari e alle banche) che lo avevano segnalato, inascoltati, a governo e Parlamento. “La ragione per la quale nella formulazione varata dal governo Monti la Tobin non ha neanche lontanamente raggiunto i suoi obiettivi di gettito – spiegava ancora Panara – è che di fatto esenta il 98 per cento dei 12 mila miliardi di transazioni finanziarie che ogni anno avvengono in Italia o hanno per oggetto titoli emessi da soggetti italiani. Non la pagano infatti day trader (che ormai rappresentano quasi il 40% degli scambi a Piazza Affari) e market makers, speculatori in cambi (il volume delle operazioni in questo settore è pari a 6 volte quello della bilancia commerciale, il che vuol dire che si tratta in gran parte di operazioni speculative), venditori e acquirenti di obbligazioni, speculatori sui tassi, sui credit default swap e via elencando”. Dunque, per andare al sodo, è rimasto nella rete solo chi ha acquistato azioni per tenerle in portafoglio per un periodo medio lungo, ovvero la parte, diciamo così, più sana del mercato, quella che concorre al finanziamento dell’economia reale e non persegue obiettivi puramente speculativi. Chi ha messo all’incasso il risultato da questa pessima formulazione della legge – proseguiva Panara – “sono state soprattutto le banche, alcuni intermediari e la Borsa stessa, che hanno ottenuto di sottrarre alla tassazione i clienti che fanno guadagnare loro le maggiori commissioni”. A fronte del buco nelle entrate, nell’ambito della legge di Stabilità era stato presentato un emendamento (primo firmatario Biobba, Pd, con l’ adesione di parlamentari di Scelta Civica, Nuovo Centro Destra, Sel e Lega) che prevedeva una sostanziale revisione dell’ imposta, ridotta a un decimo di quella attuale (dallo 0,1 allo 0,01%) ma estesa a tutte le transazioni, escluse quelle sui titoli di Stato. “Applicando lo 0,01% al venditore e all’acquirente in ogni transazione sul volume totale annuo di circa 12 mila miliardi di controvalore – concludeva Panara – si avrebbe un gettito di 2,4 miliardi; esentando i titoli di stato si supera comunque il miliardo, ottenendo così il gettito che con la Tobin si intendeva raggiungere. L’emendamento avrebbe dovuto essere discusso ieri sera per entrare nella legge di stabilità. Peccato che il Pd l’abbia abbandonato, dandola vinta alle lobby interessate a lasciare le cose così come stanno. Mentre ogni sorta di balzello viene architettato per drenare quattrini dalle tasche dei lavoratori e dei cittadini onesti, i Democratici spengono anche la tenue speranza di vedere leggermente, molto leggermente, limato il grasso che si accumula nei forzieri della grande speculazione. L’argomento è stato formalmente congelato, con la classica formula farisaica del rinvio, affidando alla commissione Bilancio, nel prossimo mese di gennaio, il compito di “affrontare il tema in modo più vasto e organico durante il semestre italiano di Presidenza del Consiglio Europeo”.

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