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“C’è una strada stretta che noi dobbiamo percorrere” – Intervento di Dino Greco

Posted by PRC Muggiò su mercoledì 5 agosto 2015

“Non possiamo continuare ad investire sulla riformabilità dell’Europa”. Intervento di Dino Greco

da controlacrisi.org

Dino_Greco_nella_sede_del_Prc_di_ParmaLa cosa più semplice, diretta e, purtroppo, definitiva l’ha detta Lucio Carracciolo (direttore di Limes), quando ha scritto che dopo l’accordo della capitolazione “la Grecia cessa di esistere come Stato indipendente”.
Non ancora nella forma, ma certo nella sostanza. “Restano i Greci”, ma espropriati di tutto: della giurisdizione politica, economica, sociale.

Ciò perché l’intesa ha il carattere, neppure dissimulato, di una resa senza condizioni.

E’ davvero come se il board dell’Ue fosse entrato ad Atene alla guida dei tanks col mandato di non fare prigionieri e il signor Schauble avesse infine messo il suo sigillo sull’occupazione sbattendo sulla bilancia la “spada di Brenno”.

Il congegno del diktat è concepito per prefigurare una colonizzazione stabile del paese, la sua trasformazione in un protettorato su cui veglia la resuscitata troika, i cui funzionari, prima ripudiati dal governo greco, torneranno come cani da guardia a controllare l’attuazione di ogni singolo punto dell’accordo, prima ancora che su di esso si pronunci (pletoricamente) il parlamento preso in ostaggio insieme al popolo di Grecia.
Evito di riassumere qui l’impressionante incalzare del diktat, i contenuti scolpiti nelle 7 pagine del nuovo memorandum. Alla condizione però che essi siano tenuti ben presenti. Perché c’è un antico vizio, nella sinistra, ed è la tendenza a rimuovere le sconfitte (in questo caso la drammatica materialità di quell’intesa) per “buttarla in politica” e assolversi dall’urgenza di una rielaborazione critica delle proprie tesi.

Di questa pessima abitudine ha in questi giorni libero corso una versione ancor più paradossale, quella secondo cui l’accordo è una tagliola talmente pesante da non potere essere applicata: dunque – sento dire – è come se non esistesse!

Invece l’accordo esiste eccome, come esistono i pretoriani (gli euroburocrati di Bruxelles e Berlino) che vegliano al minuto su ciascun atto legislativo al fine di garantirne la meticolosa applicazione.

Vorrei essere chiaro su un punto preliminare: la questione non si pone in termini di “tradimento”, scorciatoia fuorviante di ogni querelle che annega il dibattito a sinistra in un mare di inutili e autolesionistici insulti.

Tsipras non è Vidkun Quisling. Semmai è una figura tragica che i fatti rischiano di trasformare nell’esecutore testamentario del referendum.
Alla radice dell’esito del lungo braccio di ferro c’è un errore (fatale) di comprensione teorica della realtà dell’Unione europea, errore del quale la stessa sinistra radicale italiana divide la paternità.

L’errore è consistito (consiste?) nel ritenere che con la Commissione europea, con la Bce, con il Fmi sia possibile negoziare la fine (o almeno l’attenuazione) dell’austerity.
Un po’ come se una vittima dei “cravattari” si illudesse di potere concordare con i propri aguzzini la fine dell’usura.

Ricordo, per inciso, che quasi tutta la sinistra italiana aveva creduto che le dimissioni di Varoufakis, intervenute dopo la vittoria nel referendum e prima che se ne conoscessero le reali ragioni, potessero essere un viatico positivo per l’accordo, quasi che ad impedirlo fosse ormai soltanto un conflitto di caratteri fra i ministri delle finanze greco e tedesco!

Il fatto che non si dovrebbe mai dimenticare è che l’austerity non è altro che la principale missione politica delle classi dominanti europee (privatizzazione integrale, abolizione del welfare, deflazione salariale, concentrazione di potere e ricchezza, mercatismo assoluto, ecc.). E che l’architettura congegnata per rendere inespugnabile questo modo dell’accumulazione, dell’appropriazione privata, dell’estrazione di plusvalore assoluto dal lavoro non può essere incrinata con il consenso dei suoi artefici che in quel caso vedrebbero messa in discussione la propria ragione di esistenza.

Non avere compreso l’irriducibilità del proprio antagonista ha fatto ritenere che la ragionevolezza delle proprie posizioni, il carattere manifestamente ingiusto e per giunta inefficace delle misure imposte sino ad allora alla Grecia potesse dischiudere la porta ad un’intesa positiva. Nulla di più illusorio.

La trattativa si è svolta su un binario a senso unico, con la dichiarazione condivisa che i trattati europei, a partire dalla moneta, non erano in discussione, e che l’accordo si sarebbe potuto raggiungere solo entro e non al di fuori del perimetro dato.

Poi, una volta scoperto che davanti c’era un muro invalicabile si è detto che la 1574sproporzione nei rapporti di forza era talmente grande da non consentire un esito diverso e che la firma era obbligata.
Ma che i rapporti di forza fossero questi e non altri era ben noto a tutti sin dall’inizio, anche quando si davano per certe la fine dell’austerity e la sconfitta della troika.

E allora? Il fatto è che ad una ipotesi alternativa, ad un’altra via d’uscita, che mettesse in conto di non firmare la capitolazione anche a prezzo di subire l’uscita dall’euro non si è mai pensato, se non in chiave di tattica negoziale (Varoufakis), anch’essa rigettata dalla maggioranza della segreteria di Syriza.

La convinzione che non esistesse una via d’uscita ha fatto sì che la straripante vittoria dell’oki sia stata paradossalmente usata non per sfidare la troika, ma per rendere le armi, senza nulla più negoziare, sotto il ricatto della “grexit” brandito dalla Germania come una clava.

L’accordo (per usare le stesse parole con cui Tsipras commentò le proposte dell’Ue appena prima della resa) è “umiliazione e disastro”, un taglieggiamento dai contenuti violentemente recessivi, un percorso che conduce esattamente là dove la Grecia è stata portata dagli altri memorandum.

Un accordo che distrugge Syriza (o ne muta in radice la natura) perché il vulnus democratico inferto al partito è fortissimo e alquanto difficile da riassorbire.

E’ questo un fatto incontrovertibile che nessuna acrobazia dialettica può relativizzare: mentre la maggioranza del comitato centrale del partito (e non solo la sinistra) respingeva l’accordo il suo segretario andava da un’altra parte, costruendo una nuova maggioranza parlamentare necessaria per approvare l’intesa col voto decisivo degli oligarchi di Potami, dei corrotti del Pasok e della destra di Nuova democrazia.

Ma c’è di più: ora si sta spiegando che l’accordo fotocopia dei precedenti, contro i quali Syriza è nata, ha combattuto e vinto, lascia dischiusa una strada: quello che fino ad un giorno prima era considerato un obbrobrio indifendibile e una taglia insopportabile sul popolo greco diventa una “non sconfitta” che può rilanciare la lotta interna.
Il governo greco oggi simula un’autonomia che in realtà non gli è concessa.

Ecco, io credo che c’è una cosa peggiore del disfattismo ed è la capacità (di cui la sinistra italiana ha credenziali da master universitario) di trasformare le sconfitte in vittorie, il che equivale a non elaborarne e a non apprenderne la lezione, rimanendo prigionieri di una sorta di coazione a ripetere, a percorrere le strade di sempre anche se senza via d’uscita.

E allora?
Nei confronti di Syriza, di Tsipras, del popolo greco tutta la sinistra italiana ha un enorme debito di riconoscenza. Da soli, contro il moloch europeo, hanno saputo ribellarsi e mettere a nudo la violenza cieca del potere incardinato nelle istituzioni continentali, hanno disvelato la natura degli interessi che esso rappresenta mostrandone sino in fondo il carattere predatorio, hanno strappato le lenti deformanti con le quali certo progressismo aveva educato a guardare all’Europa.

Ma hanno anche dimostrato, a loro spese e a memoria di tutti, che quella immensa prova di coraggio e di generosità non basta, perché il meccanismo infernale che hanno combattuto pensando di piegarlo non è emendabile, non è riformabile dall’interno.

La questione di cui occorre prendere finalmente atto è che l’Ue, i trattati che ne formano l’ossatura e la moneta sono esattamente la stessa cosa, per concatenazione logica e simbolizzazione reciproca; e che l’euro è l’instrumentum regni, la tecnicalità monetaria di una politica socialmente reazionaria, di una inaudita oppressione di classe che trascina con sé una drammatica fuoriuscita dalla democrazia.

L’epilogo della vicenda greca dimostra che l’intera configurazione della formazione economico-sociale europea è una “gabbia d’acciaio” dalle cui maglie non si esce se non rompendola.

Vedo che cominciano a capirlo in molti: da Paul Krugman (che da quando se n’è convinto non scrive più su Repubblica) a Oskar Lafontaine, da James Galbraith a Stefano Fassina (che da quando si è affrancato dalla morsa del Pd dice persino cose sensate).

Ebbene, ho l’impressione che l’analisi materialistica della reale essenza dell’Ue noi fatichiamo ancora a compierla, per affidarci, nella pratica (che gramscianamente rivela il nostro reale ambito teorico) a pur generose illusioni volontaristiche.

E’ come se fossimo prigionieri di una sorta di blocco del pensiero, di conformistica adesione all’idea che fuori dall’euro non c’è che il disastro, la degenerazione nazionalistica, la caduta in un buco nero e un’inevitabile deriva reazionaria: anche noi, in certo qual modo, siamo succubi di un nostro “there is no alternative”.

Sicché nessun memorandum, neppure l’inevitabile avvitamento della crisi su se stessa, neppure la distruzione sempre più evidente di ogni aspetto della sovranità nazionale, sono riusciti a sciogliere in noi il timor panico per un’ipotesi che si configuri come vera rottura delle regole del gioco imposte dal capitale, per un salto di paradigma che non ci consegni sistematicamente alla sconfitta.

Eppure chi, se non i comunisti, dovrebbe essere capace di pensiero creativo, dunque “divergente”, tale da rompere continuamente gli schemi dell’esperienza e pensare il non già pensato.

L’elaborazione di una diversa proposta è oggi per noi (per l’esistenza stessa di una sinistra italiana) una necessità vitale. Altrimenti i già zoppicanti tentativi di rendere credibile e fare vivere l’Altra Europa e di immaginare “costituenti” della sinistra antiliberista nascono senza futuro, già con dentro inoculato il virus della dissoluzione.

L’Europa di cui abbiamo discusso sino a ieri e nelle cui coordinate si è mossa la nostra strategia è morta e sepolta. Continuare ad investire sulla sua riformabilità, alimentare questo equivoco significa condannarsi ad un suicidio politico che si compirebbe definitivamente con la firma del TTIP e con l’entrata in vigore del fiscal compact.

Diciamolo in questo modo: se la conclusione della partita greca viene considerata una “contingente necessità” siamo tutti in un cul de sac. Perché nessuno avrà la forza di provarci più.

Un’ultima considerazione su un tema che è spesso tornato nelle nostre discussioni.

Dovrebbe essere ormai chiaro (anche questo è un apprendimento da non buttare) che proprio questa Europa è la più feconda culla del peggior nazionalismo.

Come ha scritto recentemente Marco Bascetta, nella fase più dura dello scontro fra Grecia e Germania il giudizio ricorrente nella stampa tedesca era che il popolo greco è “naturalmente infido”, culturalmente “inquinante”, “moralmente riprovevole”, “parassita”, e – nei casi peggiori – “miscuglio bastardo di Slavi, Turchi e Albanesi”, “altro che età di Pericle”, dunque.
Siamo a pochi passi – ammoniva Bascetta – dal confine invalicabile della dottrina razziale.

Questa è l’altra non meno pericolosa faccia del nazionalismo: il revanscismo sciovinistico tedesco, il bozzolo reazionario coltivato nell’involucro dell’Ue, la costruzione stabile di una gerarchia inossidabile di Stati con in testa la Germania come dominus per vocazione da una parte e i subalterni per costrizione dall’altra.

C’è una strada stretta che noi dobbiamo percorrere. Quella che impone, ad ogni costo, il recupero di una sovranità nazionale da incardinare su una strategia di riunificazione e difesa del lavoro e su una nuova tessitura solidaristica capace di trascendere i confini nazionali per costruire, su una proposta finalmente chiara, una trama democratica che l’attuale assetto dei poteri europei impedisce in radice.

Si tratta, per dirla con le parole di Mimmo Porcaro, di elaborare un nazionalismo democratico, lavorista, solidarista e antirazzista, diametralmente opposto alle farneticazioni reazionarie di Salvini. Senza questo cimento temo che sarà il capataz leghista ad avere la meglio. L’uscita dall’euro prima o poi ci sarà comunque, per autocombustione, ma a quel punto non saremo certo noi a determinarne la direzione.

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Euro e austerità. [22/05, Muggiò]

Posted by PRC Muggiò su lunedì 11 maggio 2015

euroausterita
Maggiori info QUI https://www.facebook.com/events/1586755394928751/

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Il Pd fa fuori la Tobin tax: la speculazione e le banche ringraziano

Posted by PRC Muggiò su domenica 22 dicembre 2013

Pubblicato il 19 dic 2013

di Dino Greco – liberazione.it

images2Qualche giorno fa, Marco Panara scriveva su la Repubblica che dal primo marzo scorso, quando è entrata in vigore, al 31 dicembre del 2013, la Tobin-tax avrebbe dovuto portare nelle casse dello Stato un miliardo e 88 milioni di euro, mentre ne arriveranno, forse, 200. Panara derivava questa previsione dall’ultimo dato disponibile, quello dell’ottobre scorso, quando nelle casse del Tesoro di milioni ne erano entrati solo 159, circa 20 al mese per ciascuno degli otto mesi di vita dell’ imposta. Se, come altamente probabile, la media si mantenesse, tra novembre e dicembre – osservava Panara – ne dovrebbero arrivare altri 40, per un totale, appunto, di 200. Quasi 900 in meno delle previsioni del governo e quindi 900 milioni di buco nel bilancio dello Stato. Il flop era non soltanto prevedibile, ma probabilmente premeditato, come avevano subito segnalato gli operatori più accorti (e meno asserviti ai potentati finanziari e alle banche) che lo avevano segnalato, inascoltati, a governo e Parlamento. “La ragione per la quale nella formulazione varata dal governo Monti la Tobin non ha neanche lontanamente raggiunto i suoi obiettivi di gettito – spiegava ancora Panara – è che di fatto esenta il 98 per cento dei 12 mila miliardi di transazioni finanziarie che ogni anno avvengono in Italia o hanno per oggetto titoli emessi da soggetti italiani. Non la pagano infatti day trader (che ormai rappresentano quasi il 40% degli scambi a Piazza Affari) e market makers, speculatori in cambi (il volume delle operazioni in questo settore è pari a 6 volte quello della bilancia commerciale, il che vuol dire che si tratta in gran parte di operazioni speculative), venditori e acquirenti di obbligazioni, speculatori sui tassi, sui credit default swap e via elencando”. Dunque, per andare al sodo, è rimasto nella rete solo chi ha acquistato azioni per tenerle in portafoglio per un periodo medio lungo, ovvero la parte, diciamo così, più sana del mercato, quella che concorre al finanziamento dell’economia reale e non persegue obiettivi puramente speculativi. Chi ha messo all’incasso il risultato da questa pessima formulazione della legge – proseguiva Panara – “sono state soprattutto le banche, alcuni intermediari e la Borsa stessa, che hanno ottenuto di sottrarre alla tassazione i clienti che fanno guadagnare loro le maggiori commissioni”. A fronte del buco nelle entrate, nell’ambito della legge di Stabilità era stato presentato un emendamento (primo firmatario Biobba, Pd, con l’ adesione di parlamentari di Scelta Civica, Nuovo Centro Destra, Sel e Lega) che prevedeva una sostanziale revisione dell’ imposta, ridotta a un decimo di quella attuale (dallo 0,1 allo 0,01%) ma estesa a tutte le transazioni, escluse quelle sui titoli di Stato. “Applicando lo 0,01% al venditore e all’acquirente in ogni transazione sul volume totale annuo di circa 12 mila miliardi di controvalore – concludeva Panara – si avrebbe un gettito di 2,4 miliardi; esentando i titoli di stato si supera comunque il miliardo, ottenendo così il gettito che con la Tobin si intendeva raggiungere. L’emendamento avrebbe dovuto essere discusso ieri sera per entrare nella legge di stabilità. Peccato che il Pd l’abbia abbandonato, dandola vinta alle lobby interessate a lasciare le cose così come stanno. Mentre ogni sorta di balzello viene architettato per drenare quattrini dalle tasche dei lavoratori e dei cittadini onesti, i Democratici spengono anche la tenue speranza di vedere leggermente, molto leggermente, limato il grasso che si accumula nei forzieri della grande speculazione. L’argomento è stato formalmente congelato, con la classica formula farisaica del rinvio, affidando alla commissione Bilancio, nel prossimo mese di gennaio, il compito di “affrontare il tema in modo più vasto e organico durante il semestre italiano di Presidenza del Consiglio Europeo”.

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Fasci e forconi

Posted by PRC Muggiò su martedì 10 dicembre 2013

E’ stato annunciato un blocco degli autotrasportatori di 5 giorni, previsto dal 9 al 13 dicembre, da parte di una serie di movimenti e associazioni, perlopiù rappresentanti di autotrasportatori e agricoltori.

Un momento di conflitto, di partecipazione e di democrazia?
Purtroppo no.

220px-Mussolini-_the_duce_of_tractors_206Dietro a questi movimenti di protesta, apparentemente non politicizzati, si insinuano e si nascondono organizzazioni neofasciste, tra cui spicca, con un ruolo di regia occulta, Forza Nuova.

I nostalgici del Ventennio vogliono sfruttare la disperazione della gente e la voglia di conflitto sociale per rinforzare le proprie posizioni politiche violente e reazionarie. Dietro una iniziativa che parla di ripresa economica e sovranità nazionale si nasconde il tentativo di far presa sugli istinti più brutali dell’uomo, incanalati contro falsi nemici, contro i migranti, contro gli stranieri, contro vari capri espiatori, misteriosi autori di presunti complotti. Rimangono nascosti i veri problemi e le vere responsabilità.

Occorre capire che il vero responsabile di questa situazione di crisi è il potere economico-finanziario, che tramite l’azione dei governi nazionali, ormai ridotti a cassa di risonanza delle sue decisioni, ha consapevolmente operato per distruggere lo stato sociale e i diritti dei lavoratori, al solo scopo di incrementare il proprio profitto.

Per questo è importante ricostruire la solidarietà sociale, per poter lottare non contro chi è nella nostra situazione quando non peggio, ma contro gli oppressori, cioè chi ha realmente determinato questa condizione.

“Il problema è l’assenza di una guida sociale delle lotte (il sindacato) e la latitanza di un soggetto politico (il partito) che sappia assumerne la rappresentanza politica, scansando il rischio di una torsione reazionaria e di una rottura democratica dagli esiti devastanti. E’ l’assenza della lotta di classe che fa di sommosse come quelle che sempre più spesso scuotono il paese il ricettacolo, il brodo di coltura di spinte qualunquistiche su cui la destra estrema può costruire le proprie fortune e, persino, alimentare le proprie mai sopite tentazioni golpiste.” (Dino Greco)

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