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Posts Tagged ‘disoccupazione’

Lavorare meno, lavorare tutti!

Posted by PRC Muggiò su martedì 3 maggio 2016

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PANEM ET CIRCENSES

Posted by PRC Muggiò su sabato 23 maggio 2015

Intervista al segretario FLAI-CGIL di Monza e Brianza – Matteo Casiraghi, a cura del Partito della Rifondazione Comunista di Muggiò.

flai_cgil-2Ne è passato di tempo dal 2013, quando al Gruppo Novelli venne assegnata la gestione della Panem di Muggiò, con lo scopo di garantire la continuità produttiva e lavorativa.

Gestione che però ha visto brusche frenate dal Gruppo stesso che ha ostacolato in parte il piano industriale che oggi – pare – stia dando alcuni risultati.

“Il caso della Panem – afferma il segretario provinciale Flai-Cgil Matteo Casiraghi – non ha precedenti in Italia. La cassa integrazione per esempio è durata ben 5 anni e lo scorso anno è stata rinnovata dopo il suo esaurimento”.

Nel dicembre di quest’anno scadranno i mandati dei tecnici che avrebbero dovuto risollevare l’azienda, ma allo stato di cose attuali non si esclude che il prossimo anno veda l’ingresso di finanziarie e banche se non si presenteranno industriali convinti ad investire.

Il rischio è l’ennesima esternalizzazione della produzione, e qui i giochi si possono fare duri, panem et circenses appunto, “pane e giochi”.

Su oltre 100 dipendenti almeno il 20% è composto da muggioresi. Alcuni sono andati in pensione, altri cercano lavoro, molti restano attivi nella Rappresentanza Sindacale Unitaria, la situazione sembra però ormai meno critica rispetto agli anni passati, opinione condivisa anche dal sindacalista Cgil: “da settembre non ci sarà più cassa integrazione, anche grazie al fatto che la produzione è pressoché raddoppiata”.

Rimane un’incognita, uno scoglio che i lavoratori dovranno ancora superare, e cioè quel che avverrà nel gennaio 2016, quando scadrà il mandato dei tecnici – che, come ricordato prima, gestiscono di fatto il piano industriale.

“I lavoratori ed il sindacato chiedono tutele, la tenuta del lavoro è imprescindibile”, queste le richieste che arrivano dalla Flai, richieste che erano state esposte già un paio di anni fa alla Amministrazione Comunale guidata dal centrodestra, che ha lasciato cadere nel nulla questa voce collettiva.

logo“Bisogna parlare della Panem – continua Casiraghi – i lavoratori non devono più sentirsi soli, isolati dal paese”. Per di più la crisi ha costruito nuovi problemi sociali per i lavoratori cassaintegrati, il mutuo, l’affitto, la scuola dei figli e la spesa…urgenze quotidiane a cui far fronte.

Da questa intervista la proposta di Rifondazione: se i lavoratori sono soli vanno riconnessi col tessuto cittadino e amministrativo, il comune potrebbe perciò essere promotore nelle molte feste di quartiere che organizza, di uno spazio riservato alle aziende locali in crisi – tra cui Panem – per creare coscienza tra i cittadini, dare nuovi spazi sociali ai lavoratori e contribuire ad affrontare la crisi assieme ai lavoratori e alle piccole-medie aziende. Una proposta del genere nasce dall’evidenza dei fatti, buona parte delle aziende presenti sul nostro territorio hanno chiuso: Kerry, Meroni, Officine Monzesi…solo per citarne alcune.

La proposta dovrebbe partire in prima battuto dal sindacato stesso, impegnato nella difesa dei diritti dei lavoratori, diritti sotto attacco da tutti i fronti, in particolare dalle manovre economiche nazionali.

Noi non vogliamo stare a guardare né vogliamo tantomeno tacere sui delitti perpetrati dal Governo Renzi a danno del lavoro, dallo smantellamento dello Statuto dei Lavoratori, al demansionamento, alla legalizzazione e proliferazione della precarietà, soprattutto giovanile, al Jobs Act, all’attacco ai sindacati: il lavoro non è una merce, è un diritto!

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All’Europa serve un New Deal

Posted by PRC Muggiò su sabato 28 giugno 2014

da rifondazione.it

di Luciano Gallino – il manifesto 27 giu 2014

Austerity. Se avesse un po’ di coraggio, il governo italiano dovrebbe rilanciare un’idea che circola da tempo: un grande piano per investimenti infrastrutturali

napolitano-lavoro-1A marzo 2014 i disoc­cu­pati erano 25,7 milioni nella Ue a 28, e poco meno di 19 milioni nell’eurozona (stime Euro­stat). Rispetto a un anno prima si regi­strava una lieve dimi­nu­zione, dal 12% al all’11,8 nell’eurozona, e dal 10,9 al 10,5 nella Ue a 28. A ini­zio 2008, i disoc­cu­pati Ue erano sotto il 7%, circa 10 milioni in meno. Ele­va­tis­simi i tassi attuali di disoc­cu­pa­zione degli under 25, anche in paesi che si riten­gono poco col­piti dalla crisi: 23,4 in Fran­cia, 23,5 in Sve­zia, 20,5 in Fin­lan­dia, con una media che sfiora il 24% nell’eurozona, pari a 3,5 milioni di gio­vani. Per non par­lare del 42,7 dell’Italia o del 53,9 della Spagna.

A sei anni dall’inizio della crisi, che cosa fanno le isti­tu­zioni Ue per com­bat­tere la disoc­cu­pa­zione? Da anni la la Com­mis­sione Euro­pea discute di una «Stra­te­gia euro­pea per l’occupazione», nel qua­dro di un’altra che si chiama «Europa 2020: una stra­te­gia per la cre­scita». Di que­ste gene­ri­che stra­te­gie in tema di occu­pa­zione non si è visto quasi nulla. Ma ad aprile 2012 la Ce ha lan­ciato un «Pac­chetto per l’occupazione» più det­ta­gliato. Con­sta di una serie di docu­menti che gli stati mem­bri dovreb­bero fare pro­pri al fine di soste­nere la crea­zione di posti di lavoro, rilan­ciare la dina­mica dei mer­cati del lavoro, raf­for­zare il coor­di­na­mento tra gli stati mem­bri in tema di poli­ti­che dell’occupazione. Le ricette sono le solite che arri­vano da Bru­xel­les: dimi­nuire le tasse sul lavoro; ridurre la seg­men­ta­zione del mer­cato del lavoro tra chi ha un’occupazione pre­ca­ria e chi ha un’occupazione più sta­bile; svi­lup­pare le poli­ti­che attive del lavoro; rimuo­vere gli osta­coli legali e pra­tici al libero movi­mento dei lavo­ra­tori, oltre che – nien­te­meno – inco­rag­giare la domanda di lavoro.

Come mai, ad onta delle sud­dette stra­te­gie, la disoc­cu­pa­zione ha con­ti­nuato a imper­ver­sare nella Ue? Per­ché tali stra­te­gie, che la Ce ha pro­po­sto in pieno accordo con le altre isti­tu­zioni UE e la mag­gior parte dei governi euro­pei, non toc­cano mini­ma­mente i fon­da­menti strut­tu­rali di essa.
Insi­stono sui soliti motivi isti­tu­zio­nali: l’ordinamento giu­ri­dico del mer­cato del lavoro, le tasse ecces­sive, la rilut­tanza dei lavo­ra­tori ad accet­tare i posti di lavoro che ci sono in luogo di quelli che pre­fe­ri­reb­bero, lo scarto tra le capa­cità pro­fes­sio­nali di cui i lavo­ra­tori dispon­gono e quelle che le imprese richiedono.

Per con­tro il lavoro è scarso, e i disoc­cu­pati nume­rosi, per­ché la com­pres­sione dei salari e delle con­di­zioni di lavoro in atto da vent’anni nei paesi Ue ha ridotto la domanda dei con­su­ma­tori; a loro volta le imprese hanno ridotto di molto gli inve­sti­menti e l’accumulazione di capi­tale reale per­ché pre­fe­ri­scono distri­buire lauti pro­fitti o riac­qui­stare azioni pro­prie; il forte aumento delle disu­gua­glianze ha sem­pre più spo­stato gli inve­sti­menti del 5 per cento dei ric­chi e super-ricchi verso il set­tore finan­zia­rio; i mag­giori paesi hanno sot­tratto all’economia decine di miliardi l’anno a forza di avanzi pri­mari, nel vano ten­ta­tivo di con­te­nere il debito pub­blico gra­vato dai sal­va­taggi delle banche.

Dinanzi alle sedi­centi stra­te­gie per l’occupazione che la Ce pro­pu­gna all’unisono con la Bce, il Fmi e i governi Ue, che cosa può fare il governo ita­liano nel seme­stre in cui tocca all’Italia la pre­si­denza Ue? A parte il fatto che il governo Renzi ha mostrato con i suoi inter­venti in tema di lavoro e occu­pa­zione di seguire alla let­tera i pre­cetti della Ce, è chiaro che dinanzi a tale muro non c’è molto da fare. In ogni caso, se avesse un po’ di corag­gio, potrebbe pro­vare a rilan­ciare un’idea che da tempo cir­cola nella Ue: un New Deal per l’Europa, ovvero un grande piano euro­peo per inve­sti­menti infra­strut­tu­rali. Che dovrebbe tenersi alla larga dalle grandi opere, per con­cen­trarsi invece su infra­strut­ture urbane e inte­rur­bane, dalle strade ai tra­sporti urbani e regio­nali, dalle scuole agli ospe­dali, che quasi un decen­nio di insen­sate poli­ti­che di auste­rità ha gra­ve­mente cor­roso, e dalle quali pos­sono deri­vare milioni di posti di lavoro.

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I PRECARI ABBANDONATI

Posted by PRC Muggiò su sabato 14 marzo 2009

C’è una parte del mondo del lavoro senza tutele e senza rappresentanza: i precari.
Per coprire con una foglia di fico questa vergogna il governo ha deciso di portare dal 10% al 20% della retribuzione annuale, l’indennità una tantum destinata ai parasubordinati che verranno licenziati: si tratta, secondo i calcoli della Cgil di passare da circa 800 a 1600 euro medi (il ministro Sacconi parla di una somma che va da 1000 a 2600 euro). Soldi che questi lavoratori, dopo anni di sfruttamento, riceveranno in un’unica tranche, per rimanere sostanzialmente a piedi per tutti i mesi a venire. Ma non basta, perché i requisiti per poter accedere al sussidio sono molto restrittivi e non saranno affatto tutti gli 836 mila parasubordinati del Paese a ricevere la cifra, ma al massimo un 10% (calcola la Cgil), cioè circa 80-90 mila persone. La cifra stanziata dal governo, d’altra parte, è molto bassa: cento milioni di euro.

L’elemosina è stata raddoppiata, ma resta sempre un’elemosina.
Raffaele Bonanni invece plaude al pacchetto del governo e vaneggia: secondo lui «Il dialogo paga».

«Ragionevolmente prorogheremo anche nel 2010 la misura ma attualmente la copertura è per il 2009» dice il Governo, confermando quindi che neppure il nuovo anno porterà la ripresa economica.

Invece ci vogliono ben altre proposte per uscire da questo pantano: innanzitutto il salario sociale per tutti i disoccupati e l’estensione della cassa integrazione a chiunque perda il posto di lavoro, indipendentemente dalla dimensione dell’azienda di provenienza e dalla tipologia contrattuale. E’ l’unico modo per riunificare lavoratori stabili e precari; nessuno deve restare solo nella crisi. In secondo luogo è necessario rilanciare la spesa pubblica con grandi investimenti nella ricerca, nelle tecnologie eco-sostenibili, nei settori ad alta tecnologia, avendo un disegno industriale del nostro paese di lungo respiro, capace di guardare al futuro del Paese. Insomma, l’opposto delle scelte operate da questo governo.
Ma per varare misure così importanti servono risorse, e le risorse non vanno prese dalle tasche dei pensionati o dei lavoratori che in questo caso si dividerebbero reciprocamente la miseria. I costi della crisi devono progressivamente ricadere su chi è più abbiente e su chi finora ha fatto il furbetto. Si può fare con l’aumento delle tasse sopra i 100 mila euro, la patrimoniale, la tassa di successione per i grandi patrimoni, la tassazione delle rendite finanziarie e rilanciando una vera lotta all’evasione. Bisogna fare cioè esattamente come sta proponendo il presidente degli Usa Obama: togliere ai ricchi per dare ai disoccupati, ai precari ed ai cassintegrati.
Rifondazione Comunista sostiene queste proposte e per queste si vuole battere; sta ai lavoratori scegliere tra la “carità pelosa” di questo governo e la riscoperta della propria forza e dei propri diritti.

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