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VINCE IL NO: il comunicato del Comitato per il NO di Muggiò

Posted by PRC Muggiò su sabato 10 dicembre 2016

REFERENDUM, HA VINTO ANCORA LA COSTITUZIONE

L’espressione della sovranità popolare è netta e inequivocabile: la Costituzione fondata sull’equilibrio tra i poteri dello Stato è salva ancora una volta. Un grande esercizio di democrazia ha respinto una riforma che avrebbe pesantemente minato le fondamenta della Carta Costituzionale conquistata dalla Resistenza.

riformaNonostante una campagna che da subito è stata plasmata dal governo stesso come plebiscito sulla sua tenuta, utilizzando modalità sprezzanti per un sistema democratico, che è stata condotta sovente con vuoti slogan propagandistici, che ha esulato dai contenuti reali della riforma, siamo orgogliosi di aver mantenuto un profilo rigoroso di discussione e dibattito nel merito.

Nella nostra città come in tutto il Paese, siamo scesi nelle piazze, abbiamo organizzato momenti di sensibilizzazione e abbiamo promosso il dibattito con un unico fine: far vivere e diffondere i principi di libertà, eguaglianza e giustizia della nostra Costituzione e dimostrare gli effetti deleteri che questa riforma avrebbe comportato.

L’ottimo risultato ottenuto nella competizione referendaria, che a Muggiò ha visto una netta affermazione del “no” con il 56,59% dei voti a fronte di un’affluenza del 76,28%, non esaurisce il nostro compito.

Come abbiamo chiarito sin dal principio, a nostro giudizio i problemi del nostro Paese non scaturiscono dalla Carta Costituzionale, bensì dalla sua mancata applicazione da parte di una classe politica distante dai bisogni diffusi.
Urge un rinnovamento democratico, etico e qualitativo.

I nostri più sentiti ringraziamenti a tutte le cittadine e a tutti i cittadini che hanno scelto ancora una volta la Costituzione repubblicana e antifascista, e a tutti i militanti delle associazioni che con il loro incessante lavoro hanno permesso di ottenere questo risultato straordinario.

Viva la Costituzione, viva la democrazia!

Comitato per il NO Referendum Costituzionale – Muggiò

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Muggiò ha votato NO!

Posted by PRC Muggiò su lunedì 5 dicembre 2016

Fonte: comune.muggio.mb.it

Risultati finali degli scrutini a Muggiò

SI

NO

VOTI VALIDI

SCHEDE BIANCHE

VOTI NON ASSEGNATI

SCHEDE NULLE

ELETTORI VOTANTI

ELETTORI ISCRITTI

Sez. 1

343

399

742

1

0

2

745

1.008

Sez. 2

360

477

837

3

0

2

842

1.080

Sez. 3

311

399

710

2

0

2

714

903

Sez. 4

345

440

785

1

0

3

789

1.046

Sez. 5

288

321

609

2

0

2

613

823

Sez. 6

245

419

664

2

0

3

669

911

Sez. 7

269

452

721

0

0

6

727

981

Sez. 8

228

289

517

0

0

4

521

721

Sez. 9

352

366

718

4

0

2

724

972

Sez. 10

342

473

815

2

0

5

822

1.077

Sez. 11

317

449

766

0

0

5

771

997

Sez. 12

355

392

747

0

0

4

751

1.016

Sez. 13

325

443

768

0

0

2

770

982

Sez. 14

283

448

731

2

0

3

736

928

Sez. 15

335

435

770

1

0

2

773

956

Sez. 16

286

379

665

1

0

6

672

885

Sez. 17

407

371

778

1

0

5

784

935

Sez. 18

322

485

807

0

0

3

810

1.108

Sez. 19

285

381

666

1

0

4

671

897

TOTALE

5.998

7.818

13.816

23

0

65

13.904

18.226

%

43,41%

56,59%

76,29%

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Muggiò per il NO! L’introduzione alla serata di informazione

Posted by PRC Muggiò su lunedì 21 novembre 2016

BASTA UN SI, PER ROVINARCI!

MUGGIO’: LE RAGIONI POLITICHE DEL NO

Venerdì 18 novembre 2016 a Muggiò si è tenuto un dibattito dal titolo: “Le ragioni politiche del NO”, serata organizzata dal PRC di Muggiò in occasione della campagna referendaria costituzionale.

Lo scopo dell’evento è stato il superamento dei tecnicismi per spiegare le ragioni del NO alla riforma costituzionale proposta dal Governo Renzi. Superare i tecnicismi per parlare piuttosto delle conseguenze sociali e politiche qualora passasse la riforma.

I relatori della serata: Giorgio Cremaschi – già Segretario FIOM di Brescia, poi Presidente del Comitato Centrale FIOM dal 2010 al 2012, aderente al comitato No Debito e alla Rete Anticapitalista Ross@, dal 2015 fuoriuscito dalla CGIL per aderire al Forum Diritti Lavoro – e Giovanna Capelli – ex Senatrice e preside, attivista per i diritti all’istruzione e nei movimenti femministi, Segretaria provinciale di Rifondazione Comunista. A introdurre e moderare l’incontro Claudio Rendina, Segretario di Circolo.

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INTRODUZIONE

In quale contesto si colloca questa campagna referendaria?

In un contesto teso e cupo, nel pieno dell’attacco alla democrazia e alle sue istituzioni.

Un attacco che vuole concretizzarsi nella privazione dalla carta costituente della parte programmatica, di quel progetto sociale e redistributivo che ha fatto storcere il naso a magnati neoliberisti come i dirigenti JP Morgan o di Confindustria.

La Costituzione certamente non deve essere considerata un blocco monolitico non modificabile: di fatto dal 1948 ad oggi ci sono state ben 16 leggi costituzionali. L’ultima – del 2012 – ha introdotto il pareggio di bilancio.

Va però rilevato che le ultime riforme, non solo costituzionali ma anche sociali e politiche, dal 2011 ad oggi sono tutte il frutto di governi “eccezionali”, o meglio non eletti: Monti, Letta, Renzi.

Quale legittimità possono avere? Nessuna.

Lo svuotamento del progetto sociale della nostra Costituzione ci consegnerà una democrazia senza carta costituzionale.

Esistono al mondo almeno due paesi avanzati senza una Costituzione scritta, sostituita da norme non codificate o da leggi ordinarie: il Regno Unito e Israele.

Il paragone col Regno Unito non si limita all’assenza di una Costituzione forte, ma fa riferimento anche al suo sistema elettorale e politico, un sistema che pare essere stato copiato per la riforma Renzi-Boschi.

Nel Regno della Regina Elisabetta vige il cosiddetto “sistema maggioritario” puro o classico, caratterizzato da alcuni elementi ben codificati:

  • governi monopartitici (attuabili anche in Italia con la legge elettorale Italicum);

  • predominio dell’esecutivo (possibile con i nuovi poteri concessi dalla Riforma, come il voto a data certa);

  • bipartitismo (già avviato col centrodestra grazie al patto del Nazareno);

  • nessuna organizzazione dei gruppi di interesse (in questo senso si legge l’attacco quotidiano del Governo ai soggetti intermedi come sindacati e partiti minori);

  • governo centralizzato (la Riforma diminuisce le autonomie locali con clausole come quella di supremazia sulle Regioni);

  • Parlamento unicamerale (di fatto il nuovo Senato non avrà poteri);

  • flessibilità costituzionale (modificabile con maggioranze relative e con leggi ordinarie inserite nella costituzione stessa).

In pratica questo sistema maggioritario diviene l’obiettivo politico del Governo che punta al futuro dominio dell’esecutivo sulla vita politica ed istituzionale del Paese.

Quale alternativa al modello inglese?

Un sistema chiamato “consensuale” che si dimostra più consono alle società, come può essere quella italiana, divise, disomogenee o multietniche, un sistema che previene, in contesti frammentati, la dittatura di una maggioranza sulle minoranze diffuse.

Un sistema che prevede inoltre la condivisione – e non la concentrazione – del potere.

Condivisione che si concretizza in un bicameralismo forte.

L’Italia è classificata con un bicameralismo medio-forte, gli stati che soddisfano i criteri di un bicameralismo forte non sono certamente paese sottosviluppati o con sclerotizzazione della funzione legislativa. Stiamo parlando degli Stati Uniti, della Germania e della Svizzera.

Andando ad analizzare le proposte del fronte del Sì ci si scontra con la realtà delle analisi politologiche, che ne dimostrano l’infondatezza.

Innanzitutto quando viene declamata in nome della modernità la presunta maggiore efficienza di un governo forte e monopartitico, stiamo parlando di teorie politiche nate nella fine dell’800, altro che adeguamento alla contemporaneità!

Le decisioni veloci non sono necessariamente le più sagge o le più durature. Lo dice il buonsenso.

La velocità non è un valore assoluto, se mai lo è stato. La legge Fornero è stata approvata in 17 giorni!

Nel 2015 sono state approvate almeno 208 leggi, non poche per la palude attuale che dipinge Matteo Renzi.

Occorre chiedersi a questo punto cosa è più necessario: aumentare il numero di leggi o forse l’opposto, riducendole, semplificandole?

C’è bisogno di leggi che siano stabili e durature: stabilità delle leggi, non dei governi!

È dimostrato dalla scienza politica e dai manuali accademici che le decisioni consensuali – prese in un sistema descritto prima come l’opposto di quello maggioritario inglese – durano più a lungo.

Durano perché frutto di un compromesso che consente la convivenza pacifica delle parti che sono a pieno diritto soggetti sociali riconosciuti.

La Riforma governativa al contrario vuole elevare il silenzio a rango istituzionale, escludendo le opposizioni, ignorando i bisogni sociali e gli strati sociali inascoltati.

Una democrazia consensuale – diametralmente opposta alla Riforma – porta a risultati migliori in settori quali l’efficacia del governo, la qualità della regolazione statale, il controllo sulla corruzione, la crescita economica, il controllo della disoccupazione, le libertà personali, il controllo sulla violenza. In più favorisce l’uguaglianza politica, la partecipazione elettorale, la soddisfazione per la democrazia.

Il fronte del Sì – dal PD a Verdini, Alfano e Casini, da Briatore a Confindustria, da Merkel a Marchionne – gioca la sua campagna sui ricatti.

Alcuni di essi sono notevoli esercizi di fantasia.

Aumento del PIL dello 0,6% l’anno, secondo stime OCSE e con l’endorsement del FMI: solo una risata può commentare adeguatamente il primo ricatto.

Il secondo ricatto vuole convincerci che un governo più potente traghetterà il paese verso la stabilità: premesso che la misura del potere di un governo è la sua durata e non la sua stabilità, stando a questa analisi saremmo in un periodo di profonde debolezze e crisi di governo. Peccato che la storia ci venga in aiuto: i governi più duraturi sono tutti governi degli ultimi 20 anni (Berlusoni detiene il primato nella storia repubblicana), quelli più brevi – e quindi più deboli – dobbiamo cercarli alla fine degli anni ‘70 (Andreotti con due governi, uno durato 9 giorni, l’altro 11).

Il terzo ricatto è l’urgenza degli adeguamenti alla modernità e alla internazionalizzazione della società: spiace ricordare che la nostra Costituzione contiene elementi di modernità e di spinte internazionaliste notevoli e avanzate. Basti ricordare l’Art. 10 che assume nella legislazione nazionale in automatico quelle norme consuetudinarie internazionali – riconosciute da tutti i paesi – quali la condanna ai crimini di tortura, genocidio ecc. Compito dei governi è applicarle, ma a quanto pare non se ne curano (si vedano le sanzioni all’Italia per la mancanza della legge sulla tortura).

L’ultimo ricatto, il più decisivo, è sul ruolo delle Regioni che, a parere del Sì, saranno favorite.

Anche in questo caso le bugie hanno le gambe corte. Le ultime riforme approvate sono state il banco di prova per questa riforma costituzionale: sostanzialmente si è creato una sorta di “premierato” in molteplici ambiti sociali.

Nella scuola, con la figura del preside-manager. Con lo Sblocca Italia, che ha centralizzato le istanze locali, ignorando i territori nelle controversie sulle grandi opere. Nel mondo del lavoro, col Jobs Act che ha consegnato lo scettro del potere alla parte imprenditoriale e padronale.

Gherardo Colombo, il magistrato noto per Mani Pulite, ha commentato questo passaggio, chiarendo che le autonomie locali da questa riforma ne usciranno ridotte (per di più senza toccare le Regioni a statuto speciale); il messaggio conclusivo della riforma è quindi che gli italiani non sono in grado di gestirsi da soli, hanno bisogno del Premier tuttofare.

Concludendo sembra utile citare una provocazione di Giorgio Cremaschi il quale ha trovato ben due pregi in questa riforma: uno è l’aver fatto parlare nuovamente di Costituzione, l’altro è aver fatto uscire allo scoperto la falsa sinistra che voterà Sì.

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Muggiò per il NO

Posted by PRC Muggiò su venerdì 4 novembre 2016

muggioNO.jpeg

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Staffetta partigiana per il NO

Posted by PRC Muggiò su venerdì 28 ottobre 2016

staffetta

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No Renzi day: a Roma 21 e 22 ottobre

Posted by PRC Muggiò su lunedì 17 ottobre 2016

Pubblicato il 14 ott 2016 su rifondazione.it

Si comincia a definire il programma della due giorni per il No Renzi Day

Venerdi 21 ottobre

9ccee2f26dgiornata dello sciopero generale indetto da USB, UNICOBAS, USI  ci saranno iniziative territoriali in tutta Italia.

Dalle ore 16.00 a Roma in P.zza San Giovanni“accampata” di lotta con dibattiti su Europa e riforme

dalle 21 concerti di Banda Bassotti, Assalti frontali, Pugni in tasca, The Conspirators, Los 3 altos, Skasso,  intermezzi con Giordano Deplano, Cristian Raimo ed altri. Parteciperà anche Rikom Carnera con il suo rap per Abd Elsalam. La serata è intitolata ad Abd Elsalam, operaio ucciso mentre lottava per i diritti di tutti.

Sabato 22 ottobre  ore 14.00 corteo nazionale da piazza San Giovanni

la pagina facebook dell’evento: https://www.facebook.com/events/198463470588390/

……………………………

Ripubblichiamo l’appello con l’elenco aggiornato delle adesioni:

NO RENZI DAY

NO ALLA CONTRORIFORMA E AL GOVERNO RENZI

L’appello del Coordinamento per il NO Sociale alla Controriforma Costituzionale:

No-_Renziday.pngIl governo Renzi dopo infiniti ritardi ha fissato la data del voto referendario per il 4 dicembre. Organizzazioni sindacali di base, movimenti civili e sociali, organizzazioni politiche militanti della lotta per la democrazia, il lavoro e l’ambiente, partigiani, hanno dato vita al COORDINAMENTO PER UN NO SOCIALE ALLA CONTRORIFORMA COSTITUZIONALE che propone due scadenze nelle quali far sentire le ragioni sociali del NO:

– Il 21 ottobre il coordinamento sostiene lo SCIOPERO GENERALE proclamato sinora da USB, UNICOBAS, USI per la difesa dei diritti del lavoro e dello stato sociale, per difendere ed applicare la Costituzione del 1948, per dire basta al governo Renzi e al massacro sociale. Lo sciopero si svolgerà con iniziative diffuse in tutto il paese.

– Il 22 ottobre il COORDINAMENTO indice il NORENZIDAY, manifestazione nazionale a Roma per dire NO alla Controriforma Costituzionale ed a tutti i suoi autori nel nome del popolo sfruttato, precario, senza lavoro, impoverito, avvelenato.

I temi della mobilitazione saranno:

PER L’APPLICAZIONE DEI PRINCIPI E DEI DIRITTI DELLA COSTITUZIONE DEL1948: IL LAVORO,  LA FORMAZIONE E LA SCUOLA PUBBLICA, LA CASA,  IL REDDITO,  LO STATO SOCIALE E I BENI COMUNI IN MANO PUBBLICA, L’AMBIENTE E LA DEMOCRAZIA, LA DEMOCRAZIA E LA SICUREZZA SUI LUOGHI DI LAVORO. LA LIBERTÀ E LA SOVRANITÀ DEMOCRATICA DEL POPOLO ITALIANO, OGGI SOTTOPOSTA AD UN VERGOGNOSO ATTACCO DA PARTE DEI GOVERNI DEGLI USA, DELLA GERMANIA E DALLA BUROCRAZIA DELLA UE.

NO ALLA CONTRORIFORMA COSTITUZIONALE DEL GOVERNO, DELLA CONFINDUSTRIA,  DELLE BANCHE E DELL’ UNIONE EUROPEA.

NO AL JOBSACT, ALLA PRECARIETA’ SOCIALE, ALLA BUONA SCUOLA, ALLA LEGGE FORNERO, AL DECRETO MADIA, ALLA TAV E ALLE GRANDI OPERE, ALLA PERSECUZIONE DEI MIGRANTI, ALLA DISTRUZIONE DELLO STATO SOCIALE, ALLE PRIVATIZZAZIONI, AI TAGLI ALLA SANITA’, AGLI INTERVENTI SULLE PENSIONI A FAVORE DELLE BANCHE, AL TTIP ED AL CETA.

NO ALLA GUERRA, ALLA NATO, ALLE SPESE E ALLE MISSIONI MILITARI, ALLA REPRESSIONE PADRONALE, POLIZIESCA E GIUDIZIARIA.

DOPO LO SCIOPERO GENERALE DEL 21 OTTOBRE LA MOBILITAZIONE CONVERGERÀ DAL POMERIGGIO DEL 21 IN PIAZZA SAN GIOVANNI PER UNA ACCAMPATA DI PROTESTA DA CUI PARTIRÀ IL 22 OTTOBRE IL CORTEO DEL NORENZIDAY

 

Lidia Menapace partigiana Bruna, Umberto Lorenzoni partigiano Eros, Paolo Maddalena, Luigi De Magistris, Nicoletta Dosio, Moni Ovadia, Valerio Evangelisti, Dino Greco, Pino Marziale, Antonio Distasi, Mimmo Mignano, Stefano Fassina, Franco Russo, Giorgio Cremaschi, Fabrizio Tomaselli, Luciano Vasapollo, Carlo Formenti, Ernesto Screpanti, Sergio Cararo, Paolo Ferrero, Manuela Palermi, Mauro Casadio, Paolo Leonardi, Giovanni Russo Spena, Emiddia Papi, Paola Palmieri, Guido Lutrario, Eleonora Forenza, Claudia Candeloro, Carlo Guglielmi, Franco Turigliatto, Moreno Pasquinelli, Stefano D’Errico, Fabio Frati, Maurizio Acerbo, Andrea Ferroni, Roberta Fantozzi, Rosa Rinaldi, Laura Di Lucia Coletti, Ciccio Auletta, Marco Bersani, Roberto Musacchio, Cesare Antetomaso, Massimo Rossi, Italo Di Sabato, Haidi Giuliani, Francesco Caruso, Emilio Molinari, Alfio Nicotra, Fabio Alberti

 

Prime adesioni: USB, UNICOBAS, USI, CUB Trasporti Lazio, Eurostop, Movimento No TAV Val di Susa, Forum Diritti Lavoro, Contropiano, Carovana delle periferie Roma, Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, Partito della Rifondazione Comunista, Rossa, Rete dei Comunisti, Sinistra Anticapitalista, Partito Comunista Italiano, Noi Restiamo, L’Altra Europa con Tsipras, Militant Roma, CONUP (pensionati), Centro Sociale 28 Maggio Brescia, USI Cons,  FGCI, Giovani Comunisti,  Sinistra No Euro, CARC,  Circolo Agorà Pisa, Centro internazionale Crocevia, Rete NOWAR, Per un’altra città – Laboratorio Politico Firenze, Fronte Popolare Milano, Partito Comunista dei Lavoratori, P101, Economia Per I Cittadini, Comitato per il No di Roma, Coord. Per la Democrazia Costituzionale (comitato per il NO) Napoli, Comitato della Franciacorta per il NO, ATTAC Italia, Partigiani della Scuola Pubblica, MGA (associazione avvocati), Collettivo Comunista (M-L) Nuoro, Sinistra per Roma, Giuristi democratici, centro sociale Zona 22 (San Vito Ch),  Osservatorio sulla repressione, Controlacrisi

Movimento Nazionale Antifascista per la Difesa Integrale e il Rilancio della Costituzione, Comitato per “Un NO per la democrazia sociale”, Comitato per il ‘NO’ di Civitavecchia,  Comitato Nazionale Lipscuola, Comitato Ligure La Scuola per il NO, Rete per l’autorganizzazione popolare, collettivo politico della Casa del Popolo Giuseppe Tanas, Facciamosinistra, CSOA TERRA ROSSA Lecce, Università Popolare Asylum,  Arsave – Laboratorio per la città che vogliamo, PMLI, Lavoro e Salute, Forum Insegnanti, Partito di Alternativa Comunista, Associazione Politico Culturale “La Rossa” di Lari (PI), Commissione Audit sul debito pubblico di Parma, Fronte di Lotta No Austerity, autoconvocatiscuoleroma

Mario Agostinelli, Carlo Andreini, Carlo Barbiani, Gaetano Bucci, Giovanni Caggiati, Ciampi Angelo, Chirico Domenico, Gabriele Visco Gialardi, Enzo Lanini, Arianna Roggeri, Angelo Ruggeri, Paolo Andreozzi, Mario Eustachio de Bellis, Marina Boscaino, Alfredo Toppi, Stefano Galieni,  Fabio de Nardis,  Carla Maria Ruffini, Sergio Cesaratto, Angelo Di Naro

 

Coordinamento per NO Sociale alla Controriforma Costituzionale

Per informazioni, adesioni e contatti: coordinamentonosociale@gmail.com

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NO alla manomissione della Costituzione – la campagna di Rifondazione verso il referendum

Posted by PRC Muggiò su martedì 12 luglio 2016

Pubblicato il 12 lug 2016rifondazione.it

sold_blu.pngNO ALLA MANOMISSIONE DELLA COSTITUZIONE
In autunno si voterà sulla manomissione della Costituzione voluta dal governo Renzi. Vi invitiamo a votare NO perché questa riforma taglia la democrazia: Renzi vuole “l’uomo solo al comando”, come è avvenuto nelle epoche più buie della nostra storia. Non viene abolito il Senato, si abolisce il diritto dei cittadini di eleggere i senatori e con la nuova legge elettorale della Camera, un partito con il 25% dei voti può avere il 55% dei seggi: si concentrano tutti i poteri in poche mani.
Renzi invece di ridurre lo stipendio dei parlamentari, abolire i vitalizi e togliere i privilegi, riduce la possibilità dei cittadini di incidere sulle scelte che li riguardano. La manomissione della Costituzione è il punto di arrivo di anni e anni di attacchi ai lavoratori e alle lavoratrici: precarietà, libertà di licenziamento, legge Fornero sulle pensioni, firma di trattati europei che hanno tolto la sovranità ai popoli e l’hanno consegnata alle banche e alle multinazionali. Adesso vogliono addirittura firmare un accordo con gli USA – il TTIP – che servirebbe a privatizzare la sanità e i servizi ed a distruggere l’agricoltura di qualità.
Vi è un legame fortissimo tra svuotamento della democrazia e distruzione dei diritti sociali. Perché mettere il potere nelle mani di pochi serve per fare gli interessi di pochi: finanza e multinazionali.
Tutto questo viene motivato dicendo che i soldi non ci sono, che c’è la crisi e che dobbiamo tirare la cinghia. Si tratta di una falsità:
I SOLDI CI SONO
I ricchi con la crisi sono diventati più ricchi come si vede quando vengono fuori gli elenchi di chi porta i soldi nei paradisi fiscali. La grande evasione fiscale continua e non viene perseguita così come i profitti delle grandi aziende aumentano e non vengono reinvestiti. Come se non bastasse la Banca Centrale Europea presta gratis 80 miliardi euro al mese alle banche private (lo chiamano Quantitative Easing) ma di questo nulla viene speso per la povera gente.
I soldi ci sono, per questo Rifondazione Comunista rivendica:
– La firma immediata dei contratti nazionali di lavoro da parte dei padroni e del governo. Più di 8 milioni di lavoratori italiani – privati e pubblici – hanno il contratto scaduto, ingiustizia che riduce i salari e aggrava la crisi.
– L’abolizione della legge Fornero: in pensione gli anziani, lavoro per i giovani!
– L’istituzione di un reddito minimo per chi non ha il lavoro.
– L’abolizione dei ticket e la riduzione delle liste di attesa.

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Ottimo risultato per il referendum contro la riforma della scuola di Renzi

Posted by PRC Muggiò su giovedì 7 luglio 2016

Anche Muggiò ha dato il suo contributo con le firme raccolte dal comitato promotore e da Rifondazione Comunista: 150 muggioresi hanno sostenuto la raccolta. Grazie!

da retescuole.net

4siI quattro quesiti che vengono proposti, per chiedere la cancellazione di quattro articoli di legge, sono: i poteri dei dirigenti scolastici, l’alternanza scuola-lavoro, il buono scuola per le private e i comitati di valutazione per l’assegnazione dei premi ai docenti più meritevoli.

Raggiunta quota 530.000 firme, contro la Buona scuola si può chiedere un referendum

Domani il comitato promotore andrà in Cassazione. Quattro quesiti per abrogare i poteri dei presidi, l’alternanza scuola-lavoro, il buono scuola per le private e i comitati di valutazione per i premi ai docenti

di  Corrado Zunino,  la Repubblica, 6.7.2016 

ROMA – Le firme ci sono, più del mezzo milione necessario. E sembrano tutte buone, certificate. I quattro quesiti per abrogare, nei suoi passaggi più importanti, la Legge “La buona scuola”, la contestata 107, domani mattina alle nove saranno portati in Corte di Cassazione. Nella giornata di lunedì sono arrivate nella sede romana della Cgil scuola, la Federazione dei lavoratori della conoscenza al secondo piano di via Leopoldo Serra 31, quarantamila firme raccolte in diversi comuni italiani e non ancora inviate al Comitato promotore insediato a Trastevere. In periferia, molti non avevano capito che domenica 3 luglio era una data spartiacque. E le ultime firme – decisive – sono arrivate posticipate di due giorni.

Il conteggio di ieri sera, definitivo, dava 530.000 firme acquisite, al netto delle undicimila non vidimate dai municipi e quindi non utilizzabili. I numeri sono apparsi sufficientemente sicuri per portare in Cassazione una richiesta di referendum abrogativo senza rischi. I quattro quesiti che vengono proposti, per chiedere la cancellazione di quattro articoli di legge, sono: i poteri dei dirigenti scolastici, l’alternanza scuola-lavoro, il buono scuola per le private e i comitati di valutazione per l’assegnazione dei premi ai docenti più meritevoli. Il centro della Buona scuola, ecco. Non sarà necessario riaprire i banchetti per una settimana, come inizialmente previsto: gli scatoloni con le firme possono essere portati in Suprema Corte.

In attesa dell’ultimazione della raccolta firme per i due comitati per il “sì” e per il “no” al referendum costituzionale (che, comunque, è già stato fissato per via parlamentare), ad oggi sono approdati in Cassazione i tre requisiti per abrogare pezzi del Jobs Act (cancellazione dei voucher per il lavoro accessorio, reintegro in caso di licenziamento illegittimo nelle aziende sopra i cinque dipendenti, reintroduzione della piena responsabilità solidale negli appalti) e i quattro della Buona scuola. Non sono state raggiunte firme sufficienti (devono essere, appunto, 500.000) per abrogare la legge elettorale detta Italicum e per due quesiti ambientali (trivelle e inceneritori).

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Non una ma 30 ragioni per dire NO!

Posted by PRC Muggiò su venerdì 27 maggio 2016

riforma.png1. Perché raccogliere le firme, se il referendum è stato già chiesto dai parlamentari?

Non si può lasciare al Palazzo la scelta se votare su una vasta modifica della Costituzione, facendone un plebiscito Renzi sì-Renzi no. La richiesta dei cittadini corregge la torsione plebiscitaria, inaccettabile perché impedisce la discussione di merito su una modifica pessima e stravolgente, che va respinta a prescindere dalla sorte del governo.

2. Ma anche Renzi ha avviato la raccolta delle firme dei cittadini.

Lo ha fatto non per amore di democrazia, ma solo perché i sondaggi hanno dimostrato che la via del plebiscito personale era per lui pericolosa. È anche un tentativo di scippare la bandiera della raccolta firme ai sostenitori del no. Tutto deve essere nel nome del governo.

3. Finalmente si riesce dove tutti avevano fallito.

È decisivo il come. Un parlamento illegittimo per l’incostituzionalità della legge elettorale, e una maggioranza raccogliticcia e occasionale, col sostegno decisivo dei voltagabbana, stravolgono la Costituzione nata dalla Resistenza. L’irrisione e gli insulti rivolti agli avversari vogliono nascondere l’incapacità di rispondere alle critiche.

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Quel “pasticciaccio” sull’ISEE di Renzi

Posted by PRC Muggiò su martedì 3 maggio 2016

da ilfattoquotidiano.it, 3 marzo 2016

Nuovo Isee, associazione disabili: “Dopo sentenza cambiare le norme o sarà caos”

disabileIl Consiglio di Stato lunedì ha bocciato il sistema di calcolo che include le pensioni di invalidità tra i redditi. Anffas onlus: “Poletti convochi un tavolo. Non vorremmo che ora qualcuno prendesse la “palla al balzo” per peggiorare, anziché agevolare, l’accesso alle prestazioni, scaricare il carico dell’assistenza sulle famiglie e innalzare la compartecipazione ai servizi”

Dopo la sentenza del Consiglio di Stato che ha bocciato il nuovo sistema di calcolo dell’Isee, le associazioni delle persone con disabilità chiedono al ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Giuliano Poletti di convocare subito un tavolo per modificare la normativa. Quella attuale include le pensioni di invalidità nel reddito, cosa che i giudici hanno censurato perché quei trattamenti non possono essere considerati una remunerazione, e differenzia le franchigie tra maggiorenni e minorenni. Senza un intervento rapido, è l’allarme lanciato da Anffas Onlus (Associazione Nazionale Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale), quella dei disabili nei confronti del governo si rivelerebbe una “vittoria di Pirro”. In particolare “non vorremmo che ora qualcuno, vista l’espunzione dall’Isee delle provvidenze e il dover rimettere mano all’Isee, prendesse la “palla al balzo” per peggiorare, anziché agevolare l’accesso alle prestazioni; scaricare ulteriormente il carico dell’assistenza sulle famiglie; innalzare ulteriormente la compartecipazione ai servizi”.

“Oggi un cittadino che si rivolgesse a un Caf o all’Inps per richiedere un Isee che cosa otterrebbe?”, si chiede Roberto Speziale, presidente dell’associazione. “Tale documento sarebbe legittimo? E gli Isee rilasciati dopo le sentenze del Tar Lazio e quindi risalenti allo scorso anno, anch’essi illegittimi, non dovrebbero essere revocati d’ufficio e risarcite le persone che a causa di un Isee illegittimo non avessero avuto accesso a determinate prestazioni o avessero dovuto contribuire con una compartecipazione più alta di quella dovuta?”. E ancora, “quante Regioni hanno emanato le linee guida e quanti enti locali hanno aggiornato conseguentemente i loro regolamenti stabilendo soglie di accesso eque senza scaricare, a loro volta, sui cittadini “compartecipazioni” estremamente onerose e “vessatorie”? Dove sono finite le risorse risparmiate che dovevano essere riallocate nel sociale?”.

In Italia, continua il comunicato, “disporre di un sistema equo,trasparente e semplice per stabilire la situazione economica e patrimoniale di singoli cittadini o nuclei familiari che richiedono accesso a prestazioni sociali agevolate (quindi con condizioni di miglior favore rispetto agli altri cittadini proprio a causa delle loro oggettive difficoltà economiche), rappresenta un’esigenza imprescindibile, per evitare, appunto, che l’accesso alle prestazioni presenti lati oscuri che minino l’esigibilità concreta dei diritti dei cittadini”.

“Il nostro paese si dovrebbe interrogare per quale motivo sempre più le persone con disabilità, anche singolarmente, le famiglie e le loro associazioni sono costrette a rivolgersi alla magistratura per vedersi riconosciuti i loro sacrosanti diritti, la maggior parte addirittura di rango costituzionale. Meccanismo questo che sta frazionando il mondo della disabilità, assistendo, sempre più spesso ad un’autentica “guerra tra poveri” con il rischio che chi rimane fuori dalla pur insufficiente rete dei servizi consideri dei “privilegiati” e “asserviti” al sistema coloro che con mille peripezie e difficoltà riescono a ottenere qualche minima e vitale risposta. Per non parlare della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità che, pur essendo legge dello Stato, continua ad essere praticamente ignorata!”.

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Dopo il referendum: il comunicato No Triv

Posted by PRC Muggiò su martedì 19 aprile 2016

REFERENDUM: IL COMITATO VOTA SI’

“E’ STATA UNA VITTORIA FAR PARLARE
IL PAESE DELLE SCELTE ENERGETICHE DEL GOVERNO.

DA QUI IN POI NON SI TORNA INDIETRO”

Comunicato Stampa
Roma, 17 aprile 2016

aaatrivellarossaIl Comitato VOTA SI’ ringrazia i milioni di italiani che sono andati oggi a votare sul Referendum sulle trivelle promosso da 9 Regioni italiane e che hanno espresso la loro opinione sulle politiche energetiche del Paese.

Va ricordato che il Governo ha già fatto marcia indietro rispetto allo Sblocca Italia intervenendo nella scorsa Legge di Stabilità per recepire gli altri cinque quesiti del Referendum. Questa è stata una grande vittoria di tutti i comitati e delle associazioni che hanno realizzato questo importante risultato.

Nonostante la campagna di informazione sul Referendum sia stata ostacolata in tutti i modi, nonostante i continui appelli all’astensione da parte del Premier Matteo Renzi, questa campagna referendaria ha acceso un riflettore sulle lobby del petrolio in Italia e sulle scelte energetiche del Paese, e da qui non si potrà più tornare indietro.

Il Referendum è una vittoria delle migliaia di cittadini che si sono mobilitati nel corso della campagna con centinaia di iniziative in tutta Italia, con la convinzione che il governo debba abbandonare le fonti fossili e investire da subito in una nuova politica energetica fatta di energie rinnovabili e di efficienza energetica.

Grazie a questo Referendum finalmente si è imposto nel dibattito pubblico il tema energetico e gli italiani hanno potuto far sentire la loro voce.

Il prossimo appuntamento in cui si parlerà di energia e di cambiamenti climatici è il 22 aprile, quando a New York anche il nostro governo sarà chiamato insieme a Paesi di tutto il mondo a ratificare gli impegni della Conferenza del Clima di Parigi per mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto di 1,5°C azzerando le emissioni da carbone, petrolio e gas entro la metà del secolo.

Parigi sigla comunque la fine dell’era dei combustibili fossili per raggiungerel’obiettivo del 100 per cento di rinnovabili entro il2050. Questo Referendum è il passo più importante fatto da tutti i cittadini italiani in questa direzione e noi con loro contiueremo.

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Renzi e il PD: 27 milioni sono pochi

Posted by PRC Muggiò su venerdì 18 marzo 2016

da ilmanifesto

di Antonio Sciotto – 16\03\2016

Blitz del Pd, e ciao all’acqua pubblica

renzi-scemo-690681_210x210Commissione Ambiente. Ok all’emendamento che apre alla gestione dei privati. M5S e Sinistra Italiana lasciano i lavori per protesta: “Traditi 27 milioni di cittadini che votarono il referendum nel 2011”. Lo scontro adesso si sposta in Aula. In tutte le città dove i servizi idrici sono stati privatizzati le tariffe sono cresciute esponenzialmente

L’ultimo regalo del Pd agli italiani riguarda l’acqua: il “blitz” è avvenuto ieri in Commissione Ambiente della Camera, dove è stato approvato un emendamento – a firma Enrico Borghi – che ha abrogato l’articolo 6 del progetto di legge sull’acqua, e con esso l’obbligo che la gestione dei servizi idrici sia pubblica. «È stato eliminato il cuore della legge, tradendo così i 27 milioni di cittadini che hanno votato il referendum del 2011. Noi ritiriamo la nostra firma», hanno protestato M5S e Sinistra italiana, che avevano sostenuto la proposta di legge di iniziativa popolare sottoscritta da 400 mila persone dopo il referendum.

L’articolo 6, in ossequio ai risultati del voto di cinque anni fa (il 95% dei votanti si era espresso contro la privatizzazione), definiva il servizio idrico integrato quale servizio pubblico locale privo di rilevanza economica e ne disponeva quindi l’affidamento esclusivo a enti di diritto pubblico. Di conseguenza la norma, così come era stata approntata in accordo con il Forum Acqua bene comune, vietava l’acquisizione di quote azionarie di società di gestione del servizio idrico integrato. Ma essendo stato abrogato l’obbligo, si riaprono ora le porte ai privati: porte in realtà mai del tutto chiuse, visto che in molte città la gestione è già passata di mano a imprese non pubbliche. La legge avrebbe dovuto appunto recepire gli esiti del referendum e definire regole uniformi su tutto il territorio nazionale.

I deputati di M5S e Sinistra italiana hanno abbandonato i lavori della Commissione per protesta, lasciando che fosse approvata – dopo l’emendamento “privatizzatore” – dalla sola maggioranza, con l’accordo del governo. Va ricordato che lo stesso premier Matteo Renzi – allora era sindaco di Firenze – nel 2011 aveva annunciato il suo Sì al referendum per l’acqua pubblica, e si era speso in tweet e dichiarazioni.

il-mio-voto-va-rispettato-350x350«Oggi è il giorno in cui con un emendamento di poche righe il Pd affossa la volontà di 27 milioni di italiani – ha commentato Federica Daga, prima firmataria della proposta di legge – Cancellando l’articolo 6 della legge di iniziativa popolare si elimina l’obbligo che l’acqua, la sua gestione e le infrastrutture idriche siano pubbliche. È come se un referendum non ci fosse stato. Come se i cittadini non avessero parlato. Per questo il M5S ha ritirato la firma da questa legge porcata. Se la votassero loro. Ma non ci fermeremo. Accanto ai comitati per l’acqua pubblica ci batteremo in Aula per riportare il testo alla sua vocazione originaria, nel rispetto del referendum. E impugneremo questo testo aberrante in ogni sede e in ogni luogo».

«Quello che sta accadendo sull’acqua pubblica ha dell’incredibile – dice Nicola Fratoianni, di Sinistra italiana – C’era una proposta di legge, elaborata da SI-Sel e M5S, che definiva l’acqua come bene comune e dava seguito agli esiti del famoso referendum del 2011 in cui 27 milioni di italiani si schierarono apertamente per l’acqua pubblica. Ora in Commissione Ambiente è passato un emendamento del Pd che non obbliga alla gestione pubblica e spalanca di fatto un portone alla privatizzazione dei servizi idrici. Per questo i deputati di Sinistra Italiana hanno abbandonato la Commissione e ritirato le firme dalla proposta di legge. Se vogliono continuare a sfasciare l’esito del referendum e privatizzare l’acqua lo facciano senza il nostro aiuto».

Il Pd si difende, affermando che la legge, così come è passata in Commissione Ambiente, «conferma la proprietà pubblica dell’acqua», e «prevede invece che i privati possano partecipare alla gestione dei servizi idrici, tema mai toccato dal referendum del 2011», dice Enrico Borghi. In modo da avere «servizi più efficienti»: così che «l’acqua sia garantita a tutti, con un servizio di qualità, nel rispetto delle direttive europee e dell’autonomia comunale e a costi contenuti inseriti in tariffa e non sulla fiscalità generale». «Non ci attarderemo – conclude il deputato Pd – nel dirigismo, nella difesa dei carrozzoni e dell’aumento delle imposte come vorrebbero i grillini».

Ma secondo l’M5S le tesi del Pd e dello stesso Renzi – «che ha cambiato idea rispetto al 2011» – sono influenzate dall’«intervento delle multinazionali»: la gestione privata dei servizi idrici, affermano, in tutte le città in cui è stata sperimentata ha riservato grossi guai agli utenti. «Le privatizzazioni – spiega Federica Daga – in questi anni hanno portato una serie di problemi: 1) la riduzione del costo del lavoro, attraverso la diminuzione dell’occupazione e la precarizzazione dei contratti; 2)la riduzione degli investimenti, come già sperimentato (-19%) nell’ultimo decennio di gestioni attraverso SpA; 3) la riduzione della qualità del servizio, con meno manutenzioni e controlli; 4) l’aumento delle tariffe, che infatti salgono esponenzialmente».

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NO alla modifica costituzionale!

Posted by PRC Muggiò su venerdì 19 febbraio 2016

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Referendum: la coerenza del NO dell’ANPI

Posted by PRC Muggiò su venerdì 12 febbraio 2016

Carlo Smuraglia, Presidente nazionale ANPI – anpi.it

ANPI 11.02.2016

anpiNella riunione del Comitato nazionale dell’ANPI, del 21 gennaio, si è ampiamente ed approfonditamente discusso circa la riforma del Senato e la legge elettorale e sulla proposta di aderire ai Comitati referendari già costituiti. La discussione è stata veramente apprezzabile, per la ricchezza e la serietà delle argomentazioni e per la compostezza del confronto. Si partiva dalla proposta del Presidente di aderire ai Comitati referendari già costituiti sull’una e sull’altra legge, tutta fondata sul tema della coerenza nella intransigente difesa della Costituzione, secondo la linea perseguita dell’ANPI negli ultimi due anni.
Sulla relazione vi sono stati molti consensi e sono state manifestate alcune perplessità e preoccupazioni, che hanno contribuito – anch’esse – alla valenza complessiva del dibattito, consentendo di arrivare, alla fine, ad un voto sostanzialmente unitario (solo tre astensioni).

In effetti, proprio per il contributo della discussione e del confronto, si è pervenuti, non solo all’esito positivo già indicato, ma anche alla definizione – ai fini della chiarezza – delle modalità e delle “condizioni” che devono caratterizzare l’ingresso dell’ANPI nella compagine referendaria. Questi aspetti, resi evidenti ed esposti nelle conclusioni del Presidente, possono essere così sintetizzati:

l’ANPI aderisce alla iniziativa referendaria in stretta coerenza con la linea seguita per due anni sul tema della riforma del Senato e sulla legge elettorale, qualificata fin dalla prima manifestazione, al Teatro Eliseo di Roma, come “una questione di democrazia”. La conseguenza logica della approvazione delle due leggi in termini poco diversi rispetto a quelli iniziali, è che la parola va data alle cittadine e ai cittadini perché si esprimano liberamente, senza pressioni e soprattutto senza “ricatti”.

nell’aderire ai Comitati referendari già costituiti, l’ANPI mantiene la sua piena autonomia e la sua piena libertà di azione e di giudizio, impegnandosi peraltro a contribuire ad un efficace svolgimento della campagna referendaria, basata, prima di ogni altra cosa, su una corretta e completa informazione delle cittadine e dei cittadini sui contenuti dei provvedimenti di cui si chiederà l’abrogazione.

l’ANPI non è interessata – nel caso particolare delle riforme – ai problemi più specificamente “politici” (il “plebiscito”, la tenuta e le sorti del Governo, etc.); per la nostra Associazione il tema è solo quello dell’intransigente difesa della Costituzione da ogni “stravolgimento” che rimetta in discussione le linee portanti (anche della seconda parte) ed i valori di fondo; considera la Riforma del Senato e la legge elettorale, così come approvate dal Parlamento, un vulnus al sistema democratico di rappresentanza ed ai diritti dei cittadini, in sostanza una riduzione degli spazi di democrazia;

l’ANPI esclude la collocazione della battaglia referendaria nel recinto di un qualsiasi schieramento politico, nonché ogni altra opzione politica che non sia quella, appunto, della salvaguardia della Costituzione;

l’ANPI, che attualmente ha oltre 120.000 iscritti e un’organizzazione estesa all’intero territorio nazionale, deve godere di una rappresentatività all’interno dei Comitati referendari, adeguata a ciò che essa rappresenta, in tema di iscritti e di valori;

l’ANPI ritiene che – rispetto alle Assemblee pubbliche, pur talora necessarie – debbano essere privilegiati gli incontri e le iniziative di contatto e rapporto con i cittadini attraverso la formazione di Comitati locali, ampi ed aperti e rivolti soprattutto alla popolazione, per informare e convincere sui complessi temi in discussione;

si ritiene opportuno che i Comitati referendari, se non lo hanno già fatto, provvedano alla costituzione di esecutivi snelli e dotati di particolare autorevolezza, in grado di coordinare ed intervenire con indicazioni, suggerimenti e proposte, anche in rapporto con i comitati locali che si andranno costituendo;

l’ANPI si riserva di assumere anche iniziative autonome, ma non confliggenti con quelle dei Comitati, per informare sulla posizione assunta e sulle sue caratteristiche anche di autonomia, nonché su tutte le questioni che riguardano le due leggi in discussione.

Questi sono i connotati fondamentali e le “condizioni” dell’adesione dell’ANPI ai Comitati referendari.

Sotto il profilo interno, è evidente che questo ci impegna a dare il nostro contributo, in sede nazionale e in periferia, allo sviluppo della campagna referendaria, con iniziative, con la costituzione dei Comitati, con tutti i mezzi e gli strumenti di informazione e di convincimento.

Naturalmente, ci sono due condizioni “interne”, perché tutto questo si possa svolgere regolarmente: la prima dipende strettamente dalla concomitanza con la campagna congressuale, che culminerà nel Congresso nazionale a metà maggio. Bisogna riuscire a far bene l’una e l’altra cosa, considerando l’importanza che assume per la nostra Associazione, il Congresso, che è occasione di confronto, ma anche e soprattutto di definizione della linea che si adotterà per il futuro.

La seconda è che in una associazione pluralista come la nostra ci saranno certamente opinioni anche diverse da quella prevalsa nel Comitato nazionale; e del resto, alcune perplessità e preoccupazioni sono emerse anche in quella sede. Ebbene, la parola chiave è: “rispetto” di tutte le opinioni, pur nel contesto dell’attuazione delle decisioni assunte. Ognuno sarà libero di votare come crede, quando verrà il momento; ma oggi sono da evitare azioni ed iniziative che contrastino con la linea assunta dal massimo organo dirigente, così come devono essere – da parte di chi è convinto della bontà e della giustezza della decisione adottata – evitati toni e comportamenti che in qualche modo possano apparire prevaricatori. L’ANPI è perfettamente in grado di mantenere la sua preziosa unità se tutti rispettano le regole, le decisioni adottate e – al tempo stesso – le opinioni diverse.

C’è troppo da fare per continuare a discutere all’infinito: c’è il Congresso e ci sarà la campagna referendaria. Dunque, c’è lavoro in abbondanza è c’è, soprattutto, la convinzione e la certezza che ciò che facciamo, in piena autonomia e con assoluta attenzione all’identità ed ai valori dell’ANPI, è funzionale al bene del Paese e della collettività e soprattutto all’intransigente (e non conservatrice) salvaguardia della Costituzione.

Non escludiamo la possibilità di iniziative anche autonome, per illustrare e chiarire la nostra posizione e per indicare positivamente (lo ripeto per l’ennesima volta, non siamo per la conservazione dell’esistente a tutti i costi) ciò che si potrebbe (e si dovrebbe) fare, semmai, per superare alcuni difetti del bicameralismo “perfetto”, senza stravolgere la Costituzione, prendendo esempio anche da esperienze già realizzate in altri Paesi.

Pertanto, è opportuno “attrezzarsi”, conoscere bene la legge di riforma del Senato, conoscere bene la legge elettorale, per poterne indicare e spiegare i difetti, i limiti e le ragioni per cui ne chiediamo la cancellazione.

È un momento delicato e complesso; ancora una volta, questo costituirà motivo e stimolo per un impegno solido e convinto.

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I nuovi nazisti che piacciono all’Europa

Posted by PRC Muggiò su mercoledì 6 gennaio 2016

Ucraina: Heil mein Nato!

L’arte della guerra. La rubrica settimanale di Manlio Dinucci

1482753La roadmap per la cooperazione tecnico-militare Nato-Ucraina, firmata in dicembre, integra ormai a tutti gli effetti le forze armate e l’industria bellica di Kiev in quelle dell’Alleanza a guida Usa. Manca solo l’entrata formale dell’Ucraina nella Nato. Il presidente Poroshenko ha annunciato a tal fine un «referendum» in data da definire, preannunciando una netta vittoria dei «sì» in base a un «sondaggio» già effettuato. Da parte sua la Nato garantisce che l’Ucraina, «uno dei partner più solidi dell’Alleanza», è «fermamente impegnata a realizzare la democrazia e la legalità».

I fatti parlano chiaro. L’Ucraina di Poroshenko – l’oligarca arricchitosi col saccheggio delle proprietà statali, del quale il premier Renzi loda la «saggia leadership» – ha decretato per legge in dicembre la messa al bando del Partito comunista d’Ucraina, accusato di «incitamento all’odio etnico e violazione dei diritti umani e delle libertà».

Vengono proibiti per legge gli stessi simboli comunisti: cantare l’Internazionale comporta una pena di 5–10 anni di reclusione. È l’atto finale di una campagna persecutoria analoga a quelle che segnarono l’avvento del fascismo in Italia e del nazismo in Germania. Sedi di partito distrutte, dirigenti linciati, giornalisti seviziati e assassinati, attivisti bruciati vivi nella Camera del Lavoro di Odessa, inermi civili massacrati a Mariupol, bombardati col fosforo bianco a Slaviansk, Lugansk, Donetsk. Un vero e proprio colpo di stato sotto regia Usa/Nato, col fine strategico di provocare in Europa una nuova guerra fredda per colpire e isolare la Russia e rafforzare, allo stesso tempo, l’influenza e la presenza militare degli Stati uniti in Europa.

Quale forza d’assalto sono stati usati, nel putsch di piazza Maidan e nelle azioni successive, gruppi neonazisti appositamente addestrati e armati, come provano le foto di militanti di Uno-Unso addestrati nel 2006 in Estonia.

Le formazioni neonaziste sono state quindi incorporate nella Guardia nazionale, addestrata da centinaia di istruttori Usa della 173a divisione aviotrasportata, trasferiti da Vicenza in Ucraina, affiancati da altri della Nato.
L’Ucraina di Kiev è così divenuta il «vivaio» del rinascente nazismo nel cuore dell’Europa. A Kiev arrivano neonazisti da mezza Europa (Italia compresa) e dagli Usa, reclutati soprattutto da Pravy Sektor e dal battaglione Azov, la cui impronta nazista è rappresentata dall’emblema ricalcato da quello delle SS Das Reich.

Dopo essere stati addestrati e messi alla prova in azioni militari contro i russi di Ucraina nel Donbass, vengono fatti rientrare nei loro paesi con il «lasciapassare» del passaporto ucraino. Allo stesso tempo si diffonde in Ucraina l’ideologia nazista tra le giovani generazioni. Se ne occupa in particolare il battaglione Azov, che organizza campi di addestramento militare e formazione ideologica per bambini e ragazzi, ai quali si insegna anzitutto a odiare i russi.

Ciò avviene con la connivenza dei governi europei: per iniziativa di un parlamentare della Repubblica Ceca, il capo del battaglione Azov Andriy Biletsky, aspirante «Führer» dell’Ucraina, è stato invitato al Parlamento europeo quale «oratore ospite».

Il tutto nel quadro dell’«Appoggio pratico della Nato all’Ucraina», comprendente il «Programma di potenziamento dell’educazione militare» al quale hanno partecipato nel 2015 360 professori ucraini, istruiti da 60 esperti Nato.

In un altro programma Nato, «Diplomazia pubblica e comunicazioni strategiche», si insegna alle autorità a «contrastare la propaganda russa» e ai giornalisti a «generare storie fattuali dalla Crimea occupata e dall’Ucraina orientale».

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Posted by PRC Muggiò su lunedì 2 novembre 2015

Expo chiude – Primo bilancio (senza retorica)

Il buio oltre le code: Expo tra debiti e banche alle costole

Il boom (finale) di Expo non copre né i debiti né le previsioni sballate

Expo-2015-con-McDonalds-640x426Mai così pochi

Alla fin della fiera l’obiettivo è stato raggiunto, alla faccia di gufi e disfattisti: Expo chiude i battenti con oltre 20 milioni di ingressi. Un trionfo, almeno per il commissario Sala, che ha la strada spianata per Palazzo Marino, per il governo Renzi e la sua retorica dell’Italia che funziona, e per il gigantesco apparato mediatico mobilitato fin dall’inizio, a suon di milioni, in una delle più straordinarie operazioni di propaganda e manipolazione dell’opinione pubblica che si ricordino.

Restano però in sospeso due domande: i numeri testimoniano un successo? E, soprattutto, alla fine chi paga?

Il successo di un grande “camouflage”

Se al di là della fanfara celebrativa si guardano i fatti, l’Expo universale di Milano ha registrato ingressi contenuti, chiude con un disastroso buco di bilancio, non ha rilanciato l’economia e lascia dietro di sé uno strascico di problemi irrisolti.

Quello milanese è stato il peggior Expo degli ultimi 50 anni. Tolti i quasi 14 mila addetti che ogni giorno si sono avvicendati nel sito, su cui i comunicati di Expo sorvolano, e la ridicola mistificazione per cui si considerano le code da sfinimento un indice di successo e non di disorganizzazione, l’esposizione milanese chiude con 18 milioni di visitatori. È la stessa cifra registrata dall’Expo di Hannover 2000, ricordato come “il flop del millennio”. Per fare peggio di così bisogna andare all’Expo di Seattle del 1962, con 9 milioni di visite.

Ma il problema non è quello del flusso di visitatori. È che per evitare un flop colossale, il management dell’Expo ha spinto sui numeri dei tornelli a scapito del conto economico, che già partiva appesantito da malaffare, clientelismi, inefficienze.

La festa coi soldi degli altri

Il risultato è che la manifestazione peserà sui contribuenti per più di un miliardo di euro.

Expo è costata, finora, 2,4 miliardi di euro: 1,3 miliardi per la costruzione del sito; 960 milioni per la gestione dell’evento (840 milioni secondo Expo, ma è un conteggio basato su magheggi contabili già censurati dalla Corte dei conti) e 160 per l’acquisto dei terreni, pagati – giusto per ricordare come è partita l’operazione – dieci volte il prezzo di mercato.
I dati sulla spesa sono provvisori, visto che sono in corso i contenziosi per gli extracosti chiesti da tutte le principali imprese che hanno lavorato sul sito: solo per il Padiglione Italia, prima trattativa conclusa, ammontano a 29 milioni.

Ed è di questi giorni la notizia che per la bonifica dell’area, rivelatasi gravemente inquinata solo dopo che era stata comprata a peso d’oro, c’è un conto da 72 milioni.
La faccenda ha dato l’avvio a un tragicomico balletto in cui Expo spa, Arexpo (proprietaria dei terreni) e gli ex proprietari (tra cui la Fondazione Fiera Milano, che però è anche socia di Arexpo) si rimpallano le responsabilità, in uno scaricabarile in cui non è difficile immaginare su chi ricadranno, ancora una volta, i costi.

Storia di una voragine finanziaria

I costi di gestione dell’Expo si sarebbero dovuti pareggiare, secondo le dichiarazioni di Sala, con i ricavi da biglietti più quelli da sponsorizzazioni, royalties e via dicendo. Il pareggio si sarebbe raggiunto vendendo 24 milioni di biglietti a un prezzo medio di 22 euro e ricavando circa 300 milioni dalle altre voci. Visti gli scarsi afflussi iniziali, tali che la società si è rifiutata per i primi tre mesi di fornire dati, in estate è stato offerto al volo un nuovo conteggio: sarebbero bastati 20 milioni di biglietti a 19 euro di costo medio; il resto lo avrebbero fatto i ricavi diversi, aumentati chissà come. Già così, si sarebbe chiuso con un deficit di gestione da 200 milioni di euro.

Il problema è che per arrivare ai 20 milioni di ingressi promessi, con annessi titoloni di giornali, si è messa in campo una politica di omaggi e prezzi stracciati. Sconti da saldo alle scolaresche, praticamente precettate dal ministero, ai dipendenti delle aziende sponsor, alle parrocchie, alle coop, agli ordini professionali e a qualsiasi organizzazione che potesse portare a Rho flussi consistenti. Biglietti a 5 euro dopo le 18, ingressi regalati ai pensionati, ai titolari di bassi redditi, a chi parcheggiava per la visita serale nelle aree di sosta del sito. Il rivenditore ufficiale della manifestazione nelle ultime settimane faceva il 70 per cento di sconto.

Expo, pur sollecitata da questo giornale, non fornisce alcun dato sul prezzo medio di vendita: ma non ci vuol molto a capire che sarà molto inferiore alla soglia di 19 euro. Vale a dire che il deficit di gestione sarà ben maggiore dei 200 milioni previsti.

Volano e fantasia

La retorica con cui si cerca di mascherare la perdita economica è soprattutto quella sull’“indotto” e sull’eredità dell’Expo; ritorni economici che giustificherebbero gli 1,3 miliardi d’investimento a fondo perduto nel sito. Qui si entra direttamente nel campo della fantasia. Gli studi con cui si cerca di far passare Expo per un volano economico sono quelli preparati da un gruppo di accademici della Bocconi finanziato da Expo. Si parla di 3,5 miliardi di spesa complessiva dei visitatori, tali da generare, per l’effetto moltiplicatore (per cui ogni euro speso genera ulteriori spese a cascata), una produzione aggiuntiva per il Paese da 10 a 30 miliardi e 191 mila nuovi occupati l’anno dal 2012 al 2020, con un picco tra il 2013 e il 2015.

È l’apoteosi del moltiplicatore economico, un campo dei miracoli dove per ogni euro sotterrato se ne ritrovano 3, o anche 10. Solo che la stima ignora il costo delle risorse usate, in termini di tasse o tagli ad altre voci del bilancio pubblico. Qualsiasi investimento valutato in quel modo darebbe un risultato positivo. Per Carlo Scarpa, ordinario di Economia all’Università di Brescia, esperto di infrastrutture, “qualche effetto moltiplicatore la spesa generata da Expo ce l’avrà, ma stimarlo è pura fantasia. Inoltre, un conto è costruire infrastrutture che restano, un altro è un investimento di pura edilizia, come l’Expo, che dopo sei mesi chiude”.

Sui mirabolanti effetti occupazionali, basti dire che nel 2013, nel 2014 e fino al primo semestre 2015 (ultimi dati Istat disponibili) gli occupati in Lombardia sono stati in calo.

Alla ricerca dei cinesi perduti

L’arrivo di turisti stranieri è stato al di sotto delle previsioni. Secondo uno studio dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, coordinato da Jérôme Massiani, i risultati preliminari indicano una quota del 16 per cento di stranieri (soprattutto francesi e svizzeri) contro il 25 per cento previsto.

All’Expo sono andati soprattutto i lombardi (quasi il 40 per cento dei visitatori), mentre i non europei, compreso l’atteso milione di cinesi, hanno raggiunto quote irrisorie. Peccato, perché la spesa degli stranieri è quella che determina il saldo positivo per il Paese creato da Expo.

A patto che, fa notare Massiani, “nei benefici per l’economia sia contabilizzata solo la componente addizionale della spesa dei turisti”. Vale a dire quella di coloro che non sarebbero venuti in Italia se non ci fosse stata l’esposizione. Per gli esercenti milanesi e lombardi non sembra proprio che Expo sia stata una manna. Qualcuno certo ci ha guadagnato, ma per molti, come i locali del centro di Milano che hanno visto la movida serale trasferita a Rho, l’effetto è stato quello di un boomerang. Gli ultimi a manifestare la propria delusione, questa settimana, sono stati i commercianti bresciani: “Qui si perdono quattro imprese al giorno”, ha scritto un report di Confesercenti, “Expo a Brescia non si è proprio fatto sentire”.

“Carta di Milano”: fiera di buoni propositi

Dovrebbe essere il grande lascito morale di Expo. Sembra invece più che altro un esercizio d’ipocrisia. La Carta di Milano raccoglie indicazioni per risolvere i problemi mondiali dell’alimentazione, della produzione di cibo, della fame del mondo. Firmata da tutti i capi di Stato, ministri, politici, funzionari, delegati passati da Expo e da milioni di cittadini, è stata consegnata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella al segretario dell’Onu Ban Ki-moon. Peccato che non sia altro che un elenco di buone intenzioni, senza vincoli né verifiche, destinata a restare lettera morta una volta spenti i riflettori sull’Expo.

Nata negli uffici della multinazionale alimentare Barilla, è stata bocciata dalle più importanti organizzazioni non governative. “Abbiamo partecipato ai lavori preparatori, ma abbiamo deciso di non firmarla perché non tocca alcuni nodi: la proprietà dei semi, l’acqua come bene comune, i cambiamenti climatici”, ha dichiarato Gaetano Pascale, presidente di Slow Food Italia, l’organizzazione fondata da Carlin Petrini, che aggiunge: “Non prevede impegni concreti per governi e multinazionali, è generica, tra i firmatari ci sono anche alcune multinazionali e capisco che il governo italiano non abbia potuto osare di più”.

Oxfam, network internazionale di organizzazioni non governative attive in 17 Paesi, l’ha definita “lacunosa” su temi fondamentali come le politiche per l’agricoltura contadina, la speculazione finanziaria sulle materie prime alimentari, l’espropriazione delle terre e il consumo di suolo agricolo”.

Il giudizio più duro arriva però da Caritas Internationalis: “È una carta scritta dai ricchi per i ricchi”, dichiara il segretario generale Michel Roy, “un testo parziale, per i destinatari e i contenuti. Non si sente la voce dei poveri del mondo, né di quelli del Nord, né di quelli del Sud”. Perché “indica un problema – la fame nel mondo – tutto sommato noto, ma non mette a fuoco le cause e quindi le soluzioni”, ha continuato Roy. “Contiene una nobile e giusta esortazione a evitare gli sprechi, ma non parla di speculazione finanziaria, accaparramento delle terre, diffusione degli ogm, perdita della biodiversità, clima, speculazioni finanziarie sul cibo, acqua, desertificazione e biocombustibili”.

Aggiunge Luciano Gualzetti, vicedirettore di Caritas Ambrosiana e vicecommissario del padiglione della Santa Sede: “Siamo stati chiamati a partecipare alla sua stesura, ma dobbiamo constatare che il risultato non ha tenuto conto dei nostri suggerimenti, probabilmente per salvaguardare certi equilibri”.

L’area, i debiti e il rebus del dopo Expo

La vera sfida, comunque, inizia ora. Che cosa fare dell’area su cui sono stati investiti 2,4 miliardi di denaro pubblico? Il sito Expo, per ora, è solo una zavorra sui conti di Comune di Milano e Regione Lombardia, che devono restituire alle banche 200 milioni spesi per acquistarla. L’asta del novembre scorso per rivenderli, infrastrutturati, a 340 milioni, è andata deserta; ora si cerca la quadra per uscire dall’imbarazzo. In questo contesto, il rischio di lasciare una cattedrale nel deserto, destino comune a tante aree degli Expo del passato, è alto. Le idee, che sono gratis, non mancano. Così come si sprecano i nomi trendy: hub tecnologico, knowledge valley, start-up incubator.

Più difficile trasformare le idee in realtà. Tra i progetti annunciati, la realizzazione del nuovo polo delle facoltà scientifiche dell’’Università Statale di Milano, una buona idea del rettore Gianluca Vago. Ma sono necessari 540 milioni e una complessa operazione di dismissione e riqualificazione della vecchia area di Città Studi.

Il presidente di Assolombarda, Gianfelice Rocca, ha ipotizzato di aggiungerci un polo della tecnologia e dell’innovazione, Nexpo, in cui attirare aziende dell’hi-tech. Ma come pianificare una tale trasmigrazione? Con quale regia e quali soldi? Tutto ancora da decidere. Come pure l’ipotizzata realizzazione sul sito di una cittadella dell’amministrazione pubblica. E prima di tutto, qualcuno dovrà restituire alle banche i 200 milioni prestati. Di solito, la città che progetta un Expo pensa prima a che cosa fare dopo dell’area su cui fa investimenti pubblici colossali. A Rho, invece, i cancelli si chiudono senza che nessuno ancora sappia cosa ne sarà. “Non fate i ganassa”, dice Piero Bassetti, “la vera sfida inizia ora”.

Gianni Barbacetto, Marco Maroni
Milano, 31 ottobre 2015
da “Il Fatto Quotidiano” (del 31 ottobre 2015)

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9 Ottobre: in piazza contro la Mala Scuola!

Posted by PRC Muggiò su lunedì 5 ottobre 2015

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Acqua pubblica: passo dopo passo si torna indietro

Posted by PRC Muggiò su lunedì 21 settembre 2015

Approvata la Riforma della Pubblica Amministrazione: un ennesimo attacco del Governo ai referendum e alla volontà popolare

Passo dopo passo, si torna indietro

Ieri mattina il Senato ha licenziato in via definitiva la cosiddetta Riforma della Pubblica Amministrazione.
Nel corso dell’esame parlamentare questo disegno di legge si è trasformato in un ennesimo provvedimento omnibus con cui il Governo si arroga una serie di deleghe in bianco.

Come Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua c’interessa denunciare il fatto che con tale provvedimento il Governo avrà il potere di ridefinire la disciplina in materia di servizi pubblici locali con indicazioni esplicite volte al rilancio dei processi di privatizzazione.

Infatti, dietro la propaganda della razionalizzazione delle aziende partecipate dagli Enti Locali si cela un preoccupante disegno per l’aggiramento della volontà popolare espressa a giugno 2011 attraverso i referendum.
Diverse norme puntano a limitare drasticamente la possibilità di gestione pubblica, incentivano i processi di aggregazione, favoriscono attraverso premialità economiche la perdita del controllo pubblico dei soggetti gestori. Inoltre, si arriva addirittura a prevedere un sistema sanzionatorio per la mancata attuazione della cosiddetta razionalizzazione delle partecipate, basato sulla riduzione dei trasferimenti dello Stato alle amministrazioni inadempienti.
Non si obbliga più alla privatizzazione come fece il Governo Berlusconi nel 2009, ma si favoriscono processi che puntano ad raggiungere il medesimo obiettivo attraverso incentivi e premi o ritorsioni e rappresaglie.

In sostanza, si deve privatizzare o con le buone o con le cattive.

Dichiariamo da subito che nei prossimi mesi rilanceremo con forza la mobilitazione per far attuare l’esito referendario e ribadiamo che un’altra strada è praticabile, come dimostra l’esperienza di Napoli in cui il servizio idrico è stato ripubblicizzato e quella di Reggio Emilia dove assolutamente deve riprendere il percorso anch’esso volto ad una gestione pubblica.

Roma, 5 Agosto 2015.

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Ladri di atomi

Posted by PRC Muggiò su lunedì 21 settembre 2015

da rivoltiamonza.wordpress.com

homerIn una puntata dei Simpson il signor Burns – il vecchio e arcigno miliardario, titolare della centrale nucleare di Springfield – ricorda con nostalgia la sua infanzia, passata nella “fabbrica degli atomi” del padre nella quale gli operai martellano instancabilmente le incudini per “rompere e separare gli atomi”. Il padre di Burns, sospettoso, fruga nelle tasche di un povero operaio e – armato di lente di ingrandimento – inorridisce nel vedere la tasca piena di atomi! L’operaio sarà licenziato in tronco per il furto dei preziosi atomi prodotti.

È facile per chi si trova in posizione di potere trovare problemi dove non ci sono, esasperando la realtà e distorcendola.

La chiusura di 3 ore del Colosseo e altri siti romani degli scorsi giorni per assemblea sindacale regolarmente indetta e autorizzata (art. 20 dello Statuto dei Lavoratori) è servita a creare l’ennesimo affondo al mondo del sindacato e dei lavoratori: quante tasche di lazzaroni piene di atomi!

Ma come possono 3 ore fare così tanta notizia? Un’assemblea sindacale non la si chiede il giorno stesso, l’azienda è preallertata con largo anticipo. Eppure qualcuno ai piani alti ha voluto mettere i bastoni tra le ruote e dare un preavviso estremamente scarso – se non nullo – ai visitatori contravvenendo ai propri doveri. Chi ne dovrà rispondere, i lavoratori o il datore di lavoro?

Renzi è riuscito a fomentare il mal di pancia popolare contro i “cattivi” lavoratori, nessun interesse in realtà per la figuraccia che a suo parere avrebbe fatto l’Italia – nonostante le chiusure per assemblee sindacali di musei nazionali siano all’ordine del giorno in tutte le capitali europee…

“Dobbiamo avere più attenzione verso chi vuole bene all’Italia” dichiara alla stampa. Capito lavoratori romani? Voi sovversivi, anarchici rivoluzionari che fomentate l’odio verso il paese.

Giù le mani dagli atomi, non ve li meritate!

Ci sono i buoni da una parte, quelli che “vogliono bene all’Italia”, che fanno volontariato a EXPO, che non si lamentano e non si iscrivono ai sindacati.

Alla bontà dei volontari si appella anche l’ex sopraintendente archeologico di Roma, per garantire l’apertura del Colosseo.

E ci sono i cattivi, i sindacati, i gufi, quelli da combattere: “non lasceremo la cultura ostaggio di quei sindacalisti contro l’Italia” (Renzi), quelli che vogliono essere pagati per il lavoro che fanno, quelli che esigono di vedersi riconosciuti gli straordinari, quelli che vogliono usufruire dei loro diritti, quelli del Colosseo insomma.

I cattivi che fanno vertenza nazionale e chiedono un piano organizzativo di assunzioni e di regole.

Chi è il vero ostaggio, la cultura nelle mani dei sindacati o i lavoratori, con le mani legate e la bocca imbavagliata dal Governo?

Eliminare i cattivi per tornare a crescere, ecco la soluzione: basta furti di atomi.

Seguiamo il consiglio del CODACONS, facciamo intervenire l’esercito per riaprire il Colosseo!

Ma non basta eliminare i cattivi, occorre essere più subdoli ed eliminare un intero sistema.

Succede che alcuni servizi vengono resi “essenziali” in queste occasioni e altri vengono progressivamente eliminati, perché?

Stiamo forse sostituendo i servizi pubblici coi servizi di consumo, il diritto sindacale col diritto dei consumatori e del profitto?

Renzi fa gli interessi dei grandi capitali: smantellare il welfare state per rendere l’Italia un paese flessibile e con scarso potere rivendicativo dei lavoratori.

Per fermarlo dobbiamo agire, subito!

Chiediamo che i sindacati proclamino lo sciopero contro le manovre autoritarie e recessive di Renzi, del PD e delle destre, della finanza europea.

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Sui cacciabombardieri F-35 l’ipocrisia non ha confini

Posted by PRC Muggiò su venerdì 10 luglio 2015

Mentre Boeri, Presidente dell’INPS suggerisce alcune strade per tagliare le pensioni senza darlo troppo ad intendere ai lavoratori, e su questo si scambiano botta e risposta con la Camusso.

Mentre sempre sulle pensioni il governo Renzi ha già messo in campo un “camouflage legislativo che fa passare per onerosa (circa 12 milioni di euro) un’operazione che, invece, porterà futuri risparmi nelle casse dello Stato, superiori a quelli che si sarebbero comunque conseguiti senza alcun intervento“.

Lo stesso governo Renzi, in perfetta continuità con i governi Berlusconi e Monti, prosegue caparbiamente nella scelta di sperperare miliardi di euro (altri 600 milioni il prossimo anno!) nell’assurdo piano di acquisto dei cacciabombardieri d’attacco F35 che da anni (vedi questa articolo) andiamo denunciando (oppure questo altro articolo).

In questa pagina la retorica elettorale del PD nel 2013, con tanto di foto demagogica

Nel 2013, secondo il PD,

Nel 2013, secondo il PD, “Scuole e ospedali messi in sicurezza e nuovo lavoro in tutta Italia al posto dei cacciabombardieri”

di seguito la triste realtà nella cronaca del
Fatto Quotidiano
dell’ 8 luglio 2015
di Enrico Piovesana  

Lontano dai riflettori e forte della sua maggioranza, il governo Renzi tira dritto sugli F35, sicuro di sbaragliare senza clamori anche le ultime deboli resistenze parlamentari di chi vuole il ridimensionamento o la cancellazione dell’impopolare e costosissimo programma militare.

Solo grazie al sito web del Pentagono veniamo a sapere che la Difesa italiana ha firmato a inizio giugno un nuovo contratto con Lockheed Martin ordinando altri quattro F35 e portando così a 14 il totale dei velivoli acquistati finora dal nostro Paese. Il contratto, da circa 35 milioni di euro, è relativo all’ordine di un nuovo lotto di F35 (il decimo) comprendente quattro aerei: due convenzionali e due in ‘versione portaerei’ a decollo corto e atterraggio verticale. La cifra, una sorta di piccola caparra di prenotazione, riguarda solo i componenti a lunga consegna (Long Lead Items), mentre il grosso del pagamento – 150 milioni di euro ad aereo – verrà versato a rate alla conferma d’acquisto (2016) e poi alla consegna. E’ stato firmato anche un altro contratto datato 30 giugno, da circa mezzo milione di dollari: ennesimo pagamento per lo sviluppo del software di bordo che prosegue, con enormi difficoltà e ritardi, dal 2002.
Segue ….

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