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Posts Tagged ‘Salvatore Borsellino’

Monza 04 Giugno 2010. La mafia in Brianza

Posted by PRC Muggiò su giovedì 3 giugno 2010

LiberaGioventù con la partecipazione di :


Pietro Albergoni

Jole Garuti

Marco Fraceti

Salvatore Borsellino

La mafia in Brianza

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L’Italia l’è malada. Discutendo di legalità, una sera d’inverno, con Salvatore Borsellino

Posted by PRC Muggiò su domenica 31 gennaio 2010

Pubblichiamo il testo del discorso introduttivo di Silvia Buzzelli – professoressa associata di procedura penale europea e sovranazionale all’università di Milano Bicocca – all’incontro con Salvatore Borsellino organizzato il 19 gennaio alla Camera del Lavoro di Monza, nell’ambito delle iniziative della costituenda Federazione della Sinistra di Monza e Brianza.

di Silvia Buzzelli*

Da dove partire, caro Salvatore?
Era il 1882 quando, nelle campagne di Rovigo e del mantovano, iniziò il primo grande sciopero: fu un’agitazione senza precedenti, una lotta durissima – fatta di arresti, persecuzioni, processi – che si estese nel lodigiano, nel parmense, in tutta la nostra Pianura Padana, insomma. “La boje, la boje e de botto la va fora”, bolle, bolle e, all’improvviso, trabocca: questo era il grido dei braccianti che, nel Polesine, cantavano “L’Italia l’è malada”.
Bisognerebbe, forse, imparare la dignità di quelle donne e di quegli uomini (uniti nelle leghe e nelle società di mutuo soccorso); bisognerebbe – chissà – intonare di nuovo “L’Italia l’è malada”.

Va tutto benePerché ” L’Italia l’è” ancora ” malada” (o no?), e quali sono i sintomi?

“L’Italia l’è malada” perché si propone di intitolare una strada a un latitante (perdonate, uso le categorie del codice di procedura penale, le sole che conosco), un condannato in via definitiva: Bettino Craxi. Per di più, lo si paragona a Giordano Bruno, morto sul rogo dell’Inquisizione a Campo de’ Fiori (davvero tutta un’altra storia).
Una strada a Craxi va bene, una biblioteca già dedicata a Peppino Impastato no: ecco che vicino Bergamo tocca difendere quella targa che ricorda un ragazzo ucciso dalla mafia. E non va bene, è di questi giorni, neppure una Piazza XXV aprile (a Pecorara nel piacentino).

“L’Italia l’è malada” perché un Ministro della Difesa elogia la “non dimenticata X Mas” (sono parole di La Russa). Se lo ricordano – eccome – il passaggio della Decima in Versilia, nelle Langhe, nell’Ossola, a Borgo Ticino il 13 agosto del ’44. Mettiamo da parte il coraggio, però: a uccidere donne, vecchi, bambini, a torturare, stuprare, saccheggiare non ci vuole coraggio.

“L’Italia l’è malada” perché un altro Ministro, qualche tempo fa, ha consigliato di utilizzare la bandiera al posto della carta igienica, la bandiera, la bandiera italiana, il tricolore.

“L’Italia l’è malada” perché la nostra scuola pubblica, dalle elementari all’università, sta morendo. Essere colti è l’unico modo di essere liberi, avvertiva Josè Martì nel Continente latinoamericano: e questo è troppo, decisamente troppo pericoloso. Agli scolari di Usmate-Velate sarà vietato leggere il Diario di Anna Frank (osceno per una pagina in cui Anna descrive il sesso, e lo fa in maniera delicatissima). Faranno leggere un altro Diario, quello di Hans Frank, Governatore generale di Polonia, responsabile per lo sterminio degli ebrei del ghetto di Varsavia? Vorremmo una risposta dal parlamentare che ha sollevato il caso.

“L’Italia l’è malada” perché pare che a Rosarno un caporale incassi 5,00 euro al giorno per ogni “sporco negro” – si dice così, vero? -, quindi se gli “sporchi negri” sono 1.500 quel caporale incassa 7.500 euro al giorno.
Dove sono finiti gli zelanti difensori del crocefisso? I politici scandalizzati per la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (che ha solo affermato alcuni principi essenziali della società democratica, come il diritto all’istruzione e la libertà di pensiero). A Rosarno, di costoro, neanche l’ombra: peccato, non hanno fissato bene la croce; l’avessero fatto, si sarebbero accorti che sulla croce non c’è rimasto nessuno: quel trentenne con la corona di spine, è chino a raccogliere frutta e verdura.

“L’Italia l’è malada” perché nel nostro codice penale non c’è ancora il reato di tortura, così non stiamo onorando gli impegni assunti da anni a livello internazionale. Pensare che, proprio in Italia, nel luglio 2001 – a Genova – si è verificata (stando a fonti europee) la più grave sospensione dei diritti individuali mai avvenuta nell’Europa del dopoguerra.

“L’Italia l’è malada” perché qualche governante che ama le collusioni, gli attendismi, i compromessi, le furberie (diceva Antonino Caponnetto) vuole difendersi non “nel” processo (come garantisce la Costituzione), ma “dal” processo. E insulta i magistrati, tutti comunisti, tutte toghe rosse. A dir il vero troppe volte i magistrati hanno avuto la toga rossa, ma in un altro senso. Era sporca del loro stesso sangue, del resto, come quella di tuo fratello, caro Salvatore, che proprio oggi avrebbe compiuto settantanni.

“L’Italia l’è malada” perché è piena di inceneritori che costano e fanno male alla salute: e ne vogliono costruire di nuovi (o ampliare i vecchi, succede a Desio). E poi intendono costruire centrali nucleari e, persino, un ponte sullo Stretto.

“L’Italia l’è malada” allora, ma il vaccino non serve, non serve nemmemo per l’influenza, solo per arricchire le case farmaceutiche.

“L’Italia l’è malada” perché sui tetti, ci dovrebbero stare (e tranquillamente) i gatti innamorati, non gli operai in lotta.

“L’Italia l’è malada” perché la televisione è diventata una volgare macelleria (e a me, che son vegetariana, le macellerie piacciono poco) in cui le donne si vendono un tanto al chilo: guardate il filmato “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo, meglio studiatelo…

“L’Italia l’è malada” perché – a dicembre – durante la seduta del consiglio comunale, non di un piccolo paese, ma della “nobile” Siena, un consigliere ha urlato: “meglio amici dei mafiosi, che dei comunisti”. Nessun scandalo, consideriamo l’urlo una prova di certi legami di “famiglia”.

“L’Italia l’è malada”, e come in una filastrocca di Gianni Rodari (che scriveva ai bambini pensando agli adulti) si potrebbe continuare con i “perché”.
Ma, adesso, domandiamoci quale sarà mai la malattia.
E’ una carenza – non di vitamine – di legalità.

Sarebbe poco impegnativo per ognuno di noi, ridurre la legalità al solo rispetto della legge: manca qualcosa.
La legalità è scomoda, impone di rispettare la legge giusta, e di farlo fino in fondo, talvolta a costo della vita.
Non c’è nulla di nuovo in questo discorso, anzi, sembrano esserci vecchie e buone idee andate in letargo. Socrate, il grande filosofo ateniese, scelse di morire, avrebbe potuto salvarsi, non lo fece e decise di bere la cicuta.
Pure tuo fratello, caro Salvatore, “è andato incontro alla morte annunciata” (dirà Antonino Caponnetto nella sua preghiera “laica e fervente” ai funerali di Paolo). Pure Guido Galli, magistrato milanese – troppo cattolico, troppo comunista, questi erano i difetti secondo i suoi detrattori – sapeva di rischiare; e quando lo raccolsero cadavere gli trovarono in tasca un biglietto: “se mi succede qualcosa, avvertite” un altro magistrato, Armando Spataro.

Bisogna osservare, senza mezzi termini, le leggi giuste. Quelle ingiuste, poco importa che siano promulgate, che abbiano firme e sigilli, quelle ingiuste, illegittime, no.
L’obbedienza non è più una virtù, scriveva Don Milani (e per questo suo scrivere fu processato, insieme al giornale dei comunisti… e ci risiamo). L’obbedienza cieca non è mai stata una virtù. Sono, ancora una volta, gli antichi a insegnarcelo: Antigone (un bel nome che significa “lottare contro”), non è solo il personaggio di una tragedia greca; da millenni è il simbolo femminile dell’opposizione al potere. Antigone rifiuta le leggi della città, segue la sua legge scritta nel corpo delle donne.

Allora, la cosa si complica e di molto: come si fa a distinguere una legge giusta da una ingiusta? Una legittima, da una illegittima?
Bisogna aver molto chiara la linea dell’orizzonte e vederla sempre anche quando gli occhi sono velati di pianto. Perché si può piangere e senza vergogna: come Antonino Caponnetto, in quel luglio del ’92. La sua disperazione – “è tutto finito” disse in Via D’Amelio – fu la disperazione di molti di noi, me compresa. Però, quell’anziano magistrato si riprese subito, e ai funerali di tuo fratello Paolo, con fermezza, affermò: nessuno “può dire che ormai tutto è finito” Le lacrime non gli impedivano di scorgere la linea dell’orizzonte disegnata dalla Costituzione.

Non la Costituzione della Repubblica italiana nata dalla Resistenza.
La retorica fa perdere il senso delle parole.

Dovremmo dire: la Costituzione strappata con le unghie, i denti e il sangue dai ragazzi che hanno fatto la Resistenza.

Dovremmo dire: la Costituzione mantenuta in vita – sembra un paradosso – dai braccianti morti ammazzati a Portella della Ginestra (volevano solo festeggiare il 1° maggio), da Placido Rizzotto (siamo in una Camera del lavoro, pronunciamolo forte il nome del segretario della CGIL di Corleone), da Pio La Torre (deputato del PCI che aveva solo capito come colpire la mafia: toccare i “piccioli”, gli affari), da Peppino Impastato (era solo un ragazzo), da Giovanni Falcone, da tuo fratello Paolo – in fondo erano solo magistrati – caro Salvatore.

Dovremmo dire: la Costituzione inattuata (lo scriveva Piero Calamandrei), e perciò ancora da attuare, con i suoi diritti e le sue garanzie: ecco, appunto, i diritti e le garanzie che nessun inciucio (pensato da quegli abili strateghi che finora non hanno vinte battaglie e, men che meno, guerre) può comprare, semplicemente perché non sono in vendita, non hanno prezzo.
Non si può vendere la linea dell’orizzonte. E noi che siamo qui stasera lo sappiamo bene, perché abbiamo probabilmente tutti gli stessi occhi, vediamo tutti le stesse cose.

Grazie Salvatore e benvenuto, per la prima volta, a Monza.

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Monza – 19 Gennaio 2010. LA LEGALITA’

Posted by PRC Muggiò su sabato 9 gennaio 2010

Una parola del nostro vocabolario
LA LEGALITA’
Martedì 19 Gennaio 2010
ORE 21.00
c/o Camera del Lavoro – Sala Bruno Trentin
Via Aspromonte 18 – Monza

La Federazione della Sinistra incontra
SALVATORE BORSELLINO

SALVATORE BORSELLINO - La legalità

SALVATORE BORSELLINO - La legalità

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