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Natale 2016

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Riunione di Giunta

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MAFIAplex

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Zanantoni bis

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Mai più case senza persone! Mai più uomini senza case!

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Stritolati da molesta crisi ed empia penuria di lavoro, i più deboli s’affannano nell’estrema difesa della dignità e dei pargoli; combattono risoluti per mantenere quel tetto dovuto a ogni creatura, quelle pareti che tutelano lo sviluppo decoroso e la dignitosa crescita della famiglia.
Come formiche in fuga dal pericolo, i più fragili s’avanzano in ogni dove, prontamente cercano riparo mai disperando. E quando s’imbattono in qualche probo samaritano, gli si aggrappano per l’ultima battaglia, pronti a tutto per allontanare il buio domani.
Bandiere sgargianti ed espressivi lenzuolini divengono le armature della tenzone dopo reiterati, vani pellegrinaggi per i corridoi che contano, nel presidio dell’abitazione necessitante di rinforzi: la difesa dallo sfratto impone vicinanza e solidarietà, calamita gli sforzi d’ogni età nell’arena del bisogno, insuffla nei fischietti, infervora gli slogan e gonfia i petti.
Collera e sdegno potrebbero non appalesarsi se ai richiedenti si affidassero appartamenti sfitti da anni, dagli accessi murati o da ristrutturare. Le abitazioni ci sono, e in sovrannumero; nessuno deve attenderne ulteriori! Per la qual cosa (quest’ultimo lemma, purtroppo, con una sola “a”), monta l’indignazione, si moltiplicano le rimostranze per la mancata tutela di chi sta indietro o, peggio, fuori.
L’arduo agone coinvolge pure me, beato sì tra le donne – invero protagoniste dell’ennesimo picchetto –, ma in minoranza. Urge l’ausilio del sesso forte!
Fato propizio: biascicando bavoso, un ingobbito veterano della dolce vita spumeggiante rimembra, pago precettore, le prorompenti sue conquiste, le indimenticate giunoni che ebbero a trastullarlo un dì, più di mille certo: formose pulzelle al suo servizio, dedite ad accompagnarlo per i sentieri di vita (e fianchi), sorrisi scarlatti e ciglia d’ebano…
Ed ecco che, accorsi in un lampo, irreprensibili padri di famiglia, giovincelli palestrati ed eterni Peter Pan lo cingono d’assedio e d’amplessi, per caricarlo d’applausi e pacche, stringendogli calorosamente quelle mani, or piagate dagli anni, che furon eccome sensibili testimoni di ninfe e muse nell’invereconda soave quiete di alcove e del buio coniugale.
Non si scompone punto il vecchio guerriero, da vessilli e striscioni emergente per concludere la virtuosa lectio: “Riaprite le case chiuse!”.
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Ave, Maria nel maggio fiorito

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Dovrò forse apporti una croce quando, quel dì delle spighe dorate, ascosi all’altrui visione, sarem qualche istante vicini. Rimirerò il tuo nome e lo vergherò devoto, rimembrando i congiunti sforzi, le comuni lotte, le mani giunte (a regger scarlatti vessilli), insieme a ferventi madonne e messeri.

Maria, tu sei la prescelta in una lega di zelanti che guardano al futuro, che si confrontano in rispettose dispute, disquisiscono appassionatamente in partecipatissimi convegni e urbi et orbi interloquiscono con tutti (pur con quelli di sinistra); senza pregiudizi, ma con riconosciuta buonafede. Avverso il precariato e lo sfruttamento delle classi deboli, il tuo Partito guida i cortei, satura le piazze, strenuamente dedito alla raccolta di firme per l’abrogazione di certe inique norme, auscultando le villiche lagnanze e distinguendosi dai soliti noti…

Talché contagiato, ho scelto le braccia d’una tua rossa (di crine) compagna di lotte: Bianca. I cui lindi atti, nella purezza di ponderate scelte, hanno infranto il mio tormentato cuore, spesso proiettato verso i bisogni degli ultimi e dimentico delle di lei gratificanti lusinghe.

Orsù, Maria! Verso ambìti e terreni traguardi, insieme lodiamo il nuovo che avanza con una frase condivisa nella mia garibaldina adolescenza: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Mai più lai e pene! Risolviamo quei temi scottanti (che bruciano ancora): lavoro, casa, cultura, ambiente criminalità et omnia et cetera. Mandiamo in pensione le brutture di questa valle di lacrime!

Giustappunto, di seguito, dettaglio minuziosamente le proposte del PD, i successi ottenuti, gli emendamenti proposti, le istanze rivendicate nei laboriosi e fruttuosi anni di consiliatura.

(…)
Amen.
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Me faccio un goccio

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Anche in grami tempi di crisi; per non deprimermi, perché la felicità si raggiunge nel possesso. Proprietà privata e privato della proprietà; il denaro non è tutto, ma per tutto ce vo’ il denaro; società dei consumi e consumo della società; arriveranno tempi migliori, ma quando?

Tempro i bicipiti da mane a sera, respiro l’aria notturna, ossigeno le idee… Perché vojo ben figurare, avanzando nello struscio chiassoso delle compere e rinunce, borioso spendaccione e rivale del più patrizio degli scialacquatori.

Dal sinistro gluteo erutta il devoto cellulare, ostentato per non sfigurare nella famelica torma; nella natica attigua, manco Sherlock capirebbe cosa includo. Così addobbato, muovo fiero e ardito alla volta di… Di, di, non so qual acquisto; ma risoluto mi aggiro per scaffali e banconi. Disdegnàti ed elusi dal mio disadorno carrello.

Continuo a spigne gagliardo sin alla periferia del centro, colà dove accatastano le minerali. Rallento la marcia, parcheggio il mio vettore e sfioro, liscio e coccolo le formosette da un litro e mezzo. Ne circondo sei e le rapisco per la mia alcova, ma non mi sazio; allor ripeto la manovra, tre, quattro, cinque volte, per una moltiplicazione ignota e un totale d’una piramide sghemba e ondeggiante.

Ruzzo intorno alla mia arca e l’abbraccio, perché è mia, la possiedo come un re. L’ho conquistata da prode, con una manovra meditata e accorta; sì, giacché la classe non è acqua. E ora voglio mantenere la primazia, ostentare la mia preda, farmela rimirare e invidiare. Stupisco pure la gradevole cassiera, alla quale comunico le centinaia di mie conquiste. “Ma non dica a nessuno che ho usurpato il bancale”, mi affretto a implorarla. “Mi raccomando: acqua in bocca”.

E senza rimorsi per il numeroso ratto arranco, lingua a penzoloni, verso il bagagliaio. Che riempio gaudente dato che ho realizzato una superspesa con poco denaro.

Ma dopo qualche minuto, mala suerte, comincia a diluviare!

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Mamme amazzoni

vignetta

Il pomeriggio di sole e di sole donne, nutrite e ardite, mi ricarica vieppiù. Bardate ancora per fronteggiar il pur mite inverno, saturano l’arena protestando e incitando. I sorrisi non riescono a celare mascolina grinta e volontà ribelle, ma catturano gli obiettivi come e meglio delle più insigni bellocce. Le inquadro tutte, velate o incappucciate, pallide o colorite, qui con una sola lingua.

Mi faccio allor donare una sgargiante bandiera, nella quale mi concentro agitato nel corteo multicolore senza età. Chi non è mamma è figlia; chi è legata dall’amore, comunque s’appassiona a rivendicar diritti ed equità.
Sentendomi un fanciullo smarrito, vorrei esser preso per mano; ma vengo dalle genitrici sospinto in prima fila. E qui accerchio timidamente gli urlatori in successione, alito nei megafoni altrui, poscia impetrando una dedica: che si sappia donde arrivo!
Assecondato, levo la mano chiusa in segno di vittoria; indi attraverso la calca or briosa or esasperata… Più in alto esigerei il vessillo, sì da sovrastar l’altrui legione di bandiere; che caparbio fendo celere, a simboleggiar la mia difformità.
Caruccia colei che non arriva manco allo striscione, ilare più che adirata: le sorrido compiaciuto, come altrettanto elaboro per l’abbronzatissima che pronuncia piacevolmente i suoi intenti. E affatto indifferente alle invettive contro certi mariti, toste e moltiplicate, bramo di conoscerne le fedifraghe, stuzzichevolmente allettato di potermi render utile. Ma una balda matrona mi notifica come siano prezzolate, al pari delle spudorate che fecero cadere gli imperi.
Cerco, ricerco e indago; le guato tutte, d’ogni crine. Alfin torno fanciullo e, innocente, perdurando a sera la pugna di piazza,  sbotto candidamente: “Mamma, mi scappa la pipì!”.

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Due cuori e una…

vignettaPer noi. Con Gea ho cogitato vieppiù di reperire degna magione. Dove saziare le pretenziose minugia e sgranare i nostri attimi di requie. Tuttavia, giacché non professiamo commercio alcuno di dimore e similari, necessitiamo di insegnamenti ad hoc. E rigorosamente avviluppati in morbido sofà, sfogliamo l’informatore scientifico dell’appartamento, un opuscoletto denso di colorate immagini e lumi arditi. Cerchiamo, sfogliamo, studiamo e ripetiamo, confortandoci strenuamente: la pecunia scarseggia; il futuro, pure. Epperò, di soli baci non possiamo vivere.

Senza spese, piano medio-basso (terreno), comodo per raggiungere il centro a piedi, recente costruzione (1960), pavimenti originali, spazi personalizzabili, open space: luminoso,  ingresso, soggiorno/notte con angolo cottura, disimpegno, bagno padronale, ripostiglio e cantina, giardino esclusivo. Predisposizione aria condizionata e impianto allarme. Orto. Possibilità box singolo a 21.000,00 (dilazionabili a piacimento). Interni personalizzabili. Vivibilissimo. Assolutamente da vedere! Ideale per giovani coppie. Si accettano permute. Si offrono dilazioni. Mutuo a tassi vantaggiosissimi. Volendo, contratto d’affitto con patto di futura vendita. Affrettatevi! I nostri migliori architetti per la miglior fruibilità di una piccola reggia.

 

L’arredatrice dovrebbe essere quel gran pezzo di lattughina che troneggia sull’annuncio. “Eureka!”, esclamiamo all’unisono. “Abbiam trovato il nostro nido”. Gli indici di gradimento si surriscaldano nel pigia-pigia dei tasti, il cellulare si sottrae furibondo da una mano e dall’altra. I pizzicotti si susseguono per impetrare il diritto di prelazione nell’ardente richiesta d’informazioni: Angelica, la voce che ci illustra; Letizia, colei che ci invita; Serena, la sua collega.

L’indomani, Gea s’abbiglia come una vamp, inducendo me a strangolar il collo con un’inconsueta cravattona. Non sopporto la giacca, la tollero per dissimulare il mio status. E nel bugigattolo a motore che preserva e guida le nostre proletarie membra, eccitati, muoviamo alla volta del sogno. Alla cui guardia, truccatissime e gioconde, incrociamo le due professioniste del laterizio.

Calorose strette di mano, patetici convenevoli: “Ci siamo già visti?”, “Lei è per caso l’amico di…”, “Conosce la signora che…”. Alfin stremato dalla mielosa liturgia commerciale, abbozzo un sospiro. Captato immantinente. E ci infiliamo nella nostra futura alcova.

Che spettacolo! Già vagheggio dove sistemare bottigliette, libricini, camiciole, scarpette, vini, bicchierini, spazzolini, cucchiaini e mutandini. E poi: pentole, piatti, vettovaglie, stendino, asse da stiro, rotoloni e carta igienica, cuccia di Fuffy. E il lettone dove dormir e telefonare, guardare tv e film d’antan, parcheggiare peluche. Tutto in 35 metri! Per i quali passeggia nervosamente Gea interloquendo con Serena.

“Come può notare, l’immobile si presenta in buono stato… Con la ‘s’ minuscola”, mi precisa Letizia ostentando il seno debordante. “Spese condominiali minime” (149,00 mensili…).  “Da considerare che, per l’assenza di balcone, i millesimi si riducono…”. Musica per le mie orecchie: “Stupenda soluzione” (stupenda, come Letizia; o soluzione “finale” per le mie tasche). “Introvabile, servizio finestrato” (meno male: soffro di claustrofobia!). ”Spazi interni personalizzabili, ottima vista sul verde” (orto). ”Cantina inclusa nel prezzo” (utile nell’eventualità di ospiti, magari la suocera).

“Non sottovaluti l’importanza dell’ingresso indipendente”. Vero: senza padroni! “E’ luminoso, con esposizione a sud-ovest. Gli spazi interni si presentano ben distribuiti… Concorda come l’appartamento propostoLe sia ben tenuto?”. Ma da chi? “E poi, è già libero, senza necessità di intraprendere lungaggini giudiziarie per il rilascio: non v’è nessuno da sfrattare”. Così non avrò problemi di coscienza.

Raccogliendo la penna, Letizia mi mostra gli ignudi torniti arti: “La generosa superficie, valorizzata da arredamento su misura, a un prezzo-affare! Niente di meglio sul mercato in tempi di austerity. Devi riconoscere che la soluzione è ideale per chiunque ricerchi la tranquillità…”. Sì, un alloggio caratterizzato da cucina all’americana – la interrompo accalorato –, che vanta un’ottima visuale e può soddisfare qualunque esigenza… Non bisogna lasciarselo scappare; meglio prenderlo, Letizia!

Grata per la mia recensione, lei s’accosta e accarezza l’avambraccio di sinistra, la mia zona erogena. “Accogliente soluzione, interessante” (per interessi bancari, su un debito per circa 600,00 mensili di mutuo trentennale!). “Stai tranquillo –  mi consola con voce pacata – : la rata è indicizzata, potrà calare”. E se rimango senza lavoro? ”Suvvia, non esser pessimista!”. E se perdo Gea? “Starai più largo!”. Indi mi sorride, dilatando le cerulee pupille.

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Solidarietà con passione

Pure quest’estate ho preteso di innamorarmi, al pari di altri (sempre meno, forse, perché l’amore è solo dei poeti e di quanti si struggono per i legami irrealizzabili); al pari dei fanciulli smaniosi di prime tenerezze e sogni, nel riverbero dei più smaliziati compagni di giochi.

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Cultore del revival e di quelle canzonette che s’ostinano a prosperare sconfiggendo i decenni, ne traggo nel corteggiamento frasi a effetto, aggiornate con sorrisi schietti e ironici spunti. E prima di esser tacciato di plagio, declamo qualche versetto originale, sì da indurla gioconda in caffetteria. Mai però recito e, ardito, le assaggio la coppetta. Perché il cioccolato mi tenta, un po’ più del limone (ma anche questo raggiunge le mie fauci). Meglio di un fantolino golosone, sazio il mio prelibato capriccio e l’attendo finire. Lei dilata gli occhi paga. E io le asciugo delicatamente le labbra…

Nei giorni che fuggono, osteggio la sua immotivata e progressiva gelosia:  non posso dedicarle ogni mio istante se son costretto altrove da impegni di volontariato. Tuttavia, emulando il marinaio Steve McQueen, affronterò temerario ogni sfida: sconfiggendo le angherie dell’orologio, le prometto che ritaglierò la mia libertà a sua immagine.

Il sole mi soccorre. Lo accetto, ne abuso, lo condivido. Lei non mi scioglie, protettiva all’eccesso. Così, mi lascio andare alla calda requie, che gusto nell’estasi dell’abbandono. Sino alle soporifere coccole, all’incanto che mi fa cavalcare le nubi: il riposo dell’adorato guerriero.

Ridestato, ahimè, ahinoi, bruscamente: “Cielo, mio marito!”.

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Il piacere di rimirar i corpi (celesti)

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Aduso a vagabondar per smaltire i centilitri di troppo, mi svelo per chi sono: amante del creato e dei suoi puri sovrani, d’ogni specie animale e vegetale. Un tantino birbone, invero, non nego di apparire; ma a fin di bene. Perché l’amore non si compra e la solidarietà non è in vendita. Lo duca mio è l’altruismo, costellato di facezie e sorrisi; a sospingere le opinioni a fondersi con le coscienze, diverse ma accomunabili.

Trovatomi non a caso ad abbuffarmi all’assortito desco serale, finisco la conversazione sugli indigenti storpiandone la pronuncia e definendoli indigesti. Al che capisco di aver errato e, per farmi perdonare, offro una legione di caffè. Non basta: dovrò arruolarmi nelle schiere festose degli astrofili che vorranno scrutare gli abissi del tetro cielo. E sia!

Non avendo da decenni più paura del buio, peregrino per i sentieri del silenzioso parco precedendo una scia di incuriositi bipedi. I quali fasciano di luce gli ovattati sentieri con torce e cellulari, alimentando commenti via via più radiosi: “Che fai tu luna in ciel?”, “Noi siamo come le lucciole, brilliamo nelle tenebre”, “Vieni: c’è una strada nel bosco, il suo nome conosco, vuoi conoscerlo tu?”; “Mamma, devo fare la cacca”, “Eh, ma che tempismo!”, sbotta la genitrice.

E i lirismi cedono lo passo all’affannosa ricerca dei fazzolettini nelle capienti borse anche del parentado. Mi prodigo a fornire il mio contributo e, respinto cortesemente, invito a graziare la piccola in ambasce, pipistrella dagli occhi di micia, perché alla sua età pure io, in previsione d’un compito in classe, venivo osteggiato da un fastidioso torcicolon… E quando vengo interrogato sull’assembramento ai margini del sentiero, rispondo come sia in corso un espletamento fisiologico: natura premit.

Non è concessa alcuna requie all’esercito in lento cammino, seppur le mie ascelle si trasformino in budini e gli innamorati si accarezzino attraversando la notte, les yeux dans les yeux et la main dans la main. Avanti, verso il cielo, i pianeti e quanto ci farà obliar il gracidar e frinire dei prìncipi nell’oscurità; il cui manto fatato m’indurrebbe all’addiaccio, sereno in mite clima. In compagnia delle lucciole, che – come si affretta a precisare un canuto alla consorte – brillano amoreggiando, ma non si fan pagare. E del controcanto di quel che ciascun poteva sentire, m’incapriccio.

Non meno dei dialoghi extrastellari che raggiungono i miei verecondi timpani: “Promisi a mio marito che, dopo la sua dipartita, nessun altro avrebbe varcato la soglia della nostra casa: sarei andata io in trasferta”… “Se qualcuno aggredisse noi, tapine e fragili, non correte in nostro soccorso: vorremmo andar incontro al nostro destino”…

Così istruito e appagato, domani sera scialacquerò i ricavi della politica in crapula e dissolutezza. Alla faccia, e agli occhi, dei contribuenti che si godono le stelle!

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‘Sta seggia mi regge?

Mi chiedessero di accomodarmi, declinerei il cortese invito; seppur il potere arrida a chi, sedendo pomposo, troneggia per ciò soltanto. Rifuggirei la cortesia per non rovinare con le mie virginee terga. Perché, se è vero che le probabilità siano infinite come i numeri, è altresì certo come le disgrazie altrui riescano a coinvolger chiunque.

vignetta

Colei che tanto appassionerebbe Fernando Botero, e non solo, stravaccata si gusta il sole ritrovato; di tanto in tanto domandandosi se potrebbe reggerla la fragile sediola. Simpaticissima oversize, novella di sé e altri, deliziando e alternando dialetto e battute, in una mattinata in cui il vento alza le gonne e le lamentele dei maturi tuttologi a passeggio. I quali conversano animosamente sugli esondati, senza reddito e pensione, mentre alle anatre dello stagno si contrappongono fanciulle ochette insensibili a tali problemi.

Sgrisoloni e golfini si son liberati di maggio, per un mese più mite e promettente. L’aria sembra quasi estiva e invoglia ai raduni politici: ascoltare una voce amica non può che rinfrancare e, “giacché piangono gli occhi”, divertire.

Tranquilli: una piccola gaffe non adultera il messaggio della fiera concione, né l’avvenenza della comiziante. Appassionandomi oltremodo, tendo le mie antenne per saperne di più, mischiandomi a comuni curiosità e sorrisi, ma distinguendomi dal contiguo sessantottino pentito. Del quale non condivido la forzata euforia e l’eccitazione scomposta.

Quando poi giovanotte degli anni sessanta, sorrette da bellocce del terzo millennio, commentano plaudendo agli oratori, ravviso uno schianto: un cointeressato spettatore, prima assiso su una sedia forse sottratta ai tedeschi in fuga, congiunge le natiche al suolo per la rottura della gamba – ahimè sinistra – della cadrega. Però l’impavido tempestìno si rialza immantinente, senza indugio muta lo scranno e si sorbisce il resto della dissertazione.

Frattanto io decido: sto in piedi.

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L’abito non fa il monaco (neppure in piazza)

Movimento l’ultima chiassosa manifestazione, armato di posate e rossa padella. Brandendo la quale, al contempo fischiando, induco gli automobilisti a rallentare o a fermarsi: venendo scambiato per un agente, posso spiegare le ragioni della protesta!

Nel taschino i volantini, dall’ombelico all’inguine l’antico grembiule di mamma, la padella tra le gambe, appoggio i gomiti sul finestrino apertomi. A spiegar conciso e chiaro, a un’amabile signora, il motivo della protesta on the road. “Lo leggerò stasera”, proferisce educatissima dietro le scure lenti. Quando riparte, mi sento solo; smanioso di rivederla, almeno per il suo tatto.

E accalorato come un adolescente, mesto come un innamorato in attesa, sorveglio il fondo della via: s’appressan altri veicoli; e io, Drogo nella desolata fortezza, non posso farmi sorprendere. Cedo soltanto alla generosa melanina che, anzitempo, colora la mia pallida espressione. Non disdegnando i sorrisi di qualche mamma che indica al pargolo il mio abbigliamento da cucina, sfoggiato per contrastare “l’ultimo piatto indigesto”.

Sfiorandomi, uno scooter accelera col sorriso del conducente che, all’istante, comprende la curiosa macchietta. Imitato da un altro centauro che, ghignando, pubblicizza il controvalore del tegame! Prosieguo e strascico euforico dello spassoso quadretto, l’aggiunta di motteggi degli strabiliati sostenitori.

Qualche automobilista però, non apprezzando di aver rallentato per il mio astuto artificio, sbotta incupito. Tuttavia, non demordo: ho tanto fiato da soffiar millanta volte nel riesumato fischietto; posso adoperar tanto la destra quanto la sinistra per scucchiaiar anche il barattolo; e per molto ancora riuscirò a declamar stentoreo il soggetto della manifestazione, esaltando alla bisogna il timbro verso disinformati e indifferenti.

Così è, se mi pare. La cagion prima che allieta la briosa vetrina, invero discende dall’entusiasmo e dalla schiettezza profusi; nell’universale interesse, a favore degli altri, per il domani comune. Quando prevarranno partecipazione e solidarietà, unità e abnegazione, in pacifico consesso.

Il fermento d’oggi coincide con un passo oltre, timido ma non incerto: il primo di molti, numerosissimi atti degni di onesta emulazione. La stessa che da bambino mi induceva a somigliare ai prodi delle fiabe e, più avanti, agli eroi della storia più tormentata. E che adesso, ad agitar la paletta da vigile o carabiniere, muove la mia decisa sinistra…

Inarrestabile e tenero, prosegue il mio adulto sogno; fino a che, austeri, mi s’accostan in sequenza quegli uomini in divisa!

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La Cesta dei Lavoratori

S’avanza deciso, pancia in fuori, la camicia che quasi cede; ma non sgomita: sa che, arrivato il suo turno, potrà soddisfare il brusco capriccio. Così avviene; mentre io, timidamente, m’insinuo tra il pigia pigia degli avventori: la moltitudine serena, la diffusa letizia e la giornata gaia han scosso le interiora, che giustamente reclamano il banco alimentare. Quello adornato di pane, salumi e formaggi, profumato soprattutto nel maggio delle rose, dei sorrisi genuini, delle moltiplicate speranze per le persone semplici e i bimbi giocondi.

Non so se il corpulento abbia assimilato il messaggio della Festa: non l’ho notato fra gli altri appassionati; ma lo sorveglio perché temo sia un imbucato, aspirante al desco a scrocco. Nutro eccessiva comprensione per la sua stazza e le pretese calorie, sperando almeno che mi lasci uno spizzichino: l’avvincente pomeriggio all’aperto, oltre a sconfiggere l’ingrata pioggia e la momentanea fuga dei più, mi stuzzica i diritti del pancino.

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Timidamente gentile, mi lascio garbatamente sorpassare da piccoli e meno piccine, mirando al cestino delle delizie. Che perdo un attimo di vista perché m’intriga la danzatrice scalza, fiera e distinta nel volteggiare secondo i mutevoli ritmi dell’accesa orchestra. Rigiratomi, deglutisco afflitto perché lo spuntino gratis et amore Dei ha esaurito la sua spinta digestiva: il lardoso ha fatto tabula rasa e si è eclissato!

Collerico ma non troppo, corteggio un paio di drink per possederli con passione, cibandomi d’allegria e musica. E saziandomi con le espressioni di coloro che, insieme a me bambino, in questa piazza non c’erano, nonché coi propositi di quanti animano creativamente la manifestazione.

Ma col buio, quando impazza la band dei caschetti, pure il mio infervorato animo è scosso da un fuori programma: dalla chiesa una processione s’allunga per la comune piazza e scema per una via laterale a destra. Allora mi unisco alla voce dell’orchestra che intona Bandiera rossa!

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Autodidatta, interprete e cicerone in libertà

Di certa materia mi son impinguato gradualmente giacché non ho frequentato corso alcuno, né di formazione né di aggiornamento. Contando sulla mia caparbia volontà di comprendere i meandri delle leggi che offendono il sonno dei più, come pure sulla personale esperienza in temi previdenziali e svolgimenti conseguenti, da anni ormai son corteggiato da tante: persone prossime alla quiescenza, sfiorite ma deste, irate come i pirati di mari lontani, sanguigne come i difensori dei fortini, mi tampinano per bramati consigli.

Con collaudate tecniche di seduzione, miran altresì a farmi capitolare; affatto irriducibile, cedo alle lusinghe di caffetterie, bar e pasticcerie. Rinunciando alla vita eterna, voglio continuare ancora coi peccati di gola, ostinatamente. Comprano il mio ausilio, le canute sirene, sebben abbia perennemente asserito che non è difficile comprarmi: è impossibile. E malgrado abbia sempre censurato la corruzione dilagante, ipocrita veniale aspiro a progressiva redenzione, magari acquistando gelati dietetici e pane azzimo, prodotti biologici e succhi di frutta.

L’ultima delle molte mie conquiste (son un seduttore incallito, coi calcagni usurati da stressanti pellegrinaggi burocratici), è una sessantenne, non alta né formosa, non bionda né di gentile aspetto. Ma intendo dispensare generose energie per la soluzione del suo problema, comunissimo e avvincente in odissea interurbana: guidando un esercito di due combattenti, contrasterò chissà quali titani e, giacché intrepido, verrò emulato per l’arduo cimento!

Con tanto di cartelletta da extracomunitario sottobraccio, busso agli sportelli dell’ente previdenziale. Subite snervante attesa e penosa digestione d’altrui sospiri e lai, vengo invitato, dopo aver spiegato per filo e per segno la triste avventura lavorativa del commilitone, a stendere una relazione per il competente funzionario. Che dopo alcuni giorni mi invita ad approdare ad altri lidi, in diversa città, non pochi chilometri distante.

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Ulisse indomito, peregrino per le metropolitane urbane, affrontando ulteriori anabasi, schivando gli attacchi dei mendicanti che non vogliono pane ma dinero, scartando le immondezze dei marciapiedi lascivi, alfin intruppandomi fra centinaia di meschini in attesa. Arrivato il mio turno, ricomincio la telenovela delle spiegazioni e della stesura di comprensibile dichiarazione. Altra disfida, circondato da mugugni e sbuffi, che vinco: per premio, di consolazione, intasco ricevuta dell’ennesimo duello; con l’indicazione a marciare su altra filiale. Obbedisco.

Garibaldi non ferito, m’avanzo forte del mio esercito; cui cedo lo scettro della cartelletta. Poscia traduco qualche frase in svedese, mi correggo in inglese e mimo, quando non capito in francese, aiutandomi con qualche frase latina dei catechismi internazionali. Genio incompreso, arrivo al bersaglio: so come recuperare i contributi italiani e direzionarli verso la cassa straniera. Conosco le asperità della nostrana controriforma pensionistica e, meticolosamente, illustro le peculiarità dell’ente che erogherà la rendita. Così, ricevo sorrisi da ogni mio soldato, inviti a colazione, pranzo, cena, brunch, lunch, breakfast e simil tavole. Posso saziare la mia lussuria gastrica, sfinterizzare ogni sconosciuta ricetta ed emettere compiaciute arie in atti degni di minzione.

Ma incombe l’imprevedibile. Nel mucchio selvaggio in trepida e snervante attesa, ripetuta, risuona una frase incomprensibile per la mia assistita: “Son qui da stamattina presto, e quello lì allo sportello si gratta le balle!”. Per me, traduttore simultaneo, è un’impresa farmi capire dalla pensionanda, mio armigero nell’impavido esercito. Costei capisce tanto l’italiano, ma non tutto: tale frase, mugugnata pure in stretto milanese, che significa?

Non posso mimare per pudore, ma delucido che in Italia “grattarsi sotto l’ombelico” equivale a “lavorare poco, non aver voglia, rallentare il ritmo”. “Okay – conclude immacolata l’estera sessantenne –. Per un momento avevo pensato che l’impiegato si togliesse la forfora sotto i jeans…”.

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Vita da pendolari

Spartano e garibaldino, potrei inscatolarmi nel mio parco autoveicolo e serpeggiare per i labirinti fumosi della metropoli, sì da ovviare a impreviste incombenze nel minor tempo. Valutata però la distanza d’un dei traguardi in lista, opto ecologista per l’affollata underground line. Quella rossa, accesa e vibrante.

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Una bolgia impensabile, uno stadio vulcanico, un’arena di trilli e di sguaiati dialoghi mi distolgono dalle assorte meditazioni e conducono a indagare il subbuglio. ¿Qué está sucediendo? No entiendo nada! Siamo già a mezza mattina, e non v’è urgenza di reinfilare la camicia, né di specchiarsi le labbra sbiadite. Ma qualcun intento a stropicciarsi gli occhi stanco, e a ispezionare le narici provetto, eccitano la mia ilarità.

Poscia, più che il dolor da galateo mancato, può il profumo. Di donna, claro. Allora guato a tutto tondo, sin a raggiungere la fine della carrozza; dove, tra passeggino e sporte, scorgo una morettina. E grazia con lindore mi riportano ai precedenti pensieri…

Dischiuse le porte a una fermata d’interscambio, accedon barbari d’ogni colore e odore. Taluni fingon di scaracchiare, altri commentano le suonerie dei cellulari, mentre alcuni bruti adolescenti s’avvicinano alla creatura con bambino. Sol per cercar posto, ma pure per disturbare il sonno del piccolo.

M’avanzo lento, fingendo di leggere informazioni sulla tratta proprio nei loro pressi. Gli impertinenti insistono nei loro immaturi e tonanti sproloqui, quasi a sfidare me, di un volontario della Grande Guerra nipote e, delle Moderne Termopili, piccolo guerriero naturista. Poi sollevano le terga, i primitivi, perché giunti alla meta.

Mi siedo dirimpetto alla giovane mamma, dai lineamenti sudamericani, ancora per poche fermate. La guardo, caruccia, ninnare paziente. Finché il treno s’arresta con stridìo, destando il neonato; il cui insistito pianto si accresce e protrae.

Ormai manca poco al capolinea: penso che, uscito a riveder il sole, il piccino si calmerà. Ma mi sbaglio e, per lui, dispiaccio. Ci pensa la genitrice a interrompere il comune tormento: fulminea, estrae una tetta e imbocca il figliolo. Che subito si calma: aveva fame e non conosceva gli orari del metrò, ritardi compresi.

Quelli che agitano un’anziana passeggera; la quale, notata l’amorevol e tenera scena, s’indigna pretendendo con gli occhi la mia complicità. Io non abbocco, sollevo le spalle e allargo le palme.

Ma che cerca costei? Di emular a modo improprio le Femen di piazza San Pietro, balde e coraggiose giovinette che, qualche giorno fa, protestavano a seno nudo? Se la pia si sente ingiustamente turbata, potrà sbracciarsi sul piazzale della stazione, sdegnata ed esagitata, distribuendo volantini con la scritta “Poppe no more!”.

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Festa delle Nonne

Dovessi raccontare minuziosamente le mie ultime avventure, passerei sicuramente per impenitente mendace. Valga per tutte la peccaminosa relazione che ho intrattenuto in luogo pubblico, in piedi, al freddo, con froge umide e polpastrelli insensibili. Forse ho peccato a desiderar la donna d’altri, che avrei voluto tutta per me, gioiosa e accattivante, maliziosamente lusinghevole. Da stringere: tra le mani, insieme agli altri volantini che non recavano leggiadre sembianze, né celestiali promesse…

La donzelletta vien nella campagna (elettorale) a scompaginare opposti e baldi schieramenti, triturando sforzi e sacrifici altrui con un sol provocante sorriso: efficace quanto basta a modificare l’orientamento politico degl’indecisi, nonché a sminuire l’impegno da me profuso al freddo e al gelo! Per lei, temibil fiera, qualcun allunga voracemente le mani al fin di conquistarla come giusto trofeo, da rimirar in un canto e desiderar ardentemente.

Il mio dépliant, piccolo e nero, non lo vuole nessuno; eppure spiega bene il programma della formazione politica che vuole sovvertire l’angoscioso presente, dettaglia efficacemente le emergenze da affrontare, propone rimedi affatto soprannaturali, invita alla lotta comune… A contrastare la diffusione dell’avverso pieghevole con l’ineffabile belloccia, che pure bramo, urge resuscitare proclami sempreverdi e frasi ad effetto, badando a sensibilizzare con tatto chi transita nei paraggi.

Mi sorprendo di me stesso: il concupito volantino è svanito, l’altra non è, non è niente per me, giacché s’accostano due signore richiamate dal mio invito ad “andar in pensione”. Una, semidiscinta malgrado il clima polare, mi guarda attenta; l’altra, più stagionata, necessita di chiarimenti più approfonditi. Che solerte mi prodigo a fornire, integrandoli con esempi facilmente comprensibili.

E di frase in frase, di sorriso in sorriso, elargisco le mie stampe a tinta unita, felicissimo di aver fatto le prime conquiste. Anche un po’ stracco, dopo qualche minuto, per aver dovuto ripetere la filastrocca politico-previdenziale a un incuriosito stuolo di attempate e rugose creature.

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Tota pulchra es, Maria?

Placatasi l’avvincente sarabanda, m’assale la mestizia per non aver potuto celebrare l’ascesa della diletta simpaticona all’ambìto scranno. Non mi capacito di come sia andata a finire la tenzone, travagliata e tediata dalle inclementi condizioni meteo durante la campagna elettorale. Nessuna giustificazione: invero, così è stato per tutti i contendenti; sforzi profusi e disagi patiti, tuttavia, sarebbero potuti culminare nell’auspicato traguardo, a noi tutti benaccetto.

Consiglio di studiare dissimili strategie, fiera signora nostra; ma ora sei mica rimasta sola: ti sospingeremo ancor a riprovarci, in comunanza d’oneri e unità d’intenti. Perché tu puoi impartirci sane lezioni di vita; tu, solo tu, riesci a rimembrare le penose traduzioni che m’imbrigliarono adolescente; tu, ancora e sempre tu, sai accrescere l’inesausto bisogno di corretta convivenza.

Ho apprezzato sinceramente la frase latina da te eletta: Homo sum, humani nihil a me alienum puto. (Sono un essere umano, nulla che sia umano mi è estraneo). Meriti tuttavia di subir la nota d’una citazione greca, quale stimolo a perseverar onorevolmente: ’O μὲν γὰρ κάλος ὄσσον ἴδην πέλεται κάλος, ὀ δὲ κἅγαθος αὔτικα καὶ κάλος ἔσσεται. (Chi è solo bello, resta bello agli occhi. Chi ha valore, però, sarà bello per sempre).

Non desidero contenderti la purezza delle massime antiche, né sminuire la tua conoscenza; sebben io sogni di tornar fanciullo e, giacché ami le persone, a divenir un tuo discepolo. E non creder che ti voglia imporre la licenza d’una vacanza supplente!

Cara maestra, in foto ti sei mostrata bene; di presenza, idem. A osteggiar la tua promozione, forse la congiura delle invidiose popolane, brutte, sporche e cattive, quelle che non riescono a emulare il tuo candido sorriso e le tue seducenti movenze.

No, non temer per il tuo corso: impetrerò da loro il massimo sostegno per l’agone venturo. Purché tu, come magistrale penitenza, partecipi a due pubblici dibattiti: uno, con l’esaminando conservatore; e uno, pedagogico, col pupillo dei camionisti (quello discolo, da zero in condotta).

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Neuropolitica e dintorni

Settimane or sono, ahimè, ho ceduto alle lusinghe delle trasmissioni elettorali e, pur di sbottare contro qualcuno, mi son avvezzato a desinare in compagnia di belle figliole. Le quali, tuttavia, non hanno avuto la capacità di sedurmi: sirene stonate e ridenti giovanotte, hanno attentato ripetutamente alla mia illibatezza morale assumendo comportamenti amabilmente allettanti. Ma io le ho lasciate nello schermo, in compagnia di intervistatori e colleghi della carta stampata (se non fosse tale, che carta sarebbe?), continuando a rifocillarmi appagato.

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E ispirandomi all’osservatore pagano, incolto e plebeo, ho ingurgitato mezzo frigorifero nel tentativo di trovare risposta a parecchi, ossessivi quesiti; talmente assillanti che ho concluso ogni pranzo con un tazzone di camomilla, sempre, dallo scioglimento delle Camere allo scrutinio delle Regionali. Anche l’occhio vuole la sua parte, e io ho soddisfatto peccaminosamente pure l’altro. Diottria in resta, assiduamente ho scrutato zelante gli animi umani e i meandri cerebrali che menano indefinite azioni.

Il cerimoniere, alias intervistatore, solitamente dirige in piedi il dibattito; la sua stazione eretta non tende a evitare la dispettosa puntina sulla sedia, né ivi l’alone da indubbia macchia, ma ad accrescere il suo contegno liturgico. Rigorosamente in giacca e cravatta, per apparir insigne e patrizio, egli accusa problemi agli arti superiori: allora mette una mano in tasca, gesticolando con l’altra. Quanto durerà? Pochi secondi, perché neuroni e similari impongono all’officiante di nascondere le mani dietro il groppone in una sorta di endorsement…

Snervato per tale condotta, il principale oratore torna homo erectus dotato di dita: ne appoggia due sulle labbra, non per inviar baci e non so per quale ragione. Forse sto assistendo a una manovra pseudopolitica perché, subito dopo, mette le mani nelle tasche degli italiani, pardon, dei pantaloni: una mano dietro e una davanti. Eppure non rovista il taschino per cercar il rarissimo centesimo che vale 2.500 euro, né il lirico fazzolettino “vado alla fonte e lo vado a lavar”. Il suo è il tipico, nervoso sintomo di un’arcana sindrome che lo forza a carezzar il nodo della cravatta e, con una sola mano, fingere di sistemarlo; nonché a prenderne il lembo inferiore per sollevarla e farne sfoggio!

Dirimpetto la giovane ammaliatrice cerca di agevolare la circolazione sanguigna accavallando le gambe, ma si prodiga in sforzate contorsioni perché la mossa non evidenzi l’interno rotula. Ravvìa il crine dietro un orecchio, invano, dopodiché porta il medio sul nasello degli occhiali, che solleva; ma questi, per l’imperitura forza di gravità, tornano alla posizione originale. Non afferra, la pulzella, di aver eccitato l’inquisitore; il quale ne approfitta per ciucciare la stanghetta dei propri occhiali. Lei sorride, sbatte le ciglia da vamp scafata, parla sconclusionatamente di programmi irrealizzabili e, bidonando i congiuntivi, irretisce i baldi gladiatori adoranti.

Allora un bavoso giornalista si accarezza freneticamente il calzino manifesto, poi massaggia energicamente la caviglia. Così, almeno una mano è impegnata in un focoso andirivieni… Botta e risposta tra un politico e l’altro, interrotti dal primo piano del conduttore che, preparando la domandina piccante, si allaccia e slaccia la giacca. Non perché fa caldo. E si strofina le mani, non perché fa freddo. E si rimette cinque dita in tasca, non per cercare qualcosa; anzi, rischia di sfondare l’abusato ricettacolo.

Poscia mi sovviene quel parlamentare che legge la propria dichiarazione e, al contempo, finge di cercar qualcosa nella tasca laterale della giacca, subito dopo nel taschino (meglio cambiare, no?); indi tocca il microfono, lo lascia, lo riprende, l’impugna e cerca di drizzarlo… Si gratta alfin l’inesistente forfora, passando il foglio all’altra mano quando non resiste alla tentazione di rifinire una narice.

Altra visione: noto braccia conserte che simulano il dissenso dall’interlocutore; quindi, un arto si stacca per gesticolare, lasciando il braccio flesso quale gesto “a ombrello”. E quando sto per cedere al ruttino a lungo represso, strabuzzo iracondo le fosche pupille: “Ehi, intelligentone pagato più di un primario, non c’è nulla da cercare nella tasca posteriore dei pantaloni dopo aver sollevato la giacca!”. Sto migrando dall’obiezione politica all’abiezione neurologica allo stato puro, tormentato dall’implacabile telecamera che mostra ripetute nevrastenie mentre mi sfamo. Convinto di come siano auspicabili le erezioni di Monumenti alla Tasca in ogni capitale: il primo ministro che accoglie l’omologo ospite, solitamente s’avanza verso di lui con una mano infilata! Come chi è invitato sul palco e, durante gli encomi, occulta gli arti; o come il presentatore che, secondo consolidata prassi, rovista a vuoto nel solito fondo: per par condicio, un po’ con la destra e spesso con la sinistra.

Ma le mani rischiano di evadere, o la tasca s’annoia a non esser occupata? Se non vengono ricoverate lontano da sguardi irriverenti, v’è da temere che si stacchino dalle braccia durante le cerimonie pubbliche o i talk-show? Comunque, vanno censurate quando preservano le gambe delle intervistate che si vergognano d’indossare la minigonna in pubblico, pur scoprendosi al mare in topless.

Madamigelle, considerate quanto il sottoscritto verga; riguardo pure agli esercizi ginnici di certi annunciatori, ambosessi, i quali abbrancano la scrivania ai lati, divaricando le estremità come a possederla con vigore. E proteggetemi dalle visioni ermetiche della politica che genera così tanti schizzati, concedendo a me tapino l’impellente pisolino pomeridiano grazie a una camomilla super-extra-iper-ultra-mega-pluri-tranquillante. Così sedato, potrò sognare di giacere in spiaggia, rosolato dallo scirocco, nudo, con le mani in tasca.

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Papa, don’t preach

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Come Josif sconfisse il nazismo, pure Joseph ha lasciato il segno: criticando il lacunoso capitalismo e auspicando come sia possibile, quando prevale la logica della condivisione e della solidarietà, correggerne la rotta e orientarla verso uno sviluppo equo. Etico, direi io.

Etichettato come ateo praticante e anticlericale convinto, da umile proletario ho guadagnato in prestigio quale “prete mancato”; successivamente convertito in “matto lateranense”, lercio camionista e, da ultimo, apostrofato come “Testimone di Geova”. Chissà qual altro celestiale epiteto se dovessi raggiungere il romano soglio…

Forse son vittima d’iniqua malevolenza giacché cito i Santi nei seminari politico-sindacali: da San Precario a San Raffaele (il primo, a proposito di molti disperati; il secondo, pure). Comunque, non trascuro San Vittore – Saint Vincent, per gli snob; San Vitùr, per i milanesi autoctoni –, che dovrebbe costituire la soluzione finale per gl’immorali rei. Né ometto il muggiorese San Carlo, retto e misericordioso.

Quando Joseph ha annunciato le dimissioni, pensavo gli avessero voluto chiudere quella bocca che declamava urbi et orbi, contro i furbi e i sordi. Ma mi son pentito immantinente perché, in piena campagna elettorale – avversando il toto-Papa e pronosticando quale successore il segretario, teutonico Georg –, ho riconosciuto la rispettabile compostezza e degna lungimiranza di Joseph. Dimessosi sua sponte, in controtendenza agli abbarbicatissimi professionisti della politica più squallida, disonorata, unta e bisunta.

Ora, Papino, hai finito di incoraggiare e prescrivere tramite la resurrezione del latino. Però, se il giorno di Carnevale ricevi Marietto, dovresti pure favorire l’udienza di Antonio, per il bene comune.

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A Carnevale ogni screzio vale

Travisati e agghindati come nelle fiabe, folletti buffi e spiritosi in sgargianti costumi infoltiscono la serpentina dello struscio cittadino, scaldando l’atmosfera ed emozionando i cuori. Perché quanti si travestono per interi dì, o solo per una stravagante serata, a voler imitare personaggi celebri o miti antichi, snaturano la loro personalità con la convinzione di piacer e lasciar ilare e duratura memoria.

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Mai mascherato da bambino, stavolta preferisco propormi. Semplice, come in una storia mai scordata e perennemente esaltata, mi travestirò da camionista: da operatore del trasporto, sudato, con la barba d’Antonio e la blusa sporca. Ma non sono quel camionista che mangia i bambini od organizza danze in luoghi di meditazione, né quel camionista che molesta le probe educande o le vigilesse. Sono quel camionista che vuole proseguire la strada del cambiamento, con un paio di scarpe semilogore e una tuta rattoppata, accompagnato in cabina dal seducente calendario di bellissime (date e mete).

Le persone che incontrerò nei miei viaggi, slavate o abbronzate, alte o basse, bionde o d’altra tinta, beneficeranno del doveroso passaggio e della sicurezza del mio veicolo. Che diventerà un’arca di valori e diversità, di sogni e realizzazioni: quando andremo al potere noi camionisti, il traffico sarà più regolare e gli incidenti diminuiranno; nessuno rimarrà a piedi o molto indietro. E la rabbia del disperato si tramuterà in sorrisi sinceri.

Chi non si vestirà da camionista come me, indosserà altre maschere e, sui carri della resuscitata nobiltà, emulerà i regnanti di imperi lontani e vicini. Qualcuno si atteggerà ancora a vampiro o a pretino, qualcuna si vestirà poco, qualcuno non saprà a che personaggio votarsi, qualcun altro indosserà il pigiama a righe. Mentre alcuni non presenzieranno perché non esiste chi ne conosca il volto autentico.

Ma certi osannati politici andrebbero riprodotti col mutandino in testa – rigorosamente lindo, come il declamato programma elettorale –, perché sbandierano la faccia come il deretano. Speriam almeno, in circostanza briosa e gasata, non aprano l’orifizio per esprimersi…

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Assisi su ambìti troni

Disteso come la canoviana Paolina Bonaparte, rimiro satollo di vino e cibo gli ospiti del prescelto dibattito politico. Più che le arcinote sembianze, m’intrigano le loro seducenti profferte; conscio che, pure stavolta, non avrò bisogno di prender prolissa nota.

Come in ogni brioso trailer, addivengo alla visione di maliziose inquadrature; scarse rispetto ai rabbiosi dialoghi e alle espressioni colorite che, in rime sciolta e baciata, armano gli avversi oratori incrementando lo share. Ad attrarre l’interesse televisivo, non mancano primi piani di graziose fanciulle e risolini doverosi d’incuriositi spettatori in tribuna.

Arrovella la mia digestione, però, il bugiardo matricolato, politico antipatico, fazioso spregiudicato e autentica menzogna incarnata: il suo verbo abbrutisce i nobili lineamenti che Madre Natura gli ha ingiustamente donato; il suo eloquio, rozzo e insopportabile, quasi m’obbliga a fare zapping. Ma lo copro di robuste invettive, aspettando che il mio affiliato lo annichilisca.

Spasimo per l’equa e impudica nemesi: il bieco sta per riprendere la parola, con la destra abbranca il bracciolo e solleva la corrispondente natica; tossisce non so perché (per un fattore nervoso, per riordinare le idee o per coprire rumorini gastrici?); si risistema sullo scranno, spara boiate e s’acqueta. Puntualmente, l’intervistatore favorisce la dialettica e la replica, invero dominante, dell’opposta esponente. Costei tuttavia, caruccia ed elegante, emula il dirimpettaio: con braccio deciso fa leva sulla poltrona ed eleva un gluteo, ritornando subito alla posizione originaria. Mi domando a che abbia giovato tale manovra, soprattutto perché rilevo come altri candidati s’atteggino parimenti.

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Pausa pubblicitaria: in un istante scorgo i presenti che s’alzano, chi palpandosi il surriscaldato deretano, chi sgranchendo le rattrappite membra. Star seduti non dev’esser  confortevole, malgrado i più aspirino al cadreghino… Ben operava la precitata Paolina, comoda e sensuale sul triclinio.

Alla ripresa delle orali ostilità, assodo un susseguirsi di torsioni, di gambe accavallate, di tronchi pendenti, di rotule tormentate, di colli snodati, di anche sforzate e variopinti calzini in posa. Ricolpito dal movimento ondulatorio delle chiappette assise, speculo sulla sindrome del piriforme e sulla nevralgia del pudendo: stazionare indefessamente, sedere più del dovuto, mantenere la stessa posizione, perpetuare l’immobilismo sulle medesime poltrone, costringono a terapie antalgiche. Chiosato in genuini vocaboli: il popò, piagato da eccessive sedute, da orbicolato cangia in piatto. L’è minga nurmal!

Necessariamente, quindi, avendo toccato il fondo (schiena), urge la surroga degli augusti posteriori. Perché noi, avvezzi mica alle posizioni ortogonali, sosteniamo il partito del cambiamento, affatto militonti.

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Marietto, che pen(n)a mi fai!

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Aborrendo i predicozzi a guisa d’omelie, soggiaccio comunque alla solinga intervista al caro Previdente dei consigli. Che dispensa generoso e incontrastato a milioni di telepatiti insonni, urbi et orbi. Confesso di non credere, né a lui né ad antiche e condivise tesi resuscitate per il paradiso post Fiscal Compact: io temo l’incombente apocalisse, limitrofa pure alle fortezze ancorché dorate in cui si barricano distratti e ignavi.

Ma che fa l’ordinato Marietto con la penna eretta, scandalosamente in vista e senza cappuccino? Ah, per rispondere alle domande deve tenerla in mano. Però, a ben vedere, non scrive nulla. Impugna la penna come uno scettro e, quando gesticola a dieci dita o si gratta nervosamente la guancia destra, non molla la presa. La penna rimane prigioniera di dita arcuate, serrata tra falangi immote, particola da dispensare all’altrui visione.

Costretto a litanie e giaculatorie euroeconomiche, vorrei cedere a Morfeo; ma penso e ripenso alla penna, inquadrata in mill’altre occasioni. Tutti gli oratori e gli intervistati possiedono ‘sto vizio mediatico: nell’era di Internet assistiamo alla resurrezione della penna, d’ogni colore e dimensione. Anche quando la mano regge il giornale, la penna è lì a far compagnia. Ma se non scrive, perché rimane in mano? E chi disquisisce, possedendola saldamente, pecca di esibizionismo o la eleva ad aspersorio, a turibolo od ostensorio?

In primissimo piano, la penna viene brandita come una pistola puntata sullo spettatore. E quanto si muove: registra il nervosismo, viene picchiata sul tavolo, disegna ghirigori neanche infantili e, qual anatomica propaggine, sfiora guance,  gratta forfora, s’insinua tra gli incisivi, esplora i padiglioni ceruminosi senza ritegno. Non vaneggio se qualcuno si mostrasse incline a trasformarla in oggetto d’autoerotismo…

Oltre a benedir ogni antro respiratorio, la penna diventa ciuccio perché la suzione è istintiva, talora necessaria a favorire riflessione e acume. E’ adorata, vellicata e tenuta stretta. Se ne titillano le estremità quando non si sa dove metter le mani, come scaricare la tensione, per l’altrui emulazione. Ormai la penna rappresenta il comando; sta saldamente in pugno, ma non segna niente. Diventata una forma di alterigia, affina il look, esalta l’immagine, intercetta gli sguardi, più e meglio dei collaudati stereotipi di bellezza: dimmi che penna mostri e ti dirò chi sei.

C’è il mio diletto meteorologo che spiega con la penna in mano, simultaneamente rabdomante e direttore d’orchestra; anzi: la penna regge le sue mani, che non sanno dove andare. Non solo per lui sogghigno, perché l’onnipresente penna massmediatica è disgiunta dalla carta: non deve scrivere, ma presenziare. Tant’è che sul tavolo del conduttore figurano molte penne: è l’epifania del potere! Guai a staccarsene negli uffici pubblici, dove la penna – per evitarne il ratto – è legata alla catena; che, quando occorra, è sufficiente tirare.

La penna è un feticcio, un cult della comunicazione, un oggetto polifunzionale di venerazione, un must. La penna penetra le dita della mano che stringe il foglio dell’intervistato e, spesso, viene impugnata come una siringa, tormentata sadicamente, da un’estremità all’altra, quasi a volerla convertire in uno strumento di misurazione. A salvaguardarla in tempeste dialettiche provvede il pollice, che la fissa al palmo del dicitore per proteggerla da sguardi malefici o perversi.

Quando le palpebre stanno per capitolare, rivedo il Previdente. Orsù, Marietto, curato di campagna elettorale, non agitare la penna a punta scoperta: occhio agli occhi! Indi mi sovvien il suo peccaminoso assunto: “Tagliar le ali”. L’ermetico economista si riferiva ai sordidi pettirossi e, per estensione, intendeva dire: “Tagliar certe penne. Per una moderna Italia, o la mia penna o la vita!”. Memento, Marietto: a evitare macchie indesiderate, è consigliabile che tu metta il tappino.

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Cronaca di una partita annunciata

Rientrato dalla trasferta romagnola di Godo, Silvio affronta l’ardua competizione di Sesso, in terra d’Emilia, giacché qualunque tenzone, qualsiasi fatica, non riescono a fiaccare le sue doti d’indomito guerriero. Pure oggi, come tempo fa a Lecco, l’ardimentoso condottiero di lodevoli imprese si cimenta baldanzoso, cercando di ritrovare la smarrita via del gol.

Poco avvezzo a subire, Silvio piazza in porta l’aitante compagno d’ineffabili avventure, Brunetta; poi prende posizione sulla verde scacchiera, più baldo che mai, a replicare il proprio riconosciuto valore.

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Pronto, via! La palla dal centro del campo arretra fino al mediano di spinta, Silvio. Il quale, lesto a evitare l’accorrere di un avversario, spara troppo alto. Ripreso il gioco, l’incontrastato Silvio si riappropria della sfera e lancia lungo, molto lungo, a Silvio, centravanti di sfondamento. Questi, con abile tecnica e perfezionata sagacia, intercetta, si sposta a destra, poi al centro; indi lancia l’amo. Il portiere abbocca, e Silvio lo infila.

Rabbiosa, la squadra di casa si muove prepotentemente verso l’area ospite; dove però il difensore Silvio stoppa qualsiasi iniziativa e, con ritrovata foga, riprende l’offensiva, lanciando la palla verso l’ala destra Silvio. Questi, però, volendo penetrare precocemente la difesa, perde il controllo del pallone, inciampa e cade. Il guardalinee Silvio, tuttavia, indicando come il Nostro sia stato spinto brutalmente da tergo, glielo fa riassegnare. Il libero Silvio lo prende in mano e, con un lancio vigoroso, lo piazza direttamente in area per l’accorrente Silvio; che con un guizzo felino, geometrico, s’impossessa della sfera. Il seguito è scontato: palleggiando abilmente,  l’attaccante passa a Silvio; il quale, in trepida attesa sul lato destro dell’area piccola, va giù di testa e incorna di forza: rete! Silvio ne fa due in pochi minuti!

L’arbitro Silvio fischia la ripartenza del gioco. Ma dopo pochi secondi nota Silvio che, rifiutando la prestazione del massaggiatore Silvio, si tocca la coscia destra, la palpa e fa con le mani su e giù, avanti e indietro. Con sopraffino brio, frega, impasta, friziona;  et voilà: l’igienista Silvio riprende a volteggiare gaudente sull’erba. Indi s’avanza imperioso in strategia ficcante, spostandosi  sulla destra, sempre più a destra; controlla il pallone, poi tenta di infilarlo tra le gambe di un terzino, ma riceve una botta dietro… Fallo; duro, duro davvero per lui. La giacchetta nera Silvio fischia il rigore. Con tranquillità da amanuense, il prontamente ristabilito ed estroso Silvio batte a colpo sicuro: e son tre (numero perfetto, religiosamente accettato).

Un bottino da pirata per Silvio, uomo solo al comando, mitico, ovunque e comunque; un malloppo che gli consente d’interrompere un’iniqua astinenza. Lui alza il dito medio al cielo, poi l’abbassa di novanta gradi, lo ruota e lo risolleva: che asso!

Dopo ripetuti affondi e sterili tentativi, da parte altresì della mezzala Silvio, il direttore di gara fischia la fine di una disfida combattuta, densa di manovre fluide e leciti contrasti, tuttavia priva di eccessi. Nella quale, obiettivamente, va tributato il giusto onore al valoroso protagonista, Silvio; il più forte e retto, in grado di regalare imprevedibili e condivise emozioni alle  accalorate, discinte ed eccitate pulzelle che l’acclamano smaniose.

Null’altro da aggiungere, se non la penosa mestizia di dover attendere un’interminabile settimana per rivedere l’esibizione di un dotato, indefesso, talentuoso, fiero maestro e membro italico.

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La bega lombarda, secondo Cesira

Confesso di essere alle prime armi con la tecnologia della rete. Perdonatemi, sono una popolana, casalinga annoiata, che ama navigare verso lidi ignoti…

Talvolta, son tutta un fuoco (come afferma sovente Gaudenzia, l’amica che ama il liscio come me). M’infervoro di più quando mi collego a Twitter: da tempo concupisco Zanantoni e, perciò, amo qui ricordarne soprattutto i contatti dei giorni 28 novembre, 1, 8 e 30 dicembre. Desiderando condividere la mia smania con altre simpatizzanti, riporto frasi intense di passione politica: “in c. alla balena”, “tenga duro”, “quante voglie”, “un buon programma”. Mai sazia, al fine di placare la mia sete di conoscenza, cerco d’addentrarmi nel sito zanantonisindaco. org. Nessuna riesce a capire quanto mi elettrizzi quella magica parola: org!

Tengo a precisare di non condividere le tesi dei grilletti del MoVimento 5 Stelle. A me piacciono altri movimenti, più intensi e fondati sulla reciprocità.  Ecco perché metto a nudo le mie preferenze politiche: convinta ed entusiasta, appoggio il Movimento Lombardia Civica di Gabriele Albertini, compagine che annovera tra i candidati al Consiglio regionale pure il mio Pietro.

Che ho adorato altresì su Facebook. Però voglio fargli un appunto: Pietro, non devi lasciare la foto grande con cappotto grigio e sciarpa, perché denota la tristezza delle nebbie padane. Piuttosto, devi ingrandire la fotina con l’indice di gradimento alla tempia destra: è meglio grossa.

Se potessi incontrare – magari sola – il sindaco di Muggiò, dopo avergli augurato di divenire “ex” al pari di migliaia di concittadini, gli esporrei alcuni dei miei studi sulla fisiognomica; che non è un’opinione, bensì una scienza. Ecco la principale tesi: Pietro e Gabriele, certamente qualcosa in comune avete.

Infine, miei adorati, voglio darvi un suggerimento che condurrà alla vittoria (e spero a calorosi festeggiamenti con la sottoscritta): in battaglia, in prima fila con coraggio, deve piazzarsi il più giovane e temerario, Zanantoni; e Albertini, augusto stratega, deve posizionarsi dietro.

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Agenda Tonti: il fecalogo

Ecco i primi dieci-undici provvedimenti del nuovo Esecutivo, relativi all’organizzazione delle maestranze ai fini del riconoscimento di sgravi fiscali e decontribuzioni propedeutiche a ulteriori assunzioni.

Si precisa, ai sensi e per gli effetti della Legge 16/20…, non passibile di referendum, che indicazioni e obblighi in elenco non rivestono valore esaustivo.

M ail di consolazione per ogni vessazione patita, inviata direttamente dal parroco.

I nserimento del nominativo più riottoso nel database dell’Antiterrorismo.

H ai, son stanco, ho qualche problema, pure in famiglia, son malato, e altre simili affermazioni, costituiscono manifesta violazione delle regole.

U n provvedimento disciplinare, settimanale, da scegliere tra i più infami.

M edico competente aziendale, cioè pagato dalla proprietà, sempre a disposizione per contrastare i referti dell’Asl.

A ffetti e amori extralavorativi, carnali o platonici, saranno passibili anche di denuncia.

I niquità reiterate e assurde disparità di trattamento normativo e salariale, in europeistica deroga a leggi e contratti.

V ertenze, contenziosi, trattative sindacali, diritti, promozioni, aumenti e quant’altro, non sono considerati in nessuna unità produttiva (ad eccezione delle segreterie, le cui addette vanno garantite con ampi margini di tolleranza).

I gnominia e disprezzo consentiranno ai collaboratori interessati di ascendere la scala retributiva (forse).

Stipendi e salari, comprese le retribuzioni differite, necessitano di abituale decurtazione per il conseguimento dei traguardi d’impresa.

T fr – sempre e comunque – posticipato alla prossima legislatura, se non muta l’Esecutivo.

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Campagna elettorale, da terra ai Monti al cielo

Ne vedremo delle balle

Lor signori ci riprovano: col solito, niveo sussiego, posteriore ma non opposto ai bagordi silvestrini, vanno a preparar pietanze supplementari ai perspicaci buongustai degli italici deschi.

Perpetuamente inclini a soddisfare minugia mai sazie, milioni di palati cominciano a inumidirsi. Incessantemente refrattari ad avviare salubri percorsi dietetici, mascelle sfinite d’ogni punto cardinale non intendono ricusare i propri uffici. Assiduamente contorti e oberati di funzioni, visceri ambosessi agognano la fine del tunnel… “Turiamoci il naso”, ci consigliava il raffinato estinto.

Politica e dintorni, ricette e felicità: comunemente, desideriamo e cerchiamo; compriamo, mondiamo, sbucciamo, laviamo, asciughiamo, sminuzziamo, condiamo, insaporiamo, cuociamo, giriamo, rigiriamo, annusiamo, assaggiamo, attendiamo, lasciamo raffreddare e ci ritempriamo.  Ma la depressione economica ci assilla.

vignetta6D’ora in poi – sostiene taluno, aspirante onorevole, ambizioso propalatore e grand commis –, i primari bisogni avvicineranno la meritata requie. Niuno patirà per indigenza e denutrizione, ignuno penerà per non poter evacuare, tutti quanti potranno rimpinzarsi e cedere a copiose libagioni. Purché…

Care fratelli e cari sorelle, non deviate dalla retta via; proseguite al centro, o centrino, ma sempre avanti. Abdicate alle ricchezze, ai piaceri, ai beni terreni. Sottoponetevi al cilicio delle privazioni, nella speranza che fortifica gli animi.

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Bepi Grullo e il 2013

Condoglianze di buon anno

Come altri tagliani, pure io faccio gli auguri a tutti perch’è giusto. Speriamo di migliorare la nostra condizione e di incontrare persone volenterose, disposte a sacrifigarsi peraltro.

Un primo luogo, vorrei salutare i sdisoccupati che cercano lavoro e lo trovano male, pagato peggio, faticoso assai. E dopo questi, vorrei sperare di vedere  più sorrisi nella gente che oggi si dispera. Malattie, lunga coda alli spedale eccetero eccetero.

Non si devono votare quelli politici dipprima, benzì quelli più giovani; i quali, non esaggero, guardano avanti di più dei ‘nziani che guardano inditro.

Ora ci è in campo un altro partito, Rivoluzione Civile, lo sapete dai televisori. Ma io suggerisco di fare pubbicità a tutti, amici e indegisi, perché dobbiamo vincere la classifica. Io mi immagino la squadra: Antonio (Ingroia), davanti; Antonio, di dietro (segreto dell’Idv); poi ci stanno glialtri che conoschete.

Lanno che verrà non piove, le previsioni del meteorismo non promettono pane e acqua. Pecquesto leit-motiv resto a disposizione per scambiare pignoni.

Bepi vi saluta con buon pronostico. Grazie dell’ascolto.

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Quando si dice parlar chiaro

Scendiamo in campo o saliamo in politica? Sbocconcellando il panettone, Marietto annuncia la discesa in campo. O scende in campo perché sa di affondare nel pantano?

Perché esterna con “saliamo”? La strada che in gruppo brama di percorrere, lo debiliterà in salita? O intende “saliamo sull’arca, in carrozza, sull’aereo privato”? Oppure “saliamo” sta per “montiamo”? Io monto, tu Monti, noi montiamo; egli – sempre lui, quel dotato possidente anticomunista  –, monta.  Quién sabe? Dopo gli episodi goderecci che hanno allietato i maestri dell’informazione pruriginosa, titubo e congetturo.

“Salgo in politica; mi elevo, non super, bensì extra partes…”. Che finezza! SuperMario annuncia la discesa: dello spread, della pressione tributaria, del  livello di sopportazione. Dappoi sale, ascende, si libra nell’empireo, anelando a un sito in calendario… Come già l’Unto del Signore (lui, però, unto di cerone; io, munto dal signore).

Sale, scende; avanti, indietro; approva un candidato, ne allontana un altro… Tira giù la pelle, tira su la pelle; persevera: tira giù la pelle, tira su la pelle (per occultare l’offensiva degli anni); sega, qui e là… Sforbicia, razionalizza, taglia; la coperta è corta, l’inverno è rigido, il re è nudo… Mah! O non capisco a sufficienza, o sono ritardato. Prima Tremonti, poi Monti; e tutti a subire l’ira dei conti (nobili affatto).

Nondimeno, giacché l’Italia è andata a rotoli, dovrà il nuovo premier nominare il suo candido gabinetto: a sedere, chissà quali membri.vignetta4

Or, confidente e prode, menziono l’apologo dell’umile popolano. Il quale, quando l’arrogante lo minacciava con la dispotica espressione“Mi impongo”, obiettava, ultimo ma libero, ribelle e caparbio, puro e duro: “Non mi sottopongo, messere; anzi, mi oppongo e contrappongo. Indi mi sovrappongo e, se mi cagiona stizza, furente mi retropongo!”.

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Beppe Grullo

Io mi piace la bellezza: le ragazze, i paesaggi, le case di lusso. At esempio, io ggioco alle schedine perché m’intensifico di calcio, dove i giovanotti son ricchjssimi e sono pure famosi.

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Voglio divenire danaroso collo sport. E dopo, quando devo spendere i quattrini, le signorine mi cercano. Così le porto in Brianza, alla festa delle donne della politica più televisiva.

Sì, perché – non sono bugiardo –  io, un poco mi studio di politica, che l’ho imparata dammé, senza alcun aiutino (sono abile arruolato). D’ei giornalisti mi hanno svistato spesso e volentieri, colpiti dalla mia passione: ci metto l’anima dentro i comizi.

E non dico parolaccie (non sono miga un bambino monello), in guanto a scuola mi hanno imparato l’educazzione. Ho frequentato molte persone pebbene, isruite e ‘ndrang  uille. Capito la differenza?

Nel tempo libero ho anche lavorato. Eh già, e sì già, mi è sempre panciuto l’hobby del lavoro perché, non so se lo sanno gli altri, comunque se c’è dibbisogno lo spiego io, ogniuno di noi ha un passatempo. E il sottoscrivente,

cioè io,

lavora. Che faccio, ora vengo e mi spieco.

Di solito vado in piazza, trovo sempre qualche ‘nziano, gli spiego qualche pensione delle leggi, lui ascolta; poi, quando passa un suo coitaneo, gli suggerisce il discorso. Al tutto più uno chiama l’altro, e diventiamo tanti numerosi. Allora intervengo io, e Vaffa  nnosamente spiego la politica, qualche governo, le cose che vanno, non vanno, dove vanno, non so se arrivano; ecco. Semplice, no?

Sono bravo e ho tanti amici cognoscienti che mi abbattono le mani, mici veri (non indivitui animali ducati), singeri, onestti. Quanto saremo vincenti, vingeremo le lezzioni, e andremo a Roma. Col treno d’Italo, il mio amico.

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dal mostro inviato a TACCONA

19 dicembre 2012 – Amministrazione vs Quartiere Taccona

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Una settimana di distacco ha rasserenato la mia integrità psicofisica. Se stasera sono qui, è perché mi voglio bene; è perché ho bisogno di captare, sotto l’egida dell’icona di San Giuseppe, le ambasce dei miei simili. I quali, punto frenati dal gelo, boriosi bipedi stagionatelli, conversano amabilmente in attesa di auscultare gli amministratori; pure stavolta, pazientemente, degnissimi di valide argomentazioni.

Mi sorprende che un ostinato residente impetri la grazia di ottenere il pediatra, non all’Asl, ma ai rappresentanti dell’amministrazione comunale. Mi impressiona che si rinovelli l’excursus di una multa e, altresì, si aprano oblunghe parentesi su verbale e procedura di riscossione. Mi stupisco di toni aggressivi qui, in un quartiere con basse percentuali di vandalismi e microcriminalità. Innegabilmente tranquillo, tuttavia antitetico al disvelato spirto guerriero di questo civico concilio.

Inutili, davvero, i battibecchi attizzati; però, i rimbrotti di qualcuno, congiunti all’isteria di qualcun altro, cominciano a incidere la mia tensione addominale. Ma non ricorrerò come altri ai servigi dell’attiguo e assortito bancone, per non turbare la mia intima regolarità.

Logicamente, ad arginare qualche problemuccio di convivenza, gli infiammati astanti richiedono ulteriori impianti di videosorveglianza; a proposito dei quali taluno, con virgineo candore, pretenderebbe di visionare i nastri; ma il contenuto di certe registrazioni, che rasentan lussuria, passioni morbose, vizi e concupiscenze, è esaminabile solo dalle autorità preposte.

Adelante, Pedro: un cenno al vaso, un altro ai pozzetti di scarico, un altro ancora alle deiezioni dei quadrupedi… Commisererei chi incolpasse il sindaco per quanto potrebbe affiorare dalla neve…

A supportare le rimembranze scatologiche dell’assemblea del Quartiere “Centro”,  l’apologia della ripudiata poltrona satura d’innominabili rifiuti.

Rimugino per non sbottare: non placandosi la verbale ribellione, agognerei che gli assessori medico e farmacista prescrivessero e somministrassero calmanti o, in subordine, efficaci supposte. Indi, guatando quanti battono in ritirata (infilando la toilette alle mie spalle), azione vietata alle onnipresenti e pluricitate bestiole, risento parlare di evacuazioni vigliacche.

Entrati nel nuovo dì, il sindaco Pietrone implora i baldi interlocutori a lasciarlo andare. Ma Riccardo Cuor di Peone insiste e, brutalmente, lo incalza intrepido sulle deiezioni canine.

Ah, questi cani, trasformati immeritatamente e peccaminosamente in divinità, che si prendono la scena solamente arcuando il dorso ed emettendo! Piuttosto, maleducati, colpevolmente sporchi e strafottenti, sono i padroni, peccatori impenitenti. Reprimiamoli, condannandoli in saecula saeculorum!

Fremo, godo e ingazzullisco: sodali e pronti ad ammutinarsi, i miei scatenati villi; già borbottando il pancino villoso, trattengo a stento l’incipiente tosse… Stavolta parimenti, come l’indimenticato 12 dicembre scorso, quest’alto, mondo esempio di trasparenza e democrazia mi induce in tentazione: quasi quasi, arrivato a casa…

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Ricordini di una serata stimolante

 12 dicembre 2012 – Amministrazione vs Quartiere Centro

Nessuno screzio all’obiettività, in una serata partecipata, densa di moltiplicate istanze ed esaurienti nonché apprezzate risposte.

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Da una compita disamina all’altra (parcheggi, viabilità, dossi, rotonde, asfalto lacunoso, concessioni edilizie negate, bilancio, vigilanza e assistenza), il civico dibattito mantiene desta l’attenzione sulle deiezioni canine, sugli escrementi non raccolti, sulla feccia umana che tormenta i padiglioni dei sonnambuli; e ancora, ad libitum, sui lasciti organici che imbrattano il nostro quotidiano.

D’un tratto, la sala vibra: infervora i presenti l’accenno alla Madonna del Castano. No, non l’atteso rigurgito della fede smarrita: uno sconvolto e accalorato devoto del Cardinal Martini censura, in un afflato mistico, il perpetuo avvento dei quadrupedi che insozzano il vialetto dei Caduti. E così, dalla maleducazione di certuni alla tolleranza di cert’altri, dal sacchetto non usato alle cacche non raccolte, si prosegue tramite considerazioni a tema. Repetita iuvant.

Da una doglianza all’altra, alfin realizzo di patir l’influenza degli argomenti dibattuti: feci, merdacce, spetezzii verbali, immondi lasciti, stomachevoli battute, obnubilano il mio già precario equilibrio. Dalla mobilità urbana alla motilità gastrica, la via è perigliosa: per le addolorate minugia, cederei alla tentazione di evacuare l’aulica platea.

Colto da incipienti fitte e sgraditi sommovimenti peristaltici, architetto di immedesimarmi in un incontrollato Fido – sul marciapiede, dietro la silente auto, nella quiete gelida della notte –, a dare libero sfogo alle mie tribolate passioni interiori; sì da appropinquarmi, pago e leggero, all’umile magione…

Stoicamente, però, resisto. E non mollo.

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