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Un'altra Muggiò è possibile

[Monza, 1\12] Presentazione del libro “Storia di Ordine Nuovo”

Posted by PRC Muggiò su martedì 21 novembre 2017

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Il percorso continua!

Posted by PRC Muggiò su venerdì 17 novembre 2017

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SABATO 18 NOVEMBRE – ORE 11 – ROMA, TEATRO ITALIA (via Bari, 18)
ASSEMBLEA PER COSTRUIRE UNA LISTA POPOLARE ALLE PROSSIME ELEZIONI!
PARTECIPIAMO, DIFFONDIAMO!

qui il video messaggiomessaggio di lancio: https://www.facebook.com/exopgjesopazzo/videos/1262643900508937/
Di seguito l’appello:

Noi non facciamo i politici di mestiere, non abbiamo niente da perdere, quindi scusateci se parleremo schietto. Ci rivolgiamo a tutta l’Italia, a questo paese che sta scivolando nel risentimento, nell’imbroglio e nella violenza, nel cinismo e nella tristezza, e che però è pieno di gente degna, che resiste ogni giorno, che mantiene dei valori.

Ci chiediamo: perché non possiamo sognare? Perché noi giovani, donne, precari, lavoratori, disoccupati, emigrati ed immigrati, pensionati, perché noi che siamo la maggioranza di questo paese dobbiamo essere rassegnati, ingannati dalla politica, costretti ad astenerci o votare il meno peggio?

Perché dobbiamo emigrare, perché dobbiamo accettare di essere umiliati per un lavoro, perché dobbiamo farci venire l’ansia per far quadrare i conti della famiglia, perché ci dobbiamo nascondere se pensiamo cose diverse da quelle razziste e inumane urlate ogni giorno in TV? E perché se siamo donne dobbiamo accettare disuguaglianze ed umiliazioni ancora più gravi, molestie, violenza verbale e fisica?

Perché non possiamo sognare di migliorare tutti insieme la nostra condizione, di prenderci diritti e salari decenti, di poter vivere una vita collaborando con il prossimo?

Noi dopo aver subito dieci anni di crisi siamo stufi, non ce la facciamo più. Dopo anni, ed evidenti prove, abbiamo la piena consapevolezza che nessuna delle forze politiche attuali ci può rappresentare. Le loro differenze sono tutte un teatrino. Sembrano litigare ma poi in fondo sono tutti d’accordo, e nei fatti per noi non cambia niente. Anche perché non vivono le nostre condizioni.

Nessuna delle forze politiche dice: la gente ha fame, prendiamo i soldi dai ricchi che in questi anni se ne sono messi in tasca tanti, facciamo una vera patrimoniale, recuperiamo la grande evasione. Oppure: togliamo soldi alle spese militari e assumiamo giovani da mettere a lavoro per sistemare scuole, ospedali, territori, visto che abbiamo un paese che cade a pezzi. Aboliamo Jobs Act e contratti precari, lanciamo un programma di investimenti pubblici, disobbediamo a Fiscal Compact e ai tagli dei servizi…
Non lo dicono e quando pure un po’ lo dicono non lo possono fare, perché hanno tutti dei buoni rapporti da salvare, con le banche e con Confindustria. Per questo parlano, parlano. Solo noi non possiamo parlare mai. A noi ci hanno chiuso fuori dal teatrino. Ma se noi che siamo esclusi ci organizzassimo? Se saltassimo sul palco?
È una cosa da pazzi, però, visto che nessuno ci rappresenta, rappresentiamoci direttamente!

Inutile aspettare che qualcuno ci venga a “salvare”. L’ultimo tentativo del genere è stato quello iniziato a giugno da Falcone e Montanari, sostenuti da diverse forze partitiche. Tentativo che ha ripetuto tutti gli schemi fallimentari della sinistra degli ultimi dieci anni, anzi peggio. È iniziato facendo parlare Gotor di MDP, cacciando dal teatro chi osava contestare D’Alema, ed è continuato in una marea di chiacchiere sterili, inseguendo Pisapia e vedendosi in segrete stanze, finché da quel teatro non sono stati cacciati proprio tutti. Perché rischiavano di decidere troppo. Rischiavano di fare una cosa troppo a sinistra.

Ecco, siamo stanchi di tutte le cose “un poco” a sinistra, di ambiguità, di mezze parole. Bisogna parlare chiaro, anche perché non c’è tempo. Dobbiamo organizzarci e usare questi mesi di campagna elettorale per parlare fra di noi, per parlare di noi, per gridare tutti insieme, per far esistere un messaggio di riscossa agli occhi di milioni di persone, perché noi esistiamo già, nei territori, nei quartieri popolari, nelle università e quotidianamente mettiamo a disposizione tempo ed energia per provare a costruire qualcosa di nuovo dal basso. E magari anche per divertirci, perché la situazione è tragica, ma lottare è bello, ti fa progettare, ti ridà un futuro, ti regala momenti di gioia

Ci hanno detto che per fare le cose ci vogliono raccomandazioni, soldi, mezzi. Ma ce l’hanno detto per scoraggiarci, o per farci andare con loro… Non è vero! Anche una persona da sola può fare la differenza, può salvare delle vite, può rendere il suo quartiere migliore. E mille persone pulite e determinate possono cambiare un paese.
Quindi iniziamo da qualche parte. E iniziamo per non smettere, per costruire qualcosa che vada da qui a cinque, a dieci anni. Ricominciamo a pensare di poter fare la storia! Perché non possiamo sognare, e realizzare un poco alla volta questo sogno?
Ci vediamo a Roma sabato 18 novembre, alle 11, al Teatro Italia. Bisogna sognare!

 

 

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“Il prevedibile fallimento del Brancaccio e le conseguenze da trarre”. Intervento di Domenico Moro

Posted by PRC Muggiò su mercoledì 15 novembre 2017

Il percorso partito dal teatro Bancaccio e che avrebbe dovuto dar luogo a una lista di sinistra alternativa al Pd, mettendo insieme la società civile e un ampio spettro di forze da Mdp a Sinistra italiana, Possibile e Partito della rifondazione comunista, è fallito. Mdp, Si e Possibile si sono riuniti per elaborare un loro documento escludendo Rifondazione, la quale ha valutato i contenuti del suddetto documento non coerenti con la formazione di una lista alternativa al Pd. A questo punto, Anna Falcone e Tomaso Montanari, i due promotori della assemblea del Brancaccio, hanno annullato l’assemblea prevista per il 18 novembre.
L’impasse era tutt’altro che imprevedibile. Ma quali ne sono le ragioni? Tomaso Montanari le rintraccia nella contrapposizione tra la forma partito e la società civile. In pratica i partiti, tutti i partiti che hanno partecipato al Brancaccio, avrebbero schiacciato le esigenze e la spontaneità della società civile. Si tratta di una posizione tutt’altro che nuova. Sono più di due decenni che si contrappongono i partiti alla società civile. In modo alquanto schematico, i primi sono identificati con il male, la seconda con il bene. I primi sono il vecchio, la “casta”, sempre corrotta e da rottamare, la seconda il nuovo da far emergere. Tuttavia, in questi anni, abbiamo visto come sono andate le cose e quale prova di sé abbiano dato la società civile e il nuovo (di solito rapidamente divenuto obsoleto) allorché si siano trasformati in classe politica.
Secondo Montanari, il punto sarebbe quello di non versare “vino nuovo in otri vecchi e compromessi”. A questo scopo si proponeva una lista organizzata con quote che garantissero “otri nuovi”: 50% di donne, 30% di under 40 e un 50% di candidati mai stati in Parlamento. La questione in realtà andrebbe rovesciata: siamo sicuri che al di là degli otri il vino sia veramente nuovo?
C’è un problema di contenuti che viene molto prima dei nomi, del genere, della generazione e delle esperienza pregresse dei candidati. Dietro il fallimento del Brancaccio ci sono differenze di più ampia portata che ben difficilmente si sarebbe potuto ricomporre. Ad ogni modo, si sarebbe dovuto parlare di nomi e di candidature solamente dopo avere chiarito l’orientamento di fondo e definito un programma preciso, come del resto si dovrebbe fare sempre, legando le persone a obiettivi e posizioni politiche. In effetti, si preferisce fare altrimenti, lasciando i programmi e l’orientamento generale nel vago.
Se l’Arcobaleno e Rivoluzione civile hanno clamorosamente fallito, non è stato certo per colpa della forma partito, ma per altre ragioni, spesso opposte. Tra di esse ci sono il fallimento dei governi di centro-sinistra e l’incapacità di fare chiarezza sull’orientamento di fondo, illudendosi che la deideologizzazione e il superamento della forma partito organizzata e di massa o l’intervento della società civile potessero colmare la mancanza di un profilo e di un posizionamento chiari e adeguati alla realtà che si trasforma.
Il punto di fondo sta nel fatto che Mdp è una forza che ha una provenienza e un posizionamento sociale e politico preciso. Il settore dei transfughi dal Pd che gli ha dato vita non è certamente reduce da un lungo percorso di posizioni di sinistra e di battaglie a favore del mondo del lavoro salariato e della democrazia, che sarebbero state vanificate soltanto dall’avvento del marziano Renzi. Chi oggi fa parte di Mdp ha giocato per vent’anni un ruolo di protagonista nella ideazione e nella applicazione delle controriforme neoliberiste: precarizzazione del lavoro (da Treu in poi), privatizzazioni, esternalizzazioni dei servizi pubblici, aumento dell’età pensionabile, senza contare la partecipazione a operazioni di guerra all’estero, compreso il bombardamento della Serbia. Soprattutto il settore ora in Mdp è stato tra i maggiori interpreti della integrazione e dei trattati europei, applicando in modo rigido l’austerity e la disciplina di bilancio, che hanno strozzato l’economia italiana. Il governo di Monti, con cui l’Europa del capitale finanziario ha commissariato il nostro Paese e che è stato tra i peggiori (se non il peggiore) della storia repubblicana, è stato sostenuto dal Pd quando il segretario era Bersani, cioè chi ha fondato Mdp. Insomma la bandiera della sinistra è stata abbandonata ben prima che arrivasse Renzi. Invece, sembra che il problema per Mdp (e per una parte della sinistra fuori dal Pd) sia soprattutto Renzi. Però, Renzi non cade dal cielo e, se si è affermato in così breve tempo, è solo perché ha potuto inserirsi all’interno di un solco già tracciato.
Dunque, come è possibile pensare a una alleanza con un forza del genere mantenendosi al contempo coerenti con una impostazione non dico anticapitalista, ma almeno antiliberista, non dico di uscita dall’euro, ma almeno di critica ai trattati europei, di superamento dei vincoli di bilancio? Come è possibile mantenere una credibilità e quindi avere una capacità di attrazione verso milioni di lavoratori, molti dei quali astenutisi nelle ultime elezioni? Ma soprattutto, come è possibile pensare di porre le basi per la ricostruzione della sinistra in Italia, che sicuramente va ben oltre le prossime elezioni, se si riproducono per l’ennesima volta alleanze che sono un pateracchio?
Il documento Mdp-Si-Possibile è volutamente vago, con l’uso di frasi genericamente di sinistra che non individuano alcun nodo preciso, come, ad esempio, l’abolizione della legge Fornero e dell’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, e la revisione dei trattati europei, in particolare nell’aspetto dei vincoli al deficit e al debito. In effetti, l’obiettivo dell’Mdp non è l’alternatività al Pd, per quello che rappresenta dalla sua fondazione, ma l’alternatività a Renzi. La stessa scissione di Mdp è un modo per modificare dall’esterno i rapporti di forza all’interno del gruppo dirigente del Pd, vista l’impossibilità di farlo dall’interno. L’orientamento strategico di Mdp è di rieditare, in una forma o nella altra, il vecchio centro-sinistra. Inoltre, si sta lavorando su accordi elettorali (nell’uninominale) e sono possibili anche alleanze post-elettorali con il Pd di Renzi, che potrebbe essere ricondotto a più miti consigli dalla perdita di consensi e dalla doppia minaccia grillina e berlusconiana. Per questa ragione un percorso come quello del Brancaccio, con la presenza di Rifondazione e di altre realtà associative, non si confaceva ai progetti di Mdp, che, con il miraggio di poter rientrare in Parlamento, è riuscito a portare sulle sue posizioni Si e Possibile.
I ragionamenti machiavellici di certi sottili ingegni, però, fanno i conti senza l’oste, rappresentato nel nostro caso dalla realtà sociale e economica. Le elezioni siciliane in questo senso sono state significative della debolezza del progetto di Mdp in un contesto di forte mobilità elettorale e astensionismo. Non solo la Sicilia, anche l’Italia e l’Europa di oggi non sono quelle degli anni ’90 e neanche quelle del 2006, quando il centro-sinistra vinse le elezioni. Già allora quella formula si rivelò incapace di rappresentare le istanze delle classi subalterne. Ora, è ancora più assurdo riproporla. La crisi strutturale del capitale e il modo in cui le istituzioni europee hanno scelto di affrontarla hanno devastato la società europea, recidendo i legami tra una parte crescente delle classi subalterne e i tradizionali partiti di sinistra. Milioni di lavoratori, precari e disoccupati europei si astengono o votano per forze di destra, o di estrema destra. La tradizionale sinistra del Partito socialista europeo, fedele sostenitrice dell’integrazione europea, ne è uscita distrutta o duramente ridimensionata. Partiti con una lunga tradizione, come il Partito socialista francese o greco, non esistono più, altri, come i socialisti spagnoli e i socialdemocratici tedeschi, sono stati drasticamente ridimensionati.
I nodi del Brancaccio ora sono venuti al pettine, e questo è un bene. Purché si traggano le necessarie conseguenze da quanto accaduto. Non si può prescindere dai contenuti, e cioè da un posizionamento e da un orientamento generale adeguato a una realtà nuova e difficile. Non bisogna perdere altro tempo né con alchimie politiche né con alleanze innaturali, che minerebbero definitivamente la credibilità di chi continua a lottare per una alternativa all’esistente, pregiudicando la possibilità di intraprendere un percorso di ricostruzione della rappresentanza politica del lavoro salariato e dei subalterni, che di necessità sarà lungo, e che non permette scorciatoie solo apparentemente facili e promettenti di risultati.
Bisogna, al contrario, costruire una rete di relazioni, tra forze politiche, associazioni, movimenti, che porti a una coalizione effettivamente di sinistra, unificata non sull’obiettivo di superare uno sbarramento elettorale, ma sulla condivisione di un orientamento generale e di pochi punti programmatici chiari e precisi: il lavoro in primo luogo e poi la sanità, le pensioni, la pace e l’opposizione alla guerra. E, soprattutto, l’alternatività al primato del capitale e del mercato autoregolato. Ma non è possibile parlare di lavoro, di difesa del welfare, di nuovo intervento statale in economia e, quindi, di applicazione della Costituzione senza riconoscere che questa è stata quantomeno intaccata ed ora è ingabbiata dai trattati e dal processo di integrazione europea, che ha svolto un ruolo del tutto funzionale al grande capitale europeo, incluso quello italiano. È, dunque, tra le forze che individuano questo discrimine – il superamento dei trattati e dell’attuale assetto europeo – che bisogna cercare gli interlocutori per costruire una alternativa al Pd e alla destra.

*componente del Comitato politico nazionale del Prc

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Bisogna ricordare sempre che il marxista non è una macchina automatica e fanatica, diretta come un siluro, mediante un servomeccanismo, verso un obiettivo determinato […] Chi ha detto che il marxismo significa non avere anima, non avere sentimenti? Se fu proprio l’amore verso l’uomo ciò che generò il marxismo […] ciò che fece sì che dalla mente di Carlo Marx sorse il marxismo, quando precisamente poteva sorgere […] la necessità storica della quale fu interprete Carlo Marx. Ma chi lo fece essere questo interprete, se non la causa di sentimenti umani di uomini come lui, come Engels, come Lenin? CHE GUEVARA

Posted by PRC Muggiò su lunedì 13 novembre 2017

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No Brancaccio, le reazioni. Paolo Ferrero: “Crediamo che una lista di sinistra debba essere di sinistra e frutto di un percorso democratico”

Posted by PRC Muggiò su lunedì 13 novembre 2017

Leggo che Falcone e Montanari hanno sconvocato l’assemblea del 18 che avrebbe dovuto proseguire il percorso cominciato con l’assemblea del Brancaccio. Leggo che Montanari da la colpa ai partiti, ovviamente distribuita un po’ di qua e un po’ di la… Alla veneranda età di 57 anni mi sono un po’ annoiato di questa ignavia: L’unica colpa di Rifondazione Comunista è quella di aver creduto che le cose dette al Brancaccio fossero vere. Effettivamente crediamo che sia necesario dar vita ad una lista unitaria di sinistra, antiliberista, in discontinuità con le politiche del centro sinistra e per questo che non veda candidati coloro che sono stati protagonisti dei governi di centro sinsitra negli ultimi trent’anni. Crediamo addirittura che candidati, leader, simboli, etc etc possano e debbano essere decisi in modi democratici, con il criterio “una testa un voto”, al di fuori delle segreterie dei partiti o di chi si autonomina rappresentante della società civile. Crediamo cioè che una lista di sinistra debba essere di sinistra e frutto di un percorso democratico. Lo pensavamo al Brancaccio e il nostro gravissimo errore è di continuare a pensarlo…
post del profilo Facebook di Paolo Ferrero

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“Blocchiamo il processo del Brancaccio. Per ripartire dopo più forti”. Intervento di Tomaso Montanari

Posted by PRC Muggiò su lunedì 13 novembre 2017

L’assemblea generale del percorso del Brancaccio convocata a Roma per sabato prossimo, 18 novembre, è annullata. Mi scuso personalmente con tutti coloro che, non di rado con sacrificio, hanno già acquistato il biglietto del treno o dell’aereo.E mi scuso con tutti i cittadini che sarebbero venuti a discutere la redazione finale del progetto di Paese che è uscito dalle Cento Piazze per il Programma.

Il fatto è che sono sparite una ad una, nelle ultime ore, le condizioni minime per tenere un’assemblea democratica e per pensare che l’itinerario del Brancaccio possa arrivare a raggiungere il suo scopo.

Ricordo quale fosse il progetto del Brancaccio, nelle parole della relazione di apertura che ho pronucniato nell’assemblea del 18 giugno: «Se fossimo convinti che la forma partito è sufficiente, oggi non saremmo qua: non si tratta di rifare una lista arcobaleno con una spruzzata di società civile. C’è forte l’esigenza di qualcosa di nuovo, e di qualcosa di più grande. Lo diciamo con le parole di Gustavo Zagrebelsky: è necessaria la “più vasta possibile unione che sorga fuori dei confini dei partiti tradizionali tra persone che avvertano l’urgenza del momento e non siano mosse da interessi, né tantomeno, da risentimenti personali: come servizio nei confronti dei tanti sfiduciati nella politica e nella democrazia”». Un’alleanza tra cittadini e partiti, dunque. Ma oggi sento il dovere di denunciare pubblicamente che i vertici dei partiti della Sinistra hanno deciso che, semplicemente, non vogliono questa unione più vasta possibile. Non vogliono questa alleanza con chi sta fuori dal loro controllo.

I segretari di Mdp, Possibile e Sinistra italiana hanno scelto un leader. E questo ha ‘risolto’ tutti i problemi: nella migliore tradizione messianica italiana.

Poi hanno lanciato un’assemblea, che si sta costruendo come una spartizione di delegati tra partiti, con equilibri attentamente predeterminati. E per di più un’assemblea che potrà decidere, sì e no, il nome e il simbolo della lista: ma non certo la leadership (scelta a priori, dall’alto e dal dentro), non il programma (collage di quelli dei partiti), non le liste (saldamente in mano alle segreterie). Un teatro, che copre l’obiettivo reale: rieleggere la fetta più grande possibile degli attuali gruppi parlamentari. Vorrei molto essere smentito: ma ho fortissimi argomenti per credere che, quando saranno note le liste, tutti potranno constatare che le cose stanno proprio così.

Certo non me lo auguro, ma temo che questa inerziale riedizione nazionale della coalizione che in Sicilia ha sostenuto Claudio Fava (per di più senza Rifondazione Comunista) non avrà un enorme successo elettorale.

È anche per questo che quella dei vertici di Mdp, Possibile e Sinistra italiana a me pare una scelta drammaticamente miope. Non è nemmeno più questione di ‘alto e basso’, o di ‘vecchio e nuovo’: la logica è quella per cui chi è ‘dentro’ il sistema della politica professionale si chiude ermeticamente verso chi è ‘fuori’.

È la logica del partito che garantisce se stesso. E il partito che è stato lasciato fuori dall’accordo, Rifondazione Comunista, ha reagito in modo identico. Dopo aver sostanzialmente preso in ostaggio l’assemblea provinciale del Brancaccio a Torino, Rifondazione ha fatto capire di voler fare altrettanto con quella del 18 a Roma: «prendiamoci il Brancaccio», si è letto sui social.

Non ci sono, dunque, le condizioni minime di lealtà e serenità per garantirvi che l’assemblea non si trasformi in un campo di battaglia tra iscritti a diversi partiti.

In quella assemblea avremmo voluto chiedere, pubblicamente e con forza, come ultima possibilità di una unione più vasta fuori dai confini dei partiti, l’adozione di un percorso veramente democratico (in cui fossero contendibili la leadership, il programma, i criteri di innovazione per le liste): quel percorso dettagliato che avevamo mandato ai responsabili di Mdp, Possibile e Sinistra italiana, senza peraltro ottenere risposta. Rifondazione Comunista (l’unico partito che a questo punto avrebbe partecipato all’assemblea) ci ha annunciato che, invece, avrebbe preteso di votare su una proposta incompatibile con il senso stesso del Brancaccio: e cioè quella di porre condizioni agli altri partiti, come se fossimo un’altra forza politica in cerca di alleanze.

E invece no: il Brancaccio non è una componente. È uno stile, un metodo, un modo di fare politica. Avrebbe avuto successo se fosse riuscito ad essere il motore di un’alleanza tra partiti e forze civiche, tra iscritti a partiti e cittadini senza tessera, non uno strumento per fare alleanze

A questo punto lo scopo del Brancaccio, lo scopo per cui vi avevamo convocati a Roma, è irraggiungibile in ogni caso: e non saremmo responsabili se non dicessimo che un’assemblea senza più nulla da decidere sarebbe solo un rissoso palcoscenico offerto all’impeto autodistruttivo dell’ultimo partito rimasto. L’unica cosa che potrebbe essere partorita ora, infatti, sarebbe una piccola lista di Rifondazione, riverniciata di civismo: ma il Brancaccio era un percorso per una vasta alleanza civica che tenesse insieme i partiti e andasse ben oltre. Qualunque risultato diverso da questo tradirebbe il mandato condiviso da tutti noi: non può e non deve finire con una seconda lista improvvisata, destinata all’irrilevanza e alla coltivazione del risentimento.

È per questo che oggi scendo dal famoso ‘autobus’. Lo avevo promesso a tutti voi, il 18 giugno: «questa ‘cosa’ nasce per ambire a percentuali a due cifre: perché ambisce a recuperare una parte dell’astensione di sinistra. E se dovesse ridursi a una lista arcobaleno con davanti le sagome della cosiddetta ‘società civile’ saremo i primi a dire che il tentativo è fallito». Ecco: oggi, lealmente, vi dico che è così.

Se almeno un successo possiamo riconoscerci è stato quello di aver parlato una lingua nuova, radicale, diretta.

Di aver saputo indicare con forza le contraddizioni insanabili del progetto che partì da Piazza Santi Apostoli il 1° luglio. Di aver denunciato la follia di un centrosinistra composto con il Pd; e di aver indicato con forza la necessità di un quarto polo di sinistra radicalmente alternativo a tutto il resto.

Ebbene, questa prospettiva è stata vincente: anche per merito della presenza inedita e indiscreta del Brancaccio. A dimostrarlo è il testo della ‘lettera di intenti’ che è stata sostanzialmente ‘imposta’ a Mdp, e alla cui redazione abbiamo contribuito in modo decisivo (nel pieno rispetto del mandato del 18 giugno: quello di verificare le condizioni per una lista unica e credibile).

Quel testo demolisce tutti i ‘risultati’ del centrosinistra, e anzi impegna a ribaltarli: delineando il profilo di una sinistra radicale in Italia.

Dopo questo indiscutibile successo, è però subito arrivata la totale chiusura sul percorso democratico e sull’innovazione delle liste.

E questo è per noi inaccettabile. Perché in un’assemblea costituita con metodo democratico, cioè veramente libera dal controllo dei partiti, avremmo chiesto con forza 4 vincoli: la presenza nei posti concretamente eleggibili della lista proporzionale di un 50% di donne; di un 30 % di under 40; di un 50% di candidati mai stati in Parlamento; e infine la non candidabilità di chi ha avuto ruoli di governo.

Sono sicuro che un’assemblea libera avrebbe considerato con interesse queste minime prove di credibilità. Prove di credibilità necessarie, perché se versi il vino nuovo in otri vecchi, e compromessi, accade quel che accade in queste ore: mentre si annuncia una forza politica di Sinistra alternativa al Pd, si legge che Bersani tratta in segreto con Renzi un’alleanza di fatto. Vero, falso? Un dilemma che non esisterebbe se la guida fosse rinnovata, e democraticamente scelta.

Ma non ci arrendiamo: la forza del manifesto su cui avrebbe potuto fondarsi una lista davvero nuova era la forza del progetto di Italia che è venuto fuori dalle cento assemblee del programma.

Quello che, nella nostra ingenuità, avremmo voluto discutere e approvare il 18: prima di essere travolti dall’onda del cinismo del ceto politico.

È per questo che ci impegniamo a restituirvi tutti i materiali che ci avete inviato, rifusi in un progetto unitario che potremo discutere pubblicamente, insieme, in un incontro che fisseremo nei prossimi mesi: per misurare su quel metro radicale i programmi delle liste che andranno alle elezioni.

E per ripartire da lì.

Perché vogliamo ripartire. Innanzitutto comprendendo fino in fondo i nostri errori.

Lo diciamo con sincerità: se non siamo riusciti a condurre in porto il nostro progetto non è solo a causa del cieco egoismo dei partiti.

Il 18 giugno avevamo detto: «C’è chi teme che i partiti controllino questo processo, come burattinai da dietro le quinte. Questo rischio esiste. E l’esito di questo processo dipende tutto da quanti saremo, e da quanto determinati saremo. Vogliamo costruire una vera ‘azione popolare’. Ma ci riusciremo solo se la partecipazione senza tessere sarà così ampia da superare di molte volte quella degli iscritti ai partiti. Una lista di cittadinanza a sinistra: questo vogliamo costruire».

Ebbene: non è stato così. Le nostre assemblee in tutta Italia sono state tante, bellissime, importanti. E non abbiamo parole per ringraziare tutti coloro che hanno investito il loro tempo e la loro passione in questa breve stagione di entusiasmo civico e politico.

Ma – noi due per primi – non siamo stati capaci di ‘travolgere’ i partiti suscitando un’ondata di partecipazione nuova e senza etichette. Se nessuno dei segretari di partito cui ci siamo rivolti ha compreso minimamente la vitale importanza di cedere sovranità a un progetto più grande, è stato perché il popolo della sinistra non li ha costretti a farlo con la forza della partecipazione.

Eppure – nonostante tutti questi fatali limiti – in questi mesi abbiamo sentito spirare un vento nuovo: in quanti ce lo avete detto, e scritto!

Ebbene, vorremmo che questo spirito, questo entusiasmo che non si vedeva da tanto tempo, continui a soffiare. Anzi vorremmo riuscire a contagiare più cittadini possibile.

Per questo abbiamo Anna ed io abbiamo costituito un’associazione, che si chiama Democrazia ed Eguaglianza, ed è in quella associazione che, subito dopo le elezioni, vogliamo riprendere il cammino, organizzandoci e moltiplicandoci.

Accogliendo tutti coloro che vorranno partecipare: donne e uomini, con o senza tessere politiche o associative in tasca. Ma senza un ruolo dei partiti come tali, e senza i loro apparati, questa volta: perché sbagliando si impara. Intendiamoci: tanti, anche nei partiti, si sono impegnati con generosità in questo percorso, convinti che la funzione delle proprie forze politiche fosse quella di convergere insieme a tutti gli altri in un unico spazio comune e democratico. Ma queste aspirazioni sono state tradite dai vertici di quegli stessi partiti.

Come dicono parole antiche, piene di saggezza profetica: «non apparteniamo oggi ad una città stabile: lavoriamo per costruire la città futura».

È dunque l’ora di costruire una Sinistra dal basso, una coalizione sociale e civica. Per costruirla sulle strade, nelle periferie, nelle povertà. Attraverso la reciprocità e la cooperazione. Per costruirla con la conoscenza, la critica, la capacità di accendere e collegare tanti fuochi di azione popolare. Per metterla in grado, quando sarà il momento, di riportare nei comuni e in Parlamento il popolo italiano. Per attuare la Costituzione, per rovesciare il tavolo delle diseguaglianze, per invertire la rotta.

Ora serve inevitabilmente un impegno di medio periodo: per questo c’è l’associazione, e ci sarà un nuovo cammino da affrontare insieme.

Ma il percorso, così come lo avevamo proposto al Brancaccio e discusso insieme, non c’è più. Questo non vuol dire che si debba cedere alla rassegnazione. Nonostante la situazione in cui siamo, in tante e tanti non hanno alcuna intenzione di mollare. Lo abbiamo capito dalla pioggia di messaggi queste ultime, difficili, ore: e anche di questa vi ringraziamo.

Dopo aver promosso assemblee, dato battaglia nei propri partiti, coinvolto esperienze civiche e comitati o lavorato con determinazione a far collaborare persone diverse in nome di un obiettivo comune, l’impegno di tante e tanti continua: perché solo le spinte dal basso possono modificare uno spartito già scritto, e sorprendere tutti.

Mentre la sinistra che già c’è continua il proprio cammino, purtroppo solitario, in tanti continueranno a dare battaglia nella società, nelle associazioni e anche nei partiti per invertire la rotta, e iniziare dar corpo e forza alla sinistra che non c’è ancora, e di cui questo Paese ha tremendamente bisogno.

Grazie a voi tutti, e scusatemi per tutti i miei errori e i miei limiti,

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In pensione a 70 anni?

Posted by PRC Muggiò su venerdì 10 novembre 2017

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Il centrosinistra è morto, viva la Sinistra

Posted by PRC Muggiò su giovedì 9 novembre 2017

Simona Granati – Corbis via Getty Images

Con la franta, confusa, ombelicale cronaca politica delle ultime ore – e particolarmente con la lettura degli editoriali di stamane – è apparso via via più chiaramente un fatto: tutti si sono accorti che a sinistra c’è qualcosa di nuovo. Un’aggregazione di forze che pensa se stessa come alternativa a un Partito Democratico ormai alla deriva, e irrimediabilmente a destra.

La notizia è che è saltato il cosiddetto “centrosinistra”. Si andrà alle elezioni con quattro poli alternativi: la Destra, i 5 stelle, il Pd e – finalmente – la Sinistra.

E la Sicilia dimostra che l’argomento del voto utile è spuntato, in mano a Renzi: perché è chiaro che per fermare la Destra bisognerebbe semmai che la Sinistra sommasse i propri voti a quelli dei 5 Stelle. Ed è di questa difficile somma che, con ogni evidenza, bisognerà discutere.

Ma ritorniamo per un attimo a qualche mese fa, all’inizio dell’estate.

Il 18 giugno, al Teatro Brancaccio di Roma, partiva un percorso politico senza padroni, senza media alleati, senza mezzi. Un percorso da outsider. Ne facevano parte singoli cittadini senza tessera (come me e Anna Falcone), ma anche partiti: Sinistra Italiana, Possibile, Rifondazione Comunista l’Altra Europa e altri. Tutti insieme quel giorno abbiamo detto: occorre una lista unica che rompa con il centrosinistra e con il Pd. Per parlare un’altra lingua.

Pochi giorni dopo, il primo luglio a Piazza Santi Apostoli, si riuniva uno schieramento ben più possente, almeno mediaticamente. Imperniato su Mdp e “guidato” dall’oracolare Giuliano Pisapia. Con tutti gli insider giusti. La linea, lì, era l’opposta: ci vuole un nuovo centrosinistra, che si allei con il Pd per condizionarlo.

Ebbene, oggi tutti insieme (forse persino Pisapia, e ne sarei felice) diciamo le cose che furono dette al Brancaccio: il centrosinistra è morto ed esiste una Sinistra con un suo progetto di Paese.

Dunque, va tutto bene? Naturalmente no: diffidenze reciproche, profonde e oggettive diversità, le eredità di storie lontane non spariscono in un giorno. I nodi che andranno sciolti sono moltissimi. Ne elenco cinque.

Il primo nodo: non sono state coinvolte tutte le forze disponibili, a partire da Rifondazione e Altra Europa. È stato un errore: bisogna rimediare subito. Il progetto deve essere aperto a tutti coloro che lo condividono.

Il secondo nodo: bisogna scrivere un programma comune. Ieri è filtrato un testo su cui – faticosamente – si era appena raggiunto un accordo. Non è un programma: il Brancaccio varerà il suo (costruito dal basso, in cento piazze d’Italia) nell’assemblea del 18, Mdp lo ha presentato ieri in coda a quel testo comune, Possibile ha da tempo un bel Manifesto, Sinistra Italiana una fitta rete di idee e progetti.

Bisogna trovare i modi per costruire e approvare insieme un programma comune che parta da tutti questi progetti, e li tenga insieme. E non sarà un percorso facile. Ma se ne faremo un confronto di idee, aperto e trasparente, sarà una grande occasione per mostrare una altra idea di Italia. Dobbiamo riuscirci, decidendo subito come fare.

Oggi, comunque, vorrei rivendicare alcuni tratti davvero innovativi del piccolo manifesto trapelato ieri: cinque cartelle esatte, diecimila battute. Un testo pieno di limiti, certo.

Ma anche non privo di forza: perché io credo che dire un no radicale al Jobs Act, alla Buona Scuola, allo Sblocca Italia; dire no alle Grandi Opere (a partire dal Tav) e sì al consumo di suolo zero; dire no alla cultura mercificata, siano affermazioni assai forti e chiare. Affermazioni incompatibili non solo la politica di destra di Renzi, ma anche con quella di un Pd senza Renzi, o del centrosinistra degli ultimi vent’anni e perfino con la politica attuale di alcuni esponenti di partiti che pure sottoscrivono quello stesso manifesto (per essere chiari, con un singolo esempio: da ieri è evidente che l’obbrobrio del nuovo aeroporto di Firenze è fuori da questa linea politica). E ora bisognerà essere coerenti: fino in fondo.

Gli addetti ai lavori, i militanti appassionati – e io tra loro – avrebbero preferito leggerci, in chiaro: “Si rompe con il centrosinistra, nasce una sinistra alternativa”. Ma è proprio questa la morale ineludibile di quel testo, per chiunque sia intellettualmente onesto: una morale compresa fino in fondo (e per questo duramente attaccata) sui giornali di oggi.

Il terzo nodo: il percorso. Bisogna decidere – insieme, trasparentemente e in fretta – quale percorso intraprendere per prendere le decisioni. Un’assemblea, certo. Ma composta come? Per delegati eletti, o aperta a tutti coloro che sottoscrivono il manifesto? Bisogna decidere, puntando sul massimo di partecipazione. E deve essere chiaro che l’assemblea sarà sovrana sul programma, sui criteri per fare le liste, sulla leadership.

Il quarto nodo: la leadership, appunto. Che non può essere calata dall’alto. Né può essere maschile singolare. Deve essere plurale, capace di tenere insieme i generi e le generazioni. La maledetta legge elettorale voluta da tutte le destre obbliga a indicare un “capo”, letteralmente. E dunque ci dovrà essere anche un nome singolo: condiviso, autorevole, capace di coordinare senza comandare. Ma dentro una struttura plurale.

Il quinto: le liste. Esse dovranno dimostrare con plastica evidenza il rinnovamento. Nessuno pensi ad una operazione per rimpiazzare a Palazzo l’attuale ceto politico. Personalmente chiederò in ogni sede che almeno il 50% delle liste sia composto da persone che non hanno mai fatto politica attiva (e qua devo ricordare che io non mi candiderò!). Certo, poi, bisognerà trattare, confrontarsi, accettare una mediazione: è la logica di una lista comune tra diversi: ma se il risultato non sarà innovativo, non lo legittimeremo, e anzi scenderemo dall’autobus, anche fragorosamente.

Dunque, i nodi sono tanti e sono davvero intrecciati. Non so come finirà. Ma dobbiamo provarci.

Molti amici e compagni mi scrivono che non se la sentono di andare avanti su questa strada stretta. Lo capisco: le cicatrici accumulate in anni di tentativi generosi sono tante. Tante da impedire ormai quasi qualunque movimento in avanti. Per ragioni generazionali e per la mia storia personale, non ho vissuto molte di queste storie. È certo un limite: mi manca un lucido pessimismo. Vorrei, però, provarci: fino in fondo, insieme a tante e a tanti che non si rassegnano all’astensione.

E ricordando che, nella battaglia referendaria, abbiamo difeso un modello parlamentare: cioè di mediazione e di compromesso (che non è l’inciucio). Se non crediamo al leaderismo e all’imposizione, non possiamo poi rifiutarci di trattare. Ovviamente chiarendo bene i limiti di ciò che si può e di ciò che non si può trattare. E ricordando che gli elettori che aspettano di votare qualcosa di sinistra sono molti, molti di più dei militanti stanchi, diffidenti, sfiduciati.

Mi permetto, infine, di ricordare quanto scrivevo in apertura: oggi, pur tra mille difficoltà, la notizia è che il progetto del Brancaccio ha prevalso: ha vinto, se vogliamo usare un lessico antipaticamente marziale.

La notizia è che è finita la stagione del centrosinistra, ora è possibile un progetto di Sinistra.

Il manifesto comune uscito ieri dice che:

“Il cambiamento e l’alternativa rispetto alle politiche degli ultimi anni sono la cifra fondamentale di questo progetto, il cui obiettivo è dare sostanza ai valori di eguaglianza, inclusione, giustizia sociale”.

Bene: io mi riconosco in questa strada, fino in fondo.

È del tutto evidente che questa lista unica (o questa coalizione tra due liste, lo vedremo) non è quella forza politica nuova, capace di rovesciare il tavolo delle diseguaglianze, che abbiamo provato a tratteggiare dal 18 giugno in poi. Quella verrà poi: dovrà venire. E non potrà che venire da un lungo lavoro capillare sul territorio (quello che fa Casa Pound, e che la Sinistra ha smesso di fare). Ma l’appello del Brancaccio era, intanto, per una lista unica a sinistra del Pd (un appello senza subordinate, e senza “piano b”): e la strada per provarci è oggi solo questa.

Personalmente proverò a percorrerla senza smettere di dire, impoliticamente, la verità.

Per capire perché questo è vitale (anche se magari inopportuno), bisogna rileggere un libro del passato straordinariamente capace di spiegare il presente, l’Orologio di Carlo Levi. In una sua meravigliosa pagina si legge una profetica descrizione di ciò che succede oggi (o meglio, una lucida constatazione di ciò che succede sempre, da allora ad oggi; e quell’ ‘allora’ si riferisce alla caduta del governo Parri, alla fine del 1945):

“… era uno di quei momenti in cui i destini di ciascuno pendono incerti; in cui gli abilissimi politici meditano sulle forze in campo e preparano mosse astute in un loro complicato gioco di scacchi, che essi sono destinati, in ogni modo, a perdere – perché il solo modo di vincere sarebbe di trovare quella parola che, suscitando forze nuove, buttasse all’aria la scacchiera e trasformasse il gioco in una cosa viva. Sarebbe stata detta, questa parola?”.

Ecco, credo che il compito di chi si riconosce nel percorso del Brancaccio sia proprio quello: provare a dire – con umiltà e amore – quella parola.

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ATTI VANDALICI, FASCISMO E POLITICA. SE SOLO SI CONTASSE FINO A 10 PRIMA DI PARLARE …

Posted by PRC Muggiò su martedì 31 ottobre 2017

Il 24 ottobre esce sul Giornale di Monza un articolo sugli atti di vandalismo in via De Gasperi. Nel danneggiare le auto parcheggiate spuntano in maniera inquietante alcune svastiche incise da chi ha commesso il raid vandalico.

Il fatto in quanto tale è grave, ma viene aggravato inoltre dai simboli nazisti che non è dato sapere se siano un espediente per depistare una intimidazione di stampo malavitoso piuttosto che per evidenziare una esplicita minaccia politica a qualche residente della zona.

Ebbene, come commenta l’accaduto la destra tramite le parole dell’ex Sindaco Zanantoni?
Il fatto “può essere derubricato in una ragazzata” dice nel suo intervento.

A noi – e a molti altri – non sembra proprio una ragazzata danneggiare auto e incidere SVASTICHE.

Ma è politicamente curiosa la lettura ed il peso che viene dato ad avvenimenti equivalenti che accadono sul nostro territorio a distanza di sole poche settimane.

Oggi per via De Gasperi, dove l’evidenza indirizza alla destra neo fascista, si sminuisce mentre ieri, sul Giornale di Monza del 19 settembre, quando si trattava di commentare l’imbrattamento “apparentemente” anarchico del monumento in piazza Cossetto, si lanciava in ardite speculazioni ed accuse sulla sinistra muggiorese (ovviamente estranea ai fatti!).

Così per piazza Cossetto si arrovellava nel’amletico dubbio: “questa è la democrazia?” e, trovando una pronta risposta nelle incontrovertibili responsabilità della sinistra si lanciava arditamente in una impressionante serie di accuse:

1) essere nemica della democrazia
2) mettere a repentaglio la libertà di espressione
3) avere un livello culturale “pari a zero”
4) violare la memoria dei caduti e mettere a tacere le idee della Destra
5) avere assoluta impunità
6) essere – indirettamente – responsabile dell’atto di vandalismo.
E lamentava ancora che Sinistra e Amministrazione perdevano tempo nel discutere come impedire ai nuovi fascismi di occupare gli spazi democratici e pubblici.

L’elenco delle accuse presenti in quella intervista si commenta da solo.

Per quello che ci riguarda, politicamente, di fronte ad un doppiopesismo così smaccatamente proclamato alla stampa, rileviamo che la mozione antifascista approvata dal Consiglio Comunale di Muggiò ha per oggetto FATTISPECIE DI REATI e comportamenti antidemocratici che devono essere perseguiti dalle istituzioni e dai cittadini che hanno a cuore i valori costituzionali fondativi, ne esce quindi rafforzata e diviene più impellente per contrastare nuovi e vecchi fascismi.

Per quanto riguarda invece comportamenti criminosi di qualsiasi natura, tra cui a maggior ragione quelli fascisti, aspettiamo fiduciosi il compimento delle indagini ed il perseguimento dei responsabili… ma non possiamo esimerci dal dire che ci fa pena quella destra interessata solo a gettare fango sugli antifascisti – minimizzando gli atti della destra fascista e razzista – per crearsi un vergognoso consenso elettorale.

zanantoni

svastica

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Solidarietà e vicinanza alle lavoratrici ed ai lavoratori della Canali di Carate Brianza e a tutte/i coloro che lottano per la difesa del posto di lavoro.

Posted by PRC Muggiò su giovedì 26 ottobre 2017

pugno_chiuso_salutoOltre 130 licenziamenti alla Canali Spa di Carate Brianza.

Senza preavviso, senza avvisaglie, se non un periodo concordato di assegno di solidarietà e alcune riduzioni orarie.

L’azienda chiude, sprezzante del dialogo aperto nei mesi precedenti coi sindacati.

L’ennesimo “omicidio sociale” in Brianza, cui si aggiunge sia la beffa del finanziamento europeo milionario per lo stabilimento K-Flex polacco, costato il posto di lavoro per quasi 200 dipendenti, sia gli esuberi annunciati da Nokia.

Le tensioni sociali sono alle stelle, anche nel territorio della Brianza, dove produttività e rendita superano gli standard.

Tensioni alimentate dal governo che – con la ridicola legge di bilancio appena varata – non interviene per risolvere di netto il problema della povertà e dell’instabilità, non investe su welfare e diritti. Dopo il Jobs Act sembra di leggere la trama del solito film: abbassare il potere contrattuale dei lavoratori, impoverendoli, per favorire fantomatici investimenti delle aziende sul territorio.

La pazienza ha un limite.

Lo Stato intervenga assieme a tutte le istituzioni locali: se la Repubblica è davvero fondata sul lavoro si faccia qualcosa, si impediscano le delocalizzazioni, si nazionalizzino i settori produttivi, si elimini la povertà e la precarietà, si crei lavoro!

Occorre pianificare e investire per invertire la desertificazione produttiva, manifatturiera e industriale del territorio, per contrastare la disgregazione dei rapporti sociali.

I sindacati di base sono in fibrillazione e hanno proclamato lo sciopero generale, anche il leader CGIL ha rispolverato la parola “sciopero” dal vocabolario: noi non ignoriamo questi segnali e sosterremo le legittime rivendicazioni e proteste del mondo del lavoro.

Partito della Rifondazione Comunista

Federazione di Monza e Brianza

via Borgazzi 9, Monza 20900

www.brianzapopolare.it

Monza, 19 ottobre 2017

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I lombardi snobbano Maroni. Dimostrata la inutilità del referendum.

Posted by PRC Muggiò su martedì 24 ottobre 2017

maroni_berlusconi_referendum_tablet_lapresse_2017_thumb660x453Comunicato stampa:

Referendum autonomia: La Segreteria Regionale del Prc/SE Lombardia ha dichiarato: «I lombardi snobbano Maroni. Dimostrata la inutilità del referendum».

I lombardi hanno disertato il voto al referendum truffa di Maroni. Più del 60% si è rifiutato di prestarsi al gioco di un quesito generico, di una spesa inutile di soldi pubblici, organizzata nel solito modo clientelare e bugiardo.

Ha fatto flop anche il mito del voto elettronico, che oltre che togliere senso al controllo popolare delle schede tramite gli incaricati al seggio, ha rallentato le operazioni invece di semplificarle (ancora in questo momento non abbiamo i dati definitivi).

Il fallimento politico e organizzativo era nell’aria e Maroni ha cercato di attenuarlo abbassando la percentuale di votanti attesa: la base elettorale delle forze che appoggiavano il SI, dalla Lega a Forza Italia, a Fratelli d’Italia lombardi al centro destra di Albertini, a parte del PD guidata da prestigiosi sindaci ed al Movimento 5 Stelle non si è mobilitata per questa scadenza elettorale,la somma dei voti dei sì è molto inferiore ai voti presi alle regionali.

Il centro-destra dunque non è invincibile, per contrasti interni e soprattutto per come mette in pratica politiche neoliberiste condannando il suo stesso elettorato alla precarietà, alla solitudine sociale, all’assenza di welfare,  a una vita dove tutto deve essere pagato caro.

Di questa crisi è anche segnale la grande differenza di affluenza alle urne fra i territori. Il voto di Milano e dell’Hinterland ,di Pavia e di Mantova ci parlano di territori che non sono più affascinati dalla politica del «più mercato,meno stato», o da «padroni in casa nostra».

Il centro destra lombardo dunque non è invincibile,non scalda più i cuori della sua gente e stenta a convincerli delle sue avventure: si può contrastare e battere con una opposizione chiara e determinata, con la costruzione di una alternativa. Rifondazione Comunista lavora per costruirla nella società e nella rappresentanza politica.

Il tempo è ora.

 

Milano, 23 ottobre 2017

La Segreteria Regionale di Rifondazione Comunista/Sinistra Europea Lombardia

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Sanità Lombarda, l’eccellenza nella corruzione: da Daccò al Policlinico di Monza.

Posted by PRC Muggiò su lunedì 23 ottobre 2017

19/10/2017

di Annalisa Berlingheri

Sanità, eccellenza della Lombardia”, un mantra per Roberto Formigoni.
Vero e proprio fiore all’occhiello, da sbandierare ad ogni piè sospinto.
Il ciellino firmò delibere con indebiti rimborsi per 200 milioni agli amici della Fondazione Maugeri tra il 1997 e il 2011 e al San Raffaele tra il 2001 e il 2011, in cambio ottenne 8 milioni di benefit, come l’uso di yacht, vacanze e una villa in Sardegna che è stata per metà sequestrata, per un valore di oltre 6,6 milioni di euro.

Parte dei soldi della Regione finivano sui conti del faccendiere Pierangelo Daccò, al quale sono stati confiscati 23 milioni di euro, sequestrati anche 15,9 milioni all’ex assessore Nicola Simone e 8 milioni all’ex direttore amministrativo della Fondazione Maugeri, Costantino Passerino.

Accusato di corruzione, Formigoni è stato condannato in primo grado a 6 anni e a 6 anni d’interdizione dai pubblici uffici; Daccò a 9 anni e 2 mesi; Simone a 2 anni e 2 mesi; Passerino a 7 anni, Carlo Farina a 3 anni e 4 mesi.

L’inchiesta della Procura di Milano favorì il ricambio a Palazzo Lombardia.
La presidenza passò alla Lega Nord con Roberto Maroni che nominò suo vice il berlusconiano Mario Mantovani.
Peccato che due anni e mezzo dopo, Mario Mantovani, assessore alla Salute e sindaco di Arconate, venga arrestato, per reati commessi tra il 6 giugno 2012 e il 30 giugno 2014. L’accusa è concussione, corruzione aggravata, turbativa d’asta. L’arresto avviene poche ore prima che il politico apra a Palazzo Lombardia il Convegno “Legalità e trasparenza”.

Turbativa d’asta del valore di 11 milioni e l’affidamento del servizio di trasporto di soggetti nefropatici sottoposti a trattamento dialico a favore di Croce Azzurra Ticinia Onlus di Giovanni Tomasini” , l’inchiesta coinvolge anche l’assessore all’Economia della Regione Lombardia, il leghista Massimo Garavaglia.

Le accuse a Mantovani riguardano anche altri fatti: la vicenda di 150 ragazzi terremotati della provincia di Mantova, ospitati dalla Cooperativa Serenitas – che fa riferimento a Mantovani – nell’ambito dell’inziativa “Un mare di solidarietà”,
il bizzarro screening sanitario gratuito disposto dalla Asl Milano 1 per gli studenti arconesi (di Arconate, Mantovani è sindaco – ndr) , screening che avviene in piena campagna elettorale del maggio 2014.
L’inchiesta porta al sequestro di una corposa documentazione oltre che nell’abitazione e nei molti uffici del politico del Pdl ad Arconate, a Milano, Pavia, Varese, Vercelli e Rimini.
All’arresto di Mantovani, indagato Garavaglia, segue quello di Fabio Rizzi (Lega Nord), presidente della commissione sanità di Regione Lombardia, arrestato assieme a Maria Paola Canegrati per le turbative d’asta del settore odontoiatrico.

La Canegrati quale amministratrice di un complesso sistema societario attivo nel campo dell’odontoiatria e ortodonzia di cui fanno parte tra le altre, la Servicedent srl, la Elledent srl, la Sytcenter srl procurava, attraverso turbative d’asta la corruzione degli associati Fabio Rizzi e Mario Longo e la corruzione di funzionari pubblici preposti alla gestione dei servizi di odontoiatria affidati in service ai privati delle singole aziende ospedaliere nonché la stipulazione di vantaggiosi contratti con strutture sanitarie private e private convenzioni con il Servizio Sanitario Nazionale”, scrive il Gip Federica Centonze nell’ordinanza.

Fabio Rizzi – aggiunge il giudice delle indagini preliminari -. otteneva quantomeno parte delle spese relative alla campagna elettorale per la consultazione del 24 e 25 febbraio 2013 che ha portato all’elezione dello stesso al Consiglio Regionale della Lombardia e, assieme a Longo tramite la società Spectre srl, le cui quote sono detenute dai predetti tramite intestazione fittizia – otteneva profitti derivanti dalla partecipazione del 50 per cento della società Sytcenter srl riconducibile alla Canegrati ed al pagamento agli stessi della somma di 50 mila euro in occasione della vendita a terzi da parte della Canegrati delle quote del suo gruppo”.

L’inchiesta della Procura di Monza affidata al sostituto procuratore Manuela Massenz prende le mosse dalla segnalazione di Giovanna Ceribelli, componente del collegio sindacale dell’Azienda Ospedaliera di Desio e Vimercate, che riferisce d’aver accertato numerose anomalie nella gestione dell’appalto del novembre 2009 relativo all’affidamento del servizio di odontoiatria.
L’attività di intercettazione portava alla individuazione di Pietrogino Pezzano, già direttore dell’Asl di Monza e Brianza ora a riposo, di fatto direttore generale del gruppo societario riconducibile alla Canegrati. Nonchè alla individuazione di numerosi funzionari addetti a servizi o strutture pubbliche in rapporti confidenziali con la Canegrati che cercavano da lei favori o vantaggi.

Fabio Rizzi e Marco Longo patteggiano 2 anni e 6 mesi pagando rispettivamente 70 mila e 180 mila euro, lady dentiera che fino al prossimo novembre non potrà uscire dal comune di Monza, aveva chiesto di patteggiare la pena di 4 anni e 2 mesi che però è stata negata. Le sono stati sequestri conti per 2,5 milioni.
Parlando con lady dentiera durante una telefonata il suo commercialista le dice: “Certo Paola che politici e non politici li conosci proprio tutti!”. Risposta: “Mirco, cazzo, ci ho trent’anni di marchette sulle spalle. Ho fatto trent’anni di marciapiede, ho battuto tutti”.
La Canegrati?– conferma Mario Longo che pensava di sbarcare in Cina e speculare con gli outlet del lusso – Ha amicizie con Diana Bracco e ottimi rapporti con Bruno Caparini, uno dei padri fondatori della Lega e uomo di fiducia di Michele Colucci”, ex capo gruppo socialista in Regione Lombardia.
Dalle dentiere alle protesi ortopediche

Chiusa l’inchiesta su Lady Dentiera il pm Manuela Massenz con la collega Giulia Rizzo inizia ad occuparsi della documentazione raccolta dalla Guardia di finanza di Milano nell’Operazione denominata “Disturbo” che coinvolge chirurghi ortopedici del Policlinico di Monza e degli Istituti Clinici Zucchi oltre ai responsabili della società Ceraver Italia srl che produce le protesi: in tutto 30 indagati.

E’ il 22 novembre 2012, Flavio Acquistapace, cardiologo già in servizio presso il Policlinico di Monza sale in Procura e denuncia “…una gestione condotta in dispregio delle esigenze terapeutiche dei pazienti”.
La prima verifica viene effettuata acquisendo presso la Regione Lombardia i dati ufficiali dei DRG (Diagnosis Related Groups) e delle SDO, le schede di dimissione ospedaliera relative al periodo 2007-2012.

Il perito tecnico nominato dal sostituto procuratore, Manuela Massenz, deposita la sua relazione dalla quale emerge che al Policlinico di Monza i pazienti provenienti da fuori regione rappresentano il 24,5 per cento del totale dei pazienti ricoverati a fronte del 9 per cento dell’Ospedale Niguarda e del 4,7 dell’Ospedale Fatebenefratelli; che 2.368 pazienti sono stati interessati da quattro o più ricoveri nei reparti di ortopedia e cardio-chirurgico con punte di 19 ricoveri ripetuti; che i ricoveri effettuati nel fine settimana sono stati ben 2.202 di cui il 31,1 per cento in riabilitazione e ciò costituisce un’eccezione.

Inoltre il Policlinico di Monza effettua in media 12 operazioni a seduta a differenza di altri che ne effettuano 4 e che la punta massima di interventi è stato effettuato il 7 settembre 2009 quando in un solo giorno sono stati operati 36 pazienti. E ancora, in 1.243 giorni di sala operatoria il reparto di ortopedia ha impiantato protesi d’anca e di ginocchio con una media di 5/6 protesi per seduta. Il 16 gennaio 2010 sono state impiantate ben 16 protesi.
A seguito dei dati evidenziati ulteriori approfondimenti investigativi hanno disvelato una fitta rete corruttiva coinvolgente nedici chirurghi operanti presso il Policlinico di Monza ed altre strutture private convenzionate con il Servizio Sanitario Nazionale, rivenditori di protesi e medici di base”, scrive il Gip nell’ordinanza che ha portato in carcere i chirughi Marco Valadè, Fabio Bestetti e Claudio Manzini oltre a Denis Panico, responsabile commerciale della Ceraver Italia srl e Marco Camnasio, agente di zona e specialista di prodotti della Ceraver. Per tutti e cinque l’accusa è “di associazione allo scopo di commettere reati contro la Pubblica Amministrazione mediante corruzione diretta ad incrementare le vendite delle protesi ortopediche Ceraver”.

Il solo Camnasio organizzava poi la distribuzione del prodotto farmaceutico integratore CONDRO24 da lui stesso prodotto, corrispondendo ai medici disposti a prescriverlo ai pazienti denaro e altre utilità.
Per Marco Valadè e Fabio Bestetti anche l’accusa di falsità materiale e falsità ideologica. Il 9 gennaio 2015 in sala operatoria ad impiantare le protesi della Ceraver era presente il solo Valadè ma la cartella clinica dava anche la presenza di Bestetti, identica situazione a parti invertite il 31 marzo e così il 7 e l’8 aprile. Mentre il 4 maggio dello scorso anno Valadè opera, falsamente risulta presente anche il chirurgo Bruno Arosio.

Intercettazione telefonica tra Fabio Bestetti e Marco Valadè del 5 giugno 2014. Valadè dice che va a Rimini due giorni ad incontrare quelli della Ceraver e rivela d’aver già iniziato a mettere le protesi. Valadè: “Non questo martedì, l’altro martedì gliene ho già messe tre. Una mono, una totale e una protesi di rotula che tanto entrano uguale, giusto?”. Bestetti: “Mh… E’ bella la rotula…
Valadè: “Eh, infatti devo mettere una protesi di rotula su una protesi di Link che è stata messa a Como…poi gli faccio una mono…o una mono o due mono…oppure una mono e una totale…no, no, devo mettergliene almeno...Che rimanga tra noi…a prescindere da come dicevo il disturbo…come sono queste protesi” (ride). Bestetti: “No, no, ma è bella. A me la mono piace”. Valadé: “Gliene metto 70 in un anno… voglio dire, non è poco eh”.
Cinque mesi dopo i giudizi sulle protesi della Ceraver cambiano. Valadè a Bestetti: “…perchè abbiamo un po’ di occhio….ma fanno veramente cagare…glielo ho detto oggi...” Ride. Anche Bestetti ride. Valadè: “…allora…scusa.. ci sono due difetti principali sai sulla cosa di taglio, praticamente del..della tibia.. Cioè ci vuole un palpatore, il loro palpatore fa cagare…capito…”.
Bestetti: “... fa cagare….allora non ce la fai, infatti…Valadè: “…Sì, sì bisogna fare la fotografia della Zimmer...e poi cazzo, la mascherina di taglio del femore.. anche quella lì è abbastanza disastrosa eh. La Zimmer ci ho messo 50 minuti a farla, la Ceraver richiede un’ora e quindici…”.
Scrive il Gip: “Bestetti e Valadè rappresentano un tassello essenziale del progetto di Camnasio e Panico, la disponibilità prontamente dimostrata ai corruttori si affianca alla spregiudicatezza e all’avidità dei due professionisti che afferrano immediatamente le potenzialità dell’accordo sodale. I due medici si integrano nella compagine sociale tanto da percepire come successo l’incremento di fatturato della Ceraver. I due comprendono che l’espansione della società comporta l’aumento delle potenzialità di gudagno personali in via proporzionale e diretta e si adoperano per contribuire ad allargare il mercato. E’ Bestetti il primo ad aver instaurato il rapporto con Camnasio e Panico e coinvolge Valadè”. Il quale il 21 maggio 2015 parlando con Denis Panico della Ceraver dice: “...ho appena finito a Ivrea dove sono andato a mettere giù una tua seduta..Praticamente il 25 giugno ho 4 protesi tue, 3 mono e una totale. Se riesco ne aggiungo un’altra.. Ti dico solo che io allora, la prossima settimana ne ho tre a Monza perché faccio una totale e due mono a Monza ma perché non me le fan fare…”. Panìco: “..Me l’han detto ma come cazzo sono messi al Policlinico di Monza che vi fan perdere le sedute così…”. Valadè: “...giorni lì operano poi c’è il PS quindi di conseguenza …quelli della zona saltano…vabè comunque confido di arrivare, sono già a quota 55 se tutto va bene per luglio voglio arrivare almeno a 70-75. Come primo inizio va bene?”. Quindi rivela a Panìco: “Sono partito da Ivrea, sto andando ad un appuntamento con una grande f… di 25 anni. E’ ostetrica ma sta facendo la baby sitter pur di fare qualcosa, le ho proposto il lavoro…Viene giù in sala a gettone a vedere, se le piace…”.

I medici ricevevano dalla Ceraver dai 700 ai 100 euro a protesi, viaggi, convention che in realtà sono ospitate in albergo con amiche o escort . C’è un medico che si accontenta di finire su di una pubblicazione scientifica (“Ci costa 2400 euro deve quindi impegnarsi a impiantare almeno 3 o 4 protesi al ginocchio”). E chi come Fabio Bestetti chiede invece il biglietto aereo per l’amica che deve tornare dall’Argentina.

L’obiettivo di Marco Valadè è preciso: “La proiezione per Monza è 220 interventi. Se siamo fortunati arriviamo a metterne 300. Puntiamo a diventare uomini immagine, nel senso che se lavoriamo bene stiamo bene e ci divertiamo”.
Scrive il giudici: “l’accordo criminoso è avvenuto nel circondario di Monza dove insistono le strutture sanitarie presso le quali operavano i chirurghi Valadè, Bestetti, Manzini”.

L’avvocato Attilio Villa dopo l’interrogatorio in carcere del suo assistito Fabio Bestetti ha sollecitato un approfondimento dell’inchiesta sulle cartelle cliniche dei pazienti trattati. Direzione presa proprio dai giudici della Procura di Monza.

Intanto il 13 dicembre a Milano davanti alla prima sezione civile si aprirà il processo intentato dal pensionato 76enne Alberto Cavana contro il Policlinico di Monza. Chiede danni per oltre 100 mila euro. “Sono stato operato nel 2006 alla Clinica San Gaudenzio di Novara che fa parte del Policlinico di Monza – spiega, presente i suoi legali, gli avvocati Cesare Bruzzi Alieti e Lara Domenica Ferrentino il pensionato spezzino – e da un esame del sangue mi è stato scoperto un avvelenamento da metalli. Per otto anni ho vissuto il mio dramma, addirittura per un anno e mezzo sono stato costretto a letto. Sono anche piombato in stato depressivo. Nel 2013 ho rivisto il medico che mi aveva operato (non vuole rivelare se il nome compare tra gli indagati di Monza – ndr) ed appena gli ho spiegato i miei gravi problemi mi ha mi ha detto: venga subito a Firenze che la opero. La mia rabbia è che non ha mai richiamato i pazienti. E pensare che prima di operarmi mi disse: si fidi, ho operato anche la moglie del presidente americano Lyndon Johnson. Dovrei sottopormi ad una terza operazione. Non so se la farò”.

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SEREGNO – IL COMMISSARIO SU GELSIA: MOLTE COSE DA RIVEDERE

Posted by PRC Muggiò su lunedì 16 ottobre 2017

SEREGNO – Ieri  12 ottobre il commissario prefettizio Antonio Cananà  , unitamente al sub commissario Mariangela Danzì al segretario comunale e al dirigente dell’area finanziaria del Comune, ha incontrato i presidenti delle società del Gruppo AEB-Gelsia (Alessandro Boneschi , Massimo Borgato, Mario Carlo Novara, Francesco Giordano) per un approfondimento degli aspetti relativi alle attività e all’assetto societario delle partecipate comunali. Partendo dal  presupposto che tali società operino in mercati sempre più aperti alla concorrenza, è fondamentale per il Gruppo sviluppare percorsi di valorizzazione e ottimizzazione dell’aspetto economico-finanziario e di miglioramento qualitativo dei servizi offerti. Nel merito, il Commissario ha rappresentato che la normativa di settore impone ai Comuni la ricognizione e l’eventuale razionalizzazione delle partecipazioni societarie in un’ottica di efficienza gestionale e di contenimento della spesa pubblica. Ciò vale ovviamente anche per il Comune di Seregno con riferimento al Gruppo AEB-Gelsia. Quindi, il Comune adotterà a breve scadenza un piano di razionalizzazione con la previsione di una serie di precisi e rigorosi indirizzi alle società del Gruppo in tema di affidamento di lavori e forniture di beni e servizi, di reclutamento del personale e di affidamento di incarichi esterni. Ulteriori indirizzi riguarderanno la revisione della struttura e dell’organizzazione del Gruppo in un’ottica di snellimento degli assetti societari e di miglioramento di alcuni aspetti gestionali. L’ampiezza di tale revisione dipenderà anche dall’esito finale del procedimento in itinere volto a individuare il socio operativo di Gelsia Ambiente. Come noto, tale procedimento registra una temporanea impasse, in quanto la gara appositamente bandita dalla Provincia di Monza e della Brianza, quale centrale unica di committenza, è andata deserta. Sono in corso valutazioni e contatti istituzionali per riprendere e portare a buon fine la procedura o, altrimenti, percorrere altre strade con la speditezza del caso, previo confronto con gli altri Comuni interessati. In ogni caso, il piano di razionalizzazione conterrà direttive alle società del Gruppo, volte a contenere il numero dei consiglieri di amministrazione, nonché ad ancorarne la nomina o la designazione a criteri di comprovata professionalità. ( il riferimento è forse diretto alla parentopoli che da anni contraddistingue i CDA  ndr )
Ad avvenuta adozione della delibera del Commissario prefettizio di ricognizione e razionalizzazione delle partecipate, sarà convocata un’ulteriore riunione con i vertici del Gruppo AEB-Gelsia.

Nell’incontro non si è parlato di altri della vicenda della sanzione da 500mila euro che l’Antitrust ha comminato a Gelsia ( leggi ) e che sarà pagata da tutti i cittadini  e di altri argomenti che in più di un’occasione sono stati oggetto di discussione in consiglio comunale  ( leggi ) – ( leggi )


 

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PRC, SI, MdP, Possibile: il non voto al referendum farsa

Posted by PRC Muggiò su giovedì 12 ottobre 2017

COMUNICATO STAMPA
Referendum per l’autonomia della Lombardia

Ecco perché il 22 ottobre, l’unica cosa giusta da fare è non andare a votare.

Il 22 ottobre i cittadini residenti in Lombardia saranno chiamati a votare su un quesito referendario consultivo che, genericamente, chiede maggiori poteri e autonomia nelle scelte regionali.
Un referendum fortemente voluto da Roberto Maroni a pochi mesi dalle elezioni lombarde, dal sapore spiccatamente elettorale e con un contenuto che potrebbe essere affrontato direttamente dal consiglio regionale, così come è avvenuto per la Regione Emilia Romagna, senza spreco di denaro pubblico. E in effetti, la questione è già stata affrontata dieci anni fa nel 2007 dai due consigli regionali.
Invece, ci chiedono di votare qualcosa che è stato già stato votato da loro. Siamo all’assurdo.
Si tratta quindi di una consultazione totalmente strumentale che la Lega sta utilizzando per la propria campagna elettorale; inutile e molto costosa: accantonati 22 milioni solo per l’acquisto dei tablet per il voto elettronico, per una spesa complessiva che si aggira attorno ai 50 milioni di euro.
Non solo, non è nemmeno chiaro su cosa esattamente andrà a votare l’elettore lombardo, perché non definisce nemmeno il campo di intervento e su quali competenze la Regione intende avviare le trattative con il Governo per ottenerle: Istruzione, tutela dell’ambiente, fisco, welfare?
Una farsa quindi, un vero e proprio sfregio ai principi di partecipazione democratica.
Un’operazione messa in piedi da Maroni per nascondere il proprio fallimento e le promesse non mantenute.
Un referendum che non aprirà nessun dibattito sul superamento delle regioni a statuto speciale, ma che lancerà inevitabilmente la volata alla Lega e alle destre in Lombardia, che in questi anni ci hanno regalato un sistema sanitario regionale sempre più privatizzato, autostrade inutili e non completate, legami sospetti con la criminalità organizzata, Formigoni e i suoi 49 milioni di euro (che gli sono stati sequestrati) e per ultimo questo inaccettabile sperpero di soldi dei cittadini lombardi, tra pubblicità,
acquisto di tablet per il voto elettronico e procedure elettorali. Raccontiamolo a tutti.
Soldi, che avrebbero potuto spendere per garantire il trasporto pubblico locale, la manutenzione delle scuole medie superiori, fondi per gli studenti disabili e per l’assistenza ai soggetti più deboli nelle strutture sanitarie.
Ecco perché il 22 ottobre, l’unica cosa giusta da fare è non andare a votare.

Monza 10.10.2017
I Comitati di Possibile di Monza e Brianza, le segreterie provinciali di Sinistra Italiana, Partito della Rifondazione Comunista, Art-1 Movimento Democratico e Progressista

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Alberi tagliati: la risposta dell’Amministrazione

Posted by PRC Muggiò su martedì 3 ottobre 2017

Dopo il nostro articolo (LEGGI QUI) e la nostra lettera inviata alle Istituzioni locali, dopo le pubblicazioni sui mezzi di stampa (LEGGI QUI), ecco la risposta del Comune.

Pubblichiamo interamente il testo.

Si evince che il taglio viene giustificato da una potatura sbilanciata che poteva mettere a rischio la sicurezza dei passanti.

Attendiamo con ansia la piantumazione di nuovi alberi sul territorio come promesso.

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Arrestato il Sindaco di Seregno (Forza Italia) per corruzione

Posted by PRC Muggiò su martedì 26 settembre 2017

da infonodo.org

Seregno – Mazza: “Ogni promessa è debito”. L’intercettazione con Lugarà che incastra il sindaco

26/09/2017

di k.ts.

Edoardo Mazza, sindaco di Seregno, è stato arrestato questa mattina per corruzione.
In cambio dei voti garantitagli dall’imprenditore edile Antonino Lugarà, un passato nella DC, gambizzato negli anni ’90 nell’ambito di una faida di ‘ndrangheta che contrapponeva la famiglia Miriadi ai boss Peppe Flachi e Coco Trovato, il sindaco avrebbe facilitato le pratiche per la trasformazione dell’area ex pulman Dell’Orto, area di cui Lugarà era diventato proprietario.
L’imprenditore, anch’esso arrestato, è considerato contiguo alle organizzazioni mafiose di stampo ‘ndranghetista.
Il comando dei Carabinieri ha diffuso un video in cui si vedono prima a colloquio Mazza e Lugarà, poi si sentono le intercettazioni tra lo stesso Lugarà e un consigliere di maggioranza, Stefano Gatti di Forza Italia.
Infine l’intercettazione tra lo stesso Lugarà e Mazza.
Lugarà: “La prima pratica che doveva andare dopo la campagna elettorale, era la mia. La prima”.
A cui il sindaco di Seregno risponde così: “Ogni promessa è debito, no?”.

I tre, Mazza, Gatti e Lugarà, erano stato fotografati durante la campagna elettorale del maggio 2015, insieme a Mario Mantovani anche lui indagato, poi arrestato nell’ottobre del 2015 per tangenti nella sanità lombarda, durante un rinfresco elettorale nella panetteria Tripodi di Antonino Tripodi, arrestato nel 2010 nell’inchiesta Infinito sulla presenza della ‘ndrangheta in Lombardia e condannato per l’arsenale di armi che occultava nel suo garage (vedi Elezioni comunali 2015, Seregno: in Brianza campagna elettorale di Fi nel bar dell’armiere dei boss. Ora il ballottaggio).

La panetteria era stata chiusa nel gennaio del 2016 per ordine della Prefettura perché considerata contigua con la ‘ndrangheta (vedi Seregno – ‘Ndrangheta. Revocata la licenza a Tripodi, smarrimento tra i tripodisti).

L’ex assesore all’urbanistica Barbara Milani avrebbe ricevuto forti pressioni da parte del sindaco Mazza e del vicesindaco Giacinto Mariani per favorire alcune operazioni urbanistiche. A seguito delle pressioni ricevute, Barbara Milani avrebbe presentato un esposto alla Procura e poi si è  dimessa nel maggio di quest’anno, denunciando anche altre situazioni poco chiare (vedi Seregno – La lettera di dimissioni dell’assessore all’Urbanistica Barbara Milani e anche Seregno – Il distributore di Giussani, il pozzo fantasma e le dimissioni dell’assessore Milani).

Il video delle intercettazioni.

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Fra tavoli e piazze, dove nasce la nuova Sinistra?

Posted by PRC Muggiò su mercoledì 20 settembre 2017

Leggo oggi sul Corriere della sera che: “Fra un paio di giorni, quando sarà rientrato dalla Palestina, Roberto Speranza convocherà un tavolo con Sinistra Italiana, Pippo Civati e il movimento di Anna Falcone e Tomaso Montanari”.

Mi sono sempre chiesto se non esista una relazione tra il fatto che la Sinistra sia ridotta ad un fantasma e il fatto che per materializzarla si usi un “tavolo”. Ma di certo ogni elettore di buon senso che legga una frase come quella trascritta penserebbe di trovarsi di fronte a liturgie ermetiche e remote, e si allontanerebbe ancora un po’ dalla “politica politicata”.

Il paradosso di questi immaginari riti segreti è che essi nascondono, nel discorso giornalistico, la realtà concreta di un percorso pubblico, invece sistematicamente ignorato.

Qualcuno ha forse letto sul Corriere (o anche altrove, per carità) che migliaia di persone si stanno riunendo, in piazze e teatri di tutta Italia, per discutere di una sinistra che ancora non c’è, ma che sta lentamente prendendo forma? È il percorso partito il 18 giugno dal Teatro Brancaccio (che non è un movimento e non è di qualcuno), e che continua a snodarsi per l’Italia: in tutto ottobre ci saranno assemblee tematiche, e a novembre una grande assemblea romana che restituirà al paese un progetto di inclusione, eguaglianza, giustizia sociale. Un programma che suggerisca come si può attuare la Costituzione.

Chi partecipa a questo percorso? Cittadini senza tessere, singoli membri di associazioni, movimenti, sindacati (dall’Arci a Libera all’Anpi a Libertà e Giustizia alla Cgil e via elencando…), cattolici e laici, e anche ex elettori del Pd e dei Cinque stelle, o astenionisti impenitenti. E poi tanti iscritti (e dirigenti) di Sinistra Italiana, Possibile, Rifondazione, Mdp, l’Altra Europa, Diem e ancora altri partiti o movimenti.

Cosa unisce questo mondo variopinto, che nessun tavolo potrebbe per fortuna contenere? Due semplici cose: la consapevolezza che è necessario invertire drasticamente la rotta del paese; e la volontà di farlo costruendo una nuova sinistra, dal basso.

È di questo che si discute, in quelle piazze e in quei teatri, intrecciando il discorso sulle cose, al discorso sul metodo. Inevitabilmente: perché nessun modo vecchio può far nascere una nuova politica capace di rinnovare l’Italia.

È, con ogni evidenza, un percorso culturale e politico di lungo periodo. Ma tutti coloro che partecipano hanno ben chiaro il fatto che non possiamo permetterci che nel prossimo Parlamento tutto questo non sia rappresentato.

Si tratta dunque di provare a costruire anche una lista. E perché ci sia una possibilità di successo, ci vuole una lista unica a sinistra. Ma non una lista arcobaleno fatta sommando sigle a un tavolo, bensì una lista aperta, insieme poltica e civica: costruita un po’ come quelle che si sono imposte in tante città italiane. E cioè nelle piazze, nella trasparenza, nella partecipazione.

Come si fa, in pratica? Per esempio con una grande assemblea nazionale, eletta (con un sistema proporzionale: lo stesso che vogliamo per le elezioni politiche) da tutti i cittadini (con tessera e senza tessera) che si riconoscano in questo orizzonte comune. E affidando a questa assemblea tutte le decisioni: programma, liste, nome, della lista, leadership (che io credo debba essere plurale). Senza alcuna imposizione, senza alcuna scelta presa a priori. Tutto il contrario di un tavolo (che infatti nessuno ha convocato, per giovedì o per altre date): il dialogo con Roberto Speranza esiste fin da prima del 18 giugno e prosegue, come quello con tutti i diversi attori di questo processo.

I nodi sono tutti ben noti (in sintesi estrema: sinistra o centrosinistra; Pisapia leader designato o elezione democratica di una leadership; modello coalizione con primarie o modello lista civica dal basso), ed è altrettanto noto che se non si sciolgono non è possibile fare una lista unitaria. Ed è per questo che il dialogo continua, e continuerà: ma senza “tavoli”, “convocazioni” e altri riti del passato.

La domanda è una sola. Alle prossime elezioni ci sarà la Destra, il Movimento 5 stelle guidato da Di Maio, e il Pd di Renzi. Vogliamo o no che esista un quarto polo: la Sinistra? Non un “centrosinistra” che denunci fin da quella incomprensibile (quale sarebbe il centro?) etichetta una sua insufficienza, prima culturale e poi politica: ma una Sinistra, anzi la Sinistra, unita e determinata a cambiare il paese.

La risposta di tutti coloro che partecipano al percorso iniziato al Brancaccio è un forte sì. Forte come il no che ha bocciato la riforma costituzionale, riaprendo lo spazio del conflitto sociale, unico motore possibile del cambiamento.

Dunque, chi vuole capire se una nuova sinistra può nascere, deve andare nelle piazze, non aspettare tavoli e convocazioni. Perché, in una nuova politica, il discorso pubblico e il discorso privato sono identici. E perché questa nuova politica non può che nascere dal basso, non dall’alto. Come ha scritto Emilio Lussu: “La Costituzione è cosa morta, se non è animata dalla lotta. E anche quando siamo stanchi e vicini alla sfiducia, non c’è altro su cui fare affidamento. Rimettersi all’alto è capitolazione, sempre”.

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Alberi abbattuti … per errore di potatura!

Posted by PRC Muggiò su lunedì 18 settembre 2017

Da Il Giornale di Monza del 5 settembre 2017.

Risponde l’Assessore sulla stampa locale, per ora ancora nessuna risposta risposta ufficiale alle nostre domande inviate alle Istituzioni.

Per maggiori informazioni: CLICCA QUI e leggi l’articolo

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Mozione per il boicottaggio attivo dei referendum lombardo-veneti del 22 ottobre.

Posted by PRC Muggiò su giovedì 14 settembre 2017

Approvata all’unanimità durante la Direzione dell’8/09/2017

La Direzione Nazionale del PRC/SE, riunita il giorno 8 settembre 2017, considera la celebrazione dei referendum consultivi del 22 ottobre p.v. uno scandaloso uso delle risorse pubbliche e degli istituti di democrazia diretta da parte dei presidenti delle Giunte regionali e delle maggioranze nei Consigli regionali. L’esito dei quesiti dal punto di vista pratico NON produrrà nessun effetto ulteriore a quello di far emanare disegni di legge di riforma delle competenze e delle risorse da parte delle due Regioni oggetto di approvazione delle Camere. Tutte le istanze, anche quelle di giusta autonomia come per le dolomiti venete, vengono mistificate sull’altare di due referendum che servono a consolidare il potere di oligarchie di governo o di finta opposizione.

Classi dirigenti – non solo politiche – inette e, sovente, corrotte pensano di rilegittimare il loro operato con lo slogan “PARONI IN CASA NOSTRA” e ”AUTONOMIA FA RIMA CON EFFICIENZA E RISPARMIO” mentre pianificano quotidianamente il taglio dello stato sociale, delle risorse agli enti locali e la privatizzazione dei servizi. Le stesse classi dirigenti di destra, del PD e del M5S che si inginocchiano alla Compagnia delle opere o concionano con Confindustria a Cernobbio. Le stesse classi dirigenti che assistevano passivamente o sostenevano il saccheggio e la distruzione ad opera di bande di grassatori di due banche popolari quali Popolare di Vicenza e Veneto Banca cancellando i risparmi di migliaia di persone e rischiando centinaia di posti di lavoro. Le stesse classi dirigenti che si sono alimentate con voracità delle mazzette sulle strutture di diagnosi e cura o sulle inutili grandi opere in Lombardia. I medesimi personaggi oggi fanno spendere alle due Regioni circa 50 milioni di € per consultazioni sterili: tutte risorse sottratte ai servizi pubblici gestiti dalle amministrazioni proponenti.

Le proposte di nuove competenze nel merito, se prese sul serio, sarebbero foriere di ingiustizie e squilibri: quale la creazione di sistemi scolastici regionali con insegnanti e programmi veneti, lombardi o emiliani. Queste solleticano il peggio dell’egoismo e dell’individualismo proprietario andando, oltre tutto, verso un impoverimento culturale. La stessa logica che – quotidianamente – costringe centinaia di persone ad autentici viaggi della speranza dal Sud al Nord e dalla periferia al centro per curarsi o per partorire. Ciò avviene anche a causa dell’assurda riforma del titolo V parte II della Costituzione che, costituzionalizzando i principi di sussidiarietà, ha prodotto un’ulteriore sperequazione dello sviluppo economico italiano. Ha trasformato le Regioni in carrozzoni burocratici che si comportano insieme come lobby e ministeri.

Per questo l’uso della partecipazione per un plebiscito politico appare oggettivamente incostituzionale.

Un’altra tendenza da combattere è l’uso improvvido di categorie come autogoverno, autodeterminazione dei popoli, indipendenza di cui, in particolare la Regione Veneto, fa ampio sfoggio nella sua legislazione. Il quesito veneto era, infatti, contenuto in un paio di leggi dichiarate incostituzionali dalla Consulta che si proponevano addirittura di far votare i veneti sull’indipendenza nazionale, come si trattasse della Catalogna o dell’Euskadi. Il quesito rimasto è inutile, ma è buono per rifocillare politicanti, come quelli che sfiorano il ridicolo obbligando per legge tutte le strutture pubbliche a esporre il gonfalone di San Marco a pena di multe salate.

Si evoca l’autodeterminazione, ma si allude alla guerra tra i popoli, ai nazionalismi delle piccole patrie, all’appartenenza a una comunità per il suolo e il sangue. Veneto e Lombardia non sono né saranno mai nazioni senza Stato, ma sono aree ricche i cui gruppi dirigenti vogliono sbarazzarsi dei parenti poveri del Sud Italia.

Per questo l’attività dei legislatori regionali lombardi, veneti e di chi vorrà seguirli, appare oggettivamente eversiva.

Per queste ragioni Rifondazione Comunista non è solo contraria nel merito dei quesiti ma sostiene un NO ai referendum. Invita, quindi, tutte le sue strutture territoriali a lanciare un conflitto politico nettissimo contro il teatrino politico inscenato il 22 ottobre. Va messo in campo con le altre forze della Sinistra alternativa un boicottaggio attivo che provi a far mancare il quorum nella Regione Veneto, e svilisca l’astuta operazione politica lombarda, meno ideologica, ma non meno insidiosa.

Il PRC/SE prenderà parte e si spenderà in tutte le iniziative coerenti con questo approccio a partire da tutti i Comitati sorti purché funzionali al boicottaggio attivo dei referendum.

Boicottare i referendum significa NON difendere lo status quo perché se, da un lato, non si può prescindere da una ridiscussione dei poteri e dei finanziamenti delle Regioni speciali per la perequazione delle risorse tra zone del Paese, non si può, dall’altro, non pretendere maggiore autonomia e democrazia per gli enti che rappresentano da vicino gli interessi e le esigenze delle popolazioni.

BATTERE i referendum del 22 per costruire una Repubblica davvero delle autonomie, dello sviluppo e della solidarietà.

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Referendum truffa

Posted by PRC Muggiò su giovedì 14 settembre 2017

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