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Sindaca a sua insaputa – Hotel Imperial, migranti e raccolte firme

Posted by PRC Muggiò su venerdì 15 dicembre 2017

Come in precedenti occasioni (la travagliata e tutto sommato non definitivamente risolta questione dei tagli al trasporto pubblico locale dello scorso anno ne è un buon esempio), l’Amministrazione comunale è stata “colta di sorpresa” dalla notizia che l’Agenzia per i beni confiscati ha assegnato alla Prefettura l’Hotel Imperial affinché ospiti un certo numero di migranti richiedenti asilo e protezione.

La valutazione più dettagliata di Rifondazione Comunista è meglio descritta in questo nostro precedente intervento, ma per chi non ha il tempo di approfondire gli argomenti riteniamo utile riepilogare per sommi capi la nostra posizione:

  • la raccolta firme promossa dall’Amministrazione comunale è tardiva, non risolutiva e sostanzialmente fuori tempo massimo; una amministrazione che non escher-mani-che-disegnanoimprovvisa avrebbe dovuto accompagnare la manifestazione di interesse all’utilizzo del bene sequestrato del maggio 2016 con una ampia, variegata e duratura mobilitazione cittadina a favore del suo progetto. In quel momento andavano organizzate petizioni, presidi, manifestazioni pubbliche per sostenere la richiesta, e non limitarsi a quello che oggi possiamo ritenere uno stanco atto amministrativo assunto principalmente per tacitare le legittime proteste dei lavoratori che avevano perso la loro occupazione;

  • a prescindere dal futuro utilizzo dell’Hotel Imperial, che diventi o non diventi il luogo in cui si concentrano i migranti gestiti dalla Prefettura, il tema di come gestire sul territorio comunale l’interazione dei migranti con la cittadinanza è un problema che richiede un progetto sostenuto da impegno, trasparenza e proattività. Così come a suo tempo l’Amministrazione avrebbe dovuto mettere in campo un’idea di utilizzo dell’immobile supportato da un ventaglio di iniziative che riempissero di contenuti quella proposta, oggi, di fronte alle paure e fobie dei cittadini aizzate dalle strumentalizzazioni politiche dei partiti di destra, c’è l’esigenza di dimostrare con i fatti che non siamo di fronte ad una burocratica operazione di facciata (un titolo, l’accoglienza diffusa, delegato alla buona – o cattiva – volontà degli enti che materialmente saranno a contatto dei migranti). Nel nostro precedente intervento, abbiamo abbozzato alcune idee, ci aspettiamo qualcosa di ben più strutturato da parte di una amministrazione che può contare su staff e personale pubblico dipendente.

Attenzione! Emerge in questi giorni, prepotente, l’esigenza di tutelare e garantire l’integrità dell’immobile che è oggetto di ripetuti episodi criminali e vandalici. Cosa aspettano l’Amministrazione, la polizia locale e la tanto decantata presenza dei Carabinieri sul territorio cittadino a mettere sotto tutela l’immobile? Anche questa è già una partita persa?

Abbiamo il sospetto che ci sia un preciso piano squadristico volto a rendere inagibile l’immobile, così che ci troveremo l’allucinante scenario di un bene sequestrato alla gestione malavitosa che non solo è inutilizzabile, ma addirittura necessita l’impegno di sostanziose risorse pubbliche per tornare finalmente a svolgere un ruolo sul territorio, mentre contemporaneamente le psicosi della destra frantumano in senso razzista e discriminatorio la ragione e le coscienze dei muggioresi.

E noi non lo vogliamo permettere!

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[15\12] Monza: iniziativa sul Lavoro

Posted by PRC Muggiò su giovedì 14 dicembre 2017

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A Muggiò son tornati i fascisti

Posted by PRC Muggiò su sabato 9 dicembre 2017

Deve ripartire una nuova Resistenza!

Oggi 9 dicembre, in concomitanza della manifestazione antifascista a Como, CasaPound – movimento di spudoratamente fascista – ha occupato la piazza centrale del paese, la stessa dove, nel ’45 durante la Liberazione, sventolò dall’alto del campanile della chiesa la bandiera partigiana: era la fine della guerra, della tirannia e del fascismo. Oggi ci vogliono riportare nella palude e nel buio del regime mussoliniano.

Noi non ci stiamo! Chiamiamo già ora tutte e tutti gli antifascisti ad una mobilitazione collettiva!

Non solo la nostra Costituzione antifascista, ma leggi come la Scelba e la Mancino, proibiscono manifestazioni di tale sorta.

Per di più il Comune è vincolato dalla mozione antifascista, votata in Consiglio Comunale nel luglio 2017 e che impegna la macchina amministrativa ad impedire la presenza sul territorio di gruppi neofascisti, razzisti e xenofobi.

Casapound si dichiara fascista, pubblicamente, per bocca dei suoi leader, come Simone di Stefano che senza vergogna ammette: “Siamo fascisti, non è un reato” (link). Dimenticando che è proprio l’opposto: il fascismo è reato!

Attendiamo spiegazioni dall’Amministrazione e confidiamo in una futura gestione dei luoghi pubblici più accorta.

Il fascismo non passerà!

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“‘Liberi ed uguali’, un progetto fatto su misura per chi sta dentro e non per chi sta fuori”. Intervento di Tommaso Montanari

Posted by PRC Muggiò su giovedì 7 dicembre 2017

È successo qualcosa, a Sinistra. Finalmente.
La nascita di “Liberi e uguali” è un sasso nello stagno. E davvero si deve guardare con enorme rispetto alla soddisfazione delle migliaia di compagne e compagni che hanno partecipato all’assemblea di Roma.
E c’è un “però”. Non è possibile non chiedersi se i milioni che a quel processo non hanno partecipato ­– i cittadini di sinistra – saranno altrettanto soddisfatti di questa nascita. Al punto di votare in massa per la nuova lista.
Bisogna farlo con delicatezza, per quanto possibile. Perché in un momento così terribile nessuno ha il diritto di uccidere un entusiasmo, per quanto piccolo o magari mal fondato. E perché, è vero: non abbiamo più voglia di prendere atto di fallimenti e insuccessi. “Non facciamo troppo i difficili”, pensano in molti: “prendiamo quel che si può, e tiriamo avanti”. E poi, nell’Italia di Salvini, Berlusconi, Renzi, quale persona di buon senso e con un cuore normalmente a sinistra potrebbe dare la croce addosso a Civati, Fratoianni, Speranza, o all’ottimo Piero Grasso?

E però. E però non si può tacere. Perché se vogliamo che questa Italia non sia più appunto quella di Salvini, Berlusconi, Renzi, non possiamo continuare a fare quello che si è fatto ieri a Roma: continuare a perdere ogni occasione di svolta.
Perché il succo della vicenda è che tre partiti (due piccoli, uno minuscolo) hanno fatto una lista comune. Hanno costruito un’assemblea dividendosi le quote di delegati. Che sono tutti loro iscritti tranne un piccolissimo numero (meno del 3%, cioè circa 40 sui 1500, cui però si aggiungono altri “interni” al sistema, e cioè quasi 200 membri “di diritto”: parlamentari, assessori, sindaci…). Niente di male: ma questa è la cucitura del vecchio, non c’è niente di nuovo. È un progetto fatto per chi è “dentro” la politica, non è un progetto capace di parlare a chi è fuori. Ed è perfino umiliante che quella “società civile” alla quale non si è voluta cedere sovranità attraverso una partecipazione vera e senza piloti occulti, sia poi stata chiamata a fare da “centrotavola” attraverso dei “testimonial”. Come alla Leopolda, nella peggiore tradizione del marketing politico.

L’aspetto ironico è che poi questi delegati non hanno fatto che “acclamare” un capo deciso altrove: senza nemmeno votarlo. Il Fatto quotidiano l’ha definita una cerimonia: ecco, non era un’assemblea, era una bella cerimonia. E allora perché, ci si chiederà, blindare con tanta ferocia le quote dell’assemblea? Ma perché sarà poi questa stessa assemblea a dover ratificare le decisioni delle tre segreterie sulle candidature e i loro criteri, e cioè sull’unica cosa che venga ritenuta importante.
Ma torniamo alla cerimonia. Nessuna persona di buon senso ce la può avere con Pietro Grasso: anzi, sarà un piacere avere una voce come la sua nella canea dei leaders politici italiani. Ma è fin troppo scoperto il gioco che ha portato Grasso all’incoronazione di ieri: il gioco di un calcolo mediatico (non fatto da lui, sia chiaro: ma su di lui). Un calcolo fatto sui sondaggi. Una scelta di palazzo: ombelicale, priva di fantasia. Senza un grammo della forza che hanno, per esempio, le storie di Pablo Iglesias, Jeremy Corbyn, Alexis Tsipras, Bernie Sanders. E il dettaglio per cui sul simbolo dovrebbe essere scritto “Liberi e uguali per Grasso” suona come una drammatica smentita del nucleo più carico di futuro della Sinistra che ancora non c’è: tutto quello che sta cambiando in meglio il Pianeta è fondato sul “Noi”, non sull’ “Io”, sulla comunità e non sul capo. Per questo, la fotografia dei quattro piccoli capi insieme al grande capo – tutti maschi – della “nuova sinistra” rischia di essere il rovesciamento simbolico di tutto quello che potranno dire.

Il vicedirettore dell’Huffington Post, Alessandro De Angelis, ha detto ieri, a mezzorainpiù, che “ci voleva più cuore”, più coraggio, più radicalismo, più voglia di cambiare: perché così si sta costruendo solo un piccolo “Pd dal volto umano” che non recupererà né i voti degli astenuti, né quelli dei 5 stelle. Lo penso anche io.
E lo penso anche perché ieri il capo è stato acclamato senza un progetto. Senza un programma. Senza aver prima esplicitato quale visione del paese abbia questa nuova forza elettorale. E senza aver chiarito quale rapporto c’è – se c’è – tra quella visione e la scelta del leader.

C’è, è vero, un manifesto di cinque cartelle: che conosco bene perché ho contribuito a scriverlo anche io. Ma proprio per questo so che è solo una sommaria dichiarazione di direzione. E soprattutto so quanta fatica si è dovuta fare per arrivarci. E so che se ieri un vero programma non è stato presentato è perché su molti nodi cruciali non c’è accordo, tra i contraenti.
Un aneddoto, che serve a spiegare cosa intendo. Nella prima versione di un lungo testo che Guglielmo Epifani (incaricato da Mdp della trattativa per quel manifesto) ci propose, si leggeva questa imbarazzante frase:
Vanno eliminate le forme contrattuali più precarie, e i contratti a termine privi di casuale, il lavoro precario deve essere più costoso per l’impresa rispetto a quello stabile, e vanno introdotti elementi di costo aggiuntivi per le imprese che non rinnovino o stabilizzino. i contratti a termine.

Quello stesso giorno, per puro caso, Papa Francesco aveva detto:
Anche il lavoro precario è una ferita aperta per molti lavoratori (…). Precarietà totale: questo è immorale! Questo uccide! Uccide la dignità, uccide la salute, uccide la famiglia, uccide la società. Lavoro in nero e lavoro precario uccidono.
E niente: è tutto qua. La distanza abissale tra il linguaggio del Papa e quello dell’ex segretario della Cgil è la distanza che una nuova Sinistra avrebbe dovuto esser capace di coprire. Non ci riuscimmo allora: chiudemmo su quelle poche pagine, rimandando al dopo un lavoro serio sul programma. Che però avrebbe dovuto esser fatto prima della presentazione della lista: perché altrimenti, di cosa esattamente parliamo? Per non fare che un esempio: cosa pensano Liberi e Uguali della riforma Fornero?
Se non è ancora possibile, a cerimonia conclusa, rispondere a questa e a moltissime analoghe domande è perché Mdp non ha ancora fatto i conti con la storia del centrosinistra. Se tutto si risolve nell’antirenzismo, se a essere profondamente rimessi in discussione sono solo gli ultimi tre anni, e non gli ultimi venticinque, nulla di nuovo potrà nascere. Il problema della presenza dei vari D’Alema e Bersani è tutta qua: nulla di personale, ovviamente. Ma se la loro presenza lì dentro impedisce di dire la verità su quello che proprio loro hanno fatto, se non si ha il coraggio di sconfessare una storia, allora il nuovo non può nascere. Durante una delle nostre discussioni, Epifani, con il suo garbo, mi disse: “Ma allora tu vuoi dire che nulla di quello che abbiamo fatto quando eravamo al governo andava bene?”. Sì, vorrei dire proprio questo. La pagina del centrosinistra alla Tony Blair è una pagina da cui liberarsi. Senza se e senza ma.

E il fatto che il programma non sia ancora uscito, significa che questa liberazione non c’è ancora stata. Se, nelle prossime settimane, Mdp si mangerà Sinistra Italiana sui contenuti, come già se l’è mangiata nei rapporti di forza dell’assemblea, allora il disastro sarà completo.
È questa la principale ragione per cui chi si è riconosciuto nel progetto del Brancaccio ieri non era a Roma: perché quel progetto invocava una radicale discontinuità con i governi del centrosinistra (che hanno sfigurato l’Italia non meno di quelli del centrodestra), una totale democraticità del percorso, una alleanza tra cittadini e partiti, un e un nuovo linguaggio radicale capace di riportare al voto gli astenuti e di contendere i voti non tanto al Pd, quanto ai 5 Stelle.

Nulla di tutto questo c’è, nella “nuova proposta” di Liberi e Uguali.
Certo, molti di noi la voteranno comunque: per mancanza di meglio. Ma è davvero impossibile non dire che questo è l’estremo tentativo di rattoppare il vecchio, non è l’inizio di qualcosa di nuovo.
Per il nuovo bisognerà lavorare ancora molto, duramente e per altre strade. Lo faremo: non c’è altra scelta

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Onesto albergo (3 stelle su 5)

Posted by PRC Muggiò su martedì 5 dicembre 2017

L’Hotel Imperial, confiscato alla mafia, sarà assegnato alla Prefettura che ospiterà dei migranti. Il Comune scende in campo, ma con troppo ritardo. Una ricostruzione dei fatti e delle scelte politiche. Le chiavi per una convivenza pacifica.

Scarica la versione pdf stampabile: clicca qui
comune

Locandina del Comune

Il 29 novembre 2017 abbiamo assistito all’incontro pubblico1 organizzato dalla giunta comunale per rendere evidente ai molti cittadini presenti (se solo ci fosse così tanta partecipazione anche per altre tematiche … ) l’utilizzo che se ne farà dell’Hotel Imperial, confiscato e quindi di proprietà dello Stato.

Le notizie sono state veicolate in primo luogo sui social, poi sulla stampa locale.

Forza Italia è tra le prime forze politiche a sollevare la questione; tramite Zanantoni2 giunge la voce che “l’Hotel Imperial […] sia stato assegnato alla Prefettura di Monza che ha pensato di destinarlo ai migranti africani”, attendendo “nelle prossime settimane uno sbarco massiccio a Muggiò di ospiti”.

Probabilmente dal Villoresi, sottolineiamo ironicamente.

Poco prima che la notizie raggiungesse i canali mediatici è stato appiccato un incendio3 che ha coinvolto due piani dell’immobile ma che non ha causato danni ingenti.

Intimidazione?

Torniamo all’incontro pubblico.

Siamo gli unici a ritenere che una serata del genere andasse fatta ben prima?

È bene ricordare che trattasi di un bene confiscato alla criminalità organizzata. Confiscato 2 volte!

La prima, nel ‘97, con le accuse al proprietario di riciclaggio, contrabbando, usura.

La seconda, recente, nel 2013, per estorsione.

Noi avremmo proposto delle sedute pubbliche a seguito di ognuna delle due confische, per spiegare ai cittadini come si presentano i fatti e per studiare assieme buone pratiche per allontanare e indebolire la criminalità organizzata e per definire il ruolo del Comune nella gestione di tali beni confiscati.

In primis va chiarito come sia stato possibile rilasciare le licenze a Francesco Consolazio, ora in carcere, per l’apertura dell’hotel, sequestrato di lì a poco.

Dagli articoli di giornale4 se ne evince lo stupore: “senza contare la lunga lista di carichi pendenti a suo carico [a carico di Consolazio] che in Comune pare non abbiano letto quando è stato dato il via libera all’apertura dell’attività. La SCIA era stata presentata nel 2013”. Attività alla cui inaugurazione venne invitato l’allora sindaco Zanantoni, come ebbe a dire in una intervista5 a fine luglio 2013.

Onesto albergo” è il titolo della recensione lasciata su TripAdvisor6 da un utente di Treviso che ha soggiornato nel 2015 all’Imperial. Lasciando un voto pari a 3 stelline su 5. Onesto l’albergo ma non l’albergatore.

tripadvisor

La recensione TripAdvisor

Vennero fatte delle interrogazioni7 in Consiglio Comunale, una da Rifondazione nel 2013 con relativa risposta8, e successivamente ripresa dal Movimento 5 Stelle nel 2016.

Pesa ancora di più la difesa e la continuità di questa amministrazione con la precedente: perché i funzionari incaricati dall’amministrazione Zanantoni (Forza Italia e Lega Nord) non sono stati chiamati in causa dall’attuale amministrazione Fiorito (Partito Democratico) per giustificare gli atti e le concessioni rilasciate negli anni precedenti? Cui prodest?” Scrivemmo in una nota congiunta9 Rifondazione Comunista e 5 Stelle nel maggio 2016.

Nella nota evidenziammo che “lo stabile può trasformarsi in un bene pubblico utile per la città di Muggiò”.

A tal proposito. Oltre all’Imperial, quanti altri bene sono sotto sequestro nel nostro Comune? E quale è o sarà il loro utilizzo? Dai dati forniti dall’Agenzia dei beni sequestrati Muggiò ha il primato di strutture sotto sequestro assieme a Seregno. Un dato allarmante sulla criminalità organizzata made in Brianza.

A chi sono appartenuti i beni sequestrati e che rapporti ci sono con le vicende di Desio, Seregno e altre amministrazioni cadute a seguito degli scandali10 per mafia?

La giunta dovrebbe essere al corrente di questi fatti e rendere realmente democratico il processo decisionale cittadino.

Detto ciò, non si è parlato del passato dell’Imperial, ma non si parlerà neanche del futuro.

L’immobile che, essendo sotto sequestro, è di proprietà dello Stato, è affidato all’Agenzia per i beni confiscati e sequestrati il cui compito consiste nell’individuare i futuri proprietari e gestori.

Nel nostro caso la Prefettura ha avuto la meglio, presentando un progetto di accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo.

La scelta non deve stupire. L’emanazione governativa sta affrontando da anni la gestione del flusso migratorio che investe il Paese. I Comuni stessi per motivi di opinione pubblica e difficoltà gestionali non si muovono in prima persona per creare accoglienza e strutture idonee. La Prefettura perciò, trovandosi un bene che non necessiti di particolari costi di ristrutturazione, ottempera al suo ruolo. Da notare però che nel tempo gli sbarchi sono andati riducendosi (43% in meno rispetto a dieci anni fa11), facendo rientrare in parte la temuta emergenza migratoria, ma mantenendo attuale la questione dell’integrazione. Va diminuendo anche la criminalità (nell’arco di poco meno di dieci anni la percentuale di reati denunciati è scesa12 dell’8,2%), ma la stampa e le bufale mantengono alto lo stato d’allerta e alimentano la percezione di pericolo e insicurezza.

Alcuni Comuni – tra cui in parte Muggiò – hanno provato a gestire l’accoglienza in maniera diffusa, assegnando le quote di ospiti in appartamenti privati sfitti che stringono contratti di locazione in genere con cooperative di settore. In questo modo si è cercato di evitare la creazione di quartieri “ghetto”, invogliando al contempo residenti e ospiti ad una convivenza quotidiana pacifica.

Muggiò ad oggi ospita 17 migranti, ben al di sotto della percentuale prevista dal governo centrale (fissata al 2,5‰ della popolazione: per Muggiò è pari a 62).

Il Comune può intervenire – in fase di assegnazione del bene da parte dell’Agenzia – presentando una manifestazione di interesse e un progetto di riutilizzo.

Con delibera n. 63 del 17/05/2016 – riportata sulla stampa13 – questo viene fatto: “il Comune di Muggiò manifesta all’Agenzia per i beni confiscati e sequestrati la richiesta di assegnazione dell’immobile, al fine di effettuare un utilizzo dello stesso che non determini aggravio di oneri economico-finanziari in capo al Comune”.

Pare che anche la Guardia di Finanzia abbia presentato un progetto per assegnare degli alloggi il loco ai finanzieri.

A inizio giugno 2016 una ulteriore nota14 congiunta PRC-M5S fu lungimirante: “Chiaramente non basta la manifestazione di interesse, ma bisogna effettivamente perseguire tale interesse”.

Infatti il progetto del Comune è stato scartato e il bene assegnato alla Prefettura che, come è logico, lo utilizzerà per l’accoglienza di secondo livello.

Quanto era efficace il progetto? Quali i contenuti? Il Comune era realmente interessato al bene? Non pare sia così, giustificando questa “tiepidezza” con esosi oneri economico-finanziari.

Ad esempio sarebbe stato forse più incisivo un interesse del comune nella cogestione della struttura con la prefettura, accettando la quota di richiedenti asilo ma mantenendo un parte della struttura per finalità sociali locali, come uno spazio per le emergenze abitative, spazio per associazioni o per altri servizi. In questo modo la struttura avrebbe dato vita a integrazione ed interazione tra ospiti, territorio, quartiere e servizi.

A questo punto la Sindaca propone alla cittadinanza di organizzarsi e sostenere la battaglia contro la Prefettura, mostrandosi candida e disarmata, addirittura sostenendo di essere venuta a conoscenza dell’assegnazione sui social network! Tutto poteva essere gestito meglio, ma ormai il dado è tratto. Ora occorre vigilare su una gestione coscienziosa, efficiente e integrativa dell’accoglienza.

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Propaganda leghista

Il 30 novembre il presidente del Consiglio Comunale Fossati ha esortato la politica ad agire all’unisono, sponsorizzando la petizione15 scritta dal comune e rivolta al prefetto, come fu per la “multisala cinematografica”. Qualcuno gli ricordi che fine fecero le migliaia di firme raccolte.

Petizione accolta anche dai leghisti locali, che lancia la santa crociata contro i “finti profughi”. In effetti la Lega Nord è sempre stata attenta al continente africano. In particolare nel commercio di diamanti16

Senza alzare barricate.

Le barricate le vorremmo alzare contro i potenti e i padroni. Non contro i nostri simili, non contro gli ultimi, scatenando una guerra tra poveri e fomentando la speculazione politica degli ambienti più estremi della destra e dei malavitosi. Questi ultimi sono parte del problema. Questi ultimi sono i protagonisti di atti intimidatori e fascisti come quello di Como17. Fortuna vuole che, in controtendenza col resto della Brianza, tali soggetti non si sono palesati alla serata pubblica.

Anche se scontato, la leggerezza con cui si parla di guerra e profughi impone di guardare le persone negli occhi e riconoscere la sua umanità. “Restiamo umani” disse Vittorio Arrigoni, non stiamo discutendo su uno stock di merce invenduta da ricollocare, ma di esseri umani.

Esseri umani protagonisti di un fenomeno di massa – le migrazioni – che da secoli ridisegna confini e mette in discussione la dura eredità colonialista europea.

Riassumendo la questione: il Comune invita la cittadinanza a mobilitarsi contro la Prefettura dello Stato che utilizzerà l’Hotel Imperial, bene confiscato alla mafia, per l’accoglienza di rifugiati stranieri. Il Comune presentò richiesta di utilizzo della struttura ma venne rifiutata, forse per lo scarso interesse reale sempre dimostrato dalla giunta.

A nostro parere questo non è il momento delle false promesse e delle mezze verità.

Occorre essere attori consapevoli e saper gestire al meglio la situazione attuale, ponendo le basi per un futuro migliore. Per tutti.

L’immobile qualora verrà affidato alla Prefettura sarà oggetto di bando o assegnazione diretta per la gestione dei rifugiati. Il Comune non deve essere un escluso, e qui può far sentire la sua voce e fare davvero la differenza. Può vigilare ed esporre esigenze sull’operato della cooperativa che potrebbe vincere l’appalto, individuando cooperative sociali con personale esperto, slegate dal mondo degli affari e dei palazzinari. Il Comune può richiedere di coprogettare con Prefettura e cooperative le modalità di controllo e integrazione, rendendo il territorio, le associazioni e i servizi partecipi e attori consapevoli. Ricordiamo che si sta parlando di accoglienza di 2° livello, per cui orientata a soggiorni lunghi in attesa della decisione della Commissione per il rilascio dello status di rifugiato. Soggiorni lunghi che permettono di creare più facilmente contatti tra i residenti e gli ospiti.

Inoltre accoglienza di 2° livello significa anche ingresso nel paese di persone che hanno già avuto visite e cure mediche, persone che possono cercare legalmente un lavoro, persone che stanno già imparando la lingua, persone seguite da personale specializzato e da servizi dedicati. Nulla a che fare con l’orda invasiva degli esaltati di destra.

Buone pratiche esistono e se ne può fare tesoro.

I residenti milanesi del quartiere della caserma Montello (con capacità di 300 posti d’accoglienza) hanno risposto18 degnamente all’indegna manifestazione razzista di CasaPound, nel novembre 2016, organizzando una festa di quartiere, animata dai residenti locali, dagli stranieri di lunga data e dai nuovi arrivi, famiglie e bambini, giovani e anziani.

Un significato profondo si annida in un gesto come quello della festa: superare la parole integrazione – che prevede un integrato dominante e uno da integrare a forza – e sostituirla con interazione, ovvero condivisione di aspettative ed esperienza, ma anche di regole e controllo reciproco.

Controllo e accoglienza. Le chiavi in mano ai cittadini per costruire dal basso una città serena.

Alcuni (tristi) commenti facebook:

 

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NOTE

1 http://www.ilgiorno.it/monza-brianza/cronaca/muggio-profughi-1.3571967

2 https://quibrianzanews.com/migranti-zanantoni-arrivo-massiccio-allhotel-imperial/

3 http://giornaledimonza.it/cronaca/incendio-muggio-fiamme-hotel-imperial/

4 https://prcmuggio.wordpress.com/2016/06/20/hotel-imperial-news/

5 http://www.ilgiorno.it/monza/cronaca/2013/07/26/925310-hotel-muggio-misteri-autorizzazioni-abusivo.shtml

6 https://www.tripadvisor.it/Hotel_Review-g1996997-d5416366-Reviews-Hotel_Imperial_Residence-Muggio_Province_of_Monza_and_Brianza_Lombardy.html

7 https://prcmuggio.files.wordpress.com/2009/10/hotel-imperial.pdf

8 https://prcmuggio.files.wordpress.com/2016/04/risposta-interrogazione-prot-num-25287.pdf

9 https://prcmuggio.wordpress.com/2016/05/13/hotel-imperial-comunicato-congiunto-m5s-prc/

10http://milano.repubblica.it/cronaca/2017/09/26/news/_ndrangheta_maxioperazione_in_lombardia_infiltrazioni_nella_politica_e_nelle_imprese-176510578/

11 https://ilmanifesto.it/in-10-anni-cala-limmigrazione-triplica-lemigrazione-degli-italiani/

12 http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2017/12/01/censis-cresce-litalia-del-rancore_158a2e38-0541-4b16-997d-a9958814a446.html

13 https://prcmuggio.wordpress.com/2016/06/20/hotel-imperial-news/

14 https://prcmuggio.wordpress.com/2016/06/05/hotel-imperial-nota-congiunta-m5s-prc/

15 http://www.comune.muggio.mb.it/tool/home.php?s=0,1,7,312&dfa=do1838&pg=&diditem=11266

16 http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-04-03/bonifici-tanzania-coprire-soldi-212741.shtml?uuid=Ab9Y9eIF

17 http://www.ansa.it/lombardia/notizie/2017/11/29/irruzione-naziskin-a-riunione-migranti_c4c38557-9d33-4f49-a1db-7d3f90a42be2.html

18 http://www.milanotoday.it/cronaca/profughi-accoglienza-caserma-montello.html

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Muggiò accessibile (?)

Posted by PRC Muggiò su lunedì 4 dicembre 2017

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Viabilità e accessibilità. Due termini spesso associati nei programmi di opere pubbliche e nelle proposte politiche, ma che rimangono termini spesso dissociati nella realtà cittadine.

Alessandro Mauri, ottantenne energico e lucido, ci sollecita nel riaccendere il dibattito.

Lui stesso, qualche anno fa, fu protagonista di un articolo di giornale, apparso su Il Giorno, nel quale si tentò di estendere la problematica delle barriere architettoniche e degli incroci pericolosi a tutto il territorio muggiorese.

Mauri è stato vittima in passato di un grave incidente alla gamba che lo ha costretto a convivere con i rischi e gli ostacoli stradali che limitano – a volte addirittura impediscono – il passaggio di persone con difficoltà motorie.

Lo ringraziamo per la sollecitazione e raccogliamo lo stimolo.

Abbiamo recuperato l’articolo in questione e ci domandiamo se e quanto sia cambiata la situazione a distanza di qualche anno.

L’assessore Testa, intervistato anch’egli in quell’articolo de Il Giorno, elencava i lavori in corso e in programma per l’abbattimento delle barriere: asilo Brodolini, via Baruso, via S. Rocco e via XXV Aprile…. ma le barriere architettoniche che ostruiscono e limitano gli spostamenti di chi, per svariati motivi ha problemi di mobilità (diversamente abili, mamme con carrozzine per bambini, infortunati, anziani…), sono così diffusi e pervasivi che non è sufficiente individuare alcuni casi eclatanti da indicare all’opinione pubblica.

Pur comprendendo le difficoltà che le amministrazioni comunali devono affrontare in questo periodo di ristrettezze economiche (lo sapete, siamo comunisti… vi ricordiamo che le ristrettezze sono figlie delle politiche liberiste nazionali ed europee), ci piacerebbe però fare chiarezza su alcuni quesiti, che rivolgiamo all’amministrazione.

E’ mai stata fatta una mappatura delle barriere architettoniche, fotografando lo stato di fatto, classificando gli interventi in base alla rilevanza delle barriere e individuando le aree più critiche? Solo in questo modo potremo raffrontare l’elenco dei lavori in corso con la totalità del problema senza dimenticare quanto ancora è in attesa di risoluzione; magari, e ripetiamo “magari”, si potrebbe addirittura rispondere ai cittadini che si rivolgono alla pubblica amministrazione per segnalare una barriera, guardi signora/e, conosciamo quella situazione e considerando anche tutte le altre barriere il suo intervento pensiamo di farlo tra ….

In secondo luogo è necessario che – in nome della trasparenza – si conosca la quota di bilancio destinata ad opere di tal genere… ma noi chiediamo di più.

I Sindaci, gli Assessori, solitamente parlano delle somme messe a bilancio per l’abbattimento delle barriere architettoniche riferendosi ai lavori programmati sulle strutture pubbliche e, a volte, ai rifacimenti complessivi di strade e marciapiedi; somme necessarie, ma che non aggrediscono la miriade di barriere diffuse nel territorio che rendono una impresa gli spostamenti di chi ha problemi di mobilità.

Bisognerebbe invece distinguere quella che è la spesa storica e ricorrente da quello che è uno sforzo aggiuntivo, reso disponibile da entrate che sono variabili ed estemporanee.

Noi chiediamo che i proventi delle riscossioni derivate dalle sanzioni per violazione del Codice della Strada, somme che tipicamente sono estemporanee e variabili nel tempo, per la quota non vincolata dalle destinazioni di legge siano in quota aggiuntiva, distinta dalla spesa storica, investiti per almeno il 33% nell’abbattimento di tutte le barriere architettoniche e nella messa in sicurezza delle strade e degli attraversamenti.

Nel Rendiconto 2016 il totale delle riscossioni relative alle multe superava i 600.000 euro, raggiungendo quota 700.000 se sommate nell’intera voce “Controllo e repressione delle irregolarità e degli illeciti”. Se le somme non vincolate per legge ammontassero al 50%, si tratterebbe di destinare non meno di 100.000€ aggiuntivi all’eliminazione capillare delle barriere architettoniche!

Ma questa amministrazione è in grado di fare scelte di questa natura?

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Potere al Popolo: l’appello

Posted by PRC Muggiò su sabato 2 dicembre 2017

Alcuni spunti di riflessione a partire dall’assemblea del 18 novembre a Roma

In queste pagine abbiamo provato a sintetizzare i contenuti espressi dalle mobilitazioni degli ultimi dieci anni di crisi: assistiamo ogni giorno alla guerra dei ricchi contro i poveri, di quelli che hanno gli strumenti – economici, tecnici, legislativi – per arricchirsi sempre di più e quelli che resistono solo col proprio lavoro e la propria determinazione.

Di tutte queste mobilitazioni abbiamo registrato le voci all’assemblea del 18/11 a Roma, dove decine di interventi, da più parti d’Italia, hanno raccontato esperienze di resistenza, partecipazione, attivismo, lotta; abbiamo provato a costruire un programma minimo che le tenga dentro e le connetta tutte.
Abbiamo voluto scrivere un testo breve e incisivo perché crediamo che non ci serva un lunghissimo elenco di promesse e proposte, ma pochi punti forti su cui in tanti possiamo continuare a impegnarci con l’obiettivo del protagonismo delle classi popolari.
Vorremmo provare a formulare assieme alcuni elementi di metodo e di intervento quotidiano, da portare avanti anche a prescindere dalla prossima scadenza elettorale: sui temi qui indicati vogliamo crescere e tornare ad essere protagonisti nei nostri territori, prima, durante e dopo le elezioni. Speriamo davvero che questo testo possa essere dibattuto, integrato, migliorato dalla partecipazione di tante e tanti.

1. COSTITUZIONE

Vogliamo l’uguaglianza, vogliamo salari dignitosi, il rispetto di chi lavora. Perché su chi lavora è fondata la Repubblica. Chiediamo troppo? Chiediamo solo quello che già è scritto nella nostra Costituzione, nata dalla spinta dalla lotta di liberazione dal nazi-fascismo e da un grande protagonismo delle masse.
Il Referendum del 4 dicembre ha mostrato la chiara volontà del popolo italiano di difendere la carta costituzionale, noi crediamo che sia finalmente giunto il momento di metterla in pratica fino in fondo. Vogliamo dunque la piena attuazione della Costituzione nata dalla Resistenza, e in particolare dei suoi aspetti più progressisti. Questo significa prima di tutto:
– ridare centralità e dignità alle lavoratrici e ai lavoratori;
– far sì che ogni discriminazione di sesso, razza, lingua, religione, orientamento sessuale venga superata;
–  rimuovere ogni ostacolo di carattere economico e sociale che limita l’uguaglianza e inibisce il pieno sviluppo della persona umana;
– promuovere e supportare la cultura e la ricerca scientifica, salvaguardare il patrimonio ambientale e artistico;
– ripudiare la guerra e dare un taglio drastico alla spesa militare (ovvero: la rottura del vincolo di subalternità che ci lega alla NATO e la rescissione di tutti i trattati militari; l’adesione e sostegno dell’Italia al programma di messa al bando delle armi nucleari in tutto il mondo; il ritiro delle missioni militari all’estero; la cancellazione del programma F35, del MUOS, degli altri programmi e basi di guerra);
– rimuovere il vincolo del pareggio di bilancio, inserito di recente, che sacrifica le vite e la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori in nome dell’equilibrio fiscale e del rispetto dei parametri europei;
– ripristinare l’equilibrio istituzionale, ridando centralità ad un Parlamento eletto con un sistema proporzionale.

2. UNIONE EUROPEA

Negli ultimi 25 anni e oltre, l’Unione Europea è diventata sempre più protagonista delle nostre vite. Da Maastricht a Schengen, dal processo di Bologna al trattato di Lisbona, fino al Fiscal Compact, le peggiori politiche antipopolari vengono giustificate in nome del rispetto dei trattati. I ricchi, i padroni delle grandi multinazionali, delle grandi industrie, delle banche, le classi dominanti del continente approfittano di questo ”nuovo” strumento di governo che, unito al “vecchio” stato nazionale, impoverisce e opprime sempre di più chi lavora. Sempre di più la gente comune sente il peso di decisioni che sono prese altrove, lontano, e che non rispecchiano ciò che il popolo vuole.
L’Ue ha agito come uno strumento delle classi dominanti, delle banche, della finanza: un dispositivo che ha “protetto” dalla democrazia quelle riforme strutturali (da quelle costituzionali e a quelle del lavoro) non a caso definite impopolari. L’ Unione europea dei trattati è lo strumento di una rivoluzione passiva che ha reso funzionale “il sogno europeo” agli interessi di pochi. Noi vogliamo ricostruire il protagonismo delle classi popolari nello spazio europeo:
Per questo:
– vogliamo rompere l’Unione Europea dei trattati;
– rifiutiamo le storture governiste impresse al nostro sistema politico, lo svuotamento di potere del Parlamento e il rafforzamento degli esecutivi;
– vogliamo che le classi popolari siano chiamate ad esprimersi su tutte le decisioni prese sulle loro teste a qualunque livello – comunale, regionale, statale, europeo – pregresse o future.

3. LAVORO E REDDITO

Costituzionalmente è riconosciuto il diritto al lavoro e la promozione delle condizioni che rendano effettivo questo diritto.
La realtà del lavoro in Italia è sempre più sbilanciata: c’è chi sia ammazza di fatica per 12 ore al giorno e non riesce ad andare in pensione e chi non riesce a trovare un impiego, noi vogliamo lavorare meno, ma lavorare tutte e tutti. Gli unici lavori che si riescono a trovare sono iper-sfruttati e sottopagati (o addirittura gratuito, nelle forme degli stage, dei tirocini, dell’alternanza scuola/lavoro, etc.); migliaia di persone ogni anno sono costrette ad emigrare per lavoro (nessuno ne parla ma sono più di coloro che arrivano nel nostro Paese); più di tre persone al giorno muoiono di lavoro e le norme a tutela della sicurezza dei lavoratori sono sempre più deregolamentate, così come le misure di prevenzione di infortuni e malattie professionali. La tenuta del nostro sistema pensionistico è a rischio a causa del fatto che nel mercato del lavoro si entra – forse – tardi, un eventuale reinserimento in età avanzata è ancor più difficile, e si esce chissà quando; ad essere garantite sono solo le pensioni dei dirigenti, pagate con i soldi dei lavoratori dipendenti.
Per questi motivi vogliamo:
– la cancellazione del Jobs Act, della legge Fornero, della legge Biagi, del pacchetto Treu e di tutte le altre leggi che negano il diritto ad un lavoro stabile e sicuro;
– il ripristino del testo originario dell’art. 18;
– la cancellazione di tutte le forme di lavoro diverse dal contratto a tempo indeterminato;
– misure che garantiscano incisivamente la sicurezza sul lavoro;
– serie politiche di contrasto alla disoccupazione;
– una legge sulla democrazia nei luoghi di lavoro che garantisca a tutte e tutti il diritto di scegliere liberamente la propria rappresentanza sindacale, tutti elettori e tutti eleggibili senza il vincolo della sottoscrizione degli accordi;
– che venga anticipata l’età pensionabile;
– la fine delle discriminazioni di genere e della disparità salariale.
– la battaglia per il diritto al lavoro e per la riduzione di orario viaggia insieme alla necessità di riconoscere il diritto a una esistenza degna a tutte e tutti. Non si tratta solo di contrastare una povertà sempre più odiosamente diffusa, ma di superare il welfare assistenzialistico e familistico e riconoscere a tutte e a tutti il diritto a un reddito minimo garantito.

4. ECONOMIA, FINANZA, REDISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA

Partiamo, come detto all’inizio, dalla Costituzione e dalla rimozione degli ostacoli all’uguaglianza. Questo punto è incompatibile con le scelte scellerate in materia di economia e finanza fatte dai governi di qualunque colore negli ultimi trent’anni. Ribadiamo la necessità di cancellare l’obbligo del pareggio di bilancio inserito in Costituzione e la volontà di disobbedire al Fiscal Compact. Crediamo inoltre che sia urgente trasferire ricchezza dalle rendite e dai capitali al lavoro e ai salari, ricostruire il controllo pubblico democratico sul mercato organizzando un piano che elimini la disoccupazione di massa e la precarietà  e cancelli la povertà. Per mettere in atto questo piano immaginiamo alcuni passaggi fondamentali:
– un’imposta patrimoniale;
– un sistema di tassazione semplice e fortemente progressivo;
– una lotta seria alla grande evasione fiscale;
– il recupero dei capitali e delle rendite nascoste;
– la fine delle privatizzazioni e delle esternalizzazioni (in particolare degli appalti per servizi permanenti): vogliamo che i beni e i servizi pubblici rimangano tali e non vengano svenduti;
– politiche industriali attive e controllo su delocalizzazioni e investimenti (in particolare delle multinazionali, quindi è necessario anche abolire Il trattato con il Canada e cancellare definitivamente Il TTIP);
– la nazionalizzazione della Banca d’Italia, delle banche e delle industrie strategiche, il ripristino della separazione tra banche di risparmio e di affari;
– un piano per il lavoro con  forti investimenti pubblici nel risanamento del territorio, nei beni culturali, nella formazione, nella ricerca e nella innovazione, nello sviluppo dei servizi e dello stato sociale.

5. LOTTA ALLA POVERTÀ E ALL’ESCLUSIONE SOCIALE

Un paese sempre più preda della crisi, impoverito e incattivito, vede crescere l’emarginazione sociale. Superando le logiche assistenziali, la lotta alla povertà e all’esclusione è un punto importante del nostro discorso politico. Vogliamo:
– città e territori realmente aperti a tutti, senza zone ghetto, senza periferie immiserite e preda della criminalità organizzata accanto a “centri storici-vetrina” dai quali gli esclusi vengono cacciati con un DASPO;
– una seria politica per gli alloggi popolari mettendo innanzitutto a valore il patrimonio immobiliare esistente;
– il rispetto delle garanzie e tutele costituzionali – casa, salute, istruzione, etc. – per tutte e tutti, in particolare per chi è in condizioni di miseria e disagio socio-economico.
– un piano di inclusione da realizzare per tutti gli espulsi dalla crisi economica, il cui destino non può essere quello della marginalità e della ghettizzazione.

6. WELFARE: SALUTE, ISTRUZIONE, ASSISTENZA, INCLUSIONE

La lotta alla povertà e all’esclusione, il superamento di qualsiasi diseguaglianza sociale, passano per la tutela del diritto all’istruzione, alla salute, per il potenziamento di qualsiasi forma di assistenza sociale, attraverso un incisivo ripristino del Welfare State. La sanità pubblica è allo sfascio, preda di sciacalli privati che hanno solo sete di profitto; i livelli assistenziali sono in caduta libera, frutto di politiche di tagli trasversali e indiscriminati, la partecipazione diretta alla spesa cresce sempre di più, come la lunghezza delle liste d’attesa, con una conseguente diseguaglianza di accesso ai servizi, in particolare nelle zone depresse come il Sud e le isole. Questa disuguaglianza è accentuata anche dall’introduzione del Welfare Aziendale e di fondi pensionistici integrativi vincolati al contratto di lavoro e allo status socio-economico. L’esclusione di fette sempre più ampie di popolazione dall’accesso alle cure va di pari passo con l’assenza di qualsiasi investimento incisivo sulla prevenzione primaria e secondaria di malattie e su misure di tutela della salute.
La “Buona Scuola”, degna figlia delle riforme precedenti, insulta gli insegnanti, svuota le conoscenze, punta a trasformare gli studenti in schiavi obbedienti pronti a lavorare gratis e senza protestare. Mancano totalmente politiche di assistenza e sostegno alla famiglia, come gli asili o dei servizi sul territorio per il sostegno agli anziani. I diversamente abili ed i soggetti sociali fragili sono sempre più spesso abbandonati a loro stessi o alle loro famiglie, senza alcuna assistenza economica e materiale e alcun serio programma di inserimento e inclusione sociale.
Per questo noi vogliamo:
– la cancellazione di tutte le riforme che hanno immiserito la scuola, l’università e la ricerca;
– l’assunzione a tempo indeterminato di tutto il personale precario della Pubblica Amministrazione e un nuovo programma di assunzioni per scuola, sanità, servizi socio-assistenziali, con immediato sblocco del turn-over lavorativo;
– un serio adeguamento salariale;
– l’ampliamento dell’offerta formativa e l’estensione del tempo scuola col tempo pieno per tutto il primo ciclo d’istruzione;
– la gratuità dei libri di testo e la certezza del diritto allo studio fino ai più alti gradi;
– la totale gratuità del servizio sanitario nazionale;
– un potenziamento reale del servizio sanitario e dei livelli assistenziali minimi;
– l’uscita del privato dal business dell’assistenza sanitaria;
– lo stop alla chiusura degli ospedali, il potenziamento dei servizi sanitari esistenti, una rete capillare di centri di assistenza sanitaria e sociale di prossimità;
– che ci sia piena libertà di scelta da parte del soggetto interessato riguardo l’uso sproporzionato di mezzi terapeutici (“accanimento terapeutico”) e le decisioni di fine vita (eutanasia);
– il risanamento e la bonifica dei territori inquinati, col potenziamento di programmi di prevenzione primaria e secondaria;
– la copertura totale del fabbisogno di posti negli asili nido;
– un concreto sostegno economico e materiale agli anziani e alle loro famiglie;
– un piano nazionale di edilizia pubblica per risolvere l’emergenza abitativa che preveda la costruzione di nuove case popolari e il recupero del patrimonio esistente (piano da finanziare in primo luogo con più tasse sugli alloggi sfitti dei grandi costruttori) e provvedimenti che regolino il mercato degli affitti (equo canone);
– la riqualificazione delle periferie;
– un sistema di trasporto pubblico efficiente e alla portata di tutti;
– un ripensamento globale delle politiche sui diversamente abili ed i soggetti fragili, e sull’inclusione, nella scuola, al lavoro, alla vita.

7. IMMIGRAZIONE E ACCOGLIENZA

La questione è centrale, visto che nel dibattito pubblico e politico si fanno sempre più strada tendenze razziste. Per questo vogliamo invertire la tendenza e fare nostro un discorso solidale, antirazzista, per una degna accoglienza e per l’estensione dei diritti (primo fra tutti lo Ius Soli).
Vogliamo:
– il superamento della gestione emergenziale e “straordinaria” dell’accoglienza e la generalizzazione del sistema sul modello degli SPRAR, in centri di piccole dimensioni nell’immediato e prediligendo l’inserimento abitativo autonomo degli accolti in modo da contrastare la ghettizzazione, con un controllo rigido sulla qualità e una valorizzazione delle professionalità coinvolte;
– le gestione pubblica dei servizi legati all’accoglienza, perché affaristi senza scrupoli e organizzazioni criminali non possano più fare profitto sulla pelle dei migranti;
– la promozione dell’autonomia delle persone straniere che transitano o risiedono, per periodi più o meno lunghi, sul nostro territorio, indipendentemente dal loro status giuridico.
Rifiutiamo:
– il regolamento di Dublino III, le leggi Minniti-Orlando e tutte le leggi razziste che lo hanno preceduto, perché vogliamo accogliere degnamente chi scappa da fame, guerra, persecuzioni, alla ricerca di un futuro migliore

8. AUTODETERMINAZIONE E LOTTA ALLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE IN TUTTE LE SUE FORME

Oggi il movimento femminista mondiale “Non una di meno” è la forza politica che tiene insieme e traduce percorsi di liberazione dal dominio di classe, di genere, di razza e orientamento sessuale. La lotta femminista partita dalla Argentina ha portato nelle piazze centinaia di migliaia di donne contro la violenza in tutte le sue forme. Lo sciopero dal lavoro riproduttivo e produttivo dello scorso 8 marzo ha messo in luce le tante forme di sfruttamento invisibili, nel lavoro di cura, nel lavoro da casa e nella richiesta di disponibilità e prestazione permanente. Anche in Italia “Non una di meno” ha espresso, con autonomia e intelligenza, una capacità fortissima di lotta e di proposta, come dimostra l’elaborazione del Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere.
Nel Gender Gap Report 2017, il resoconto sulla disuguaglianza tra uomo e donna, l’Italia è all’82esimo posto su 144, ed era al 50esimo nel 2015. Aumentano quindi la disuguaglianza e le discriminazioni a partire dal lavoro, dove le donne sono meno partecipi e più povere degli uomini. La crisi e i tagli al Welfare aumentano la difficoltà a coniugare tempo di lavoro, tempo di vita e anche tempo per la politica: sempre più donne sono costrette a stare a casa, nemmeno libere di interessarsi alla propria dignità e alle battaglie per il miglioramento delle proprie condizioni.
Le violenze contro le donne sono cronaca quotidiana, è tra le mura domestiche o nei viaggi disperati in fuga dalle guerre che si consuma, nel silenzio, il maggior numero di violenze. In particolare i corpi delle donne migranti ci ricordano che la questione di genere è intrecciata alla questione di classe, inasprita dalla doppia oppressione che coinvolge anche le donne che diventa tripla se l’oppressa è donna e immigrata.
Noi vogliamo:
– parità di diritti, di salari, di accesso al mondo del lavoro a tutti i livelli e mansioni a prescindere dall’identità di genere e dall’orientamento sessuale;
– un sistema di Welfare che liberi tempo dal “lavoro di cura” (nidi, “tempo prolungato” a scuola,  assistenza agli anziani e ai disabili, etc. );
– mettere in campo soluzioni che inibiscano ogni forma di violenza (fisica, ma anche sociale, culturale, normativa) e discriminazione delle donne e delle persone LGBTI e che sia data centralità dell’educazione alla parità e alla non-discriminazione ad ogni livello d’istruzione;
– piena e reale libertà di scelta sulle proprie vite e i propri corpi; pieno diritto alla salute sessuale e riproduttiva, negata in tante strutture pubbliche dalla presenza di medici obiettori;
– Non vogliamo pacchetti sicurezza. La sicurezza delle donne è nella loro autodeterminazione.

9. AMBIENTE

Questo sistema economico si è dimostrato totalmente incompatibile non soltanto con la vita e la libertà delle classi popolari, ma con la natura e la sopravvivenza stessa del nostro pianeta. La questione ambientale non può essere analizzata in modo settoriale, ma dobbiamo riappropriarci di uno sguardo ecologico sul mondo. Anche la devastazione ambientale, nelle sue ricadute drammaticamente differenti nelle vite degli oppressi e degli esclusi e in quelle dei ricchi e privilegiati, mostra la sua aspra natura di classe.
Mentre un intero continente, quello africano, fa i conti non solo con le guerre ma anche con la siccità, la desertificazione, l’inquinamento, nei paesi del primo mondo continuiamo ad usare – e sprecare – molte più risorse di quanto ci potremmo permettere. Ma i danni non si possono confinare a lungo: l’inquinamento, lo stravolgimento climatico, la crisi idrica, gli incendi colpiscono sempre di più al cuore dei paesi dominanti e ci impongono un urgente e radicale ripensamento del nostro modello produttivo e di consumo.
Anche nel nostro Paese abbiamo assistito a disastri ambientali, più o meno annunciati (terremoti, incendi boschivi, frane) e al tentativo costante di depredare e devastare i territori in nome del profitto (si pensi a “Grandi Opere” come la TAV, il progetto TAP, le trivellazioni petrolifere, etc.).
Noi vogliamo:
– la messa in sicurezza e salvaguardia preventiva dei territori;
– uno stop al business dell’emergenza ambientale  e a quello della cosiddetta green economy;
– una gestione trasparente, programmata e condivisa dalle popolazioni interessate delle risorse destinate all’ambiente, nonché da un serio piano per la messa in sicurezza idrogeologica del Paese;
– la messa in mora delle cd. “Grandi Opere”, presenti o future;
– un piano d’investimenti pubblici, ad esempio sui trasporti o sull’energia, tarato sui reali bisogni delle classi popolari e fatto nel pieno rispetto dell’ambiente;
– una nuova politica energetica che parta dal calcolo del fabbisogno reale;
– una nuova politica dei rifiuti, che parta da un ripensamento della produzione di merci e veda il privato fuori da ogni aspetto legato al ciclo di smaltimenti
– il rispetto totale per il territorio e la gestione partecipata e democratica di ogni lavoro e progetto.

10. MUTUALISMO, SOLIDARIETÀ E POTERE POPOLARE

Le condizioni di vita delle classi popolari peggiorano sempre di più, questo deterioramento riguarda la salute, l’istruzione, ma anche più semplicemente la possibilità di godere di tempo liberato da dedicare ad uno sport, un hobby, etc. In quest’ottica mutualismo e solidarietà non sono semplicemente un modo per rendere un servizio, ma una forma di organizzazione della resistenza all’attacco dei ricchi e potenti; un metodo per dimostrare nella pratica che è possibile, con poco, ottenere ciò che ci negano (salute, istruzione, sport, cultura); una forma per rispondere, con la solidarietà, lo scambio e la condivisione, al razzismo, alla paura e alla sfiducia che altrimenti rischiano di dilagare. Le reti solidali e di mutualismo sono soprattutto una scuola di autorganizzazione delle masse, attraverso la quale è possibile fare inchiesta sociale, individuare i bisogni reali, elaborare collettivamente soluzioni, organizzare percorsi di lotta, controllare dal basso sprechi di denaro pubblico e corruzione.

Tutti i punti precedenti sono strettamente intrecciati con la questione centrale, la necessità di costruire il potere popolare. Per noi potere al popolo significa restituire alle classi popolari il controllo sulla produzione e sulla distribuzione della ricchezza; significa realizzare la democrazia nel suo senso vero e originario.
Per arrivarci abbiamo bisogno di fare dei passaggi intermedi e, soprattutto, di costruire e sperimentare un metodo: quello che noi – ma non solo noi – abbiamo provato a mettere in campo lo abbiamo chiamato controllo popolare. Il controllo popolare è, per noi, una palestra dove le classi popolari si abituano a esercitare il potere di decidere, autogovernarsi e autodeterminarsi, riprendendo innanzitutto confidenza con le istituzioni e i meccanismi che le governano. Per questo abbiamo chiamato controllo popolare la sorveglianza che abbiamo fatto sulla compravendita di voti alle ultime elezioni amministrative a Napoli, le visite che facciamo ai Centri di Accoglienza Straordinaria, le “apparizioni” all’Ispettorato del Lavoro per reclamare efficienza e certezza del controlli, la battaglia per il diritto alla residenza e all’assistenza sanitaria per i senza fissa dimora, o per il rispetto delle regole, senza abusi, nei dormitori pubblici e nei Consultori Familiari. Ancora, è controllo popolare denunciare e vigilare sui ritardi e gli abusi nei rilasci dei permessi di soggiorno, o sulle scuole dell’obbligo che vincolano la frequenza scolastica al pagamento di una retta. Anche la battaglia contro l’allevamento intensivo di maiali nel Mantovano, quella contro i DASPO a Pisa, o le inchieste sulle Grandi Opere e le battaglie per arrestarne la realizzazione sono controllo popolare.
Costruire il potere popolare, vigilare e prendere parola su tutto ciò che ci riguarda direttamente, rimettere al centro il lavoro (un lavoro degno ed equamente retribuito), mettere in sicurezza il territorio, smantellare il sistema degli appalti e delle esternalizzazioni e impedire l’accesso ai privati in settori cruciali (scuola, smaltimento rifiuti, sanità, accoglienza, etc.), significa ridurre le disuguaglianze, evitare speculazioni e contrastare efficacemente le organizzazioni criminali che avvelenano e distruggono la nostra terra, sottraendo loro bassa manovalanza, reti clientelari e occasioni per fare affari (è anche per questa ragione che sosteniamo la legalizzazione delle droghe leggere).
Per noi, ma per i tanti che sono intervenuti e che l’hanno ricordato, anche con altri nomi, oggi il controllo popolare è il primo passo per stimolare l’attivismo, la partecipazione, l’impegno di tutti, senza distinzioni.
È per questo, insomma, che crediamo e speriamo che il nostro compito non si esaurisca con le elezioni, ma che il lavoro che riusciremo a mettere in campo ci consegni, il giorno dopo le urne, un piccolo ma determinato esercito di sognatori, un gruppo compatto che continui a marciare nella direzione di una società più libera, più giusta, più equa.

Noi ci stiamo, chi accetta la sfida?

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[Monza, 1\12] Presentazione del libro “Storia di Ordine Nuovo”

Posted by PRC Muggiò su martedì 21 novembre 2017

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Il percorso continua!

Posted by PRC Muggiò su venerdì 17 novembre 2017

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SABATO 18 NOVEMBRE – ORE 11 – ROMA, TEATRO ITALIA (via Bari, 18)
ASSEMBLEA PER COSTRUIRE UNA LISTA POPOLARE ALLE PROSSIME ELEZIONI!
PARTECIPIAMO, DIFFONDIAMO!

qui il video messaggiomessaggio di lancio: https://www.facebook.com/exopgjesopazzo/videos/1262643900508937/
Di seguito l’appello:

Noi non facciamo i politici di mestiere, non abbiamo niente da perdere, quindi scusateci se parleremo schietto. Ci rivolgiamo a tutta l’Italia, a questo paese che sta scivolando nel risentimento, nell’imbroglio e nella violenza, nel cinismo e nella tristezza, e che però è pieno di gente degna, che resiste ogni giorno, che mantiene dei valori.

Ci chiediamo: perché non possiamo sognare? Perché noi giovani, donne, precari, lavoratori, disoccupati, emigrati ed immigrati, pensionati, perché noi che siamo la maggioranza di questo paese dobbiamo essere rassegnati, ingannati dalla politica, costretti ad astenerci o votare il meno peggio?

Perché dobbiamo emigrare, perché dobbiamo accettare di essere umiliati per un lavoro, perché dobbiamo farci venire l’ansia per far quadrare i conti della famiglia, perché ci dobbiamo nascondere se pensiamo cose diverse da quelle razziste e inumane urlate ogni giorno in TV? E perché se siamo donne dobbiamo accettare disuguaglianze ed umiliazioni ancora più gravi, molestie, violenza verbale e fisica?

Perché non possiamo sognare di migliorare tutti insieme la nostra condizione, di prenderci diritti e salari decenti, di poter vivere una vita collaborando con il prossimo?

Noi dopo aver subito dieci anni di crisi siamo stufi, non ce la facciamo più. Dopo anni, ed evidenti prove, abbiamo la piena consapevolezza che nessuna delle forze politiche attuali ci può rappresentare. Le loro differenze sono tutte un teatrino. Sembrano litigare ma poi in fondo sono tutti d’accordo, e nei fatti per noi non cambia niente. Anche perché non vivono le nostre condizioni.

Nessuna delle forze politiche dice: la gente ha fame, prendiamo i soldi dai ricchi che in questi anni se ne sono messi in tasca tanti, facciamo una vera patrimoniale, recuperiamo la grande evasione. Oppure: togliamo soldi alle spese militari e assumiamo giovani da mettere a lavoro per sistemare scuole, ospedali, territori, visto che abbiamo un paese che cade a pezzi. Aboliamo Jobs Act e contratti precari, lanciamo un programma di investimenti pubblici, disobbediamo a Fiscal Compact e ai tagli dei servizi…
Non lo dicono e quando pure un po’ lo dicono non lo possono fare, perché hanno tutti dei buoni rapporti da salvare, con le banche e con Confindustria. Per questo parlano, parlano. Solo noi non possiamo parlare mai. A noi ci hanno chiuso fuori dal teatrino. Ma se noi che siamo esclusi ci organizzassimo? Se saltassimo sul palco?
È una cosa da pazzi, però, visto che nessuno ci rappresenta, rappresentiamoci direttamente!

Inutile aspettare che qualcuno ci venga a “salvare”. L’ultimo tentativo del genere è stato quello iniziato a giugno da Falcone e Montanari, sostenuti da diverse forze partitiche. Tentativo che ha ripetuto tutti gli schemi fallimentari della sinistra degli ultimi dieci anni, anzi peggio. È iniziato facendo parlare Gotor di MDP, cacciando dal teatro chi osava contestare D’Alema, ed è continuato in una marea di chiacchiere sterili, inseguendo Pisapia e vedendosi in segrete stanze, finché da quel teatro non sono stati cacciati proprio tutti. Perché rischiavano di decidere troppo. Rischiavano di fare una cosa troppo a sinistra.

Ecco, siamo stanchi di tutte le cose “un poco” a sinistra, di ambiguità, di mezze parole. Bisogna parlare chiaro, anche perché non c’è tempo. Dobbiamo organizzarci e usare questi mesi di campagna elettorale per parlare fra di noi, per parlare di noi, per gridare tutti insieme, per far esistere un messaggio di riscossa agli occhi di milioni di persone, perché noi esistiamo già, nei territori, nei quartieri popolari, nelle università e quotidianamente mettiamo a disposizione tempo ed energia per provare a costruire qualcosa di nuovo dal basso. E magari anche per divertirci, perché la situazione è tragica, ma lottare è bello, ti fa progettare, ti ridà un futuro, ti regala momenti di gioia

Ci hanno detto che per fare le cose ci vogliono raccomandazioni, soldi, mezzi. Ma ce l’hanno detto per scoraggiarci, o per farci andare con loro… Non è vero! Anche una persona da sola può fare la differenza, può salvare delle vite, può rendere il suo quartiere migliore. E mille persone pulite e determinate possono cambiare un paese.
Quindi iniziamo da qualche parte. E iniziamo per non smettere, per costruire qualcosa che vada da qui a cinque, a dieci anni. Ricominciamo a pensare di poter fare la storia! Perché non possiamo sognare, e realizzare un poco alla volta questo sogno?
Ci vediamo a Roma sabato 18 novembre, alle 11, al Teatro Italia. Bisogna sognare!

 

 

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“Il prevedibile fallimento del Brancaccio e le conseguenze da trarre”. Intervento di Domenico Moro

Posted by PRC Muggiò su mercoledì 15 novembre 2017

Il percorso partito dal teatro Bancaccio e che avrebbe dovuto dar luogo a una lista di sinistra alternativa al Pd, mettendo insieme la società civile e un ampio spettro di forze da Mdp a Sinistra italiana, Possibile e Partito della rifondazione comunista, è fallito. Mdp, Si e Possibile si sono riuniti per elaborare un loro documento escludendo Rifondazione, la quale ha valutato i contenuti del suddetto documento non coerenti con la formazione di una lista alternativa al Pd. A questo punto, Anna Falcone e Tomaso Montanari, i due promotori della assemblea del Brancaccio, hanno annullato l’assemblea prevista per il 18 novembre.
L’impasse era tutt’altro che imprevedibile. Ma quali ne sono le ragioni? Tomaso Montanari le rintraccia nella contrapposizione tra la forma partito e la società civile. In pratica i partiti, tutti i partiti che hanno partecipato al Brancaccio, avrebbero schiacciato le esigenze e la spontaneità della società civile. Si tratta di una posizione tutt’altro che nuova. Sono più di due decenni che si contrappongono i partiti alla società civile. In modo alquanto schematico, i primi sono identificati con il male, la seconda con il bene. I primi sono il vecchio, la “casta”, sempre corrotta e da rottamare, la seconda il nuovo da far emergere. Tuttavia, in questi anni, abbiamo visto come sono andate le cose e quale prova di sé abbiano dato la società civile e il nuovo (di solito rapidamente divenuto obsoleto) allorché si siano trasformati in classe politica.
Secondo Montanari, il punto sarebbe quello di non versare “vino nuovo in otri vecchi e compromessi”. A questo scopo si proponeva una lista organizzata con quote che garantissero “otri nuovi”: 50% di donne, 30% di under 40 e un 50% di candidati mai stati in Parlamento. La questione in realtà andrebbe rovesciata: siamo sicuri che al di là degli otri il vino sia veramente nuovo?
C’è un problema di contenuti che viene molto prima dei nomi, del genere, della generazione e delle esperienza pregresse dei candidati. Dietro il fallimento del Brancaccio ci sono differenze di più ampia portata che ben difficilmente si sarebbe potuto ricomporre. Ad ogni modo, si sarebbe dovuto parlare di nomi e di candidature solamente dopo avere chiarito l’orientamento di fondo e definito un programma preciso, come del resto si dovrebbe fare sempre, legando le persone a obiettivi e posizioni politiche. In effetti, si preferisce fare altrimenti, lasciando i programmi e l’orientamento generale nel vago.
Se l’Arcobaleno e Rivoluzione civile hanno clamorosamente fallito, non è stato certo per colpa della forma partito, ma per altre ragioni, spesso opposte. Tra di esse ci sono il fallimento dei governi di centro-sinistra e l’incapacità di fare chiarezza sull’orientamento di fondo, illudendosi che la deideologizzazione e il superamento della forma partito organizzata e di massa o l’intervento della società civile potessero colmare la mancanza di un profilo e di un posizionamento chiari e adeguati alla realtà che si trasforma.
Il punto di fondo sta nel fatto che Mdp è una forza che ha una provenienza e un posizionamento sociale e politico preciso. Il settore dei transfughi dal Pd che gli ha dato vita non è certamente reduce da un lungo percorso di posizioni di sinistra e di battaglie a favore del mondo del lavoro salariato e della democrazia, che sarebbero state vanificate soltanto dall’avvento del marziano Renzi. Chi oggi fa parte di Mdp ha giocato per vent’anni un ruolo di protagonista nella ideazione e nella applicazione delle controriforme neoliberiste: precarizzazione del lavoro (da Treu in poi), privatizzazioni, esternalizzazioni dei servizi pubblici, aumento dell’età pensionabile, senza contare la partecipazione a operazioni di guerra all’estero, compreso il bombardamento della Serbia. Soprattutto il settore ora in Mdp è stato tra i maggiori interpreti della integrazione e dei trattati europei, applicando in modo rigido l’austerity e la disciplina di bilancio, che hanno strozzato l’economia italiana. Il governo di Monti, con cui l’Europa del capitale finanziario ha commissariato il nostro Paese e che è stato tra i peggiori (se non il peggiore) della storia repubblicana, è stato sostenuto dal Pd quando il segretario era Bersani, cioè chi ha fondato Mdp. Insomma la bandiera della sinistra è stata abbandonata ben prima che arrivasse Renzi. Invece, sembra che il problema per Mdp (e per una parte della sinistra fuori dal Pd) sia soprattutto Renzi. Però, Renzi non cade dal cielo e, se si è affermato in così breve tempo, è solo perché ha potuto inserirsi all’interno di un solco già tracciato.
Dunque, come è possibile pensare a una alleanza con un forza del genere mantenendosi al contempo coerenti con una impostazione non dico anticapitalista, ma almeno antiliberista, non dico di uscita dall’euro, ma almeno di critica ai trattati europei, di superamento dei vincoli di bilancio? Come è possibile mantenere una credibilità e quindi avere una capacità di attrazione verso milioni di lavoratori, molti dei quali astenutisi nelle ultime elezioni? Ma soprattutto, come è possibile pensare di porre le basi per la ricostruzione della sinistra in Italia, che sicuramente va ben oltre le prossime elezioni, se si riproducono per l’ennesima volta alleanze che sono un pateracchio?
Il documento Mdp-Si-Possibile è volutamente vago, con l’uso di frasi genericamente di sinistra che non individuano alcun nodo preciso, come, ad esempio, l’abolizione della legge Fornero e dell’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, e la revisione dei trattati europei, in particolare nell’aspetto dei vincoli al deficit e al debito. In effetti, l’obiettivo dell’Mdp non è l’alternatività al Pd, per quello che rappresenta dalla sua fondazione, ma l’alternatività a Renzi. La stessa scissione di Mdp è un modo per modificare dall’esterno i rapporti di forza all’interno del gruppo dirigente del Pd, vista l’impossibilità di farlo dall’interno. L’orientamento strategico di Mdp è di rieditare, in una forma o nella altra, il vecchio centro-sinistra. Inoltre, si sta lavorando su accordi elettorali (nell’uninominale) e sono possibili anche alleanze post-elettorali con il Pd di Renzi, che potrebbe essere ricondotto a più miti consigli dalla perdita di consensi e dalla doppia minaccia grillina e berlusconiana. Per questa ragione un percorso come quello del Brancaccio, con la presenza di Rifondazione e di altre realtà associative, non si confaceva ai progetti di Mdp, che, con il miraggio di poter rientrare in Parlamento, è riuscito a portare sulle sue posizioni Si e Possibile.
I ragionamenti machiavellici di certi sottili ingegni, però, fanno i conti senza l’oste, rappresentato nel nostro caso dalla realtà sociale e economica. Le elezioni siciliane in questo senso sono state significative della debolezza del progetto di Mdp in un contesto di forte mobilità elettorale e astensionismo. Non solo la Sicilia, anche l’Italia e l’Europa di oggi non sono quelle degli anni ’90 e neanche quelle del 2006, quando il centro-sinistra vinse le elezioni. Già allora quella formula si rivelò incapace di rappresentare le istanze delle classi subalterne. Ora, è ancora più assurdo riproporla. La crisi strutturale del capitale e il modo in cui le istituzioni europee hanno scelto di affrontarla hanno devastato la società europea, recidendo i legami tra una parte crescente delle classi subalterne e i tradizionali partiti di sinistra. Milioni di lavoratori, precari e disoccupati europei si astengono o votano per forze di destra, o di estrema destra. La tradizionale sinistra del Partito socialista europeo, fedele sostenitrice dell’integrazione europea, ne è uscita distrutta o duramente ridimensionata. Partiti con una lunga tradizione, come il Partito socialista francese o greco, non esistono più, altri, come i socialisti spagnoli e i socialdemocratici tedeschi, sono stati drasticamente ridimensionati.
I nodi del Brancaccio ora sono venuti al pettine, e questo è un bene. Purché si traggano le necessarie conseguenze da quanto accaduto. Non si può prescindere dai contenuti, e cioè da un posizionamento e da un orientamento generale adeguato a una realtà nuova e difficile. Non bisogna perdere altro tempo né con alchimie politiche né con alleanze innaturali, che minerebbero definitivamente la credibilità di chi continua a lottare per una alternativa all’esistente, pregiudicando la possibilità di intraprendere un percorso di ricostruzione della rappresentanza politica del lavoro salariato e dei subalterni, che di necessità sarà lungo, e che non permette scorciatoie solo apparentemente facili e promettenti di risultati.
Bisogna, al contrario, costruire una rete di relazioni, tra forze politiche, associazioni, movimenti, che porti a una coalizione effettivamente di sinistra, unificata non sull’obiettivo di superare uno sbarramento elettorale, ma sulla condivisione di un orientamento generale e di pochi punti programmatici chiari e precisi: il lavoro in primo luogo e poi la sanità, le pensioni, la pace e l’opposizione alla guerra. E, soprattutto, l’alternatività al primato del capitale e del mercato autoregolato. Ma non è possibile parlare di lavoro, di difesa del welfare, di nuovo intervento statale in economia e, quindi, di applicazione della Costituzione senza riconoscere che questa è stata quantomeno intaccata ed ora è ingabbiata dai trattati e dal processo di integrazione europea, che ha svolto un ruolo del tutto funzionale al grande capitale europeo, incluso quello italiano. È, dunque, tra le forze che individuano questo discrimine – il superamento dei trattati e dell’attuale assetto europeo – che bisogna cercare gli interlocutori per costruire una alternativa al Pd e alla destra.

*componente del Comitato politico nazionale del Prc

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Bisogna ricordare sempre che il marxista non è una macchina automatica e fanatica, diretta come un siluro, mediante un servomeccanismo, verso un obiettivo determinato […] Chi ha detto che il marxismo significa non avere anima, non avere sentimenti? Se fu proprio l’amore verso l’uomo ciò che generò il marxismo […] ciò che fece sì che dalla mente di Carlo Marx sorse il marxismo, quando precisamente poteva sorgere […] la necessità storica della quale fu interprete Carlo Marx. Ma chi lo fece essere questo interprete, se non la causa di sentimenti umani di uomini come lui, come Engels, come Lenin? CHE GUEVARA

Posted by PRC Muggiò su lunedì 13 novembre 2017

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No Brancaccio, le reazioni. Paolo Ferrero: “Crediamo che una lista di sinistra debba essere di sinistra e frutto di un percorso democratico”

Posted by PRC Muggiò su lunedì 13 novembre 2017

Leggo che Falcone e Montanari hanno sconvocato l’assemblea del 18 che avrebbe dovuto proseguire il percorso cominciato con l’assemblea del Brancaccio. Leggo che Montanari da la colpa ai partiti, ovviamente distribuita un po’ di qua e un po’ di la… Alla veneranda età di 57 anni mi sono un po’ annoiato di questa ignavia: L’unica colpa di Rifondazione Comunista è quella di aver creduto che le cose dette al Brancaccio fossero vere. Effettivamente crediamo che sia necesario dar vita ad una lista unitaria di sinistra, antiliberista, in discontinuità con le politiche del centro sinistra e per questo che non veda candidati coloro che sono stati protagonisti dei governi di centro sinsitra negli ultimi trent’anni. Crediamo addirittura che candidati, leader, simboli, etc etc possano e debbano essere decisi in modi democratici, con il criterio “una testa un voto”, al di fuori delle segreterie dei partiti o di chi si autonomina rappresentante della società civile. Crediamo cioè che una lista di sinistra debba essere di sinistra e frutto di un percorso democratico. Lo pensavamo al Brancaccio e il nostro gravissimo errore è di continuare a pensarlo…
post del profilo Facebook di Paolo Ferrero

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“Blocchiamo il processo del Brancaccio. Per ripartire dopo più forti”. Intervento di Tomaso Montanari

Posted by PRC Muggiò su lunedì 13 novembre 2017

L’assemblea generale del percorso del Brancaccio convocata a Roma per sabato prossimo, 18 novembre, è annullata. Mi scuso personalmente con tutti coloro che, non di rado con sacrificio, hanno già acquistato il biglietto del treno o dell’aereo.E mi scuso con tutti i cittadini che sarebbero venuti a discutere la redazione finale del progetto di Paese che è uscito dalle Cento Piazze per il Programma.

Il fatto è che sono sparite una ad una, nelle ultime ore, le condizioni minime per tenere un’assemblea democratica e per pensare che l’itinerario del Brancaccio possa arrivare a raggiungere il suo scopo.

Ricordo quale fosse il progetto del Brancaccio, nelle parole della relazione di apertura che ho pronucniato nell’assemblea del 18 giugno: «Se fossimo convinti che la forma partito è sufficiente, oggi non saremmo qua: non si tratta di rifare una lista arcobaleno con una spruzzata di società civile. C’è forte l’esigenza di qualcosa di nuovo, e di qualcosa di più grande. Lo diciamo con le parole di Gustavo Zagrebelsky: è necessaria la “più vasta possibile unione che sorga fuori dei confini dei partiti tradizionali tra persone che avvertano l’urgenza del momento e non siano mosse da interessi, né tantomeno, da risentimenti personali: come servizio nei confronti dei tanti sfiduciati nella politica e nella democrazia”». Un’alleanza tra cittadini e partiti, dunque. Ma oggi sento il dovere di denunciare pubblicamente che i vertici dei partiti della Sinistra hanno deciso che, semplicemente, non vogliono questa unione più vasta possibile. Non vogliono questa alleanza con chi sta fuori dal loro controllo.

I segretari di Mdp, Possibile e Sinistra italiana hanno scelto un leader. E questo ha ‘risolto’ tutti i problemi: nella migliore tradizione messianica italiana.

Poi hanno lanciato un’assemblea, che si sta costruendo come una spartizione di delegati tra partiti, con equilibri attentamente predeterminati. E per di più un’assemblea che potrà decidere, sì e no, il nome e il simbolo della lista: ma non certo la leadership (scelta a priori, dall’alto e dal dentro), non il programma (collage di quelli dei partiti), non le liste (saldamente in mano alle segreterie). Un teatro, che copre l’obiettivo reale: rieleggere la fetta più grande possibile degli attuali gruppi parlamentari. Vorrei molto essere smentito: ma ho fortissimi argomenti per credere che, quando saranno note le liste, tutti potranno constatare che le cose stanno proprio così.

Certo non me lo auguro, ma temo che questa inerziale riedizione nazionale della coalizione che in Sicilia ha sostenuto Claudio Fava (per di più senza Rifondazione Comunista) non avrà un enorme successo elettorale.

È anche per questo che quella dei vertici di Mdp, Possibile e Sinistra italiana a me pare una scelta drammaticamente miope. Non è nemmeno più questione di ‘alto e basso’, o di ‘vecchio e nuovo’: la logica è quella per cui chi è ‘dentro’ il sistema della politica professionale si chiude ermeticamente verso chi è ‘fuori’.

È la logica del partito che garantisce se stesso. E il partito che è stato lasciato fuori dall’accordo, Rifondazione Comunista, ha reagito in modo identico. Dopo aver sostanzialmente preso in ostaggio l’assemblea provinciale del Brancaccio a Torino, Rifondazione ha fatto capire di voler fare altrettanto con quella del 18 a Roma: «prendiamoci il Brancaccio», si è letto sui social.

Non ci sono, dunque, le condizioni minime di lealtà e serenità per garantirvi che l’assemblea non si trasformi in un campo di battaglia tra iscritti a diversi partiti.

In quella assemblea avremmo voluto chiedere, pubblicamente e con forza, come ultima possibilità di una unione più vasta fuori dai confini dei partiti, l’adozione di un percorso veramente democratico (in cui fossero contendibili la leadership, il programma, i criteri di innovazione per le liste): quel percorso dettagliato che avevamo mandato ai responsabili di Mdp, Possibile e Sinistra italiana, senza peraltro ottenere risposta. Rifondazione Comunista (l’unico partito che a questo punto avrebbe partecipato all’assemblea) ci ha annunciato che, invece, avrebbe preteso di votare su una proposta incompatibile con il senso stesso del Brancaccio: e cioè quella di porre condizioni agli altri partiti, come se fossimo un’altra forza politica in cerca di alleanze.

E invece no: il Brancaccio non è una componente. È uno stile, un metodo, un modo di fare politica. Avrebbe avuto successo se fosse riuscito ad essere il motore di un’alleanza tra partiti e forze civiche, tra iscritti a partiti e cittadini senza tessera, non uno strumento per fare alleanze

A questo punto lo scopo del Brancaccio, lo scopo per cui vi avevamo convocati a Roma, è irraggiungibile in ogni caso: e non saremmo responsabili se non dicessimo che un’assemblea senza più nulla da decidere sarebbe solo un rissoso palcoscenico offerto all’impeto autodistruttivo dell’ultimo partito rimasto. L’unica cosa che potrebbe essere partorita ora, infatti, sarebbe una piccola lista di Rifondazione, riverniciata di civismo: ma il Brancaccio era un percorso per una vasta alleanza civica che tenesse insieme i partiti e andasse ben oltre. Qualunque risultato diverso da questo tradirebbe il mandato condiviso da tutti noi: non può e non deve finire con una seconda lista improvvisata, destinata all’irrilevanza e alla coltivazione del risentimento.

È per questo che oggi scendo dal famoso ‘autobus’. Lo avevo promesso a tutti voi, il 18 giugno: «questa ‘cosa’ nasce per ambire a percentuali a due cifre: perché ambisce a recuperare una parte dell’astensione di sinistra. E se dovesse ridursi a una lista arcobaleno con davanti le sagome della cosiddetta ‘società civile’ saremo i primi a dire che il tentativo è fallito». Ecco: oggi, lealmente, vi dico che è così.

Se almeno un successo possiamo riconoscerci è stato quello di aver parlato una lingua nuova, radicale, diretta.

Di aver saputo indicare con forza le contraddizioni insanabili del progetto che partì da Piazza Santi Apostoli il 1° luglio. Di aver denunciato la follia di un centrosinistra composto con il Pd; e di aver indicato con forza la necessità di un quarto polo di sinistra radicalmente alternativo a tutto il resto.

Ebbene, questa prospettiva è stata vincente: anche per merito della presenza inedita e indiscreta del Brancaccio. A dimostrarlo è il testo della ‘lettera di intenti’ che è stata sostanzialmente ‘imposta’ a Mdp, e alla cui redazione abbiamo contribuito in modo decisivo (nel pieno rispetto del mandato del 18 giugno: quello di verificare le condizioni per una lista unica e credibile).

Quel testo demolisce tutti i ‘risultati’ del centrosinistra, e anzi impegna a ribaltarli: delineando il profilo di una sinistra radicale in Italia.

Dopo questo indiscutibile successo, è però subito arrivata la totale chiusura sul percorso democratico e sull’innovazione delle liste.

E questo è per noi inaccettabile. Perché in un’assemblea costituita con metodo democratico, cioè veramente libera dal controllo dei partiti, avremmo chiesto con forza 4 vincoli: la presenza nei posti concretamente eleggibili della lista proporzionale di un 50% di donne; di un 30 % di under 40; di un 50% di candidati mai stati in Parlamento; e infine la non candidabilità di chi ha avuto ruoli di governo.

Sono sicuro che un’assemblea libera avrebbe considerato con interesse queste minime prove di credibilità. Prove di credibilità necessarie, perché se versi il vino nuovo in otri vecchi, e compromessi, accade quel che accade in queste ore: mentre si annuncia una forza politica di Sinistra alternativa al Pd, si legge che Bersani tratta in segreto con Renzi un’alleanza di fatto. Vero, falso? Un dilemma che non esisterebbe se la guida fosse rinnovata, e democraticamente scelta.

Ma non ci arrendiamo: la forza del manifesto su cui avrebbe potuto fondarsi una lista davvero nuova era la forza del progetto di Italia che è venuto fuori dalle cento assemblee del programma.

Quello che, nella nostra ingenuità, avremmo voluto discutere e approvare il 18: prima di essere travolti dall’onda del cinismo del ceto politico.

È per questo che ci impegniamo a restituirvi tutti i materiali che ci avete inviato, rifusi in un progetto unitario che potremo discutere pubblicamente, insieme, in un incontro che fisseremo nei prossimi mesi: per misurare su quel metro radicale i programmi delle liste che andranno alle elezioni.

E per ripartire da lì.

Perché vogliamo ripartire. Innanzitutto comprendendo fino in fondo i nostri errori.

Lo diciamo con sincerità: se non siamo riusciti a condurre in porto il nostro progetto non è solo a causa del cieco egoismo dei partiti.

Il 18 giugno avevamo detto: «C’è chi teme che i partiti controllino questo processo, come burattinai da dietro le quinte. Questo rischio esiste. E l’esito di questo processo dipende tutto da quanti saremo, e da quanto determinati saremo. Vogliamo costruire una vera ‘azione popolare’. Ma ci riusciremo solo se la partecipazione senza tessere sarà così ampia da superare di molte volte quella degli iscritti ai partiti. Una lista di cittadinanza a sinistra: questo vogliamo costruire».

Ebbene: non è stato così. Le nostre assemblee in tutta Italia sono state tante, bellissime, importanti. E non abbiamo parole per ringraziare tutti coloro che hanno investito il loro tempo e la loro passione in questa breve stagione di entusiasmo civico e politico.

Ma – noi due per primi – non siamo stati capaci di ‘travolgere’ i partiti suscitando un’ondata di partecipazione nuova e senza etichette. Se nessuno dei segretari di partito cui ci siamo rivolti ha compreso minimamente la vitale importanza di cedere sovranità a un progetto più grande, è stato perché il popolo della sinistra non li ha costretti a farlo con la forza della partecipazione.

Eppure – nonostante tutti questi fatali limiti – in questi mesi abbiamo sentito spirare un vento nuovo: in quanti ce lo avete detto, e scritto!

Ebbene, vorremmo che questo spirito, questo entusiasmo che non si vedeva da tanto tempo, continui a soffiare. Anzi vorremmo riuscire a contagiare più cittadini possibile.

Per questo abbiamo Anna ed io abbiamo costituito un’associazione, che si chiama Democrazia ed Eguaglianza, ed è in quella associazione che, subito dopo le elezioni, vogliamo riprendere il cammino, organizzandoci e moltiplicandoci.

Accogliendo tutti coloro che vorranno partecipare: donne e uomini, con o senza tessere politiche o associative in tasca. Ma senza un ruolo dei partiti come tali, e senza i loro apparati, questa volta: perché sbagliando si impara. Intendiamoci: tanti, anche nei partiti, si sono impegnati con generosità in questo percorso, convinti che la funzione delle proprie forze politiche fosse quella di convergere insieme a tutti gli altri in un unico spazio comune e democratico. Ma queste aspirazioni sono state tradite dai vertici di quegli stessi partiti.

Come dicono parole antiche, piene di saggezza profetica: «non apparteniamo oggi ad una città stabile: lavoriamo per costruire la città futura».

È dunque l’ora di costruire una Sinistra dal basso, una coalizione sociale e civica. Per costruirla sulle strade, nelle periferie, nelle povertà. Attraverso la reciprocità e la cooperazione. Per costruirla con la conoscenza, la critica, la capacità di accendere e collegare tanti fuochi di azione popolare. Per metterla in grado, quando sarà il momento, di riportare nei comuni e in Parlamento il popolo italiano. Per attuare la Costituzione, per rovesciare il tavolo delle diseguaglianze, per invertire la rotta.

Ora serve inevitabilmente un impegno di medio periodo: per questo c’è l’associazione, e ci sarà un nuovo cammino da affrontare insieme.

Ma il percorso, così come lo avevamo proposto al Brancaccio e discusso insieme, non c’è più. Questo non vuol dire che si debba cedere alla rassegnazione. Nonostante la situazione in cui siamo, in tante e tanti non hanno alcuna intenzione di mollare. Lo abbiamo capito dalla pioggia di messaggi queste ultime, difficili, ore: e anche di questa vi ringraziamo.

Dopo aver promosso assemblee, dato battaglia nei propri partiti, coinvolto esperienze civiche e comitati o lavorato con determinazione a far collaborare persone diverse in nome di un obiettivo comune, l’impegno di tante e tanti continua: perché solo le spinte dal basso possono modificare uno spartito già scritto, e sorprendere tutti.

Mentre la sinistra che già c’è continua il proprio cammino, purtroppo solitario, in tanti continueranno a dare battaglia nella società, nelle associazioni e anche nei partiti per invertire la rotta, e iniziare dar corpo e forza alla sinistra che non c’è ancora, e di cui questo Paese ha tremendamente bisogno.

Grazie a voi tutti, e scusatemi per tutti i miei errori e i miei limiti,

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In pensione a 70 anni?

Posted by PRC Muggiò su venerdì 10 novembre 2017

pensioni

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Il centrosinistra è morto, viva la Sinistra

Posted by PRC Muggiò su giovedì 9 novembre 2017

Simona Granati – Corbis via Getty Images

Con la franta, confusa, ombelicale cronaca politica delle ultime ore – e particolarmente con la lettura degli editoriali di stamane – è apparso via via più chiaramente un fatto: tutti si sono accorti che a sinistra c’è qualcosa di nuovo. Un’aggregazione di forze che pensa se stessa come alternativa a un Partito Democratico ormai alla deriva, e irrimediabilmente a destra.

La notizia è che è saltato il cosiddetto “centrosinistra”. Si andrà alle elezioni con quattro poli alternativi: la Destra, i 5 stelle, il Pd e – finalmente – la Sinistra.

E la Sicilia dimostra che l’argomento del voto utile è spuntato, in mano a Renzi: perché è chiaro che per fermare la Destra bisognerebbe semmai che la Sinistra sommasse i propri voti a quelli dei 5 Stelle. Ed è di questa difficile somma che, con ogni evidenza, bisognerà discutere.

Ma ritorniamo per un attimo a qualche mese fa, all’inizio dell’estate.

Il 18 giugno, al Teatro Brancaccio di Roma, partiva un percorso politico senza padroni, senza media alleati, senza mezzi. Un percorso da outsider. Ne facevano parte singoli cittadini senza tessera (come me e Anna Falcone), ma anche partiti: Sinistra Italiana, Possibile, Rifondazione Comunista l’Altra Europa e altri. Tutti insieme quel giorno abbiamo detto: occorre una lista unica che rompa con il centrosinistra e con il Pd. Per parlare un’altra lingua.

Pochi giorni dopo, il primo luglio a Piazza Santi Apostoli, si riuniva uno schieramento ben più possente, almeno mediaticamente. Imperniato su Mdp e “guidato” dall’oracolare Giuliano Pisapia. Con tutti gli insider giusti. La linea, lì, era l’opposta: ci vuole un nuovo centrosinistra, che si allei con il Pd per condizionarlo.

Ebbene, oggi tutti insieme (forse persino Pisapia, e ne sarei felice) diciamo le cose che furono dette al Brancaccio: il centrosinistra è morto ed esiste una Sinistra con un suo progetto di Paese.

Dunque, va tutto bene? Naturalmente no: diffidenze reciproche, profonde e oggettive diversità, le eredità di storie lontane non spariscono in un giorno. I nodi che andranno sciolti sono moltissimi. Ne elenco cinque.

Il primo nodo: non sono state coinvolte tutte le forze disponibili, a partire da Rifondazione e Altra Europa. È stato un errore: bisogna rimediare subito. Il progetto deve essere aperto a tutti coloro che lo condividono.

Il secondo nodo: bisogna scrivere un programma comune. Ieri è filtrato un testo su cui – faticosamente – si era appena raggiunto un accordo. Non è un programma: il Brancaccio varerà il suo (costruito dal basso, in cento piazze d’Italia) nell’assemblea del 18, Mdp lo ha presentato ieri in coda a quel testo comune, Possibile ha da tempo un bel Manifesto, Sinistra Italiana una fitta rete di idee e progetti.

Bisogna trovare i modi per costruire e approvare insieme un programma comune che parta da tutti questi progetti, e li tenga insieme. E non sarà un percorso facile. Ma se ne faremo un confronto di idee, aperto e trasparente, sarà una grande occasione per mostrare una altra idea di Italia. Dobbiamo riuscirci, decidendo subito come fare.

Oggi, comunque, vorrei rivendicare alcuni tratti davvero innovativi del piccolo manifesto trapelato ieri: cinque cartelle esatte, diecimila battute. Un testo pieno di limiti, certo.

Ma anche non privo di forza: perché io credo che dire un no radicale al Jobs Act, alla Buona Scuola, allo Sblocca Italia; dire no alle Grandi Opere (a partire dal Tav) e sì al consumo di suolo zero; dire no alla cultura mercificata, siano affermazioni assai forti e chiare. Affermazioni incompatibili non solo la politica di destra di Renzi, ma anche con quella di un Pd senza Renzi, o del centrosinistra degli ultimi vent’anni e perfino con la politica attuale di alcuni esponenti di partiti che pure sottoscrivono quello stesso manifesto (per essere chiari, con un singolo esempio: da ieri è evidente che l’obbrobrio del nuovo aeroporto di Firenze è fuori da questa linea politica). E ora bisognerà essere coerenti: fino in fondo.

Gli addetti ai lavori, i militanti appassionati – e io tra loro – avrebbero preferito leggerci, in chiaro: “Si rompe con il centrosinistra, nasce una sinistra alternativa”. Ma è proprio questa la morale ineludibile di quel testo, per chiunque sia intellettualmente onesto: una morale compresa fino in fondo (e per questo duramente attaccata) sui giornali di oggi.

Il terzo nodo: il percorso. Bisogna decidere – insieme, trasparentemente e in fretta – quale percorso intraprendere per prendere le decisioni. Un’assemblea, certo. Ma composta come? Per delegati eletti, o aperta a tutti coloro che sottoscrivono il manifesto? Bisogna decidere, puntando sul massimo di partecipazione. E deve essere chiaro che l’assemblea sarà sovrana sul programma, sui criteri per fare le liste, sulla leadership.

Il quarto nodo: la leadership, appunto. Che non può essere calata dall’alto. Né può essere maschile singolare. Deve essere plurale, capace di tenere insieme i generi e le generazioni. La maledetta legge elettorale voluta da tutte le destre obbliga a indicare un “capo”, letteralmente. E dunque ci dovrà essere anche un nome singolo: condiviso, autorevole, capace di coordinare senza comandare. Ma dentro una struttura plurale.

Il quinto: le liste. Esse dovranno dimostrare con plastica evidenza il rinnovamento. Nessuno pensi ad una operazione per rimpiazzare a Palazzo l’attuale ceto politico. Personalmente chiederò in ogni sede che almeno il 50% delle liste sia composto da persone che non hanno mai fatto politica attiva (e qua devo ricordare che io non mi candiderò!). Certo, poi, bisognerà trattare, confrontarsi, accettare una mediazione: è la logica di una lista comune tra diversi: ma se il risultato non sarà innovativo, non lo legittimeremo, e anzi scenderemo dall’autobus, anche fragorosamente.

Dunque, i nodi sono tanti e sono davvero intrecciati. Non so come finirà. Ma dobbiamo provarci.

Molti amici e compagni mi scrivono che non se la sentono di andare avanti su questa strada stretta. Lo capisco: le cicatrici accumulate in anni di tentativi generosi sono tante. Tante da impedire ormai quasi qualunque movimento in avanti. Per ragioni generazionali e per la mia storia personale, non ho vissuto molte di queste storie. È certo un limite: mi manca un lucido pessimismo. Vorrei, però, provarci: fino in fondo, insieme a tante e a tanti che non si rassegnano all’astensione.

E ricordando che, nella battaglia referendaria, abbiamo difeso un modello parlamentare: cioè di mediazione e di compromesso (che non è l’inciucio). Se non crediamo al leaderismo e all’imposizione, non possiamo poi rifiutarci di trattare. Ovviamente chiarendo bene i limiti di ciò che si può e di ciò che non si può trattare. E ricordando che gli elettori che aspettano di votare qualcosa di sinistra sono molti, molti di più dei militanti stanchi, diffidenti, sfiduciati.

Mi permetto, infine, di ricordare quanto scrivevo in apertura: oggi, pur tra mille difficoltà, la notizia è che il progetto del Brancaccio ha prevalso: ha vinto, se vogliamo usare un lessico antipaticamente marziale.

La notizia è che è finita la stagione del centrosinistra, ora è possibile un progetto di Sinistra.

Il manifesto comune uscito ieri dice che:

“Il cambiamento e l’alternativa rispetto alle politiche degli ultimi anni sono la cifra fondamentale di questo progetto, il cui obiettivo è dare sostanza ai valori di eguaglianza, inclusione, giustizia sociale”.

Bene: io mi riconosco in questa strada, fino in fondo.

È del tutto evidente che questa lista unica (o questa coalizione tra due liste, lo vedremo) non è quella forza politica nuova, capace di rovesciare il tavolo delle diseguaglianze, che abbiamo provato a tratteggiare dal 18 giugno in poi. Quella verrà poi: dovrà venire. E non potrà che venire da un lungo lavoro capillare sul territorio (quello che fa Casa Pound, e che la Sinistra ha smesso di fare). Ma l’appello del Brancaccio era, intanto, per una lista unica a sinistra del Pd (un appello senza subordinate, e senza “piano b”): e la strada per provarci è oggi solo questa.

Personalmente proverò a percorrerla senza smettere di dire, impoliticamente, la verità.

Per capire perché questo è vitale (anche se magari inopportuno), bisogna rileggere un libro del passato straordinariamente capace di spiegare il presente, l’Orologio di Carlo Levi. In una sua meravigliosa pagina si legge una profetica descrizione di ciò che succede oggi (o meglio, una lucida constatazione di ciò che succede sempre, da allora ad oggi; e quell’ ‘allora’ si riferisce alla caduta del governo Parri, alla fine del 1945):

“… era uno di quei momenti in cui i destini di ciascuno pendono incerti; in cui gli abilissimi politici meditano sulle forze in campo e preparano mosse astute in un loro complicato gioco di scacchi, che essi sono destinati, in ogni modo, a perdere – perché il solo modo di vincere sarebbe di trovare quella parola che, suscitando forze nuove, buttasse all’aria la scacchiera e trasformasse il gioco in una cosa viva. Sarebbe stata detta, questa parola?”.

Ecco, credo che il compito di chi si riconosce nel percorso del Brancaccio sia proprio quello: provare a dire – con umiltà e amore – quella parola.

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ATTI VANDALICI, FASCISMO E POLITICA. SE SOLO SI CONTASSE FINO A 10 PRIMA DI PARLARE …

Posted by PRC Muggiò su martedì 31 ottobre 2017

Il 24 ottobre esce sul Giornale di Monza un articolo sugli atti di vandalismo in via De Gasperi. Nel danneggiare le auto parcheggiate spuntano in maniera inquietante alcune svastiche incise da chi ha commesso il raid vandalico.

Il fatto in quanto tale è grave, ma viene aggravato inoltre dai simboli nazisti che non è dato sapere se siano un espediente per depistare una intimidazione di stampo malavitoso piuttosto che per evidenziare una esplicita minaccia politica a qualche residente della zona.

Ebbene, come commenta l’accaduto la destra tramite le parole dell’ex Sindaco Zanantoni?
Il fatto “può essere derubricato in una ragazzata” dice nel suo intervento.

A noi – e a molti altri – non sembra proprio una ragazzata danneggiare auto e incidere SVASTICHE.

Ma è politicamente curiosa la lettura ed il peso che viene dato ad avvenimenti equivalenti che accadono sul nostro territorio a distanza di sole poche settimane.

Oggi per via De Gasperi, dove l’evidenza indirizza alla destra neo fascista, si sminuisce mentre ieri, sul Giornale di Monza del 19 settembre, quando si trattava di commentare l’imbrattamento “apparentemente” anarchico del monumento in piazza Cossetto, si lanciava in ardite speculazioni ed accuse sulla sinistra muggiorese (ovviamente estranea ai fatti!).

Così per piazza Cossetto si arrovellava nel’amletico dubbio: “questa è la democrazia?” e, trovando una pronta risposta nelle incontrovertibili responsabilità della sinistra si lanciava arditamente in una impressionante serie di accuse:

1) essere nemica della democrazia
2) mettere a repentaglio la libertà di espressione
3) avere un livello culturale “pari a zero”
4) violare la memoria dei caduti e mettere a tacere le idee della Destra
5) avere assoluta impunità
6) essere – indirettamente – responsabile dell’atto di vandalismo.
E lamentava ancora che Sinistra e Amministrazione perdevano tempo nel discutere come impedire ai nuovi fascismi di occupare gli spazi democratici e pubblici.

L’elenco delle accuse presenti in quella intervista si commenta da solo.

Per quello che ci riguarda, politicamente, di fronte ad un doppiopesismo così smaccatamente proclamato alla stampa, rileviamo che la mozione antifascista approvata dal Consiglio Comunale di Muggiò ha per oggetto FATTISPECIE DI REATI e comportamenti antidemocratici che devono essere perseguiti dalle istituzioni e dai cittadini che hanno a cuore i valori costituzionali fondativi, ne esce quindi rafforzata e diviene più impellente per contrastare nuovi e vecchi fascismi.

Per quanto riguarda invece comportamenti criminosi di qualsiasi natura, tra cui a maggior ragione quelli fascisti, aspettiamo fiduciosi il compimento delle indagini ed il perseguimento dei responsabili… ma non possiamo esimerci dal dire che ci fa pena quella destra interessata solo a gettare fango sugli antifascisti – minimizzando gli atti della destra fascista e razzista – per crearsi un vergognoso consenso elettorale.

zanantoni

svastica

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Solidarietà e vicinanza alle lavoratrici ed ai lavoratori della Canali di Carate Brianza e a tutte/i coloro che lottano per la difesa del posto di lavoro.

Posted by PRC Muggiò su giovedì 26 ottobre 2017

pugno_chiuso_salutoOltre 130 licenziamenti alla Canali Spa di Carate Brianza.

Senza preavviso, senza avvisaglie, se non un periodo concordato di assegno di solidarietà e alcune riduzioni orarie.

L’azienda chiude, sprezzante del dialogo aperto nei mesi precedenti coi sindacati.

L’ennesimo “omicidio sociale” in Brianza, cui si aggiunge sia la beffa del finanziamento europeo milionario per lo stabilimento K-Flex polacco, costato il posto di lavoro per quasi 200 dipendenti, sia gli esuberi annunciati da Nokia.

Le tensioni sociali sono alle stelle, anche nel territorio della Brianza, dove produttività e rendita superano gli standard.

Tensioni alimentate dal governo che – con la ridicola legge di bilancio appena varata – non interviene per risolvere di netto il problema della povertà e dell’instabilità, non investe su welfare e diritti. Dopo il Jobs Act sembra di leggere la trama del solito film: abbassare il potere contrattuale dei lavoratori, impoverendoli, per favorire fantomatici investimenti delle aziende sul territorio.

La pazienza ha un limite.

Lo Stato intervenga assieme a tutte le istituzioni locali: se la Repubblica è davvero fondata sul lavoro si faccia qualcosa, si impediscano le delocalizzazioni, si nazionalizzino i settori produttivi, si elimini la povertà e la precarietà, si crei lavoro!

Occorre pianificare e investire per invertire la desertificazione produttiva, manifatturiera e industriale del territorio, per contrastare la disgregazione dei rapporti sociali.

I sindacati di base sono in fibrillazione e hanno proclamato lo sciopero generale, anche il leader CGIL ha rispolverato la parola “sciopero” dal vocabolario: noi non ignoriamo questi segnali e sosterremo le legittime rivendicazioni e proteste del mondo del lavoro.

Partito della Rifondazione Comunista

Federazione di Monza e Brianza

via Borgazzi 9, Monza 20900

www.brianzapopolare.it

Monza, 19 ottobre 2017

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I lombardi snobbano Maroni. Dimostrata la inutilità del referendum.

Posted by PRC Muggiò su martedì 24 ottobre 2017

maroni_berlusconi_referendum_tablet_lapresse_2017_thumb660x453Comunicato stampa:

Referendum autonomia: La Segreteria Regionale del Prc/SE Lombardia ha dichiarato: «I lombardi snobbano Maroni. Dimostrata la inutilità del referendum».

I lombardi hanno disertato il voto al referendum truffa di Maroni. Più del 60% si è rifiutato di prestarsi al gioco di un quesito generico, di una spesa inutile di soldi pubblici, organizzata nel solito modo clientelare e bugiardo.

Ha fatto flop anche il mito del voto elettronico, che oltre che togliere senso al controllo popolare delle schede tramite gli incaricati al seggio, ha rallentato le operazioni invece di semplificarle (ancora in questo momento non abbiamo i dati definitivi).

Il fallimento politico e organizzativo era nell’aria e Maroni ha cercato di attenuarlo abbassando la percentuale di votanti attesa: la base elettorale delle forze che appoggiavano il SI, dalla Lega a Forza Italia, a Fratelli d’Italia lombardi al centro destra di Albertini, a parte del PD guidata da prestigiosi sindaci ed al Movimento 5 Stelle non si è mobilitata per questa scadenza elettorale,la somma dei voti dei sì è molto inferiore ai voti presi alle regionali.

Il centro-destra dunque non è invincibile, per contrasti interni e soprattutto per come mette in pratica politiche neoliberiste condannando il suo stesso elettorato alla precarietà, alla solitudine sociale, all’assenza di welfare,  a una vita dove tutto deve essere pagato caro.

Di questa crisi è anche segnale la grande differenza di affluenza alle urne fra i territori. Il voto di Milano e dell’Hinterland ,di Pavia e di Mantova ci parlano di territori che non sono più affascinati dalla politica del «più mercato,meno stato», o da «padroni in casa nostra».

Il centro destra lombardo dunque non è invincibile,non scalda più i cuori della sua gente e stenta a convincerli delle sue avventure: si può contrastare e battere con una opposizione chiara e determinata, con la costruzione di una alternativa. Rifondazione Comunista lavora per costruirla nella società e nella rappresentanza politica.

Il tempo è ora.

 

Milano, 23 ottobre 2017

La Segreteria Regionale di Rifondazione Comunista/Sinistra Europea Lombardia

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Sanità Lombarda, l’eccellenza nella corruzione: da Daccò al Policlinico di Monza.

Posted by PRC Muggiò su lunedì 23 ottobre 2017

19/10/2017

di Annalisa Berlingheri

Sanità, eccellenza della Lombardia”, un mantra per Roberto Formigoni.
Vero e proprio fiore all’occhiello, da sbandierare ad ogni piè sospinto.
Il ciellino firmò delibere con indebiti rimborsi per 200 milioni agli amici della Fondazione Maugeri tra il 1997 e il 2011 e al San Raffaele tra il 2001 e il 2011, in cambio ottenne 8 milioni di benefit, come l’uso di yacht, vacanze e una villa in Sardegna che è stata per metà sequestrata, per un valore di oltre 6,6 milioni di euro.

Parte dei soldi della Regione finivano sui conti del faccendiere Pierangelo Daccò, al quale sono stati confiscati 23 milioni di euro, sequestrati anche 15,9 milioni all’ex assessore Nicola Simone e 8 milioni all’ex direttore amministrativo della Fondazione Maugeri, Costantino Passerino.

Accusato di corruzione, Formigoni è stato condannato in primo grado a 6 anni e a 6 anni d’interdizione dai pubblici uffici; Daccò a 9 anni e 2 mesi; Simone a 2 anni e 2 mesi; Passerino a 7 anni, Carlo Farina a 3 anni e 4 mesi.

L’inchiesta della Procura di Milano favorì il ricambio a Palazzo Lombardia.
La presidenza passò alla Lega Nord con Roberto Maroni che nominò suo vice il berlusconiano Mario Mantovani.
Peccato che due anni e mezzo dopo, Mario Mantovani, assessore alla Salute e sindaco di Arconate, venga arrestato, per reati commessi tra il 6 giugno 2012 e il 30 giugno 2014. L’accusa è concussione, corruzione aggravata, turbativa d’asta. L’arresto avviene poche ore prima che il politico apra a Palazzo Lombardia il Convegno “Legalità e trasparenza”.

Turbativa d’asta del valore di 11 milioni e l’affidamento del servizio di trasporto di soggetti nefropatici sottoposti a trattamento dialico a favore di Croce Azzurra Ticinia Onlus di Giovanni Tomasini” , l’inchiesta coinvolge anche l’assessore all’Economia della Regione Lombardia, il leghista Massimo Garavaglia.

Le accuse a Mantovani riguardano anche altri fatti: la vicenda di 150 ragazzi terremotati della provincia di Mantova, ospitati dalla Cooperativa Serenitas – che fa riferimento a Mantovani – nell’ambito dell’inziativa “Un mare di solidarietà”,
il bizzarro screening sanitario gratuito disposto dalla Asl Milano 1 per gli studenti arconesi (di Arconate, Mantovani è sindaco – ndr) , screening che avviene in piena campagna elettorale del maggio 2014.
L’inchiesta porta al sequestro di una corposa documentazione oltre che nell’abitazione e nei molti uffici del politico del Pdl ad Arconate, a Milano, Pavia, Varese, Vercelli e Rimini.
All’arresto di Mantovani, indagato Garavaglia, segue quello di Fabio Rizzi (Lega Nord), presidente della commissione sanità di Regione Lombardia, arrestato assieme a Maria Paola Canegrati per le turbative d’asta del settore odontoiatrico.

La Canegrati quale amministratrice di un complesso sistema societario attivo nel campo dell’odontoiatria e ortodonzia di cui fanno parte tra le altre, la Servicedent srl, la Elledent srl, la Sytcenter srl procurava, attraverso turbative d’asta la corruzione degli associati Fabio Rizzi e Mario Longo e la corruzione di funzionari pubblici preposti alla gestione dei servizi di odontoiatria affidati in service ai privati delle singole aziende ospedaliere nonché la stipulazione di vantaggiosi contratti con strutture sanitarie private e private convenzioni con il Servizio Sanitario Nazionale”, scrive il Gip Federica Centonze nell’ordinanza.

Fabio Rizzi – aggiunge il giudice delle indagini preliminari -. otteneva quantomeno parte delle spese relative alla campagna elettorale per la consultazione del 24 e 25 febbraio 2013 che ha portato all’elezione dello stesso al Consiglio Regionale della Lombardia e, assieme a Longo tramite la società Spectre srl, le cui quote sono detenute dai predetti tramite intestazione fittizia – otteneva profitti derivanti dalla partecipazione del 50 per cento della società Sytcenter srl riconducibile alla Canegrati ed al pagamento agli stessi della somma di 50 mila euro in occasione della vendita a terzi da parte della Canegrati delle quote del suo gruppo”.

L’inchiesta della Procura di Monza affidata al sostituto procuratore Manuela Massenz prende le mosse dalla segnalazione di Giovanna Ceribelli, componente del collegio sindacale dell’Azienda Ospedaliera di Desio e Vimercate, che riferisce d’aver accertato numerose anomalie nella gestione dell’appalto del novembre 2009 relativo all’affidamento del servizio di odontoiatria.
L’attività di intercettazione portava alla individuazione di Pietrogino Pezzano, già direttore dell’Asl di Monza e Brianza ora a riposo, di fatto direttore generale del gruppo societario riconducibile alla Canegrati. Nonchè alla individuazione di numerosi funzionari addetti a servizi o strutture pubbliche in rapporti confidenziali con la Canegrati che cercavano da lei favori o vantaggi.

Fabio Rizzi e Marco Longo patteggiano 2 anni e 6 mesi pagando rispettivamente 70 mila e 180 mila euro, lady dentiera che fino al prossimo novembre non potrà uscire dal comune di Monza, aveva chiesto di patteggiare la pena di 4 anni e 2 mesi che però è stata negata. Le sono stati sequestri conti per 2,5 milioni.
Parlando con lady dentiera durante una telefonata il suo commercialista le dice: “Certo Paola che politici e non politici li conosci proprio tutti!”. Risposta: “Mirco, cazzo, ci ho trent’anni di marchette sulle spalle. Ho fatto trent’anni di marciapiede, ho battuto tutti”.
La Canegrati?– conferma Mario Longo che pensava di sbarcare in Cina e speculare con gli outlet del lusso – Ha amicizie con Diana Bracco e ottimi rapporti con Bruno Caparini, uno dei padri fondatori della Lega e uomo di fiducia di Michele Colucci”, ex capo gruppo socialista in Regione Lombardia.
Dalle dentiere alle protesi ortopediche

Chiusa l’inchiesta su Lady Dentiera il pm Manuela Massenz con la collega Giulia Rizzo inizia ad occuparsi della documentazione raccolta dalla Guardia di finanza di Milano nell’Operazione denominata “Disturbo” che coinvolge chirurghi ortopedici del Policlinico di Monza e degli Istituti Clinici Zucchi oltre ai responsabili della società Ceraver Italia srl che produce le protesi: in tutto 30 indagati.

E’ il 22 novembre 2012, Flavio Acquistapace, cardiologo già in servizio presso il Policlinico di Monza sale in Procura e denuncia “…una gestione condotta in dispregio delle esigenze terapeutiche dei pazienti”.
La prima verifica viene effettuata acquisendo presso la Regione Lombardia i dati ufficiali dei DRG (Diagnosis Related Groups) e delle SDO, le schede di dimissione ospedaliera relative al periodo 2007-2012.

Il perito tecnico nominato dal sostituto procuratore, Manuela Massenz, deposita la sua relazione dalla quale emerge che al Policlinico di Monza i pazienti provenienti da fuori regione rappresentano il 24,5 per cento del totale dei pazienti ricoverati a fronte del 9 per cento dell’Ospedale Niguarda e del 4,7 dell’Ospedale Fatebenefratelli; che 2.368 pazienti sono stati interessati da quattro o più ricoveri nei reparti di ortopedia e cardio-chirurgico con punte di 19 ricoveri ripetuti; che i ricoveri effettuati nel fine settimana sono stati ben 2.202 di cui il 31,1 per cento in riabilitazione e ciò costituisce un’eccezione.

Inoltre il Policlinico di Monza effettua in media 12 operazioni a seduta a differenza di altri che ne effettuano 4 e che la punta massima di interventi è stato effettuato il 7 settembre 2009 quando in un solo giorno sono stati operati 36 pazienti. E ancora, in 1.243 giorni di sala operatoria il reparto di ortopedia ha impiantato protesi d’anca e di ginocchio con una media di 5/6 protesi per seduta. Il 16 gennaio 2010 sono state impiantate ben 16 protesi.
A seguito dei dati evidenziati ulteriori approfondimenti investigativi hanno disvelato una fitta rete corruttiva coinvolgente nedici chirurghi operanti presso il Policlinico di Monza ed altre strutture private convenzionate con il Servizio Sanitario Nazionale, rivenditori di protesi e medici di base”, scrive il Gip nell’ordinanza che ha portato in carcere i chirughi Marco Valadè, Fabio Bestetti e Claudio Manzini oltre a Denis Panico, responsabile commerciale della Ceraver Italia srl e Marco Camnasio, agente di zona e specialista di prodotti della Ceraver. Per tutti e cinque l’accusa è “di associazione allo scopo di commettere reati contro la Pubblica Amministrazione mediante corruzione diretta ad incrementare le vendite delle protesi ortopediche Ceraver”.

Il solo Camnasio organizzava poi la distribuzione del prodotto farmaceutico integratore CONDRO24 da lui stesso prodotto, corrispondendo ai medici disposti a prescriverlo ai pazienti denaro e altre utilità.
Per Marco Valadè e Fabio Bestetti anche l’accusa di falsità materiale e falsità ideologica. Il 9 gennaio 2015 in sala operatoria ad impiantare le protesi della Ceraver era presente il solo Valadè ma la cartella clinica dava anche la presenza di Bestetti, identica situazione a parti invertite il 31 marzo e così il 7 e l’8 aprile. Mentre il 4 maggio dello scorso anno Valadè opera, falsamente risulta presente anche il chirurgo Bruno Arosio.

Intercettazione telefonica tra Fabio Bestetti e Marco Valadè del 5 giugno 2014. Valadè dice che va a Rimini due giorni ad incontrare quelli della Ceraver e rivela d’aver già iniziato a mettere le protesi. Valadè: “Non questo martedì, l’altro martedì gliene ho già messe tre. Una mono, una totale e una protesi di rotula che tanto entrano uguale, giusto?”. Bestetti: “Mh… E’ bella la rotula…
Valadè: “Eh, infatti devo mettere una protesi di rotula su una protesi di Link che è stata messa a Como…poi gli faccio una mono…o una mono o due mono…oppure una mono e una totale…no, no, devo mettergliene almeno...Che rimanga tra noi…a prescindere da come dicevo il disturbo…come sono queste protesi” (ride). Bestetti: “No, no, ma è bella. A me la mono piace”. Valadé: “Gliene metto 70 in un anno… voglio dire, non è poco eh”.
Cinque mesi dopo i giudizi sulle protesi della Ceraver cambiano. Valadè a Bestetti: “…perchè abbiamo un po’ di occhio….ma fanno veramente cagare…glielo ho detto oggi...” Ride. Anche Bestetti ride. Valadè: “…allora…scusa.. ci sono due difetti principali sai sulla cosa di taglio, praticamente del..della tibia.. Cioè ci vuole un palpatore, il loro palpatore fa cagare…capito…”.
Bestetti: “... fa cagare….allora non ce la fai, infatti…Valadè: “…Sì, sì bisogna fare la fotografia della Zimmer...e poi cazzo, la mascherina di taglio del femore.. anche quella lì è abbastanza disastrosa eh. La Zimmer ci ho messo 50 minuti a farla, la Ceraver richiede un’ora e quindici…”.
Scrive il Gip: “Bestetti e Valadè rappresentano un tassello essenziale del progetto di Camnasio e Panico, la disponibilità prontamente dimostrata ai corruttori si affianca alla spregiudicatezza e all’avidità dei due professionisti che afferrano immediatamente le potenzialità dell’accordo sodale. I due medici si integrano nella compagine sociale tanto da percepire come successo l’incremento di fatturato della Ceraver. I due comprendono che l’espansione della società comporta l’aumento delle potenzialità di gudagno personali in via proporzionale e diretta e si adoperano per contribuire ad allargare il mercato. E’ Bestetti il primo ad aver instaurato il rapporto con Camnasio e Panico e coinvolge Valadè”. Il quale il 21 maggio 2015 parlando con Denis Panico della Ceraver dice: “...ho appena finito a Ivrea dove sono andato a mettere giù una tua seduta..Praticamente il 25 giugno ho 4 protesi tue, 3 mono e una totale. Se riesco ne aggiungo un’altra.. Ti dico solo che io allora, la prossima settimana ne ho tre a Monza perché faccio una totale e due mono a Monza ma perché non me le fan fare…”. Panìco: “..Me l’han detto ma come cazzo sono messi al Policlinico di Monza che vi fan perdere le sedute così…”. Valadè: “...giorni lì operano poi c’è il PS quindi di conseguenza …quelli della zona saltano…vabè comunque confido di arrivare, sono già a quota 55 se tutto va bene per luglio voglio arrivare almeno a 70-75. Come primo inizio va bene?”. Quindi rivela a Panìco: “Sono partito da Ivrea, sto andando ad un appuntamento con una grande f… di 25 anni. E’ ostetrica ma sta facendo la baby sitter pur di fare qualcosa, le ho proposto il lavoro…Viene giù in sala a gettone a vedere, se le piace…”.

I medici ricevevano dalla Ceraver dai 700 ai 100 euro a protesi, viaggi, convention che in realtà sono ospitate in albergo con amiche o escort . C’è un medico che si accontenta di finire su di una pubblicazione scientifica (“Ci costa 2400 euro deve quindi impegnarsi a impiantare almeno 3 o 4 protesi al ginocchio”). E chi come Fabio Bestetti chiede invece il biglietto aereo per l’amica che deve tornare dall’Argentina.

L’obiettivo di Marco Valadè è preciso: “La proiezione per Monza è 220 interventi. Se siamo fortunati arriviamo a metterne 300. Puntiamo a diventare uomini immagine, nel senso che se lavoriamo bene stiamo bene e ci divertiamo”.
Scrive il giudici: “l’accordo criminoso è avvenuto nel circondario di Monza dove insistono le strutture sanitarie presso le quali operavano i chirurghi Valadè, Bestetti, Manzini”.

L’avvocato Attilio Villa dopo l’interrogatorio in carcere del suo assistito Fabio Bestetti ha sollecitato un approfondimento dell’inchiesta sulle cartelle cliniche dei pazienti trattati. Direzione presa proprio dai giudici della Procura di Monza.

Intanto il 13 dicembre a Milano davanti alla prima sezione civile si aprirà il processo intentato dal pensionato 76enne Alberto Cavana contro il Policlinico di Monza. Chiede danni per oltre 100 mila euro. “Sono stato operato nel 2006 alla Clinica San Gaudenzio di Novara che fa parte del Policlinico di Monza – spiega, presente i suoi legali, gli avvocati Cesare Bruzzi Alieti e Lara Domenica Ferrentino il pensionato spezzino – e da un esame del sangue mi è stato scoperto un avvelenamento da metalli. Per otto anni ho vissuto il mio dramma, addirittura per un anno e mezzo sono stato costretto a letto. Sono anche piombato in stato depressivo. Nel 2013 ho rivisto il medico che mi aveva operato (non vuole rivelare se il nome compare tra gli indagati di Monza – ndr) ed appena gli ho spiegato i miei gravi problemi mi ha mi ha detto: venga subito a Firenze che la opero. La mia rabbia è che non ha mai richiamato i pazienti. E pensare che prima di operarmi mi disse: si fidi, ho operato anche la moglie del presidente americano Lyndon Johnson. Dovrei sottopormi ad una terza operazione. Non so se la farò”.

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SEREGNO – IL COMMISSARIO SU GELSIA: MOLTE COSE DA RIVEDERE

Posted by PRC Muggiò su lunedì 16 ottobre 2017

SEREGNO – Ieri  12 ottobre il commissario prefettizio Antonio Cananà  , unitamente al sub commissario Mariangela Danzì al segretario comunale e al dirigente dell’area finanziaria del Comune, ha incontrato i presidenti delle società del Gruppo AEB-Gelsia (Alessandro Boneschi , Massimo Borgato, Mario Carlo Novara, Francesco Giordano) per un approfondimento degli aspetti relativi alle attività e all’assetto societario delle partecipate comunali. Partendo dal  presupposto che tali società operino in mercati sempre più aperti alla concorrenza, è fondamentale per il Gruppo sviluppare percorsi di valorizzazione e ottimizzazione dell’aspetto economico-finanziario e di miglioramento qualitativo dei servizi offerti. Nel merito, il Commissario ha rappresentato che la normativa di settore impone ai Comuni la ricognizione e l’eventuale razionalizzazione delle partecipazioni societarie in un’ottica di efficienza gestionale e di contenimento della spesa pubblica. Ciò vale ovviamente anche per il Comune di Seregno con riferimento al Gruppo AEB-Gelsia. Quindi, il Comune adotterà a breve scadenza un piano di razionalizzazione con la previsione di una serie di precisi e rigorosi indirizzi alle società del Gruppo in tema di affidamento di lavori e forniture di beni e servizi, di reclutamento del personale e di affidamento di incarichi esterni. Ulteriori indirizzi riguarderanno la revisione della struttura e dell’organizzazione del Gruppo in un’ottica di snellimento degli assetti societari e di miglioramento di alcuni aspetti gestionali. L’ampiezza di tale revisione dipenderà anche dall’esito finale del procedimento in itinere volto a individuare il socio operativo di Gelsia Ambiente. Come noto, tale procedimento registra una temporanea impasse, in quanto la gara appositamente bandita dalla Provincia di Monza e della Brianza, quale centrale unica di committenza, è andata deserta. Sono in corso valutazioni e contatti istituzionali per riprendere e portare a buon fine la procedura o, altrimenti, percorrere altre strade con la speditezza del caso, previo confronto con gli altri Comuni interessati. In ogni caso, il piano di razionalizzazione conterrà direttive alle società del Gruppo, volte a contenere il numero dei consiglieri di amministrazione, nonché ad ancorarne la nomina o la designazione a criteri di comprovata professionalità. ( il riferimento è forse diretto alla parentopoli che da anni contraddistingue i CDA  ndr )
Ad avvenuta adozione della delibera del Commissario prefettizio di ricognizione e razionalizzazione delle partecipate, sarà convocata un’ulteriore riunione con i vertici del Gruppo AEB-Gelsia.

Nell’incontro non si è parlato di altri della vicenda della sanzione da 500mila euro che l’Antitrust ha comminato a Gelsia ( leggi ) e che sarà pagata da tutti i cittadini  e di altri argomenti che in più di un’occasione sono stati oggetto di discussione in consiglio comunale  ( leggi ) – ( leggi )


 

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